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La dura vita dei cantastorie


Se qualcuno si ricorda di Pelé, un grande calciatore brasiliano, ricorderà anche una pubblicità di non so più quale prodotto nella quale il nostro, con un gran sorriso, diceva: se faccio una cosa, mi piace farla bene.
Così, da quando ho deciso di fare il cantastorie, mi sono fatto obbligo di andare dovunque mi avessero invitato; un cantastorie che si rispetti non sceglie le piazze dove raccontare, va dove c’è gente che lo vuole sentire. E spera che non gli tirino i sassi.
Certe volte le cose si fanno interessanti.
Qualche giorno fa mi è capitato di essere invitato ad una cena dover avrei dovuto parlare ad una trentina di persone; non avevo idea di cosa avrei trovato e il viaggio era anche lungo. Ma, fedele alla consegna, ci sono andato.

Qui di seguito racconto delle domande che mi sono state rivolte. Il tratto comune di quasi tutte è stato che si trattava dei luoghi comuni propinati dalla propaganda di regime. Ma questo è abbastanza naturale: se finisci nel villaggio di una fazione ti troverai per forza con chi a quella fazione appartiene. La cosa veramente preoccupante è stata che nessuno pareva avere la minima idea di cosa significavano le argomentazioni con cui mi bersagliavano. E in effetti, altro tratto comune era che non si trattava propriamente di domande ma di, anche se garbate (alla fine nemmeno tanto), vere e proprie aggressioni. Di conseguenza nessuno era minimamente interessato alle mie risposte, ciò che gli importava era di significarmi la loro appartenenza alla fazione in cui si riconoscevano e come questa avesse sempre ragione; e volevano anche dimostrarmi la loro disapprovazione per la fazione avversa e per quello (io) che ritenevano la rappresentasse. Insomma un evento che ha avuto un significato solo per me; in effetti ho imparato moltissimo. E può darsi che anche per i lettori di questo blog il resoconto sia proficuo.

Venendo alla storia.

Una signora  molto ben vestita mi ha chiesto, senza perifrasi e senza commenti, ma con un sorriso storto: “perché i giudici non applicano la legge ma la interpretano?”.

Le ho fatto osservare che, in effetti, si trattava di una doglianza piuttosto ricorrente negli ambienti della politica, e nemmeno limitata alla maggioranza. Ho aggiunto che il fatto che fosse ripetuta assai spesso non la rendeva meno sciocca. Ho poi spiegato che è vero, il compito del giudice è proprio quello di interpretare la legge e di applicarla meglio che può al caso concreto: e che, se così non facesse, la maggior parte delle leggi non troverebbero applicazione. Le ho portato ad esempio l’articolo 575 del codice penale, chiunque cagiona la morte di un uomo è punito etc; e le ho fatto osservare che, senza l’interpretazione della norma fatta dal giudice, chi uccidesse una donna non sarebbe punito perché la legge parla di uomo e non di persona o di essere umano. La signora non ha incassato bene e, con un grosso sbuffo, mi ha detto che è ovvio che quando si dice uomo si intende anche donna. E io ho sorriso e le ho fatto notare che quello che lei stava facendo in quel momento si chiamava appunto interpretazione di un concetto. Non è stata contenta.

Un’altra signora, molto più giovane e anche assai carina, mi ha contestato che i giudici abusavano delle intercettazioni telefoniche e che proprio per questo avevano disimparato ad indagare; che tornassero ai buoni vecchi metodi di indagine e scoprissero i delinquenti senza violare la privacy dei cittadini! Ho convenuto con lei sul fatto che, prima dell’invenzione della TAC e della risonanza magnetica nucleare, generazioni di bravissimi medici si sono industriate in diagnosi cliniche faticosissime; che qualche volta, con vera sapienza e buona dose di fortuna, probabilmente riuscivano anche a diagnosticare correttamente le malattie dei loro pazienti; ma che, più spesso, non ci capivano niente e finivano con l’ammazzarli. Le ho chiesto se lei avrebbe preferito, nel caso sciagurato che si fosse trovata affetta da gravi disturbi di origine e natura imprecisata, affidarsi a un bravissimo clinico del tardo 800 oppure se magari non avrebbe volentieri fatto ricorso al dottor House. Non ha rinunciato a rispondermi “non è la stessa cosa”; però poi è stata zitta.

Un signore, assai gioviale, ha premesso che lui veniva dall’America, grande Paese, dove tutto andava bene perché, là, i cittadini erano liberi di cercare la felicità: lo diceva anche la Costituzione Americana che era molto meglio della nostra perché, qui, i cittadini debbono per forza lavorare. Siccome ha percepito le mie perplessità (non avevo capito niente di quello che mi diceva), ha chiarito che l’articolo 1 della nostra Costituzione recita “L’Italia è una Repubblica (si è dimenticato di dire democratica, si vede che non gli interessava) fondata sul lavoro”; e invece quella americana dice appunto che è diritto di tutti gli uomini cercare la felicità. Ho confessato che non sapevo cosa rispondere, anche se avevo dei dubbi sul fatto che la Costituzione americana autorizzasse i cittadini a ricercare la felicità attraverso pratiche illecite. A questo punto lui mi ha detto che tanto in Italia si sa come vanno le cose, i giudici favoriscono i loro amici, è una cosa che capita continuamente. Lui, per esempio, aveva avuto la fortuna di trovarsi un giudice amico in un processo civile con un suo concorrente. E naturalmente (il naturalmente è suo) il suo amico giudice gli aveva dato ragione; lo sanno tutti che le cose vanno così. Qui non sono stato tanto bravo a mantenere la calma e, con tono teso, ho spiegato che, se questa cosa era vera, quel giudice aveva commesso sicuramente una grave scorrettezza, non astenendosi in un processo in cui era coinvolta una persona sua amica. E, se gli aveva dato ragione favorendolo perché, in realtà, lui aveva torto, aveva commesso un reato e avrebbe dovuto essere buttato fuori dalla magistratura. La cosa grave è che, non solo l’ “americano”, ma anche molti altri hanno sorriso con sufficienza.

Un altro signore mi ha detto (non mi ha chiesto se, mi ha detto) che la magistratura era politicizzata perché era divisa in correnti. Questa cosa è stata un po’ difficile da spiegare perché in effetti la storia del correntismo della magistratura è vera e fa molto male. Ho cercato di fargli capire che le correnti significano clientelismo, favoritismi nell’attribuzione di posti direttivi, strumenti per assicurare ai quadri dirigenti delle correnti stesse carriere parallele (capi di gabinetto, direttori generali, cariche in organismi internazionali etc) ma che non hanno nulla a che fare con la politica. Non esiste, gli ho detto, un collateralismo tra le correnti e i partiti, si tratta solo di centri di potere, di basse manovre clientelari, di raccomandazioni. Non l’ho convinto; ma, in questo caso, non è stata tutta colpa sua.

La serata è continuata ancora per un poco ed è finita meglio di come era cominciata. Ho trovato una coppia di giovani avvocati innamorati del loro lavoro, consapevoli della necessità di regole etiche prima ancora che giuridiche, desiderosi di confrontarsi sui problemi più gravi del processo penale (e anche di quello civile, meno male che c’era mia moglie). E lì, fuori del locale, con un freddo maledetto, ho pensato a Sodoma e Gomorra, all’Angelo del Signore e a Lot che gli chiedeva di risparmiarle se vi avesse trovato anche un solo giusto.

Sarà che siamo ancora qui tutti noi per merito di quei due giovani avvocati?

Post scriptum
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