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Bruno Tinti presenta "La questione immorale"


 questione immorale

Il problema più urgente: riformare la giustizia. Separazione delle carriere, non obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile dei magistrati, blocco delle intercettazioni telefoniche. Più che l’efficienza della giustizia ai politici sembra stare a cuore il controllo dei magistrati e la garanzia dell’impunità.


Nell'ambito dell'iniziativa "I venerdì letterari" a Crescentino, Bruno Tinti presenta "La questione immorale".

Venerdì 21 maggio, Crescentino (VC), ore 18.15
c/o Biblioteca Civica Degregoriana, Villa Tournon, Via Galileo Ferraris.


La scheda del libro
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A lezione di legalità


Gli Amici di Beppe Grillo di Roma organizzano il 28 aprile,  alle ore 20, al Caffè Letterario (via Ostiense 95), la prima "Lezione di legalita'" con tema la riforma della legge sulle intercettazioni.

Interverranno Bruno Tinti, autore dei libri “La questione immorale” e “Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa” (edizioni Chiarelettere), Antonio Massari, autore del volume “Il caso de Magistris” ed entrambi collaboratori de “Il Fatto Quotidiano”.

L'evento sarà trasmesso in diretta streaming su http://www.livestream.com/staffgrilliromani.
L'evento su Facebook








Bruno Tinti presenta "La questione immorale"


questione immorale
Il problema più urgente: riformare la giustizia. Ma ai politici sembra stare a cuore solo il controllo dei magistrati e la garanzia dell’impunità.

Bruno Tinti presenta "La questione immorale".

Trento, 10 aprile, ore 20.30
c/o Sala Rosa della Regione, Piazza Dante
Scarica la locandina

Oggiono (LC), 12 aprile, ore 21
C/o Sala convegni della Banca di credito cooperativo dell'alta Brianza, via Lazzaretto 15

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Bruno Tinti porta la giustizia a teatro





XL EXTRA LEGEM - Giustizia su Misura

di e con Bruno Tinti

25 novembre ore 21, Castel San Pietro Terme (BO) - Teatro Comunale Cassero

26 novembre ore 20,45, San Daniele del Friuli (UD) - Auditorium Alla Fratta


Musiche originali: Valentino Corvino
Violino & live electronics: C_project
Creazioni & live video: Tommaso Arosio
Scene e costumi: Rosanna Monti
Disegno luci: Angelo Generali
Datore luci: Giulio Camporesi
Regia: Franco Travaglio


Pigliamola da lontano. In qualsiasi Paese, se due persone non vanno d’accordo possono risolvere il loro problema solo in due modi: applicano una legge che dà ragione ad uno e torto a un altro; oppure fanno a botte e vince il più forte.
Non c’è un’alternativa. O c’è una legge e la si rispetta; o la legge che si applica è quella del più forte.

Ora, questa cosa la sappiamo tutti; solo che la capiamo di solito in un modo un po’ restrittivo: il più “forte” è quello più forte muscolarmente o più forte perché è armato. Tendiamo a credere insomma – perché in questo senso c’è una forte e maliziosa pressione dei padroni dell’informazione – che la “forza” sia solo quella delle armi. Così, quando qualcuno dice che la forza ha prevalso, noi pensiamo alla forza della mafia, alla violenza del terrorismo, allo strapotere dell’esercito e roba simile.

Ma la “forza” non è solo quella.

In una società complessa, come sono tutte quelle nelle quali viviamo, la “forza” ha tante facce. C’è la forza del denaro, naturalmente. Chi ha più soldi si può procurare gli strumenti più adatti, le autorizzazioni necessarie, le opportune garanzie, gli avvocati più preparati.
E c’è anche la forza del ceto sociale cui si appartiene. Un modesto artigiano non ha mai lo stesso “potere” del funzionario dello Stato o dell’avvocato di affari.
E c’è la forza del gruppo religioso di appartenenza, del partito politico in cui si milita personalmente o cui appartiene l’amico o il parente, della loggia massonica, del branco di ragazzi del quale si fa parte, della tifoseria con la quale si va alla partita, dell’associazione culturale o para-culturale etc..
Questa “forza” viene impiegata ogni giorno, in ogni occasione, da un numero sterminato di cittadini che si servono della “forza” per violare le regole.

Allora. I giudici servono a questo: a fare rispettare le regole.
Per la verità questo compito, in un Paese complessivamente sano, nel quale il rispetto del regole sia tendenzialmente diffuso, non è particolarmente gravoso. In Paesi di questo genere il ruolo della magistratura non è molto rilevante; e l’esigenza di averne una con particolari qualità non si pone proprio.

Nel nostro Paese, dove il rispetto delle regole è pochissimo diffuso il giudice ha compiti parecchio più difficili. Soprattutto perché, naturalmente, chi non rispetta le regole è, in genere, chi ritiene di poterselo permettere; dunque il “forte”, quello che conta sull’impunità e sul successo delle sue prevaricazioni. Ed è quindi fatale che vi sia una contrapposizione feroce tra il giudice e la “forza”. L’amministrazione della giustizia quindi serve ai deboli. A coloro che non hanno la forza sufficiente a procurarsi da sé ciò a cui hanno diritto; oppure a non vedersi strappato via quello a cui hanno diritto. Per questa gente il ricorso al giudice è l’unico strumento che ha per ottenere ciò che gli spetta. Naturalmente, anche per loro c’è un’alternativa: rivolgersi a un qualche “potere forte”.
Quindi la “forza” è in concorrenza con la “giustizia”.

Ma non serve solo a questo la giustizia. Serve anche a far sì che si sia in democrazia. E anche questa cosa non è proprio capita bene da tutti.
Se chiediamo a un campione più o meno nutrito di persone che cosa pensa che sia la democrazia, ci sentiamo inevitabilmente rispondere che la democrazia è la possibilità di scegliere chi ci governa. In sostanza saremmo in democrazia se e quando scegliessimo chi governa.

Già detta così, dovremmo concludere che il nostro non è un Paese democratico visto che non siamo mai stati e oggi siamo ancora meno liberi di scegliere chi governa: le liste elettorali vengono fatte non da noi, ma dai partiti (i “poteri forti”); e, con la legge elettorale attuale, gli elettori non possono neppure dare la preferenza a questo o quel candidato, perché i candidati se li decidono le segreterie dei partiti.

Ma il motivo reale per cui, in fondo, non viviamo in un Paese propriamente democratico è un altro.
La democrazia non è solo un metodo di scelta del governante; fondamentalmente, è un metodo di esercizio del potere.
Questa cosa non ce la dicono mai; tutti (tutti i politici) continuano a riempirsi la bocca con il fatto che loro sono i rappresentanti del popolo che deve essere felice perché ha avuto la fortuna di poterli eleggere “liberamente” (mah). Ma il punto è che democrazia non significa solo questo: significa che nel Paese in cui i cittadini sono così fortunati da potersi eleggere i loro rappresentanti, poi tutti sono trattati ugualmente e le leggi si applicano a tutti, anche a coloro che le fanno.

Se ci pensiamo un po’, in Italia, oggi, non c’è tanta democrazia.
Il potere legislativo e quello esecutivo sono nelle mani delle stesse persone (chi governa ha anche il controllo del Parlamento). E questa gente sempre più spesso fa le leggi che servono a lei, non quelle che servono ai cittadini.
Ecco perché il giudice, nel nostro Paese, si trova nei guai. Perché è ancora libero dal controllo dei “poteri forti”; e quindi è rimasto l’unico strumento per quelli che non hanno “forza” per far valere i propri diritti.
Il giudice è “ancora” libero.
Ma fino a quando; e cosa si dovrebbe fare perché resti libero?

Ma un giudice “libero” non è sufficiente: occorre ancora che possa davvero fare il giudice,  amministrare Giustizia; altrimenti la sua “libertà” sarebbe inutile.
E allora la domanda successiva è: cosa si dovrebbe fare perché il giudice possa davvero amministrare Giustizia?
Questo spettacolo prova a rispondere a queste domande.

Bruno Tinti



Come siamo arrivati fin qui


Pubblico qui di seguito il mio commento pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 ottobre, con le risposte di Barbara Spinelli (16 ottobre) e Sabina Guzzanti (21 ottobre). Buona lettura.
Bruno Tinti

Mi chiedo: com'è possibile che di certe cose si discuta? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che gli ebrei non potessero godere dei diritti più elementari; e che, periodicamente, fosse ritenuto giusto che essi perdessero il diritto alla vita? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che era giusto per conti, baroni e principi, avere il diritto di violentare le donne loro suddite quando queste si sposavano (si chiamava "jus primae noctis")? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che i "negri" fossero una razza inferiore? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che le donne non erano neppure esseri umani dacché non avevano l'anima; e che, in molti Paesi, fosse ritenuto giusto fino a pochi anni fa che esse non potessero votare? Oggi queste cose, e altre ancora, ci sembrano assurde e improponibile ogni discussione sul punto. Eppure filosofi, scienziati, giuristi, per non parlare dei tanti uomini comuni che hanno ucciso, soggiogato, violentato nel nome di queste convinzioni, hanno sostenuto queste assurdità, impegnando la loro forza, la loro intelligenza e, quando era il caso, la loro cultura e la loro scienza. Ed erano le stesse persone che educavano i loro figli nel rispetto dei principi religiosi; erano le stesse persone che facevano elemosine, assistevano i malati, svolgevano anche ad alto livello professioni impegnative.

Eppure. Oggi, nel nostro Paese, siamo arrivati a discutere seriamente della non applicabilità della legge penale al presidente del Consiglio, cioè a un cittadino cui è affidato un pubblico servizio, probabilmente il più importante che ci sia in un paese democratico. Siamo arrivati a teorizzare che è giusto che questo cittadino possa corrompere giudici, falsificare bilanci, commettere frodi fiscali, e che però non possa essere processato. Siamo arrivati a teorizzare che, anche se questo cittadino venisse sorpreso subito dopo aver ucciso la moglie, ancora con il coltello sanguinante in mano; oppure se 50 persone lo vedessero mentre prende a calci un cane, lasciandolo agonizzante sull'asfalto; ebbene sarebbe giusto non processarlo. Perché, si dice, egli è stato eletto dal popolo; e la volontà popolare deve essere rispettata prima di tutto, perfino prima della possibilità di irrogare le giuste sanzioni per crimini eventualmente commessi; perfino prima del principio di uguaglianza tra i cittadini che è il cardine degli ordinamenti democratici nei Paesi moderni. Ma potrebbe la volontà popolare portare un assassino al potere? E, se così avvenisse, sarebbe giusto che l'ordinamento giuridico non apprestasse rimedi per una simile assurdità? E mi accorgo che anche io sto cadendo nella trappola, che discuto e mi sforzo di portare argomenti per confutare l'indifendibile, per dimostrare un'assurdità che è evidente di per sé; un'assurdità che, tra qualche anno (ma quanti, accidenti, quanti?) tutti considereranno con stupore e indignazione, così come oggi si pensa con stupore ed indignazione alla ormai lontana sofferenza legalizzata di ebrei, "negri" e donne. Perché la domanda non è, non deve essere: "Questo Lodo Alfano è giusto o no?" La domanda deve essere: "Ma come siamo arrivati a tanto? Dove abbiamo sbagliato?"

Berlusconi e l'album di famiglia

di Barbara Spinelli, 16 ottobre 2009

Il pericolo non viene dalle masse
di Sabina Guzzanti, 21 ottobre 2009



Beh, finalmente c'è stata la prima


Non ero preoccupato, tutto era stato preparato bene, ma curioso sì.

E’ venuta molta gente e a me è sembrato strano che così tanti abbiano pagato per sentirmi. E’ stata un’esperienza nuova, mi ha fatto pensare che forse erano interessati davvero.

I video e le musiche di Valentino Corvino erano bellissimi e molto evocativi.

Poi ho imparato un sacco di parole di gergo, in particolare che, proprio prima dello spettacolo, mentre te ne stai tutto solo dietro le quinte, quando passa qualcuno devi dirgli “merda”. Mi sembrava buffo e però l’ho fatto molto disciplinatamente.

Quello che mi è sembrato sia piaciuto di più a tutti è stato l’ultimo monologo, quando ho parlato della Costituzione. Qualcuno (certamente io) si è emozionato.

Adesso sembra che lo porteremo in giro per l’Italia.

Se venite a vedermi, quando ho finito di “recitare” (parola grossa), venite a salutarmi e a dirmi che siete lettori del blog.

Per adesso, saluti a voi.


"XL EXTRA LEGEM. Giustizia su misura" di e con Bruno Tinti con la regia di Franco Travaglio.
Per saperne di più



Separazione delle carriere e limiti alle intercettazioni telefoniche



Vi propongo la puntata di ieri di "Le Storie - Diario italiano" (Rai Tre), nella quale - insieme a Corrado Augias - abbiamo affrontato i punti caldi della riforma della giustizia.
Mandatemi le vostre impressioni.
Bruno Tinti

Guarda la puntata


Post scriptum

Venerdì 27 febbraio alle 19.45 sarò ospite di Radio 24 a "La zanzara".




Giustizia e informazione sotto assedio







Nessuno tocchi la casta



Pubblico la mia intervista curata da Gianluca di Feo e apparsa su l'Espresso di questa settimana.
Bruno Tinti

La riforma della giustizia? È diventata una paradossale lotta di classe. Perché gran parte della classe politica si batte da almeno 15 anni per paralizzare procure e tribunali. Ma è soprattutto una "questione immorale", che ha perso qualunque decenza. Bruno Tinti, fino a tre mesi fa procuratore aggiunto di Torino, ama definirsi "un cantastorie, che scrive e racconta quello che ha imparato": con un linguaggio semplice e diretto spara a zero sui programmi del governo. Tinti non è una toga rossa: piuttosto è una 'toga rotta', per parafrasare il titolo della sua fortunata opera prima, che non risparmia critiche nemmeno ai magistrati. E il suo nuovo libro, 'La questione immorale', è destinato a irrompere nel dibattito sulla riforma della giustizia, demolendo uno a uno gli argomenti del ministro Angelino Alfano. "È dai tempi di Mani pulite che la classe politica, senza distinzioni di partito, lavora per lo stesso obiettivo: conquistare l'impunità. In questi giorni ho ripensato a quando andavo in carcere per interrogare un bandito che voleva collaborare, un rapinatore o un ladro che aveva deciso di fare i nomi dei complici. Assistevo sempre alla stessa scena: mentre il pentito veniva accompagnato al colloquio, tutti i detenuti, non solo quelli che lui avrebbe accusato, lo riempivano di insulti e di minacce. L'omertà era un bene che andava difeso da tutti i delinquenti che avevano un interesse comune: l''infame' va bloccato perché sennò il sistema salta. Ecco, gran parte della politica adotta la stessa logica: non ha importanza quali sono i guai occasionali di questo o quel politico, c'è un interesse comune: l'impunità. Le intercettazioni, ad esempio, non si devono fare perché oggi può toccare a me, domani a te".

Ogni riforma creata per aumentare lo scudo a protezione dei potenti non incide solo sui loro processi: aumenta l'inefficienza dell'intero sistema, fa lievitare la montagna di fascicoli arretrati e reati dimenticati. A leggere il libro nasce un sospetto: questa paralisi è un danno collaterale o c'è la volontà di creare un'impunità di massa? "È un effetto sicuramente voluto nella parte in cui fa riferimento a singoli interventi. La riforma dell'interesse privato in atti d'ufficio e dell'abuso d'ufficio ha reso praticamente impossibile punire i reati commessi dagli amministratori pubblici. La riforma delle intercettazioni renderà impossibile farle. In questi casi la volontà politica è evidente: il malaffare non deve essere scoperto. E, se proprio viene scoperto, non deve essere conosciuto dai cittadini. Insomma, l'inefficienza è cercata, perseguita e voluta. Ci sono poi altre situazioni in cui l'estensione dell'impunità è un effetto secondario. Come la riforma del falso in bilancio: ciò che interessava era fermare un singolo processo, poi la legge è rimasta lì e ora non c'è modo di punire condotte terribili per l'economia del paese". Di controriforma in controriforma, il rischio è quello di svuotare la Costituzione. Ma nell'elenco delle demolizioni in corso da parte del governo, c'è un progetto che lei considera più pericoloso per la democrazia? "Metterei sullo stesso piano la riforma delle intercettazioni e l'inasprimento delle pene per i giornalisti e gli editori: il pericolo più grande per la democrazia è il bavaglio all'informazione. In realtà, con le ultime novità, non ci sarà bisogno di imbavagliare l'informazione: semplicemente non si faranno più intercettazioni e alla fine non si faranno nemmeno i processi".

E le riforme possibili? Ci sarà qualcosa che si può fare per rendere più rapidi i processi? "Sono riforme solo teoricamente possibili. Perché la politica non vuole che la giustizia funzioni". Ma mettiamo che all'improvviso l'Italia fosse obbligata ad adottare alcuni interventi, quali indicherebbe? Tinti mette al primo posto la razionalizzazione delle circoscrizioni: in pratica, eliminare i tribunali troppo piccoli e frazionare quelli troppo grandi. Seguita subito dalla riforma delle notifiche. Oggi gli imputati devono essere avvertiti di ogni fase del processo; se non lo sono, tutto nullo. Fino al 2005 se ne potevano occupare anche le forze dell'ordine, poi questo è stato vietato e il compito è stato riservato alle poste o agli ufficiali giudiziari. Risultato: il numero di udienze andate all'aria è moltiplicato. "Ma non è solo questo il problema: la vera riforma è concettuale. Un cittadino sottoposto ad indagine deve essere subito avvertito: 'Guarda che ti facciamo un processo', poi l'onere di informarsi di quello che accade dovrebbe essere suo. Non è possibile che lo Stato debba andarlo a cercare dappertutto. Occorre una inversione logica: una volta che l'imputato abbia nominato il suo difensore o ne abbia ricevuto uno d'ufficio, le notifiche dovrebbero essere fatte solo all'avvocato. E se il cliente si rende irreperibile peggio per lui. Ma questa riforma non si farà mai: le si oppongono sia l'ideologia delle garanzie, vere o finte che siano; sia l'interesse degli avvocati. Per gli avvocati le notifiche sono una manna: i processi si fanno saltare con le nullità delle notifiche; e così passa il tempo e si raggiunge la prescrizione".

E i magistrati? Il libro non li risparmia. "Certo, la magistratura ha molte responsabilità. Ma non c'è la volontà di opporsi alle riforme che farebbero funzionare il processo. La mia critica verso i magistrati riguarda le logiche con cui vengono gestite le nomine dei capi degli uffici. O la strumentalizzazione dei rapporti di potere interni che viene fatta da alcuni per garantirsi carriere parallele: i posti di prestigio accanto a ministri e deputati; l'elezione a parlamentare, il 'fuori ruolo' che da venti anni non fa il giudice ma sta in mezzo alla gente che conta. Logiche non trasparenti, talvolta inaccettabili e spesso anche immorali, con cui viene gestita la carriera dei magistrati".

Il volume ha una conclusione cupa. Tinti ammette di non essere riuscito a far nulla per migliorare la giustizia. "Dal punto di vista concreto hanno vinto loro. È illusorio sperare che una classe politica in gran parte fondata sul malaffare ponga mano a una riforma concreta. A loro interessa solo quello che porta acqua al mulino dell'impunità. Ma sono anche ottimista. Perché c'è sempre più gente che comincia a spiegare all'esterno: 'Guardate che vi stanno mentendo'. E c'è sempre più gente che sta rendendosi conto...". Piercamillo Davigo parla spesso della teoria del pendolo: ci sono momenti storici in cui fattori esterni, come la crisi economica o la congiuntura internazionale, determinano una richiesta di giustizia che non può più essere negata. A quel punto si torna a dare incisività all'azione penale. "Ma questo significherebbe che il Paese è arrivato alla bancarotta. Però è vero, forse quando avremo toccato il fondo ci sarà un ricambio". E infatti Tinti conclude ricordando il crollo dei Muro di Berlino: "Nessuno sa bene perché è crollato; però è successo e tutti cantavano ed erano felici. Un giorno anche la giustizia italiana cambierà; come è successo per il Muro".



La saga delle intercettazioni



Cari amici, la mia rubrica abbandona la home page di Chiarelettere e si guadagna un blog tutto suo.
Intanto ditemi cosa ne pensate del primo post.
Vi aspetto.

Bruno Tinti

Non credo restino molti dubbi sullo scopo che la nostra classe politica intende perseguire quanto alle intercettazione telefoniche: non si debbono fare. Punto e a capo.

In un primo tempo il metodo da utilizzare sembrava dovesse essere quello di ridurre all’osso i reati per i quali le intercettazioni sarebbero state consentite: solo quelli puniti con pene superiori a 10 anni di reclusione. Restavano fuori un sacco di reati gravi ma pazienza, quello che importava era che, tra quelli per cui non si poteva intercettare c’erano tutti i reati contro la Pubblica Amministrazione; cioè tutti i reati abitualmente commessi dalla classe politica. Che infatti proprio in vista di questo obbiettivo si dava da fare per riformare la disciplina relativa.

Poi qualche politico più attento di altri alle reazioni dell’opinione pubblica deve aver pensato che a tutto c’è un limite e che forse i cittadini non avrebbero apprezzato, e magari la prossima volta avrebbero votato “male”. E così hanno studiato un sistema diverso per ottenere lo stesso risultato; sistema che ha il pregio di non disgustare troppo i futuri elettori che, naturalmente, masticando poco di diritto, non dovrebbero essere in grado di capire fino in fondo i trucchi utilizzati per garantire comunque l’impunità alla casta e ai suoi fiancheggiatori.

Questa considerazione può essere facilmente condivisa leggendo quella parte del DDL che modifica modalità di richiesta, presupposti e termini di durata delle intercettazioni; la trascrivo qui di seguito...

continua

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