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Effetto ortica


Quando si racconta che il Pd (non il Pdl) da tempo propone la modifica dell’art. 330 del codice di procedura penale la gente, in genere, se ne frega. Un po’ non sa cosa c’è scritto; e un po’ pensa che il fatto che il pm non possa prendere di propria iniziativa notizia dei reati non è poi così grave. Invece è una cosa gravissima, la trave portante di tutto il progetto di B&C (ma vedete quanti C ci sono nella cosiddetta opposizione?) per assoggettare e controllare la magistratura.

Questo articolo 330 dice dunque che il pm prende di propria iniziativa notizia dei reati; il che vuol dire che, se da qualche parte si commette un reato e lui lo viene a sapere perché ne parlano i giornali o la tv oppure perché glielo racconta direttamente qualche cittadino, magari con una lettera anonima, può decidere di indagare. Attenzione: può, non deve, indagare. La notizia di reato deve essere seria, circostanziata, attendibile; né l’articolo di giornale né la lettera anonima costituiscono prova del reato; sono solo uno spunto per fare indagini. Se poi si troveranno le prove ci sarà il rinvio a giudizio; se non si troveranno ci sarà l’archiviazione.
B&C lo vogliono abrogare: il pm potrà cominciare le indagini solo se la polizia gli fa pervenire una denuncia; se no il reato può essere sotto gli occhi di tutti ma, senza denuncia, non si può fare niente.

E che importanza ha?, pensa il comune cittadino; tanto la polizia farà le denunce. Bisogna vedere. Denunce per rapine, furti e omicidi quante ne volete. Ma per corruzione, interessi privati in atti d’ufficio e in genere per i reati dei politici e dei loro amici la denuncia non è frequente. Non perché la polizia partecipi del malaffare diffuso nella politica. Ma perché il ministro dell’Interno (o della Difesa se si tratta dei carabinieri, o delle Finanze se si tratta della guardia di finanza) telefona al prefetto o al generale che telefonano al questore o al colonnello che telefonano… fino a qualcuno che spiega al commissario o al maresciallo che quel rapporto, si hai capito bene, proprio quello, non si fa, mettilo nel cassetto e scordatelo.

Sicché pensiamo a quello che sarebbe successo se la Procura di Milano non fosse stata (ancora) libera di “prendere di propria iniziativa notizia dei reati”. Capita che Maroni va Milano, viene informato che il Comune ha assegnato alloggi popolari a 25 famiglie rom e si incazza: non se ne parla nemmeno, gli alloggi agli italiani. Disponibile, anzi prono, il Comune esegue e revoca l’assegnazione. Il Procuratore Spataro (che legge i giornali) si chiede: “ma come, prima sì, poi arriva Maroni che si incazza perché ai rom le case popolari non si debbono dare, e adesso no? Ma sarà che c’è un tantino di discriminazione razziale? Perché, se c’è (se, andiamo a vedere le delibere del Comune, quelle prima di Maroni e quelle dopo), allora c’è l’art. 1 comma 1 lett. a della L. 25.6.93 n. 205 che punisce (da 6 mesi a 3 anni, mica poco) chi commette atti di discriminazione razziale”.  Ecco, che denuncino alla Procura il sindaco Moratti lo vedo poco probabile; senza l’articolo 330 la discriminazione razziale ai danni delle famiglie rom (se c’è stata, si vedrà) resterebbe impunita. Capito perché alla politica il 330 fa l’effetto dell’ortica?

da Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2010




Rifondare l'opposizione


Quando sono in giro per convegni e conferenze capita sempre, a un certo punto, che qualcuno mi chieda: ma come se ne esce? In questi casi confesso di non avere una risposta; non si supera la volontà popolare, disinformata e meschina che sia. Poi qualcuno più subdolo, in buona o mala fede, allude a una “nuova resistenza”. Non mi sottraggo: spiego che scendere sullo stesso terreno di B&C, condividere le sue illegalità, addirittura porsi fuori dei principi democratici impedirebbe di proporci come valida alternativa. Ma, quando mi fanno osservare che dico solo ciò che non si deve fare e che però non propongo soluzioni costruttive, devo ammettere che hanno ragione.

Oggi ho le idee chiare. E il merito è tutto di B&C. In questi giorni ho fatto un tifo sfegatato per B; ho sperato che i suoi acquisti andassero a buon fine e che riuscisse a comprare un numero sufficiente di C mascherati. Ho pensato che l’esibizione spregiudicata di un Parlamento-mercato valesse più di centinaia di dotti articoli. Ho pensato che lo spettacolo di patetici figuri impegnati a spiegare come, a due o tre giorni da un voto decisivo, avevano improvvisamente visto una grande luce avrebbe indignato i cittadini. Ho pensato che la constatazione di questo abisso etico e politico sarebbe stata l’occasione di un nuovo inizio. Ho pensato: se si riesce a votare abbastanza in fretta, prima che la memoria dello squallido sconcio si appanni (non è un caso che perfino Bossi sembra aver rinunciato ad elezioni immediate) può anche darsi che l’era B. finisca non per strategia parlamentare ma per 
definitivo disgusto dei cittadini.
Però magari ho pensato male; magari alla maggioranza degli italiani la spregiudicatezza, la furbizia, la corruzione paiono qualità. E poi i voltagabbana hanno procurato un danno ulteriore, assai più grave del salvagente gettato a B: ma sono tutti uguali – si dirà – fanno tanto i puri e poi, al momento buono... Così può anche succedere che B&C restino in sella. E allora?

Questa non è una sconfitta, è un’opportunità. Se non si riesce a cambiare la maggioranza, si può rifondare l’opposizione. Si può passare al pettine fitto i partiti ed espellere gli indegni prima che, atteggiandosi a virtuosi, ti pugnalino alle spalle. Si può cogliere l’occasione per smetterla di dipendere dalla magistratura e fare pulizia dall’interno: non perché questo o quello hanno commesso reati (certo, 
anche) ma perché “politicamente” chi ha frequentazioni equivoche, conflitti di interessi, analfabetismo politico e culturale non è un vantaggio per il partito, non importa quanti voti porta con sé. Si possono superare le divisioni, valorizzare le identità, accettare la riduzione delle tante poltrone di segretario, vicesegretario, coordinatore, vicecoordinatore etc. Si può insomma interpretare la politica come un servizio e non come un mestiere. E quando tutto questo fosse realtà, l’alternativa presentata ai cittadini sarebbe semplice: da una parte le persone perbene e dall’altra quelle per male. E se gli elettori continuassero a preferire quelle per male non sarebbe un dramma: come diceva Lenin, il vero rivoluzionario è quello che, consapevole dell’inutilità dei suoi sforzi, fa freddamente e fino in fondo il proprio dovere.  

da Il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2010


Il governo dei miei sogni


“Posso resistere a tutto tranne che alla tentazione” diceva Oscar Wilde. E debbo confessare che, nel mio piccolo, mi sono sempre lasciato tentare molto. Le idee soprattutto sono tentatrici. Per questo mi è difficile resistere al sogno di un governo presieduto da Monti o Draghi, composto da tecnici addetti ognuno al ministero corrispondente (pensate a un magistrato alla Giustizia, a un medico alla Sanità, a un ingegnere ai Lavori pubblici etc). Ancora più difficile è resistere al sogno di B&C e di tutti gli altri C mascherati da oppositori che se ne vanno a casa (o in prigione).
E siccome questo governo farebbe sicuramente benissimo, varerebbe subito una legge elettorale e un’altra sul conflitto di interessi, provvederebbe alla riforma della Giustizia (e non dei magistrati), smaltirebbe i rifiuti napoletani e tutto quello che ci vive sopra (che è il vero problema) e affronterebbe la crisi economica con competenza e rigore, è ovvio che penso: dove devo firmare per dire che sono d’accordo? Poi sono andato a dormire e la mattina dopo...

Ecco, prima di tutto la storia di Cincinnato non è proprio come ce la spiegano a scuola: un soldato, un contadino, chiamato a furor di popolo a salvare Roma; sconfitto il nemico, se ne torna tranquillo al suo orticello. In realtà lui era un politico: eletto console, intraprese una lunga lotta contro i tribuni della plebe che avevano intentato un processo contro suo figlio. Sembra che sia stato un bravo console; e certo fu un bravo dittatore, soprattutto perché, come previsto dalla legge, se ne tornò a casa sua alla scadenza del mandato. Ma, anche lui teneva famiglia, come si è visto. 
Il punto fondamentale però è un altro. In democrazia è il popolo che sceglie da chi vuole essere governato. È vero che la nostra Costituzione non prevede che il presidente del Consiglio debba essere necessariamente un esponente della maggioranza che ha vinto le elezioni; basta che la persona nominata dal presidente della Repubblica abbia la fiducia delle Camere e poi governa legittimamente. Solo che, con questo sistema, la volontà popolare va a farsi benedire: nessuno pensava a Monti o Draghi quando ha dato il suo sciagurato voto a B&C e agli altri C mascherati da oppositori. Un 30% scarso voleva proprio B. come presidente del Consiglio; e gli altri pensavano ai leader del partito che votavano.

Questa è la conseguenza dell’immaturità politica del nostro paese: si sceglie l’imbonitore televisivo, l’etichetta priva di contenuti, lo slogan anti qualcuno o qualcosa. Voto irresponsabile, è vero: però voto. Affidare il governo a persone estranee al circuito politico significa sostanzialmente dire a tutte queste persone: voi non avete capito niente, adesso ci penso io. Il che può anche andar bene, per un po’. Ma probabilmente questo fu proprio il pensiero di re Vittorio Emanuele III che, nel 1922, invece di appoggiare il governo Facta (pessimo, è vero, ma frutto del consenso popolare) nominò Mussolini presidente del Consiglio. E non andò bene per niente. Certo, resta il problema: che facciamo con B&C che stanno portando alla rovina il paese? Eh, aspettiamo di votare. E speriamo che qualcosa cambi. Quando saremo finiti come la Grecia qualcosa cambierà di sicuro. Ma, anche se non sarà così, penso che sia sempre meglio resistere resistere resistere in democrazia che affidarsi all’uomo del destino. 
 

da Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2010



Morte, clero, libertà


Un mio amico si è ucciso. Era stanco, aveva perso gioia e interesse. Sono stato molto triste. Non per la sua morte: era stata una sua scelta da rispettare. Ma per la mia vita: perché mi sarebbe mancata la sua intelligenza e la sua cultura. E soprattutto per la sua, di vita, per la tristezza e il vuoto che l’avevano portato a decidere di liberarsene. Non sono stato capace di stargli vicino, ho pensato. Comunque sono andato a salutarlo. Lui non credeva, come me. Un laico tollerante e silente, la vita poneva ben altri problemi. Ci arrabbiavamo un po’ per l’approccio confessionale alle miserie degli uomini; e molto di più per la loro strumentalizzazione. Ma non se ne discuteva: quando la si pensa nello stesso modo c’è poco da dire.
E, per fortuna, noi avevamo così tante idee diverse. Come ho detto sono andato al cimitero; alla sala delle cremazioni, così aveva deciso il mio amico. Niente cerimonia religiosa, il che mi sembrava logico visto il suo suicidio: conservavo una vaga memoria, forse errata, che ai suicidi non fosse consentito il riposo in terra consacrata; che, per un credente stanco e depresso, mi era sempre sembrato l’ultimo insulto. E poi avevo saputo da un amico che c’era un biglietto: niente cerimonie religiose, solo cremazione. All’ingresso del cimitero c’era tanta gente; il mio amico era una persona nota, molto stimato; e amato profondamente da molti, anche se aveva una personalità complessa. Proprio questo aveva attratto molti di noi. E lì siamo stati intercettati.
 
Un prete, che avevo già notato fermo all’ingresso, intento alla predica per un funerale precedente, ha fermato la macchina con la bara, ha fermato tutti noi che la seguivamo e ha iniziato una nuova predica. Preghiamo per lui, uomo di fede, buono, marito affettuoso, padre esemplare, Dio lo accoglierà, la vera vita, ci sarà sempre vicino, insomma tutto il repertorio. Sono rimasto perplesso, poi arrabbiato. Ho chiesto a un altro amico (che era in condizione di saperlo) “ma, non aveva lasciato un biglietto in cui aveva detto niente preghiere …”. “Questa non è preghiera, è liturgia della preghiera”, mi ha risposto. Naturalmente non ho capito quale fosse la differenza e perché il mio amico, che non voleva cerimonie religiose, avrebbe dovuto dispiacersene di meno. Ma ho taciuto. 
C’era la sua famiglia e non volevo aggiungere dolore a dolore. Poi ho parlato con un altro amico e gli ho fatto la stessa domanda. Intelligente, saggio, furbo come è sempre stato, mi ha detto “Sai, adesso non gliene importa più nulla”. E io sono rimasto a chiedermi se era giusto fare violenza ai morti; se era giusto non rispettarli; se era giusto lasciare una sentinella in servizio permanente all’ingresso dei cimiteri, per intercettare bare e fare propaganda; se era giusto approfittare di un momento di minorata difesa per sottoporre tutti a una liturgia (eh, si, su questo il primo amico aveva ragione) che il morto e molti suoi amici non condividevano e non desideravano. Mi sono chiesto soprattutto se questa prevaricazione fosse coerente con il messaggio di amore (ma non di rispetto) che quel sacerdote ossessivamente ripeteva davanti a tutte le bare che gli passavano davanti e che contenevano ciò che restava di un uomo e della sua libertà.  

da Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2010


 


Pm operatore ecologico


Una delle accuse più frequentemente rivolte dalla politica alla magistratura è quella di svolgere compiti di “supplenza”. Basta pensare al significato di questa parola, supplenza (e cioè fare qualcosa al posto di un'altra persona che dovrebbe farla ma che non la fa), per capire che, giusta o no che sia l'accusa, trattasi di attività assolutamente meritoria. Pensavo a questo mentre vedevo scorrere su Sky Tg24 (Rai e gli altri telegiornali di Berlusconi sono un po' riluttanti a mandarle in onda) le immagini relative alle strade di Napoli bloccate da tonnellate di rifiuti. E, siccome “semel cura, semper cura” (una volta prete, sempre prete), da bravo pm in pensione, ho pensato come migliorare la vita dei cittadini di Napoli e l'immagine dell'Italia, nonché come evitare epidemie e le salate multe della Ue.

Non è complicato. Ammucchiare sul suolo o nelle acque pubbliche rifiuti appartenenti a tutte le categorie previste da ogni legge divina e umana è un reato previsto dall'art. 256 del D. Lgs. 152/06: si chiama discarica abusiva. Lo si capisce per intuito e comunque lo ha detto tante volte anche la Cassazione. Quando c'è un reato, la cosa è di competenza della Procura della Repubblica. E qui comincia il bello. I rifiuti sono il prodotto del reato (si chiama “corpo del reato”) della discarica abusiva. Secondo il codice penale (art. 240) il corpo del reato deve essere confiscato; per confiscarlo bisogna sequestrarlo (art. 253 codice di procedura). Siccome migliaia di tonnellate di rifiuti non possono essere depositate in cancelleria come prevede l'art. 259, si deve nominare un custode (che è pagato dallo Stato). Il Pm può, anzi deve quando si tratta di cose pericolose, ordinare la distruzione di quanto sequestrato (art. 260), previa campionatura per poter avere la prova del reato e far condannare il delinquente che lo ha commesso. Quindi il custode deve individuare qualcuno che, lautamente pagato (sempre dallo Stato – art. 691 del codice di procedura e 200 delle disposizioni attuative – e senza il mercanteggiamento politico-mafioso che sta impedendo da anni di costruire i termovalorizzatori e di aprire nuove discariche) provvederà alla distruzione. Tutto questo si può fare anche in un procedimento contro ignoti, in attesa che diventino noti (sarebbero quelli che avevano l'obbligo di evitare che le strade di Napoli diventassero una discarica e che se ne sono sovranamente sbattuti; si chiama reato omissivo, art. 40 del codice penale). Sarà supplenza? Visto che il reato c'è e che sequestro e distruzione sono previsti dalla legge, direi proprio di no.

Ma se politici gelosi delle loro competenze (benché inadempienti, inerti e un po' mafiosi) dovessero rispondere di sì, si potrebbe trovare un accordo: intanto la magistratura comincia a ripulire le strade; appena cominciano a farlo loro, ci si ritira in buon ordine. Se poi si mettono personalmente a guidare i famosi compattatori e a prendersi le ingiurie e minacce che gli competono di diritto e che, al momento, finiscono iniquamente sulle spalle di incolpevoli autisti, si può anche avviare una sottoscrizione popolare per la costruzione di un monumento loro dedicato; fatto di sacchi di rifiuti, naturalmente.

da Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2010




Quanto pesa il Vaticano?


Una parte del lavoro che faccio adesso consiste nell’andare in giro per partecipare a dibattiti organizzati da associazioni culturali, librerie e, qualche volta, da partiti. La settimana scorsa sono andato a Trieste, in una libreria fantastica: grandissima, piena di libri insoliti, con un bar fornito di cose buonissime e di vini superlativi. Tra il pubblico c’era un cittadino americano che parlava un ottimo italiano e che, non so per quali ragioni, era molto interessato ai fatti nostri. In particolare aveva un’ottima competenza giudiziaria e, siccome io avevo messo a confronto il nostro sistema con quello statunitense, concludendo che il nostro era comunque assai migliore, mi ha mosso alcune significative obiezioni, molto tecniche. La gente ha partecipato molto, il che in fondo mi ha stupito: ma guarda che fame di informazioni, ho pensato. Dove la cosa si è fatta interessante è quando questo signore ha spiegato che, secondo lui, il nostro problema sta nel fatto che siamo cattolici e, in particolare, che in Italia c’è il Vaticano, il Papa, una gerarchia ecclesiastica molto attiva politicamente etc. etc. Ha continuato dicendo che noi abbiamo tante leggi, la maggior parte inutili (ho condiviso entusiasticamente), perché è nella nostra formazione culturale quella di farci guidare dall’esterno, da leggi o persone che ci dicano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Mentre nei Paesi anglosassoni, che sono a maggioranza protestante, le leggi sono in numero infinitamente minore, i processi si basano su precedenti decisioni da cui ci si discosta solo in casi eccezionali e le regole etero imposte (insomma i casi in cui si dice al cittadino cosa fare e cosa non fare) sono pochissime.

E questo perché, ha concluso, i protestanti hanno una cultura diversa, un codice etico e civico di cui si considerano depositari e responsabili; e le cui violazioni costituiscono un’incoerenza verso se stessi, non una trasgressione a comandamenti esterni. La cosa mi è piaciuta molto e ho cercato di spiegare che proprio questo sostanziava la differenza fondamentale tra il nostro codice di procedura penale e quello americano: noi abbiamo la sentenza, dove il giudice spiega quali leggi ha seguito, come le ha interpretate e dunque perché ha preso quella decisione. Negli Usa hanno il verdetto, cioè la decisione tout court: ti condanno, ti assolvo; ma la giuria non spiega quali ne sono stati i motivi. In effetti, la giuria è il popolo; e il popolo, etico - diciamo così - per natura e non per obbedienza, non ha bisogno di spiegare. 

La cosa più divertente per lo sconcerto che ha provocato è arrivata alla fine. Il mio amico (a questo punto così lo consideravo) ha detto: “Il problema vostro è la confessione. Voi vi comportate male ma poi avete il vostro mediatore privato con Dio. Andate da lui, gli raccontate tutto e vi dichiarate pentiti. E lui vi perdona e vi dice: va e non peccare più. Non aggiunge, ma è implicito, però se pecchi torna qui che l’aggiustiamo. Da noi, se uno si comporta male il problema è serio. Che fa, si autoassolve?”. Mi è piaciuta molto. Chissà che ne pensano i miei 25 lettori?  

da Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2010

 


Il ministro impugnatore


Il 15 settembre Alfano ha scritto alla Corte d’Appello di Milano spiegando come doveva essere deciso il processo Abu Omar. Si trattava dell’imam di Milano, rapito da agenti Cia con la complicità dei servizi segreti italiani, portato in Egitto, incarcerato e torturato. I vertici del Sismi furono salvati dal governo italiano con il segreto di Stato; gli agenti Cia furono condannati. Il difensore di uno di questi disse che il suo assistito doveva essere giudicato in Usa secondo la Convenzione Nato del 1951. Alfano inviò una lettera al Tribunale: “Questo avvocato ha proprio ragione”. Il giudice gli dette torto e lo spione fu condannato. Naturalmente fu proposto appello. E adesso Alfano ci riprova.

La cosa è scandalosa sotto tanti punti di vista. Cominciamo dal merito. La convenzione Nato in effetti prevede che, in caso di giurisdizione concorrente, le autorità militari Usa hanno il diritto di processare uno dei loro per “i reati compiuti nell’esecuzione del servizio”. Dunque, se un militare Usa commette in Italia un reato; se questo è considerato reato anche negli Usa; se è stato commesso durante un servizio per conto degli Usa; allora sarà giudicato dai giudici Usa. È ciò che avvenne con la tragedia del Cermis: un aereo Usa per un errore di manovra troncò il cavo di una teleferica; la cabina cadde e morirono 20 persone; processo ai piloti in Usa. Ma il rapimento di Abu Omar è tutta un’altra cosa.
Prima di tutto è reato solo per la legge italiana (art. 605 codice penale). Negli Usa si chiama extraordinay rendition ed è considerato legittimo. Sicché niente giurisdizione concorrente. Se l’Italia non li processasse, gli spioni non sarebbero processati in Usa perché lì non è reato. Ma allora, se non c’è giurisdizione concorrente, se si tratta di un reato solo per la legge italiana (e per quella di – quasi – tutti gli Stati civili della terra), la convenzione Nato non c’entra niente. E poi, quale persona sana di mente può pensare che un pubblico servizio consista nel rapire e torturare una persona? In questo caso, il pubblico servizio Usa era un reato in sé, non un’attività lecita nel corso della quale (come espressamente dice la Convenzione Nato) sono stati commessi reati. E si può sostenere che l’Italia debba accettare che delitti gravissimi siano commessi impunemente nel suo territorio solo perché chi li commette è cittadino di un altro Stato le cui leggi (che non ci riguardano, siamo – ancora – uno Stato sovrano) dicono che non si tratta di attività illecita? E se gli Usa decidessero che è lecito per la Cia appostare, dietro la madonnina del Duomo di Milano, un tiratore scelto e fare secco qualcuno perché, secondo loro, è un terrorista, a noi ci dovrebbe star bene? Ma dai!

E ora passiamo ad Alfano. Non è poi così sorprendente che Alfano abbia sposato con tanto entusiasmo l’improbabile tesi di un difensore che, lui sì, era assolutamente giustificato a fare il possibile per tirare fuori dai guai il suo cliente. Solo che il ministro della Giustizia non ha titolo per dare consigli, istruzioni, raccomandazioni a un Tribunale della Repubblica italiana. Se proprio vuole, partecipi la sua solidarietà alla Cia e le dica che, purtroppo, i giudici italiani sono tutti comunisti; ma abbandoni l’idea di influire sulle sentenze. A meno che… Sarà che è in gestazione un decreto legge che attribuisce al ministro della Giustizia la facoltà di impugnare le sentenze che non gli piacciono? E se stesse facendo le prove generali?

da Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2010




Ma lei non si vergogna?


Transparency International ha pubblicato il CPI (Corruption Perception Index) 2010. L’Italia occupa il posto numero 67 su 178. Prima di noi tutti i paesi Ue, G8 e G 20, fatta eccezione di Romania (69), Bulgaria (73) e Grecia (78). Prima di noi, soprattutto, Malesia (56), Turchia (56), Tunisia (59), Croazia e Macedonia (62), Ghana e Samoa (62), Rwanda (66). Naturalmente per B&C il CPI non ha nessun significato. Corruzione percepita? Impressioni soggettive! Processi politici di giudici comunisti! Impressioni soggettive un cazzo.
 
1) Non si può valutare il livello di corruzione in un Paese comparando la quantità di reati accertati. Questo dato dimostra solo l’efficienza del sistema giustizia di quel paese: quante corruzioni hanno scoperto i poliziotti, quanto hanno funzionato i sistemi di controllo interni della Pubblica amministrazione, quante condanne sono state inflitte dai tribunali. Quindi il cosiddetto criterio oggettivo non serve a niente. In ogni modo, se anche lo si utilizzasse, considerata l’inefficienza del nostro sistema giustizia (anche B&C ne convengono visto che ogni giorno annunziano che la riformeranno dopodiché finalmente funzionerà), è giocoforza concludere che in Italia i reati di corruzione non vengono scoperti e dunque si deve procedere per stime proporzionali. Proprio come si fa, per esempio, quando si valuta l’evasione fiscale: stima sulla quale nessuno trova da ridire, anzi: sul gettito della lotta all’evasione è fondata la finanziaria.
2) Transparency International richiede in particolare il parere di analisti e uomini d’affari; cioè gente che studia professionalmente il fenomeno (gli analisti) e che lo vive sulla propria pelle (gli uomini d’affari). E considera attendibile il risultato solo se la stessa valutazione è fornita da almeno tre delle fonti cui si rivolge. Inoltre richiede una valutazione coincidente tra le fonti residenti e quelle non residenti; in altri termini, gli uomini d’affari italiani e quelli stranieri hanno dato la stessa valutazione del livello di corruzione in Italia.
3) Aggrapparsi alla soggettività di Transparency International è, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, ridicolo. Noi siamo il Paese che vuole bloccare le intercettazioni che sono l’unico   strumento che permette di scoprire la corruzione. Noi siamo il Paese che ha depenalizzato di fatto il falso in bilancio che era l’unico modo per accertare il “nero”, cioè la costituzione dei fondi riservati utilizzati per corrompere. Noi siamo il Paese che ha dimezzato i termini di prescrizione per la corruzione (e anche per tanti altri reati) e che vuole ammazzare i processi pendenti con il cosiddetto processo breve. Noi siamo il Paese che si occupa da 15 anni di salvare il suo presidente del Consiglio da processi di frode fiscale e corruzione.

Come dicevo, impressioni soggettive un cazzo. Finiamo con un contributo personale. Qualche tempo fa, una TV olandese mi ha intervistato per un servizio sulla situazione politica, giudiziaria e sociale italiana. Alla fine il conduttore-regista mi ha chiesto con molta serietà (gli avevo raccontato che avevo fatto tante rogatorie): “Ma lei, quando va a lavorare all’estero, non si vergogna di essere italiano?”.

da Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2010


Favoreggiamento, concussione e altre prodezze


Io ho studiato diritto penale sul manuale di Francesco Antolisei. Una delle caratteristiche del Maestro era quella di fare spesso ricorso ad esempi. Da professore, anche io ho utilizzato sempre questo metodo, naturalmente con ben diversi risultati. 
La fattispecie (come si dice in gergo): un potente uomo politico ha (non si sa da quando) commerci sessuali con una ragazza minore degli anni 18. La ragazza gli è procurata da persone che lo frequentano e che, per mestiere, hanno frequenti rapporti con giovani belle e disinibite. La ragazza non si concede gratis e quindi l’uomo politico le fa alcuni regali e le promette inserimenti nel mondo dello spettacolo; ma una possibile alternativa è che regali e successo vengano fatti e prospettati dalle persone che l’hanno portata nel letto del politico. Un bel giorno la ragazza è accusata di un grave reato; portata in Questura, scoprono che è, come detto, minorenne e anche senza fissa dimora; ragione per la quale debbono segnalare il caso al Tribunale per i minorenni e cercare una comunità dove mandarla. A questo punto il politico ordina ad alcuni alti funzionari di impedire questa procedura e di dare disposizioni perché la ragazza venga affidata a una sua (del politico) amica. I funzionari eseguono. 

Quali reati, avrei chiesto ai miei studenti, possono ravvisarsi in questa ipotetica fattispecie? Ecco le prevedibili risposte. 
Quanto ai commerci sessuali bisogna distinguere; se il politico si è “fatto” la ragazza quando non aveva ancora 14 anni, si tratta di atti sessuali con minorenne (art. 609 quater codice penale) puniti da 5 a 10 anni. Se ne aveva di più, nessun reato. Prevenendo una mia domanda, mi avrebbero subito detto che, a norma dell’art. 609 sexies, ignorare che la ragazza era minore degli anni 14 sarebbe stato del tutto irrilevante; e che di questo reato ne dovrebbero rispondere tutti, politico e presentatori della ragazza. 
Quanto alla presentazione a corte della ragazza, ai regali e alle promesse, le cose sono un po’ più complicate. 
Ipotesi 1: i presentatori ignorano che il politico le farà regali (o pensano che le regalerà una bottiglietta di profumo) oppure promesse di successo televisivo: ella si concederà certamente   perché innamorata del politico o sedotta dalla sua fama di formidabile animale da letto. In questo caso non sarebbe ravvisabile alcun reato. 
Ipotesi 2: i presentatori sanno che il politico le darà una bella sommetta o gioielli di valore o che le prometterà un luminoso avvenire; la ragazza dunque sarà pagata per la sua prestazione. In questo caso il politico non commette alcun reato (la prostituzione in Italia non è un delitto). Ma i presentatori sì: si chiama favoreggiamento della prostituzione ed è previsto dalla legge n. 75 del 1958 (cosiddetta legge Merlin); la pena: da 2 a 6 anni di reclusione. 
Quanto all’intervento del politico su alti funzionari per sottrarre la ragazza alle procedure previste dalla legge, nessuno dei miei studenti avrebbe omesso di rilevare che questo era un caso tipico d’interesse privato in atti di ufficio, punito dall’art. 324 del codice penale, che i politici hanno abrogato nel 1990. Alcuni mi avrebbero detto che nemmeno è ravvisabile l’abuso di ufficio (art. 323 del codice penale, punito con pena da 6 mesi a 3 anni) perché l’interesse illecito perseguito deve essere di natura patrimoniale; e qui si tratta di ben altro … Quelli più bravi ipotizzerebbero un reato di concussione (art. 317 del codice penale) che si ha quando il pubblico ufficiale, abusando dei suoi poteri, costringe qualcuno a fare indebitamente qualcosa nel suo interesse. Insomma è una speciale categoria di estorsione: guarda che se non fai quello che dico … Il punto è che la minaccia può essere anche implicita: se l’uomo politico è molto potente chi si azzarda a non obbedirgli? Anche se quello che chiede è assolutamente illegale. La pena: da 4 a 12 anni. In ogni modo, alla fine, tutti mi avrebbero detto: “Professore ma guardi che è un esempio poco realistico”. E io: “Come, ma ci sono stati molti casi di questo tipo!” “Si ma … casi di politici condannati?”.   


da Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2010



Lunardi e la Camera


Come tutti sanno la Camera dei deputati non ha deciso sull’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Lunardi e ha richiesto al Tribunale dei ministri di Perugia (che lo vuole processare per corruzione) ulteriori atti. Decisione politica, come testimoniato dal fatto che la maggioranza ha votato compatta per rinviare la decisione e l’opposizione, altrettanto compatta, per concedere subito l’autorizzazione.
È ovvio che l’identità tra il voto del singolo parlamentare e la posizione “ufficiale” del partito di appartenenza esclude l’indipendenza di giudizio; il che, del resto, è la regola tra i nostri politici per i quali i loro sono sempre innocenti e gli altri sempre colpevoli. Però, prescindendo dagli ordini di scuderia, era giusto processare subito Lunardi (e quindi concedere l’autorizzazione) oppure no?
 
Vediamo. Lunardi è indagato per corruzione: quando era ministro avrebbe concesso un finanziamento di due milioni e mezzo di euro alla Propaganda Fide, diretta all’epoca dal cardinale Sepe, che, per ringraziamento, gli avrebbe venduto a prezzo di favore (in realtà a una società immobiliare di cui era amministratore il figlio) un palazzo di pregio sito in Roma; per lo stesso reato, ovviamente, anche il cardinale Sepe è indagato. La Camera ha ritenuto che, per decidere se concedere l’autorizzazione oppure no, doveva avere un quadro completo della situazione e quindi ha chiesto, in aggiunta agli atti già trasmessi e che riguardavano Lunardi, anche quelli concernenti il suo complice Sepe. Qui bisogna sapere che questa stessa richiesta era già stata fatta dalla giunta per le autorizzazioni a procedere (che prepara una relazione per la Camera) e che il Tribunale dei ministri di Perugia aveva risposto picche, ritenendo che gli atti trasmessi fossero sufficienti. Sicché tutto lascia pensare che si finirà davanti alla Corte costituzionale.

Con quanto  vantaggio per la celere definizione del processo ognuno può immaginarlo. Il fatto è che la corruzione è, come si dice in gergo, un reato a concorso necessario: c’è il corruttore e c’è il corrotto. Il reato sempre uno è, commesso da due persone con ruoli differenti. Perciò, sotto questo profilo, la richiesta della Camera, “datemi anche gli atti che riguardano Sepe, voglio capire bene come sono andate le cose”, è ragionevole. In altri termini la Camera non ha chiesto atti che riguardavano un fatto diverso, non necessari per la sua decisione (per la verità, anche in questo caso, quando i fatti sono collegati può essere necessario leggersi tutto); ha chiesto di avere tutto quello che riguardava il reato di corruzione ascritto a Lunardi e Sepe. E il Tribunale non ha risposto “ti ho già dato tutto”; ha detto “quello che ti ho mandato ti basta”; segno è che altri atti c’erano. Allora la Camera ha avuto ragione a insistere: “prima di dare l’autorizzazione voglio capire bene come sono andate le cose”. Se poi ci leggiamo la legge costituzionale 1/1989, scopriamo (articolo 8) che il Tribunale dei ministri deve trasmettere “gli atti con relazione motivata al procuratore della Repubblica per la loro immediata rimessione al Presidente della Camera”. “Gli atti”, non quella parte degli atti che il Tribunale giudica necessaria e sufficiente. Quindi c’è pure un puntello formale alla richiesta della Camera: così dice la legge. 

Adesso, siccome tutti ci ricordiamo delle indegnità commesse dal Parlamento in materia di autorizzazioni a procedere, senza distinzioni di partito, è ovvio che anche questa volta pensiamo: questi non autorizzano mai niente, il loro problema è “oggi assicuro l’impunità a te perché domani la dovrai assicurare a me”. Ma, se i politici (tutti) si fossero comportati virtuosamente in passato, magari questo pregiudizio non ci sarebbe. Eh, ma in che mondo vivo? Per tornare con i piedi per terra, il Tribunale doveva proprio mettersi a litigare con la Camera? E mandagli quello che vogliono, senza preparargli un’autostrada per negare l’autorizzazione! Con chi credevano di avere a che fare, con il Parlamento di una paese civile?

da Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2010



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