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Infiltrazioni pericolose


La P3 si è occupata di molte cose, alcune conosciute e altre che scopriremo nei prossimi giorni; tra queste, ciò che allarma di più è l’infiltrazione nella magistratura. Siamo abituati a considerare la politica largamente inquinata; pochi si indignano, pochissimi reagiscono; molti considerano il malaffare una caratteristica ineliminabile della nostra classe dirigente. A pensarci bene, forse è sempre stato così: forse la corruzione e l’interesse privato sono endemiche nella democrazia.

Può essere che la celebre frase di Churchill (la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre che si sono sperimentate finora) sia stata ispirata anche da quest’amara constatazione. E tuttavia, come per ogni altra cosa di questo mondo, anche la democrazia funziona con un sistema di equilibri: la corruzione, la strumentalizzazione, l’inquinamento della politica sono controbilanciati da controlli istituzionali e sociali. La magistratura e l’informazione sono i cani da guardia contro i malfattori pubblici. Poche volte riescono ad azzannarli prima che si prendano l’argenteria; qualche volta li azzannano con il sacco ancora pieno; e molte volte li dissuadono dallo scavalcare il recinto per impadronirsene. 
 

Molte volte. Era quello che credevamo prima della P3. Perché i cittadini dovrebbero aver fiducia nei giudici del loro paese? Perché sono professionalmente molto preparati? Sì, questo aiuta. Perché lavorano moltissimo? Anche questo, certo. Perché sono imparziali? Ecco, questo soprattutto. I cittadini possono aver fiducia nei giudici quando sanno che non tengono per nessuno, che decideranno i loro processi senza condizionamenti e senza preferenze. Perché questo succeda, la nostra Costituzione prevede molte garanzie per i giudici: non possono essere trasferiti senza il loro consenso; non sono pagati in base all’esito del processo; sono promossi o puniti per eventuali comportamenti illeciti da un organo non soggetto alla politica, il Csm. Naturalmente tutto questo costituisce il sistema di “protezione” dei giudici; poi sta a loro corrispondere alle aspettative dei cittadini. E in effetti i giudici sembrano degni del loro ruolo. Nessun giudice accetta raccomandazioni: “Accogli la domanda di Tizio, è tanto una brava persona, Caio, invece è un disonesto”; chi dicesse questo a un giudice sarebbe cacciato in malo modo. “Assolvi Sempronio, è amico di Cesare che te ne sarà grato”; il giudice denuncia alla Procura chi gli fa proposte del genere. 

Poi abbiamo scoperto un sistema di raccomandazioni per mandare Marra a fare il presidente della Corte d’Appello di Milano: potenti e reggicoda di potenti si sono sbattuti per assicurargli questa nomina. E il Csm lo ha nominato. Adesso la domanda è: se qualcuno dei magistrati che componevano il Csm ha ascoltato queste raccomandazioni; se non ha cacciato in malo modo questi intrallazzatori incapaci perfino di parlare in italiano; se ha espresso il suo voto per favorire il raccomandante e garantirsi favori futuri; se insomma ha svolto il suo compito costituzionale favorendo indebitamente un candidato a scapito di altri. Se qualcuno di questi magistrati ha fatto tutto questo; come avrà deciso i processi che gli erano affidati quando faceva il giudice? Quante raccomandazioni avrà accolto? Quante parti di processi civili avrà favorito a danno di altre? Quanti colpevoli avrà assolto o, peggio (vengono i brividi solo a pensarlo) quanti innocenti avrà condannato? E, alla fine, c’è un’altra domanda. Come può sopravvivere una democrazia gestita da una classe politica corrotta, priva di una magistratura imparziale e con un’informazione imbavagliata?

da Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2010



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