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Ma lei non si vergogna?


Transparency International ha pubblicato il CPI (Corruption Perception Index) 2010. L’Italia occupa il posto numero 67 su 178. Prima di noi tutti i paesi Ue, G8 e G 20, fatta eccezione di Romania (69), Bulgaria (73) e Grecia (78). Prima di noi, soprattutto, Malesia (56), Turchia (56), Tunisia (59), Croazia e Macedonia (62), Ghana e Samoa (62), Rwanda (66). Naturalmente per B&C il CPI non ha nessun significato. Corruzione percepita? Impressioni soggettive! Processi politici di giudici comunisti! Impressioni soggettive un cazzo.
 
1) Non si può valutare il livello di corruzione in un Paese comparando la quantità di reati accertati. Questo dato dimostra solo l’efficienza del sistema giustizia di quel paese: quante corruzioni hanno scoperto i poliziotti, quanto hanno funzionato i sistemi di controllo interni della Pubblica amministrazione, quante condanne sono state inflitte dai tribunali. Quindi il cosiddetto criterio oggettivo non serve a niente. In ogni modo, se anche lo si utilizzasse, considerata l’inefficienza del nostro sistema giustizia (anche B&C ne convengono visto che ogni giorno annunziano che la riformeranno dopodiché finalmente funzionerà), è giocoforza concludere che in Italia i reati di corruzione non vengono scoperti e dunque si deve procedere per stime proporzionali. Proprio come si fa, per esempio, quando si valuta l’evasione fiscale: stima sulla quale nessuno trova da ridire, anzi: sul gettito della lotta all’evasione è fondata la finanziaria.
2) Transparency International richiede in particolare il parere di analisti e uomini d’affari; cioè gente che studia professionalmente il fenomeno (gli analisti) e che lo vive sulla propria pelle (gli uomini d’affari). E considera attendibile il risultato solo se la stessa valutazione è fornita da almeno tre delle fonti cui si rivolge. Inoltre richiede una valutazione coincidente tra le fonti residenti e quelle non residenti; in altri termini, gli uomini d’affari italiani e quelli stranieri hanno dato la stessa valutazione del livello di corruzione in Italia.
3) Aggrapparsi alla soggettività di Transparency International è, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, ridicolo. Noi siamo il Paese che vuole bloccare le intercettazioni che sono l’unico   strumento che permette di scoprire la corruzione. Noi siamo il Paese che ha depenalizzato di fatto il falso in bilancio che era l’unico modo per accertare il “nero”, cioè la costituzione dei fondi riservati utilizzati per corrompere. Noi siamo il Paese che ha dimezzato i termini di prescrizione per la corruzione (e anche per tanti altri reati) e che vuole ammazzare i processi pendenti con il cosiddetto processo breve. Noi siamo il Paese che si occupa da 15 anni di salvare il suo presidente del Consiglio da processi di frode fiscale e corruzione.

Come dicevo, impressioni soggettive un cazzo. Finiamo con un contributo personale. Qualche tempo fa, una TV olandese mi ha intervistato per un servizio sulla situazione politica, giudiziaria e sociale italiana. Alla fine il conduttore-regista mi ha chiesto con molta serietà (gli avevo raccontato che avevo fatto tante rogatorie): “Ma lei, quando va a lavorare all’estero, non si vergogna di essere italiano?”.

da Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2010


Lunardi e la Camera


Come tutti sanno la Camera dei deputati non ha deciso sull’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Lunardi e ha richiesto al Tribunale dei ministri di Perugia (che lo vuole processare per corruzione) ulteriori atti. Decisione politica, come testimoniato dal fatto che la maggioranza ha votato compatta per rinviare la decisione e l’opposizione, altrettanto compatta, per concedere subito l’autorizzazione.
È ovvio che l’identità tra il voto del singolo parlamentare e la posizione “ufficiale” del partito di appartenenza esclude l’indipendenza di giudizio; il che, del resto, è la regola tra i nostri politici per i quali i loro sono sempre innocenti e gli altri sempre colpevoli. Però, prescindendo dagli ordini di scuderia, era giusto processare subito Lunardi (e quindi concedere l’autorizzazione) oppure no?
 
Vediamo. Lunardi è indagato per corruzione: quando era ministro avrebbe concesso un finanziamento di due milioni e mezzo di euro alla Propaganda Fide, diretta all’epoca dal cardinale Sepe, che, per ringraziamento, gli avrebbe venduto a prezzo di favore (in realtà a una società immobiliare di cui era amministratore il figlio) un palazzo di pregio sito in Roma; per lo stesso reato, ovviamente, anche il cardinale Sepe è indagato. La Camera ha ritenuto che, per decidere se concedere l’autorizzazione oppure no, doveva avere un quadro completo della situazione e quindi ha chiesto, in aggiunta agli atti già trasmessi e che riguardavano Lunardi, anche quelli concernenti il suo complice Sepe. Qui bisogna sapere che questa stessa richiesta era già stata fatta dalla giunta per le autorizzazioni a procedere (che prepara una relazione per la Camera) e che il Tribunale dei ministri di Perugia aveva risposto picche, ritenendo che gli atti trasmessi fossero sufficienti. Sicché tutto lascia pensare che si finirà davanti alla Corte costituzionale.

Con quanto  vantaggio per la celere definizione del processo ognuno può immaginarlo. Il fatto è che la corruzione è, come si dice in gergo, un reato a concorso necessario: c’è il corruttore e c’è il corrotto. Il reato sempre uno è, commesso da due persone con ruoli differenti. Perciò, sotto questo profilo, la richiesta della Camera, “datemi anche gli atti che riguardano Sepe, voglio capire bene come sono andate le cose”, è ragionevole. In altri termini la Camera non ha chiesto atti che riguardavano un fatto diverso, non necessari per la sua decisione (per la verità, anche in questo caso, quando i fatti sono collegati può essere necessario leggersi tutto); ha chiesto di avere tutto quello che riguardava il reato di corruzione ascritto a Lunardi e Sepe. E il Tribunale non ha risposto “ti ho già dato tutto”; ha detto “quello che ti ho mandato ti basta”; segno è che altri atti c’erano. Allora la Camera ha avuto ragione a insistere: “prima di dare l’autorizzazione voglio capire bene come sono andate le cose”. Se poi ci leggiamo la legge costituzionale 1/1989, scopriamo (articolo 8) che il Tribunale dei ministri deve trasmettere “gli atti con relazione motivata al procuratore della Repubblica per la loro immediata rimessione al Presidente della Camera”. “Gli atti”, non quella parte degli atti che il Tribunale giudica necessaria e sufficiente. Quindi c’è pure un puntello formale alla richiesta della Camera: così dice la legge. 

Adesso, siccome tutti ci ricordiamo delle indegnità commesse dal Parlamento in materia di autorizzazioni a procedere, senza distinzioni di partito, è ovvio che anche questa volta pensiamo: questi non autorizzano mai niente, il loro problema è “oggi assicuro l’impunità a te perché domani la dovrai assicurare a me”. Ma, se i politici (tutti) si fossero comportati virtuosamente in passato, magari questo pregiudizio non ci sarebbe. Eh, ma in che mondo vivo? Per tornare con i piedi per terra, il Tribunale doveva proprio mettersi a litigare con la Camera? E mandagli quello che vogliono, senza preparargli un’autostrada per negare l’autorizzazione! Con chi credevano di avere a che fare, con il Parlamento di una paese civile?

da Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2010




C'era una volta


Molti anni fa mi capitò di procedere contro uno stimato professionista per frode fiscale: si “dimenticava” ogni anno imposte pari, più o meno, a 200 milioni di lire. A quei tempi c’erano tante cose che oggi non ci sono più: una legge che perseguiva gli evasori, un codice di procedura che assicurava la ragionevole durata del processo (altro che l’aborto costruito con l’art. 111 della Costituzione), carcerazione preventiva e interrogatori che permettevano di evitare la farsa di dichiarazioni concordate con coimputati, testimoni e difensori. Così il processo andò avanti rapidamente: sequestro della contabilità, esame della documentazione bancaria, consulenza contabile.
Alla fine il nostro sarebbe stato condannato a una pena variabile tra 8 e 18 mesi; naturalmente con la sospensione condizionale della pena, che significa niente prigione. Certo, avrebbe dovuto pagare le imposte evase e le sanzioni tributarie; ma quello avrebbe dovuto farlo comunque. Ma il professore (era anche professore universitario) provò qualche scorciatoia; tramite amici, appartenenti al suo club più o meno esclusivo, trovò un ufficiale della Guardia di finanza disposto ad avvicinare i suoi colleghi che lavoravano con me e a proporgli di “aggiustare le cose”. “Il professore ve ne sarà grato”, gli disse. Gli andò male perché i due marescialli denunciarono il fatto; e io, nel pieno rispetto della legge (quella che c’era allora, oggi sarebbe stato parecchio più complicato) arrestai professore e ufficiale della Gdf. 

Oggi i due sarebbero condotti immediatamente in carcere, a dividere la cella con qualche pericoloso delinquente, magari un po’ maniaco; il pm non potrebbe interrogarli prima del gip, che lo dovrebbe fare entro 48 ore; nel frattempo qualche palla si organizza. Ma allora io li feci portare nelle celle di sicurezza della Gdf (una confortevole camera con letto, armadio, tavolo e bagno; un po’ una pensioncina da una stella) e interrogai subito il professore che confessò tutto. Poi interrogai l’ufficiale della Gdf che confessò anche lui. E tutti a casa, in attesa di una condanna a 3 anni complessivi. Poi arrivò uno dei tanti indulti. La cosa che voglio raccontare è però questa.
Finito l’interrogatorio del professore, non resistetti alla tentazione e gli chiesi: “Ma perché lo ha fatto? Il suo avvocato (aveva un avvocato bravissimo) glielo avrà certamente detto: non rischi praticamente nulla, solo un po’ di soldi. Perché andare a corrompere un maresciallo?” E lui: “Sì, ha ragione. Ma vede, io ho vissuto per tanti anni negli Stati Uniti. E lì la condanna per frode fiscale è una cosa grave. Io sapevo che qui in Italia non sarebbe stato un problema di prigione. Ma lì negli Usa in questi casi si perde lo status sociale: ti cacciano dal country club; tua moglie non è più invitata alle gare di torta alla frutta; i vicini non vengono nel tuo giardino per il barbecue. Insomma, diventi un reietto. E io ho avuto paura”.

E’ un paradosso che quella paura abbia spinto il professore a commettere un altro reato, oltre l’evasione fiscale; e non invece a pagare le imposte dovute. Ma almeno la consapevolezza dell’illiceità, anzi dell’immoralità, di un simile comportamento lui l’ebbe. Oggi, con un presidente del Consiglio che spiega che è del tutto naturale possedere 64 società off shore perché “mi servivano per evadere le imposte” (processo All Iberian); e che sostiene che i pm che scoprono la corruzione dilagante “si debbono vergognare”, come si può sperare di diventare un paese civile e moderatamente legale? Non si può, appunto.

Da il Fatto Quotidiano del 26 febbraio




Perché gridano al golpe


Quando facevo il pm i miei amici avvocati mi dicevano sempre: “Hai ragione tu, questo è colpevole; ma non ci sono problemi, lo tireremo fuori in procedura”. Intendevano dire che l’assoluzione nel merito era impossibile; ma che ci sono così tanti inghippi procedurali che l’insufficienza di prove (art. 530 secondo comma codice procedura penale) o la prescrizione sono garantite. E in effetti, quando l’imputato non era uno dei tanti disperati per cui la legge è brutalmente efficiente, finiva quasi sempre così. Motivo per cui adesso faccio un altro mestiere.  

Come ho detto, finisce quasi sempre così; quasi. E infatti oggi Berlusconi si trova nei guai perché gli esecutori dei suoi ordini sono stati condannati e il giudice civile gli ha imposto di risarcire i danni alle parti offese dai reati che lui aveva commissionato.

Qui, con la procedura non riesce a tirarsene fuori. E la prescrizione, in questo processo civile, non è una soluzione possibile. Gli resta la menzogna, la disinformazione, l’intimidazione: “le sentenze preannunciano un golpe; italiani armatevi e resistete”.  

Provo a spiegare perché si tratta di bufale solenni. Nel 2007 la Cassazione confermò la condanna di Previti, Acampora, Pacifico e Metta “perché… in concorso tra loro... promettevano e versavano somme di denaro a Metta - magistrato... - affinché violasse i propri doveri di imparzialità... allo scopo di favorire la famiglia Mondadori/Formenton (e in conseguenza Silvio Berlusconi) nel giudizio che la vedeva opposta… alla Cir di Carlo De Benedetti... e segnatamente Berlusconi (posizione definita con sentenza… di non doversi procedere per intervenuta prescrizione…), attraverso articolate operazioni finanziarie… utilizzando società e/o conti bancari riconducibili al comparto estero della Fininvest e allo scopo di metterle a disposizione di Metta, bonificava nel 1991 a favore del conto "Mercier" di Ginevra di Previti la somma di $ 2.732.862…”

Cosa avrebbe dovuto fare il giudice civile cui Cir (De Benedetti) aveva chiesto di condannare Fininvest (Berlusconi) al risarcimento dei danni derivanti da questo reato? Dire che non era vero   niente? Che Berlusconi (assolto per prescrizione ma colpevole) era innocente? E, d’altra parte, che non potesse fare questo lo dice anche l’art. 651 del codice di procedura civile: “la sentenza penale definitiva fa stato nel processo civile”. Dunque sul fatto che Berlusconi aveva corrotto Metta ormai c’era niente da discutere. Qui, per la verità, bisognava tener conto di uno dei soliti ostacoli procedurali, perché nel processo civile c’era Fininvest e nel processo penale c’era Berlusconi (cioè due soggetti diversi; fa un po’ ridere ma in diritto è così); e in questi casi la legge dice che la sentenza penale non ha efficacia diretta nel processo civile e che tutto deve essere esaminato di nuovo, utilizzando però le carte del processo penale. Così il giudice civile si è studiato tutto il processo penale (per la verità ha fatto anche una corposa istruttoria, interrogando testi, esaminando nuovi documenti e sciroppandosi micidiali memorie difensive) e ha ovviamente deciso quello che, prima di lui, avevano deciso altri 11 giudici e 3 pm, in 3 gradi di giudizio (nonché un numero enorme di altri giudici e pm intervenuti su tutte le eccezioni sollevate nel corso dei processi): Fininvest ha ottenuto le azioni Mondadori a seguito di una sentenza che era frutto di corruzione; quindi Cir è stata privata di un suo diritto; ne consegue un risarcimento dei danni. Proprio come succede in qualsiasi processo, dove alle parti offese di un reato il giudice civile liquida somme di danaro proporzionate al danno subito. Dunque una sentenza ineccepibile.

Tanto ineccepibile che oggi Berlusconi e la sua fazione non discutono del merito. Cosa potrebbero dire ai cittadini: non è vero che ho corrotto Metta e quindi non è vero che debbo dei soldi a De Benedetti? Così agitano lo spettro del golpe. E poi si rifanno ad altri argomenti di pregio: il giudice che ha scritto la sentenza è solito indossare maglioni (?), è molto alto (dunque odia Berlusconi che, come si sa, è molto basso) e (ma non era un pregio? Quante volte è stato criticato il protagonismo dei giudici?) non è un giudice VIP, non è noto, ha sempre fatto silenziosamente il suo lavoro e nessuno lo conosce. Poi dicono anche che la sentenza è stata scritta da Cir perché lui, il giudice, non poteva capirci niente di numeri e tabelle; infatti le sentenze in materia di danno civile (che sono tutte di questo tipo) le scrivono sempre le parti offese che si auto liquidano il risarcimento: lo sanno tutti! Alla fine, se l’Appello confermerà la sentenza, scopriremo ancora una volta che, anche lì, i giudici erano di sinistra; anzi di estrema sinistra.  

Un’ultima riflessione. Qui si parla di soldi, tanti, ma sempre soldi sono. Cosa ci sarebbe stato da ridire se la sentenza avesse riguardato un risarcimento danni per incidente stradale? Guidatore distratto che investe un pedone sulle strisce; il guidatore è Berlusconi; e un teste falso dice che non era lui che guidava; un processo penale accerta che il teste è falso…. Ah già, ma anche questo è già successo...

da Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2009



Le reazioni corrette


La sentenza Mills si presta a due riflessioni.
Non sempre in una sentenza possono inserirsi considerazioni che riguardano persone diverse dall’imputato. Alcuni magistrati sono stati sottoposti a procedimento disciplinare per riferimenti non graditi dagli interessati e giudicati non necessari nell’economia generale dei provvedimenti emessi. Una delle incolpazioni mosse a De Magistris, per esempio, fu di aver inserito nella motivazione del decreto di perquisizione emesso nell’ambito dell’inchiesta Toghe Lucane un riferimento alla relazione sentimentale di due magistrati, un PM e un giudice, il che gli venne contestato come violazione della privacy. In realtà poi il CSM si vide costretto a riconoscere la pertinenza del riferimento a questa storia privata perché essa li rendeva, ovviamente, incompatibili (il giudice che aveva una relazione con il PM non avrebbe dovuto giudicare nei processi istruiti da quest’ultimo). E poiché detta relazione era notoria o quantomeno nota al Procuratore Generale Tufano (indagato nel procedimento Toghe Lucane), la circostanza diveniva rilevante per dimostrarne l’asserita colpevole inerzia, in questa come in tante altre cose. Poi il CSM condannò ugualmente De Magistris (con una motivazione assolutamente insostenibile) ma dovette appunto riconoscere che il riferimento a terze persone era stato, in quel caso, legittimo.

Tirare in ballo altre persone nelle sentenze succede dunque spessissimo: non si può condannare un ladro senza far riferimento al proprietario della cosa rubata; né si può condannare taluno per rissa senza dare atto della partecipazione alla rissa di persone anche se non giudicate nello stesso processo (perché sono malati o perché sono minorenni o perché, magari, tutelati dal lodo Alfano).

Ora è evidente che è impossibile condannare qualcuno per corruzione senza far riferimento al corruttore e al contesto in cui la corruzione è maturata. Il Tribunale di Milano ha ritenuto valide le prove a carico di Mills; e ha motivato questo suo convincimento descrivendo, come era necessario che facesse, perché questi aveva ricevuto del danaro, quando e come lo aveva ricevuto e ad opera di chi. Non lo avesse fatto, la sentenza sarebbe stata dichiarata nulla per difetto di motivazione. Cosa che quantomeno i legali di Berlusconi (e dunque lo stesso Berlusconi) sanno benissimo. E infatti, nel panorama delle invettive ai giudici di Milano, questa contestazione, che avrebbe avuto almeno il merito di essere fondata su motivazioni tecniche, ancorché infondate, non è stata finora proposta. Il che ci porta alla riflessione numero due.

La furia di Berlusconi e dei suoi sostenitori riguarda la presunta grave inimicizia nei suoi confronti da parte del Presidente del collegio giudicante. Nicoletta Gandus è iscritta da anni a Magistratura Democratica, corrente di giudici comunisti e dunque, senza bisogno di ulteriori argomentazioni, ostili al Presidente del Consiglio: pertanto essa non è stata imparziale nella conduzione del processo e la sentenza emessa nei confronti di Mills (con i necessari riferimenti a Berlusconi) è ingiusta.

Il problema è che Berlusconi non è stato giudicato solo dalla Gandus. Il collegio era composto di tre giudici e nessuno ha ancora rivelato se e a quale corrente gli altri due fossero iscritti. E se non appartenessero a Magistratura Democratica? Oppure se non fossero iscritti ad alcuna corrente (come un buon terzo dei giudici italiani)? Berlusconi dovrebbe sapere (e i suoi legali lo sanno certamente) che l’opinione del presidente del collegio non vincola in alcun modo gli altri due giudici che dunque, essendo terzi e imparziali (ancora nessuno ha detto che non lo sono) si sarebbero certamente opposti al partigiano e ingiusto accanimento della Gandus. Sicché prendersela tanto con la militanza correntizia di questo giudice è privo di senso: ammesso e non concesso che la Gandus fosse ostile a Berlusconi, gli altri due restavano imparziali e avrebbero fatto il loro dovere.

Per la verità questo delirio di persecuzione impermeabile ad ogni ragionamento è abbastanza consueto nelle aule di giustizia. Molti imputati perdono ogni capacità di discernimento e di autocritica e si convincono a tal segno di essere nel giusto che non riescono a concepire come sia possibile che un giudice dia loro torto. Ricordo un rapinatore; era stato arrestato e giudicato colpevole in primo grado; poi, come capita, la Corte d’Appello aveva dovuto dichiarare la prescrizione e quindi assolverlo (perché era colpevole ma il reato era estinto). E lui aveva pensato bene di denunciare il PM (ero io), il GIP e i giudici del Tribunale per ingiusta detenzione, chiedendoci anche un congruo risarcimento danni. Naturalmente la sua denuncia è stata respinta, senza indignazione e senza ira, semplicemente perché infondata.

Ecco, questo penso debba essere l’atteggiamento che si deve avere nei confronti delle furiose reazioni di Berlusconi alla sentenza Mills: indifferenza e sopportazione. Proprio come si fa nei confronti di tanti imputati che non vogliono, proprio non vogliono, capire che i processi si fanno secondo la legge e che, se la sentenza non gli piace, non possono fare altro che impugnarla, fino alla sentenza definitiva. Che, dopo il giudizio della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, dovrebbe arrivare anche per Berlusconi.



Il dito e la luna


Quando il saggio mostra la luna, lo sciocco guarda il dito

Le vicende di Silvio Berlusconi e di sua moglie stanno interessando molto i cittadini..
Dalle parole della signora Veronica e dalla sua reazione angosciata e indignata, sembra dedursi che lei sia convinta di essere stata reiteratamente tradita e con modalità tali da ferire la sua dignità, oltre che i suoi sentimenti. E debbo riconoscere che una vicenda come quella che il Presidente del Consiglio sta offrendo ai cittadini è davvero singolare e tale da giustificare l’interesse che i mezzi di informazione insieme soddisfano ed alimentano.

Resto però alquanto disorientato.

Da molti anni Berlusconi è accusato di molte e gravi violazioni del codice penale e di altre leggi penali. Ha subito numerosi processi da alcuni dei quali è uscito in modo poco commendevole: alcune volte per prescrizione, altre per assoluzioni motivate con l’art. 530 del codice di procedura (la c.d. insufficienza di prove), altre ancora a seguito di leggi fatte appositamente per consentirgli l’assoluzione con la formula il fatto non è più (prima lo era, adesso non più) previsto dalla legge come reato, altre infine per via di quei monumenti giuridici e costituzionali che sono stati il lodo Schifani e il lodo Alfano, le due leggi costruite apposta per garantirgli l’impunità. Non solo: personaggi a lui molto vicini (Dell’Utri per primo e Previti per ultimo, ma ve ne sono stati altri) sono stati condannati per gravi reati (frode fiscale e corruzione) in contesti in cui è emerso con chiarezza l’interesse economico e politico di Berlusconi stesso. E ancora: alcune frequentazioni (penso al famoso stalliere Mangano) del Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana sono state tali da ingenerare sconcerto e preoccupazione. Perfino alcune assoluzioni (il processo Saccà) sono state motivate con argomenti che avrebbero fatto vergognare qualsiasi piccolo, medio o grande servitore dello Stato: un rapporto di totale sudditanza tra pubblici funzionari (e Berlusconi lo è, al massimo livello) squalifica il suddito, ovviamente, ma non depone a favore del padrone, proprio perché non sono questi i rapporti che dovrebbero caratterizzare il pubblico impiego. Insomma, un alto funzionario pubblico non dovrebbe comportarsi come Fantozzi; e il Presidente del Consiglio dovrebbe guardarsi bene dall’assumere ruolo e atteggiamenti da ipermegadirettore.

Ecco: tutto questo (e altro ancora, credo) avrebbe meritato molta più partecipazione critica da parte dei cittadini; molta di più di quella che, a quanto pare, tutti si sentono in dovere di esternare per le vicende dell’appena maggiorenne Noemi e delle numerose donne di spettacolo di cui Berlusconi si è circondato e che ha indubbiamente sponsorizzato.

Non voglio dire naturalmente che questi comportamenti non siano censurabili: sotto il profilo morale, se le ragioni della signora Veronica sono fondate; e anche sotto il profilo penale se dovesse risultare provato che l’attribuzione di cariche pubbliche o la candidatura a ben remunerati seggi politici null’altro costituisse se non la remunerazione di prestazioni affettive o sessuali. Ma di questo ultimo aspetto non vi è alcuna prova; e, quanto al primo, quello morale, debbo dire sconsolatamente che le trascorse vicende giudiziarie di Berlusconi mi paiono di ben maggiore rilevanza.

Così penso che dovremmo soprattutto continuare a ricordare con sdegno e preoccupazione queste ultime e riservare alle presunte infedeltà di un uomo anziano e poco discreto quella distratta e seccata attenzione che esse meritano.


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