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Rifondare l'opposizione


Quando sono in giro per convegni e conferenze capita sempre, a un certo punto, che qualcuno mi chieda: ma come se ne esce? In questi casi confesso di non avere una risposta; non si supera la volontà popolare, disinformata e meschina che sia. Poi qualcuno più subdolo, in buona o mala fede, allude a una “nuova resistenza”. Non mi sottraggo: spiego che scendere sullo stesso terreno di B&C, condividere le sue illegalità, addirittura porsi fuori dei principi democratici impedirebbe di proporci come valida alternativa. Ma, quando mi fanno osservare che dico solo ciò che non si deve fare e che però non propongo soluzioni costruttive, devo ammettere che hanno ragione.

Oggi ho le idee chiare. E il merito è tutto di B&C. In questi giorni ho fatto un tifo sfegatato per B; ho sperato che i suoi acquisti andassero a buon fine e che riuscisse a comprare un numero sufficiente di C mascherati. Ho pensato che l’esibizione spregiudicata di un Parlamento-mercato valesse più di centinaia di dotti articoli. Ho pensato che lo spettacolo di patetici figuri impegnati a spiegare come, a due o tre giorni da un voto decisivo, avevano improvvisamente visto una grande luce avrebbe indignato i cittadini. Ho pensato che la constatazione di questo abisso etico e politico sarebbe stata l’occasione di un nuovo inizio. Ho pensato: se si riesce a votare abbastanza in fretta, prima che la memoria dello squallido sconcio si appanni (non è un caso che perfino Bossi sembra aver rinunciato ad elezioni immediate) può anche darsi che l’era B. finisca non per strategia parlamentare ma per 
definitivo disgusto dei cittadini.
Però magari ho pensato male; magari alla maggioranza degli italiani la spregiudicatezza, la furbizia, la corruzione paiono qualità. E poi i voltagabbana hanno procurato un danno ulteriore, assai più grave del salvagente gettato a B: ma sono tutti uguali – si dirà – fanno tanto i puri e poi, al momento buono... Così può anche succedere che B&C restino in sella. E allora?

Questa non è una sconfitta, è un’opportunità. Se non si riesce a cambiare la maggioranza, si può rifondare l’opposizione. Si può passare al pettine fitto i partiti ed espellere gli indegni prima che, atteggiandosi a virtuosi, ti pugnalino alle spalle. Si può cogliere l’occasione per smetterla di dipendere dalla magistratura e fare pulizia dall’interno: non perché questo o quello hanno commesso reati (certo, 
anche) ma perché “politicamente” chi ha frequentazioni equivoche, conflitti di interessi, analfabetismo politico e culturale non è un vantaggio per il partito, non importa quanti voti porta con sé. Si possono superare le divisioni, valorizzare le identità, accettare la riduzione delle tante poltrone di segretario, vicesegretario, coordinatore, vicecoordinatore etc. Si può insomma interpretare la politica come un servizio e non come un mestiere. E quando tutto questo fosse realtà, l’alternativa presentata ai cittadini sarebbe semplice: da una parte le persone perbene e dall’altra quelle per male. E se gli elettori continuassero a preferire quelle per male non sarebbe un dramma: come diceva Lenin, il vero rivoluzionario è quello che, consapevole dell’inutilità dei suoi sforzi, fa freddamente e fino in fondo il proprio dovere.  

da Il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2010


Il governo dei miei sogni


“Posso resistere a tutto tranne che alla tentazione” diceva Oscar Wilde. E debbo confessare che, nel mio piccolo, mi sono sempre lasciato tentare molto. Le idee soprattutto sono tentatrici. Per questo mi è difficile resistere al sogno di un governo presieduto da Monti o Draghi, composto da tecnici addetti ognuno al ministero corrispondente (pensate a un magistrato alla Giustizia, a un medico alla Sanità, a un ingegnere ai Lavori pubblici etc). Ancora più difficile è resistere al sogno di B&C e di tutti gli altri C mascherati da oppositori che se ne vanno a casa (o in prigione).
E siccome questo governo farebbe sicuramente benissimo, varerebbe subito una legge elettorale e un’altra sul conflitto di interessi, provvederebbe alla riforma della Giustizia (e non dei magistrati), smaltirebbe i rifiuti napoletani e tutto quello che ci vive sopra (che è il vero problema) e affronterebbe la crisi economica con competenza e rigore, è ovvio che penso: dove devo firmare per dire che sono d’accordo? Poi sono andato a dormire e la mattina dopo...

Ecco, prima di tutto la storia di Cincinnato non è proprio come ce la spiegano a scuola: un soldato, un contadino, chiamato a furor di popolo a salvare Roma; sconfitto il nemico, se ne torna tranquillo al suo orticello. In realtà lui era un politico: eletto console, intraprese una lunga lotta contro i tribuni della plebe che avevano intentato un processo contro suo figlio. Sembra che sia stato un bravo console; e certo fu un bravo dittatore, soprattutto perché, come previsto dalla legge, se ne tornò a casa sua alla scadenza del mandato. Ma, anche lui teneva famiglia, come si è visto. 
Il punto fondamentale però è un altro. In democrazia è il popolo che sceglie da chi vuole essere governato. È vero che la nostra Costituzione non prevede che il presidente del Consiglio debba essere necessariamente un esponente della maggioranza che ha vinto le elezioni; basta che la persona nominata dal presidente della Repubblica abbia la fiducia delle Camere e poi governa legittimamente. Solo che, con questo sistema, la volontà popolare va a farsi benedire: nessuno pensava a Monti o Draghi quando ha dato il suo sciagurato voto a B&C e agli altri C mascherati da oppositori. Un 30% scarso voleva proprio B. come presidente del Consiglio; e gli altri pensavano ai leader del partito che votavano.

Questa è la conseguenza dell’immaturità politica del nostro paese: si sceglie l’imbonitore televisivo, l’etichetta priva di contenuti, lo slogan anti qualcuno o qualcosa. Voto irresponsabile, è vero: però voto. Affidare il governo a persone estranee al circuito politico significa sostanzialmente dire a tutte queste persone: voi non avete capito niente, adesso ci penso io. Il che può anche andar bene, per un po’. Ma probabilmente questo fu proprio il pensiero di re Vittorio Emanuele III che, nel 1922, invece di appoggiare il governo Facta (pessimo, è vero, ma frutto del consenso popolare) nominò Mussolini presidente del Consiglio. E non andò bene per niente. Certo, resta il problema: che facciamo con B&C che stanno portando alla rovina il paese? Eh, aspettiamo di votare. E speriamo che qualcosa cambi. Quando saremo finiti come la Grecia qualcosa cambierà di sicuro. Ma, anche se non sarà così, penso che sia sempre meglio resistere resistere resistere in democrazia che affidarsi all’uomo del destino. 
 

da Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2010



Ma lei non si vergogna?


Transparency International ha pubblicato il CPI (Corruption Perception Index) 2010. L’Italia occupa il posto numero 67 su 178. Prima di noi tutti i paesi Ue, G8 e G 20, fatta eccezione di Romania (69), Bulgaria (73) e Grecia (78). Prima di noi, soprattutto, Malesia (56), Turchia (56), Tunisia (59), Croazia e Macedonia (62), Ghana e Samoa (62), Rwanda (66). Naturalmente per B&C il CPI non ha nessun significato. Corruzione percepita? Impressioni soggettive! Processi politici di giudici comunisti! Impressioni soggettive un cazzo.
 
1) Non si può valutare il livello di corruzione in un Paese comparando la quantità di reati accertati. Questo dato dimostra solo l’efficienza del sistema giustizia di quel paese: quante corruzioni hanno scoperto i poliziotti, quanto hanno funzionato i sistemi di controllo interni della Pubblica amministrazione, quante condanne sono state inflitte dai tribunali. Quindi il cosiddetto criterio oggettivo non serve a niente. In ogni modo, se anche lo si utilizzasse, considerata l’inefficienza del nostro sistema giustizia (anche B&C ne convengono visto che ogni giorno annunziano che la riformeranno dopodiché finalmente funzionerà), è giocoforza concludere che in Italia i reati di corruzione non vengono scoperti e dunque si deve procedere per stime proporzionali. Proprio come si fa, per esempio, quando si valuta l’evasione fiscale: stima sulla quale nessuno trova da ridire, anzi: sul gettito della lotta all’evasione è fondata la finanziaria.
2) Transparency International richiede in particolare il parere di analisti e uomini d’affari; cioè gente che studia professionalmente il fenomeno (gli analisti) e che lo vive sulla propria pelle (gli uomini d’affari). E considera attendibile il risultato solo se la stessa valutazione è fornita da almeno tre delle fonti cui si rivolge. Inoltre richiede una valutazione coincidente tra le fonti residenti e quelle non residenti; in altri termini, gli uomini d’affari italiani e quelli stranieri hanno dato la stessa valutazione del livello di corruzione in Italia.
3) Aggrapparsi alla soggettività di Transparency International è, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, ridicolo. Noi siamo il Paese che vuole bloccare le intercettazioni che sono l’unico   strumento che permette di scoprire la corruzione. Noi siamo il Paese che ha depenalizzato di fatto il falso in bilancio che era l’unico modo per accertare il “nero”, cioè la costituzione dei fondi riservati utilizzati per corrompere. Noi siamo il Paese che ha dimezzato i termini di prescrizione per la corruzione (e anche per tanti altri reati) e che vuole ammazzare i processi pendenti con il cosiddetto processo breve. Noi siamo il Paese che si occupa da 15 anni di salvare il suo presidente del Consiglio da processi di frode fiscale e corruzione.

Come dicevo, impressioni soggettive un cazzo. Finiamo con un contributo personale. Qualche tempo fa, una TV olandese mi ha intervistato per un servizio sulla situazione politica, giudiziaria e sociale italiana. Alla fine il conduttore-regista mi ha chiesto con molta serietà (gli avevo raccontato che avevo fatto tante rogatorie): “Ma lei, quando va a lavorare all’estero, non si vergogna di essere italiano?”.

da Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2010


Favoreggiamento, concussione e altre prodezze


Io ho studiato diritto penale sul manuale di Francesco Antolisei. Una delle caratteristiche del Maestro era quella di fare spesso ricorso ad esempi. Da professore, anche io ho utilizzato sempre questo metodo, naturalmente con ben diversi risultati. 
La fattispecie (come si dice in gergo): un potente uomo politico ha (non si sa da quando) commerci sessuali con una ragazza minore degli anni 18. La ragazza gli è procurata da persone che lo frequentano e che, per mestiere, hanno frequenti rapporti con giovani belle e disinibite. La ragazza non si concede gratis e quindi l’uomo politico le fa alcuni regali e le promette inserimenti nel mondo dello spettacolo; ma una possibile alternativa è che regali e successo vengano fatti e prospettati dalle persone che l’hanno portata nel letto del politico. Un bel giorno la ragazza è accusata di un grave reato; portata in Questura, scoprono che è, come detto, minorenne e anche senza fissa dimora; ragione per la quale debbono segnalare il caso al Tribunale per i minorenni e cercare una comunità dove mandarla. A questo punto il politico ordina ad alcuni alti funzionari di impedire questa procedura e di dare disposizioni perché la ragazza venga affidata a una sua (del politico) amica. I funzionari eseguono. 

Quali reati, avrei chiesto ai miei studenti, possono ravvisarsi in questa ipotetica fattispecie? Ecco le prevedibili risposte. 
Quanto ai commerci sessuali bisogna distinguere; se il politico si è “fatto” la ragazza quando non aveva ancora 14 anni, si tratta di atti sessuali con minorenne (art. 609 quater codice penale) puniti da 5 a 10 anni. Se ne aveva di più, nessun reato. Prevenendo una mia domanda, mi avrebbero subito detto che, a norma dell’art. 609 sexies, ignorare che la ragazza era minore degli anni 14 sarebbe stato del tutto irrilevante; e che di questo reato ne dovrebbero rispondere tutti, politico e presentatori della ragazza. 
Quanto alla presentazione a corte della ragazza, ai regali e alle promesse, le cose sono un po’ più complicate. 
Ipotesi 1: i presentatori ignorano che il politico le farà regali (o pensano che le regalerà una bottiglietta di profumo) oppure promesse di successo televisivo: ella si concederà certamente   perché innamorata del politico o sedotta dalla sua fama di formidabile animale da letto. In questo caso non sarebbe ravvisabile alcun reato. 
Ipotesi 2: i presentatori sanno che il politico le darà una bella sommetta o gioielli di valore o che le prometterà un luminoso avvenire; la ragazza dunque sarà pagata per la sua prestazione. In questo caso il politico non commette alcun reato (la prostituzione in Italia non è un delitto). Ma i presentatori sì: si chiama favoreggiamento della prostituzione ed è previsto dalla legge n. 75 del 1958 (cosiddetta legge Merlin); la pena: da 2 a 6 anni di reclusione. 
Quanto all’intervento del politico su alti funzionari per sottrarre la ragazza alle procedure previste dalla legge, nessuno dei miei studenti avrebbe omesso di rilevare che questo era un caso tipico d’interesse privato in atti di ufficio, punito dall’art. 324 del codice penale, che i politici hanno abrogato nel 1990. Alcuni mi avrebbero detto che nemmeno è ravvisabile l’abuso di ufficio (art. 323 del codice penale, punito con pena da 6 mesi a 3 anni) perché l’interesse illecito perseguito deve essere di natura patrimoniale; e qui si tratta di ben altro … Quelli più bravi ipotizzerebbero un reato di concussione (art. 317 del codice penale) che si ha quando il pubblico ufficiale, abusando dei suoi poteri, costringe qualcuno a fare indebitamente qualcosa nel suo interesse. Insomma è una speciale categoria di estorsione: guarda che se non fai quello che dico … Il punto è che la minaccia può essere anche implicita: se l’uomo politico è molto potente chi si azzarda a non obbedirgli? Anche se quello che chiede è assolutamente illegale. La pena: da 4 a 12 anni. In ogni modo, alla fine, tutti mi avrebbero detto: “Professore ma guardi che è un esempio poco realistico”. E io: “Come, ma ci sono stati molti casi di questo tipo!” “Si ma … casi di politici condannati?”.   


da Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2010



(S)pregiudicato illusionista


Molte volte ho scritto che, non fosse per un formalismo giuridico, B. potrebbe essere definito pregiudicato, già condannato, perfino delinquente, nel senso di persona che si è accertato ha commesso reati. Invece non si può, ho detto più volte, perché, con la legge ex Cirielli, da lui appositamente commissionata, alcuni suoi processi si sono conclusi con la formula: “Assolto per essere il reato ascritto estinto per prescrizione”. E ho spiegato che questa formula significava che non vi erano prove che dimostrassero l’innocenza di B., che tuttavia non poteva essere condannato perché era passato troppo tempo (secondo la benevola legge ex Cirielli, non tanto in assoluto) dal momento in cui i reati erano stati commessi.
Molti lettori dell’altra sponda (nel senso di fans di B.; ne apprezzo molto, senza sarcasmo, la decisione di essere informati a 360 gradi e di leggere quindi anche “il Fatto”) hanno osservato sul mio blog che questa cosa che ho detto è sbagliata perché, se non ci sono prove che ne dimostrano la colpevolezza, una persona non può essere condannata. Non basta, hanno detto, che non ci siano prove che dimostrano l’innocenza; ci pensi l’Accusa a dimostrare la colpevolezza; se non ci riesce, è ovvio che l’imputato deve essere assolto. Ci mancherebbe altro che taluno debba dimostrare la sua innocenza!

Così ho capito che avevo dato troppe cose per scontate; e me ne rammarico perché in genere non lo faccio. Quindi provo a spiegare. Tutti sappiamo che quando è passato un certo tempo previsto dalla legge e il processo non si è concluso con sentenza definitiva, il reato è prescritto: non si può più condannare. A questo punto è un problema di formule di assoluzione. Il giudice deve valutare tutte le prove contenute nel fascicolo e acquisite fino a quel momento; forse se ne potrebbero acquisire altre ma, essendo intervenuta la prescrizione, non si può più fare niente (con un’eccezione, ne parlerò dopo). Se ci sono prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, anche se ci sono prove di segno contrario ma le prime sono più convincenti, il giudice deve assolvere: “Non ha commesso il fatto”; “il fatto non sussiste”; “il fatto non costituisce reato”; perfino “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (ne ha beneficiato B. che si era fatto una legge apposita sul falso in bilancio).
Quindi, anche se è maturata la prescrizione, se l’imputato è innocente perché ci sono nel fascicolo prove che lo dimostrano, il giudice lo assolve, come si dice, “con formula piena”. Nello stesso modo il giudice deve assolvere con “formula piena” se non ci sono prove che dimostrano l’innocenza ma nemmeno ci sono prove che dimostrano la colpevolezza; insomma il principio che deve essere l’Accusa a fornire le prove della colpevolezza viene rigorosamente applicato anche quando il reato è prescritto; e, se queste prove non ci sono, si assolve sempre con “formula piena”. Ma, se ci sono prove che dimostrano la colpevolezza e non ci sono prove che dimostrano l’innocenza, allora si “assolve” per prescrizione. Che, come ognuno a questo punto capisce bene, vuol dire che se il reato non fosse prescritto l’imputato sarebbe condannato. 

Resta da chiarire un punto; è possibile che un approfondimento probatorio consentirebbe di trovare altre prove, magari favorevoli all’imputato. E, a questo punto, si tornerebbe al caso dell’assoluzione con “formula piena”. Ma non si può, c’è la prescrizione! si potrebbe dire. Eh no, perché, dice l’articolo 157 del Codice penale, “La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato”. Sicché, se B. era innocente, come da lui sempre sostenuto, doveva solo dire: “Signori giudici, andate pure avanti con le indagini e vedrete che merito un’assoluzione con formula piena”. Ma se ne è stato ben zitto e ha contato sul fatto che Minzolini e gli altri suoi amici avrebbero truffato tutti convincendoli che, finalmente, giudici non comunisti avevano riconosciuto la sua innocenza. Ecco perché tecnicamente non si può dire che è un pregiudicato; ma che c’erano prove che aveva commesso reati, questo sì, non solo si può ma si deve dire.

da Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2010



Super partes, ma dove?


Di questi tempi sembra che, tra i requisiti necessari per “fare politica”, la faccia di tolla (la tolla è la latta, quel materiale ferroso vile con cui sono fatti i prodotti usa e getta) sia il più importante. Questa riflessione si ripropone ogni volta che, tra le tante sciocchezze che B&C raccontano quanto al “caso Fini”, sento dire che questi dovrebbe dare le dimissioni dalla carica di presidente della Camera perché quella è una funzione di garanzia; perché il presidente della Camera deve essere super partes; perché Fini, essendo entrato in conflitto con il suo partito, il Pdl, e addirittura avendo in animo di fondarne un altro, è diventato uomo di parte; perché dunque questa funzione di garanzia non può più assicurarla.

Ora, è vero che le funzioni di presidente della Camera e del Senato sono funzioni di garanzia. Questo non è detto esplicitamente dalla Costituzione, però lo si capisce dalle modalità di elezione: scrutinio segreto, maggioranza richiesta assai elevata, due terzi dei componenti della Camera nelle prime tre sedute, maggioranza assoluta dei presenti dopo la terza; in questo modo vi è una ragionevole sicurezza che chi assume queste funzioni riscuota la fiducia di un gran numero di deputati e sia da questi effettivamente considerato super partes.
Il punto è che ciò è stato vero fino a quando non è stata accettata tra l’indifferenza generale la concezione proprietaria delle istituzioni imposta da B. In precedenza l’esigenza di avere presidenti di Camera e Senato liberi dai condizionamenti dei partiti, e dunque in grado di svolgere il loro ruolo in maniera autonoma e indipendente, aveva portato a una prassi rigorosamente seguita fin dal 1948: uno dei due presidenti veniva scelto tra gli appartenenti alla maggioranza, l’altro tra i deputati o i senatori della minoranza.  

Perfino la classe politica smascherata da Mani Pulite, perfino i ladri di regime avevano rispettato i fondamenti di una vera democrazia. Pochi si stupiranno nell’apprendere che l’abbandono di questa prassi di “garanzia” risale al 1994, al primo governo di B&C, quando Pivetti (Lega) fu presidente della Camera e Scognamiglio (Forza Italia) fu presidente del Senato: della serie “io so io e voi nun siete un cazzo” (Belli - Li sovrani der monno vecchio). Sicché le lagne di oggi sul tradimento di Fini, reo di aver abbandonato il partito che da 16 anni si appropria delle presidenze di Camera e Senato, fregandosene alla grande della loro “fondamentale funzione di garanzia”, sono davvero incoerenti. Ma c’è di più. B&C dovrebbero spiegare perché il fondatore di un partito, il vertice di una fazione politica, il leader di una maggioranza che ha fatto della sopraffazione (attraverso i decreti legge e il ricorso alla fiducia) il metodo abituale di esercizio del potere, dovrebbe essere considerato super partes e idoneo ad esercitare la funzione di garanzia propria della presidenza della Camera se appartiene a una formazione politica che si chiama Pdl.

Mentre perderebbe questa caratteristica se appartiene a un piccolo partito che si chiama Futuro e libertà. Perché, sia chiaro: al di là di quanto raccontato dalla propaganda del Minculpop di regime, nella realtà B&C non dicono che Fini deve dare le dimissioni perché è diventato il leader di un nuovo partito; dicono che deve dare le dimissioni perché non è più il co-leader del Pdl. È questo che gli sottrarrebbe le caratteristiche indefettibili del presidente della Camera: imparzialità, autonomia e indipendenza; che, come tutti sanno, sono le stigmate di B&C: tutti gli altri pronti a vendersi l’anima. “Io so io…”, appunto.

Da Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2010


Adesso si capisce un pò meglio perché...


Adesso si capisce un po’ meglio perché Vaticano e B&C vanno così d’accordo. In effetti un cattolico praticante e, per la verità, anche un laico raziocinante, avevano qualche difficoltà a capire come le più alte gerarchie della chiesa cattolica continuassero a gratificare B. della loro affettuosa solidarietà nonostante la figura morale dell’uomo fosse certamente abbietta. Probabilmente nei cattolici destava minor stupore il fatto che B, colpevole di gravi reati e assolto per prescrizione a seguito di una legge costruita da lui e nel suo personale interesse, venisse ciò non di meno ricevuto in Vaticano; in fondo di reati fiscali, societari, contro la pubblica amministrazione si trattava, il loro tasso d’immoralità poteva essere giudicato modesto da chi si occupa di anime e non di soldi (?).

Meno comprensibile poteva sembrare che le gerarchie ecclesiastiche continuassero ad avere rapporti cordiali con persona amica di imputati e condannati per mafia, chi in primo grado, chi in secondo, chi in via definitiva, e che aveva addirittura ospitato in casa sua un riconosciuto mafioso: ma insomma, che mafia e religione costituiscano un binomio pressoché inscindibile (basta osservare l’esibita ma sincera devozione dei mafiosi frequentatori abituali delle messe) è noto a tutti.
Certamente incomprensibile e incoerente era però il permanere di ottimi rapporti con persona che si scopava puttane previamente convocate in allegri festini presso la residenza di governo, che frequentava senza apparenti ragioni istituzionali o semplicemente amicali una minorenne, che era, ohibò, divorziato e risposato civilmente, ragione per la quale a milioni di fedeli è rifiutato il sacramento della comunione. Questo proprio non si riusciva a capire.

Fino ad oggi, veramente, quando abbiamo scoperto che anche le alte gerarchie ecclesiastiche sono convinte che gli unti dal signore meritino l’impunità giudiziaria. Magistratura e polizia belghe indagano su atti di pedofilia commessi da ecclesiastici? Cercano le prove di questi disgustosi delitti? Eseguono perquisizioni e, chissà, intercettazioni telefoniche (lì si può, pare che sia considerata una cosa intelligente da fare se si vogliono scoprire reati e colpevoli)? Addirittura trovano documentazione comprovante le violenze sessuali commesse da ecclesiastici in danno di bambini? Perfino sequestrano questa documentazione? E come reagisce la chiesa belga? La commissione nominata dalla conferenza episcopale si dimette per protesta: perché le indagini le dovevano fare loro per primi; poi, in piena trasparenza, ne avrebbero comunicato i risultati a polizia e magistratura. Da morir dal ridere, se non fosse drammatico.

Ma questa è la chiesa belga, si dirà, intemperanze alla periferia dell’Impero; che c’entra il Vaticano? Eh, non è stato il Vaticano a esprimere stupore e sdegno per le indagini della polizia belga? E non è stato tale padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, a sostenere che le condotte tenute dalla Chiesa “non hanno inteso e non hanno favorito alcuna copertura di tali delitti, ma anzi hanno messo in atto un’intensa attività per affrontare, giudicare e punire adeguatamente tali delitti nel quadro dell’ordinamento ecclesiastico”? E alla fine non è stato il Vaticano che ha presentato un ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti sostenendo la sua immunità a fronte delle denunce delle vittime di tale Andrew Ronan, un prete pedofilo, come tale noto alla sua gerarchia, che però si era limitata a trasferirlo di sede in sede ogni volta che veniva denunciato? E, alla fine, non sono stati lo stesso Papa e il cardinale Bertone ad incazzarsi con la polizia e la magistratura belghe?

Così adesso si capisce perché c’è tanto feeling tra B. e il Vaticano. Sono tutti e due convinti di essere al di sopra della legge. Il Vaticano perché è unto dal Signore; e B. perché è unto dal popolo. È quest’originale battesimo che rende inapplicabile ai preti pedofili la giustizia secolare: i loro delitti saranno puniti “adeguatamente nel quadro dell’ordinamento ecclesiastico”. Il che comunque sarebbe sempre meglio (se davvero avvenisse, ma la storia di padre Ronan non autorizza molta fiducia) di quanto avviene nell’entourage di B&C, dove non solo non si “punisce” nessuno ma chi commette delitti fa carriera politica.
Sarà perché in Italia manca una figura (per dire, vista l’impresentabilità di B&C, magari il presidente della Repubblica) che possa convincentemente affermare, come ha fatto il premier belga Yves Leterme: “Ciò che mi interessa, come primo ministro di questo paese, è che il potere giudiziario possa esprimersi in modo autonomo ed è proprio questo che sta succedendo. Le perquisizioni sono la prova che in questo paese c’è una separazione di poteri tra Stato e Chiesa e che il potere giudiziario può agire in modo autonomo”?

da Il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2010






La guerra civile di Baltazar


 In Spagna c’è un giudice; si chiama Baltazar Garzón. Credo sia una persona eccezionale: ha condotto indagini che in nessuna parte del mondo ci si è nemmeno sognati di iniziare. Da ultimo ha chiesto l’arresto di Pinochet e il sequestro dei suoi beni; ma prima di ciò si era occupato dei terroristi dell’Eta, di corruzione politica ad altissimo livello e di Telecinco, la tv privata spagnola. Insomma uno che fa sognare i cittadini e sta sull’anima al potere. Adesso ha pensato bene di andare a sgattare nella storia sanguinosa del suo Paese, al tempo dellaguerra civile. E ha constatato quello che già tutti sapevano: che ci sono stati un sacco di morti ammazzati e soprattutto circa 120.000 desaparecidos; e le famiglie di questa gente gli hanno chiesto giustizia. Lui ci ha provato. Siccome 120.000 persone scomparse non sono poche, Garzón ha pensato bene di qualificare giuridicamente il fatto come crimine contro l’umanità, lo stesso tipo di reato , per intenderci, che è stato contestato a Milosevic e agli altri criminali di guerra jugoslavi, per giudicare i quali è stato addirittura istituito un tribunale apposito, quello dell’Aja. Insomma: qualificazione giuridica e scelte processuali adeguate, restava da verificarne proceduralmente la fondatezza e, naturalmente, la sussistenza.

E magari i tribunali spagnoli avrebbero potuto dire che Garzón si era sbagliato e che nessuno era mai stato ammazzato o che non era vero che c’erano stati 120.000 desaparecidos; il che per la verità era poco probabile. Così alcune associazioni di estrema destra hanno pensato bene di denunciare Garzón per un reato di cui non ho trovato l’equivalente nel nostro codice, prevaricación: hanno detto che la qualificazione giuridica operata da Garzón – crimini contro l’umanità – era errata, che si trattava di normali omicidi e violenze commesse durante la guerra civile e che il tutto era coperto da un’amnistia emanata nel 1977. E soprattutto hanno detto che Garzón questo lo sapeva benissimo e che quindi aveva adottato un trucco, una qualificazione giuridica consapevolmente sbagliata, allo scopo di aggirare l’amnistia.

Questo perché nessuna amnistia può coprire i crimini contro l’umanità; mentre i "normali" omicidi e atrocità varie restano un fatto interno del Paese che può decidere di amnistiare i peggiori criminali del mondo: se lo fa, sono fatti suoi. Hanno trovato un giudice, tale Varela, che ci ha creduto; e adesso Garzón è sotto processo. Insomma, fanno un processo al processo iniziato da Garzón.

Per capire quanto stupida sia questa cosa, basta chiedersi cosa ci stanno a fare i gip, i Tribunali, le Corti d’Appello e le Corti di Cassazione. In effetti, quando il potere politico era meno arrogante e prevaricatore, tutti erano convinti del fatto che il sistema giudiziario era costruito per verificare la fondatezza delle accuse. Per dire: un pm accusava Benedetto Dal Popolo di aver commesso falsi in bilancio, corruzione, frode fiscale e falsa testimonianza? Benedetto si pagava 2 o 3 avvocati che facevano anche i parlamentari, faceva approvare leggi che abrogavano alcuni reati e facevano prescrivere gli altri e, alla fine, se ne usciva fischiettando dall’aula del Tribunale. Non era proprio una bella cosa ma il sistema era salvo. L’accusa era stata valutata dai giudici che avevano applicato la legge: sei innocente, finivano con il dirgli. Ed era tutto legale; certo che, se non ti chiamavi Benedetto Dal Popolo avrebbero detto: sei colpevole e vai in galera, ma così è la vita.

Siccome questo sistema certe volte è un po’ rischioso, magari anche solo le indagini danno fastidio, la gente comincia a sentire un po’ di cose, comincia a dire: ma allora..., ecco che le associazioni franchiste hanno adottato il sistema detto sopra. "Caro giudice, il processo non lo devi proprio iniziare; io ti denuncio dicendo che tu lo fai non per scopi di giustizia ma per altri di natura politica e ideologica; e qualcuno che ti condanni lo troverò".

Per la verità, le associazioni franchiste questa brillante idea non credo l’abbiano elaborata autonomamente; qualcuno deve avergli raccontato di quello che è successo in Italia a De Magistris prima e ad Apicella, Nuzzi e Verasani (i pm di Salerno) dopo. Vi ricordate? Quelli che indagavano su una Tangentopoli calabrese che chissà dove andava a finire. A De Magistris dissero che il suo decreto di perquisizione conteneva parti di motivazione non necessarie e che lui ce le aveva inserite per denigrare le persone interessate. E ai pm di Salerno che il loro decreto di perquisizione era troppo motivato e che lo avevano scritto così allo scopo di permettere legalmente alla stampa di pubblicare le informazioni che vi erano contenute.

Per fortuna noi non abbiamo il reato di prevaricación; però De Magistris l’hanno trasferito, Apicella l’hanno mandato a casa, e Nuzzi e Verasani li hanno censurati, trasferiti e gli hanno vietato di fare in futuro i pm. Soprattutto, gli hanno levato i processi, che era quello che contava. Inutile è stato far notare che la valutazione della validità processuale degli atti dei pm è riservata per legge a gip, Tribunali della libertà, Tribunali, Corti d’Appello e Corti di Cassazione; e che ammettere il processo al processo significa la distruzione delle garanzie costituzionali. La risposta (una per tutte) è stata quella data da certa professoressa Vacca, componente del Csm e della Commissione che doveva giudicare De Magistris la quale, prima del giudizio, ha esternato alla stampa nazionale che De Magistris era un cattivo giudice e che sarebbe stato duramente colpito.

Poi in effetti lo ha colpito e affondato. Questa cosa tecnicamente si chiama anticipazione di giudizio e, se venisse commessa da qualsiasi giudice, lo obbligherebbe all’astensione e lo esporrebbe (meritatamente) a un procedimento disciplinare. Naturalmente la professoressa Vacca non si è astenuta e non ha subìto alcuna conseguenza...Tornando a Garzón, come ho detto, è probabile che i fascisti spagnoli abbiano trovato ispirazione dalle nostre parti. È proprio vero che basta una mela marcia...Adesso non solo l’Italia ha scoperto il modo di "normalizzare" la giustizia.

Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile




Tra B. e un altro B.


Ero sulla mia macchina da tamarro, come dice Marco Travaglio, e ascoltavo Radio Radicale. Parlavano dell’incontro tra B. e B., al secolo B. e il cardinale Bertone. Due pezzi da 90, un presidente del Consiglio e il segretario di Stato del Vaticano. Radio Radicale diceva che B., tutto giulivo, aveva detto al suo omologo che doveva essere contento di lui perché erano riusciti a stoppare la Bonino. La cosa mi ha fatto un po’ schifo perché, da laico convinto, io riconosco il diritto del Vaticano di condurre una sua politica e di opporsi a quelli che ritiene suoi avversari; sicché, se la Bonino dal loro punto di vista è il diavolo, bene ha fatto il Vaticano a cercare alleanze e a sponsorizzare altri concorrenti. Ma anche dal Vaticano, come da tutti, si deve pretendere coerenza.

La Bonino è il diavolo perché appartiene a un’area politica e segnatamente a un partito che promuove l’aborto, il divorzio, il fine vita dignitoso etc etc, tutte cose che al Vaticano non piacciono; e, come ho detto, è legittimo che non gli piacciano. Ma il partito di B. disprezza le leggi dello Stato ed è profondamente inquinato dal malaffare. Lo stesso B. è uomo con una storia giudiziaria impensabile per un leader di governo che non sia un dittatore africano e dalle abitudini private che il segretario di Stato del Vaticano dovrebbe trovare inaccettabili. Insomma, un leader che ritiene l’evasione fiscale, qualificata pubblicamente come legittima difesa, cosa buona e giusta; che è a capo di un partito che conta in quantità industriale inquisiti per reati gravissimi e che distrugge il sistema giudiziario del Paese per assicurare l’impunità a sé e ai suoi amici; è davvero persona con cui il Vaticano può stipulare alleanze senza tradire la sua stessa ideologia religiosa?

Verrebbe da pensare di no; ma forse la risposta giusta è: sì. Mi ricordo che, un paio d’anni fa, fui invitato a partecipare a un talk show presso un’emittente televisiva romana, non me ne ricordo il nome ma era sulla via Aurelia. Scoprii al mio arrivo che era una tv del Vaticano. Era un posto molto moderno, numerosi edifici e studi nuovi e bene attrezzati; per dire, lo studio di Annozero, in confronto, era una cosa da poveretti. Una simpatica signora faceva gli onori di casa e chiacchierai un po’ con lei. Scoprii che la tv era finanziata da pubblicità (in effetti ce ne era molta) e… dall’8 per mille. Rimasi esterrefatto: come, l’8 per mille? Eh, sì. Mi incazzai moltissimo; in quel periodo c’era una bellissima pubblicità sull’8 per mille: un bambino, un vecchio, un missionario e molti altri personaggi pronunciavano ognuno una parte di un discorso bellissimo il cui succo era che questi soldi servivano per fare tante bellissime cose che aiutavano i poveri e i derelitti. Una cosa veramente geniale: io, che davo il mio obolo a un’associazione ambientalista, avevo quasi voglia di convertirmi…
Ora, possibile che il Vaticano impieghi i soldi dei cittadini per finanziare una sua emittente televisiva, soprattutto senza dire niente a nessuno? Eh, possibile sì. Così la verità alla fine è che il Vaticano si comporta come un qualsiasi partito: persegue i suoi scopi, racconta balle alla gente per gattonarsi il consenso, non è imbarazzato né da coerenza né da etica. Mi sa che il cardinale Bertone, uomo suppongo assai colto, abbia fatto proprio uno dei celebri detti di Seneca: “Fate quello che dico, non fate quello che faccio”.

da Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2010




Il responsabile che ti meriti


Andrea Orlando è il responsabile del settore giustizia del Pd. È l’autore di un progetto di riforma della giustizia che è un misto di luoghi comuni e di proposte che hanno il solo merito di essere utili a B&C: separazione delle carriere di pm e giudici, processo morto, discrezionalità dell’azione penale. Possiede un titolo di studio: maturità scientifica. Prescindendo dal merito del suo progetto (molto modesto il livello tecnico, in certi casi semplici enunciati ripresi dagli slogan propagandistici di B&C), la domanda che ci si dovrebbe fare è: perché il Pd ha scelto Orlando quale responsabile per la giustizia? Che non è una domanda da poco perché, prima di tutto, è appena ovvio che uno che non sa niente di un problema, se lo mettono ad occuparsene, bene che ci vada proporrà qualche fotocopia di soluzioni già proposte da altri che sapevano quello che dicevano; e, male che ci vada, sparerà qualche… stupidaggine, frutto della sua ignoranza.

Naturalmente si potrebbe rispondere che sarebbe stato bello poter ricorrere a qualche esperto di giustizia ma che c’era poco da scegliere, il convento del Pd Orlando passava. Che però sarebbe una solenne bugia perché, tra le file del Pd, ci sono, tra gli altri, D’Ambrosio, Casson, Della Monica, tutti magistrati con decine di anni di esperienza. Ci sono anche avvocati (tra altri Chiurazzi e Galberti). Insomma c’è gente che conosce bene i problemi della giustizia, ha passato una vita a combatterci e sarebbe stata in grado di proporre decine di ottime soluzioni che avrebbero avuto l’unico torto di essere pertinenti, concrete e di tenere in nessun conto l’impunità di B&C.

In particolare Gerardo D’ambrosio vanta nel suo curriculum la bellezza di 10 disegni di legge da lui proposti al tempo del governo Prodi: vi ricordate? Quello che non ha mosso un dito per proporre una legge sul conflitto di interessi e per abrogare la legge che depenalizzava il falso in   bilancio; e che, in compenso, ha partorito un disegno di legge Mastella (altro super esperto di giustizia) in materia di intercettazioni al cui confronto quello in esame oggi al Senato è un capolavoro di tecnica legislativa. C’è da dire che devo essere uno dei pochi estimatori di questi disegni di legge. Forse perché avevano il torto di occuparsi di problemi concreti: tra altro, notifiche (con sospensione dei processi contro irreperibili che costano tempo e soldi e non servono), riduzione dei casi di Appello e ricorso in Cassazione, abolizione del processo abbreviato (che serve solo a garantire una irragionevole riduzione di pena e che costa, in tempo e danaro, quanto un processo normale), ampliamento del patteggiamento (con contestuale ammissione di responsabilità, il che significa utilizzare la sentenza di patteggiamento nei processi civili e amministrativi con risparmio di tempo misurabile in anni).

Il governo Prodi questi disegni di legge non se l’è filati per niente; e adesso comincio a capire che il problema era che non si inquadravano molto nella politica dei dialoghi costruttivi per riforme condivise che sono la specialità di Orlando e del Pd. A questo punto, perché uno che ha la maturità scientifica e che di diritto sa niente (come ampiamente dimostrato dalle sue proposte) sia prescelto in un parterre di avvocati e magistrati esperti, si capisce bene: perché la riforma della giustizia è già scritta: da B&C. E il Pd ha un obiettivo prioritario: che sia sollecitamente approvata. Una riforma condivisa, appunto.

Da Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2010


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