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Come siamo arrivati fin qui


Pubblico qui di seguito il mio commento pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 ottobre, con le risposte di Barbara Spinelli (16 ottobre) e Sabina Guzzanti (21 ottobre). Buona lettura.
Bruno Tinti

Mi chiedo: com'è possibile che di certe cose si discuta? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che gli ebrei non potessero godere dei diritti più elementari; e che, periodicamente, fosse ritenuto giusto che essi perdessero il diritto alla vita? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che era giusto per conti, baroni e principi, avere il diritto di violentare le donne loro suddite quando queste si sposavano (si chiamava "jus primae noctis")? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che i "negri" fossero una razza inferiore? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che le donne non erano neppure esseri umani dacché non avevano l'anima; e che, in molti Paesi, fosse ritenuto giusto fino a pochi anni fa che esse non potessero votare? Oggi queste cose, e altre ancora, ci sembrano assurde e improponibile ogni discussione sul punto. Eppure filosofi, scienziati, giuristi, per non parlare dei tanti uomini comuni che hanno ucciso, soggiogato, violentato nel nome di queste convinzioni, hanno sostenuto queste assurdità, impegnando la loro forza, la loro intelligenza e, quando era il caso, la loro cultura e la loro scienza. Ed erano le stesse persone che educavano i loro figli nel rispetto dei principi religiosi; erano le stesse persone che facevano elemosine, assistevano i malati, svolgevano anche ad alto livello professioni impegnative.

Eppure. Oggi, nel nostro Paese, siamo arrivati a discutere seriamente della non applicabilità della legge penale al presidente del Consiglio, cioè a un cittadino cui è affidato un pubblico servizio, probabilmente il più importante che ci sia in un paese democratico. Siamo arrivati a teorizzare che è giusto che questo cittadino possa corrompere giudici, falsificare bilanci, commettere frodi fiscali, e che però non possa essere processato. Siamo arrivati a teorizzare che, anche se questo cittadino venisse sorpreso subito dopo aver ucciso la moglie, ancora con il coltello sanguinante in mano; oppure se 50 persone lo vedessero mentre prende a calci un cane, lasciandolo agonizzante sull'asfalto; ebbene sarebbe giusto non processarlo. Perché, si dice, egli è stato eletto dal popolo; e la volontà popolare deve essere rispettata prima di tutto, perfino prima della possibilità di irrogare le giuste sanzioni per crimini eventualmente commessi; perfino prima del principio di uguaglianza tra i cittadini che è il cardine degli ordinamenti democratici nei Paesi moderni. Ma potrebbe la volontà popolare portare un assassino al potere? E, se così avvenisse, sarebbe giusto che l'ordinamento giuridico non apprestasse rimedi per una simile assurdità? E mi accorgo che anche io sto cadendo nella trappola, che discuto e mi sforzo di portare argomenti per confutare l'indifendibile, per dimostrare un'assurdità che è evidente di per sé; un'assurdità che, tra qualche anno (ma quanti, accidenti, quanti?) tutti considereranno con stupore e indignazione, così come oggi si pensa con stupore ed indignazione alla ormai lontana sofferenza legalizzata di ebrei, "negri" e donne. Perché la domanda non è, non deve essere: "Questo Lodo Alfano è giusto o no?" La domanda deve essere: "Ma come siamo arrivati a tanto? Dove abbiamo sbagliato?"

Berlusconi e l'album di famiglia

di Barbara Spinelli, 16 ottobre 2009

Il pericolo non viene dalle masse
di Sabina Guzzanti, 21 ottobre 2009



E' l'ingiustizia la malattia italiana


Sul Fatto Quotidiano del 16 ottobre Barbara Spinelli (scrive sul nostro giornale: sono felice) prende spunto da un mio commento (che ha trovato interessante: sono ancora più felice) e ci invita, noi del Fatto, a discutere “della crisi non della democrazia ma dello Stato italiano”.

Cerco di proseguire il discorso e, con molta immodestia, propongo di partire da un’analisi del concetto di “Stato”. Per come la vedo io lo Stato è una “necessità”, uno strumento naturale per la conservazione della specie; come lo è il branco per i lupi o lo sciame per le sardine. Senza questi strumenti né lupi né sardine né uomini potrebbero sopravvivere: il branco è necessario ai lupi per cacciare, se non ci fosse morirebbero di fame e la specie si estinguerebbe; lo sciame serve alle sardine per minimizzare le perdite quando attaccate da predatori; senza lo sciame nemmeno le sardine sopravvivrebbero. E lo Stato serve agli uomini per garantire la collaborazione finalizzata alla convivenza: senza convivenza un singolo uomo o un piccolo gruppo non sopravvivrebbero; e senza Stato non vi sarebbe convivenza.

Se lo Stato è uno strumento della natura, la democrazia è uno dei metodi con cui lo Stato può essere realizzato; non il solo e forse nemmeno il migliore sotto il profilo dell’efficienza. Ma è quello che, statisticamente, si presta meno di altri agli abusi del potere: il suo pregio è tutto qui, nella possibilità per i cittadini di controllare coloro cui hanno affidato la gestione della collettività.

Se questa riflessione è valida, se lo Stato è una necessità e la democrazia un metodo di gestione di esso, dobbiamo essere consapevoli di una terribile eventualità: che, per qualche ragione, il metodo si riveli inadeguato; e che la necessità ne proponga altri: aristocrazia, oligarchia, tirannide. Se lo Stato è necessario e se la democrazia non è in grado di assicurarne l’esistenza, non sarà certo lo Stato a venir meno, si cambierà semplicemente metodo di gestione. Tutto ciò naturalmente, anche contro il volere dei cittadini, a loro dispetto. Ma Alcibiade aveva ragione, l’ananke, la necessità ha sempre l’ultima parola.  

Barbara Spinelli ci suggerisce di valutare l’alternativa: è in crisi la democrazia o lo Stato italiano? Ecco, io credo che, se per “democrazia” si intende un metodo astratto di gestione dello Stato, non c’è dubbio, ad essere in crisi è lo Stato italiano; ho già detto che la democrazia, come metodo di governo ha l’irrinunciabile pregio di garantire più degli altri metodi la riduzione dell’abuso del potere. Ma, se per “democrazia” si intende il metodo di gestione dello Stato italiano, allora io non ho dubbi, è lei la malata. Provo a spiegare perché.

Anche prima di Berlusconi, se si fosse chiesto a un qualsiasi cittadino cosa è la democrazia, questi avrebbe certamente risposto: “ma è ovvio, un Paese è democratico quando il popolo può scegliere chi lo governa”. Da sempre i cittadini sono convinti che la democrazia coincide con le libere elezioni. Come ho detto, questa convinzione preesisteva a Berlusconi; e figuriamoci ora, con il quotidiano battage pubblicitario sulla legittimazione popolare del Presidente del Consiglio. Ha detto così bene Barbara Spinelli: “E’ una legittimazione non molto diversa dall’unzione divina, quando il monarca regnava per diritto di Dio. Il popolo ha sostituito Dio e questo dà facoltà al capo di ignorare altre fonti di legittimazione, altri poteri che istituzionalmente sono chiamati a vigilare sugli abusi di potere dell’esecutivo”. Ma, ovviamente (ma ci si pensa così in pochi), la democrazia non è solo consenso popolare; e qui vorrei tornare allo Stato e alla sua natura di strumento naturale per assicurare la convivenza. Come ogni strumento, anche lo Stato deve avere caratteristiche che lo rendano idoneo alla funzione per cui è progettato. Per esempio deve uniformarsi al fondamentale principio di uguaglianza tra tutti i cittadini. Noi siamo abituati a pensare che questo principio esiste perché così dice la nostra Costituzione; e, in un certo senso è così. Ma, ancora prima, il principio di uguaglianza esiste perché è indispensabile per la sopravvivenza stessa dello Stato, è una caratteristica indefettibile dello strumento: se i cittadini non fossero tutti uguali davanti alla legge, ne deriverebbero tensioni e lotte che, alla fine, porterebbero al disfacimento dello Stato. Così possiamo dire per la libertà religiosa (che oggi è, in realtà, messa frequentemente in discussione): se fosse legittimo impedire ai cittadini di avere convinzioni religiose della più varia natura (o non averne affatto) si finirebbe fatalmente per creare fazioni, alcune più favorite (la religione di Stato) e altre meno o affatto favorite; con le stesse conseguenze finali. Così possiamo dire per i principi etici fondamentali: il lavoro come legittimazione della qualifica di cittadino, l’obbligo di contribuire al benessere comune in ragione delle proprie sostanze, il diritto all’istruzione e alla salute e tutti gli altri principi affermati dalla nostra Carta Costituzionale. Se non fossero, questi principi, caratteristiche intrinseche allo Stato-strumento, esso non potrebbe assicurare il raggiungimento del fine per cui esiste: la convivenza civile.

La democrazia dunque è, prima ancora che facoltà di nominare governanti, certezza che questi utilizzino lo Stato-strumento, che gli è stato affidato dal consenso popolare, in maniera corretta. Che poi alla fine vuol dire nel rispetto del Diritto. C’è una quantità finita di violazioni al Diritto che lo Stato-strumento può tollerare; e che queste violazioni siano praticate con il consenso della maggioranza dei cittadini è del tutto irrilevante. Perché la collaborazione per convivere viene meno quando anche solo una parte di essi si convince che lo strumento, così com’è gestito, non garantisce un’accettabile convivenza. In Palestina, si dice nel 33 dopo Cristo, il popolo fu ben felice di legittimare l’uccisione di Cristo e la liberazione di Barabba. E noi oggi diciamo che quella sentenza, frutto del consenso popolare, fu un supremo atto di ingiustizia. Nel nostro Paese gran parte dei cittadini sembrano non accorgersi che i respingimenti in mare di persone in fuga dalla morte minano alle fondamenta i principi fondamentali dello Stato-strumento di convivenza; che l’intolleranza nei confronti di categorie non omologate (omosessuali, credenti in religioni diverse) è una porta aperta alla violenza; che la teorizzazione di limiti alla libertà di informazione è un mezzo per nascondere l’arbitrio e l’illegalità; che la delegittimazione della legge e degli organi incaricati di applicarla conduce al sopruso e all’anarchia. Ma, che i cittadini se ne rendano conto oppure no, alla fine la violazione delle caratteristiche intrinseche dello Stato-strumento ne rende impossibile la gestione: lo Stato si rivela impotente a governare la convivenza.  

Quando questo succede, non è lo Stato a venir meno; semplicemente l’ananke, la necessità di avere uno Stato pur che sia, ricorre ad un metodo di gestione di esso diverso. E io non vorrei esserci quando questo accadesse.
(Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009)


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