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C'era una volta


Molti anni fa mi capitò di procedere contro uno stimato professionista per frode fiscale: si “dimenticava” ogni anno imposte pari, più o meno, a 200 milioni di lire. A quei tempi c’erano tante cose che oggi non ci sono più: una legge che perseguiva gli evasori, un codice di procedura che assicurava la ragionevole durata del processo (altro che l’aborto costruito con l’art. 111 della Costituzione), carcerazione preventiva e interrogatori che permettevano di evitare la farsa di dichiarazioni concordate con coimputati, testimoni e difensori. Così il processo andò avanti rapidamente: sequestro della contabilità, esame della documentazione bancaria, consulenza contabile.
Alla fine il nostro sarebbe stato condannato a una pena variabile tra 8 e 18 mesi; naturalmente con la sospensione condizionale della pena, che significa niente prigione. Certo, avrebbe dovuto pagare le imposte evase e le sanzioni tributarie; ma quello avrebbe dovuto farlo comunque. Ma il professore (era anche professore universitario) provò qualche scorciatoia; tramite amici, appartenenti al suo club più o meno esclusivo, trovò un ufficiale della Guardia di finanza disposto ad avvicinare i suoi colleghi che lavoravano con me e a proporgli di “aggiustare le cose”. “Il professore ve ne sarà grato”, gli disse. Gli andò male perché i due marescialli denunciarono il fatto; e io, nel pieno rispetto della legge (quella che c’era allora, oggi sarebbe stato parecchio più complicato) arrestai professore e ufficiale della Gdf. 

Oggi i due sarebbero condotti immediatamente in carcere, a dividere la cella con qualche pericoloso delinquente, magari un po’ maniaco; il pm non potrebbe interrogarli prima del gip, che lo dovrebbe fare entro 48 ore; nel frattempo qualche palla si organizza. Ma allora io li feci portare nelle celle di sicurezza della Gdf (una confortevole camera con letto, armadio, tavolo e bagno; un po’ una pensioncina da una stella) e interrogai subito il professore che confessò tutto. Poi interrogai l’ufficiale della Gdf che confessò anche lui. E tutti a casa, in attesa di una condanna a 3 anni complessivi. Poi arrivò uno dei tanti indulti. La cosa che voglio raccontare è però questa.
Finito l’interrogatorio del professore, non resistetti alla tentazione e gli chiesi: “Ma perché lo ha fatto? Il suo avvocato (aveva un avvocato bravissimo) glielo avrà certamente detto: non rischi praticamente nulla, solo un po’ di soldi. Perché andare a corrompere un maresciallo?” E lui: “Sì, ha ragione. Ma vede, io ho vissuto per tanti anni negli Stati Uniti. E lì la condanna per frode fiscale è una cosa grave. Io sapevo che qui in Italia non sarebbe stato un problema di prigione. Ma lì negli Usa in questi casi si perde lo status sociale: ti cacciano dal country club; tua moglie non è più invitata alle gare di torta alla frutta; i vicini non vengono nel tuo giardino per il barbecue. Insomma, diventi un reietto. E io ho avuto paura”.

E’ un paradosso che quella paura abbia spinto il professore a commettere un altro reato, oltre l’evasione fiscale; e non invece a pagare le imposte dovute. Ma almeno la consapevolezza dell’illiceità, anzi dell’immoralità, di un simile comportamento lui l’ebbe. Oggi, con un presidente del Consiglio che spiega che è del tutto naturale possedere 64 società off shore perché “mi servivano per evadere le imposte” (processo All Iberian); e che sostiene che i pm che scoprono la corruzione dilagante “si debbono vergognare”, come si può sperare di diventare un paese civile e moderatamente legale? Non si può, appunto.

Da il Fatto Quotidiano del 26 febbraio



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