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Cambiare il mondo


Ho conosciuto a una cena di amici una ragazza di circa 25 anni, prossima alla laurea in Biologia Molecolare; non sapevo nemmeno di cosa si trattasse. Molto tranquilla, parlava un po’ con lo stile di certi cattolici, a bassa voce, senza enfasi ma molto sicura di sé e delle sue idee. Mi ha detto che faceva parte di “Lotta comunista”. “Che significa?”, le ho chiesto; e lei “Lotta alla repressione, alla violenza, alla guerra; lotta contro l’oppressione del forte sul debole, delle classi dominanti su quelle meno favorite”.
Mi sembrava di sentire i miei amici sessantottini. Le ho chiesto di scendere nel concreto: repressione? polizia e magistratura; violenza, guerra? l’Afghanistan; oppressione? precariato, sfruttamento degli immigrati, disoccupazione. E poi sono saltate fuori Tav, Vaticano, diritto alla morte (o alla vita) dignitosa, Ru486, Dico e non so che altro. Era molto informata e, come ho detto, parlava a bassa voce, tranquilla, senza aggressività ma con molta determinazione.
Dopo un po’ le ho detto che, fatta salva quella che lei chiamava “repressione di polizia e magistratura” che mi parevano indispensabili per garantire la civile convivenza, condividevo tutto quello che lei diceva. Però, ho aggiunto, mi sembrava che avessimo un problema più grave, al momento. “Quale?”. “Ma Berlusconi, l’illegalità al potere, la violazione sistematica delle regole, l’attacco alla Costituzione”. “Ma non potete ridurre tutto a Berlusconi! L’antiberlusconismo è un problema contingente, noi dobbiamo guardare ai grandi problemi!”. Voleva cambiare il mondo. Mi è piaciuta tanto. Però, naturalmente, aveva torto. 

Prima di cambiare il mondo bisogna liberarsi di quelli che lo occupano. Così mi sono ritrovato a parlare della cosiddetta opposizione. Divisa su tutto. Sì Tav, no Tav; sì alla missione di pace in Afghanistan, no alla guerra in Afghanistan; si alle intercettazioni ma temperate dalla tutela della privacy; insomma tutti i distinguo che hanno portato all’emarginazione di intere fette della sinistra storica italiana, alla contrapposizione quasi quotidiana tra Pd e Idv, al disprezzo (addirittura) di forze politiche nuove come i movimenti di Grillo. E mi sono chiesto quale straordinaria miopia impediva a tutta questa gente di capire che le loro visioni del mondo potevano essere legittimamente diverse; ma che, intanto, dovevano cominciare a guadagnarselo il potere di cambiarlo. E che quindi dovevano riunire le loro forze, accantonare le loro differenze e riconoscersi nell’unica lotta che certamente li avrebbe uniti: quella contro 
l’illegalità, l’attacco alla Costituzione, l’interesse privato al potere. Quella contro Berlusconi. “Un’opposizione unita ha i numeri per prevalere in Parlamento - ho detto - poi potremo occuparci della Tav”. Ma non era convinta.
Così ho fatto alla mia nuova amica questo esempio: “Vedi, si può discutere di cosa è più importante che i bambini imparino a scuola. Prima italiano e poi matematica? E quante ore dedicare alla storia e quante alla geografia? E l’educazione fisica? E l’ora di religione? Non è facile dividere in maniera razionale ore d’insegnamento e risorse economiche. È prevedibile che le opinioni in proposito saranno diverse. Ma - ho concluso - se il maestro di questi bambini è uno che li molesta abbiamo un problema prioritario; dobbiamo subito allontanarlo dalla scuola; poi potremo occuparci dell’ora di religione”. Non so se l’ho convinta; però è rimasta a pensarci.

Da Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2010




Nemmeno Caligola


Le leggi pro B&C hanno questa caratteristica: impediscono a chi sa minimamente di diritto di parlarne come di una cosa seria. Editti del principe, questo sono; razionalità, etica, efficienza, solidarietà: niente di ciò che costituisce Politica, ispira queste norme. Puro arbitrio. Sicché spettegolare sulle persone che questi arbitri commettono mi pare più interessante.
Per prima cosa pare evidente che sono tutti consapevoli che si tratta di una norma incostituzionale. B&C (in particolare l’onorevole Vietti, proponente) si affannano a definirla una legge ponte che salva il premier e i ministri dai processi per 18 mesi, in attesa dell’approvazione di un nuovo lodo Alfano per via costituzionale. La domanda è: ma se il legittimo impedimento risponde alle esigenze di B&C, perché si deve por mano con urgenza al lodo Alfano costituzionale?

Il legittimo impedimento impedirà di fare i processi a carico di B. fino a quando sarà presidente del Consiglio; il lodo Alfano costituzionalizzato impedirà di processare le Alte Cariche dello Stato, tra cui B, fino a quando resteranno Alte Cariche. 
Totale sovrapponibilità. Il legittimo impedimento basta (e superchia, come diceva Belli, visto che salva pure i ministri) per le esigenze di B. Allora perché fare una legge ponte? Eh, perché tutti sanno che tra 18 mesi anche questa felice trovata sarà spazzata via dalla Corte per violazione di metà della Carta costituzionale; intanto però c’è il tempo di prepararne un’altra. Dunque la strategia e il termine previsti rendono evidente che B&C sanno benissimo che si tratta dell’ennesima legge incostituzionale.
Da questo deriva una seconda riflessione. Quando B&C, e anche tutti gli altri C. che fanno finta di non essere C, hanno vinto le elezioni e si sono affrettati a prendere possesso delle loro cariche, da quella di semplice parlamentare a quella di presidente del Consiglio, hanno dovuto sobbarcarsi ad una fastidiosa cerimonia: il giuramento. Lo dice l’art. 54 della Costituzione, debbono giurare di rispettare la Costituzione e le leggi. Strano modo di rispettare la Costituzione quello di emanare una legge nella piena consapevolezza che essa è incostituzionale. Capisco che tanti tra gli allegri e soddisfatti vincitori delle elezioni abbiano giurato tenendo le dita incrociate dietro la schiena; però non è proprio una bella cosa, di cui andare fieri, quella di essere spergiuri. Vanno anche a messa, si confessano, fanno la comunione. 
 

Per finire, c’è una cosa che proprio non capisco. Caligola fece senatore un cavallo. Idea bizzarra e anche un po’ insultante per i senatori veri. Però era legittimato a farlo, lui era l’imperatore. Oggi quella legittimazione deriva dal consenso popolare, ce lo stanno ripetendo fino a romperci… i timpani. E quindi i politici, unti dal consenso popolare, possono fare presidente del Consiglio chi gli pare. Vogliono un presidente del Consiglio con sei assoluzioni per prescrizione (che vuol dire che è colpevole ma non lo si può più mandare in prigione perché è passato troppo tempo)? Si accomodino; idea bizzarra e anche un po’ insultante per i cittadini onesti, però…Ma nemmeno Caligola era arrivato al punto di emanare una legge che dicesse “il senatore cavallo non è un cavallo”. Mentre B&C si stanno affannando da tempo per dire: il prescritto B, l’imputato B. è una brava persona. E capisco che diventerebbe complicato dire il condannato B. è una brava persona. Ci avranno pensato a come fare se, hai visto mai, Napolitano non firma? 

Da Il Fatto Quotidiano del 5 febbraio 2010


Eletto dal popolo, chi?


Il Mattino dell’11 ottobre riporta alcune dichiarazioni di Berlusconi, esternate a Benevento nel corso di una delle sue “Feste della libertà”. Qui il presidente del Consiglio ha detto: “Non credo che si possa consentire di rivolgere infamie, improperi, insulti e volgarità ad un premier eletto direttamente dal popolo, bisogna cambiare questa situazione». Questa storia del premier eletto direttamente dal popolo Berlusconi e i suoi clientes la ripetono ossessivamente ovunque si trovino ad esternare; e dunque in molti luoghi (specie in TV) e molte volte. Così, come oramai avviene in Italia da molto tempo, i cittadini si sono convinti che sia vera, che il “premier” è “eletto dal popolo”. Trattasi di una palla. Cominciamo dalla legge elettorale, la n. 27 del 21/12/2005, (se la sono scritta loro, dovrebbero conoscerla) che, all’art. 5, dice: “…I partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione.”

Sicché non è il presidente del Consiglio dei Ministri che è eletto direttamente dal popolo ma, a tutto concedere, il Capo della coalizione o del partito. Ma anche quest’affermazione è tutta da rivedere, considerato che ben potrebbe accadere che l’elettore voti un partito o una coalizione solo perché si riconosce nel loro programma; o perché comunque esprime un voto “contro” (è la strategia ben collaudata di Berlusconi): “non voglio assolutamente che i 'comunisti' vadano al potere e quindi voto per la destra, anche se, a ben vedere non mi piacciono poi tanto neppure loro …”. Insomma nessuno può escludere che gli elettori della coalizione Forza Italia, An e Lega l’abbiano votata a dispetto del plurinquisito Berlusconi (per non ricordare che uno dei suoi lati, diciamo così, problematici), turandosi il naso pur di attuare il programma in cui credevano. Per esempio il federalismo per la Lega o una destra legalitaria e conservatrice per An.  

Capo della coalizione, dunque, e non “premier”. Carica, quest’ultima, che neppure esiste nel nostro ordinamento costituzionale che prevede solo un presidente del Consiglio dei Ministri. E infatti, secondo l’art. 95 della Costituzione, “il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei ministri”. Insomma una gestione collegiale coordinata, non monocratica ed autoritaria. Sicché, quando Berlusconi si investe della qualifica di premier, si arroga poteri che la Costituzione non gli riconosce e si inventa una carica istituzionale che non esiste.

Ma torniamo all’elezione diretta del popolo. Si è già visto che anche questa è una fantasia. Ma è anche una fantasia incostituzionale. Dice l’art. 92 della Costituzione: “Il governo della Repubblica è composto del presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

Dunque è il presidente della Repubblica che ha nominato Berlusconi, non il popolo. E nulla gli avrebbe impedito, se avesse ritenuto che il “Capo della coalizione” indicato dalla maggioranza non presentava quei requisiti di onestà, correttezza, serietà, competenza indispensabili per la carica di presidente del Consiglio dei Ministri, di nominare altro esponente della maggioranza, nel tentativo di ricondurre a ragione la coalizione affinché non fosse portata a tale carica una persona indegna. E se il tentativo non fosse riuscito e gli fosse stata riproposta la stessa indegna persona, non sarebbe stato il popolo a riproporla ma la fazione da questa persona egemonizzata. Il punto è che Berlusconi non capisce proprio che il sistema costituzionale italiano si fonda sull’equilibrio di poteri. Che non vi è una legittimazione popolare, a seguito della quale l’eletto dal popolo può esercitare un potere assoluto privo di ogni controllo; che, al contrario, il popolo esprime la maggioranza politica che governerà e l’opposizione che ne controllerà l’operato; che il presidente della Repubblica identifica la persona che, autorevolmente (e quindi degnamente) dirigerà il Consiglio dei ministri; che ognuno di questi conserva la sua specifica competenza e responsabilità; che l’azione di governo si esplica secondo le leggi emanate dal Parlamento e sotto il controllo della Corte Costituzionale.

Tutto questo, ai miei tempi, lo sapevano gli studenti delle medie che avevano nel loro programma “Educazione civica”; oggi comunque lo sa qualsiasi studente del primo anno di giurisprudenza. E quello che alla fine è davvero preoccupante non è che Berlusconi invece ne sia del tutto inconsapevole. E’ che egli sembra davvero credere che l’investitura popolare (se ci fosse) renderebbe lecito che il governo di un grande Paese possa essere legittimamente affidato a persona più volte sottoposta a processo penale per falso in bilancio, frode fiscale, corruzione di giudici e testimoni, ritenuto colpevole ma non condannato per prescrizione (e per via di leggi fatte apposta da lui stesso per raggiungere questo risultato). Quello che è davvero preoccupante è che egli sembra credere che l’investitura popolare autorizzi ogni delitto; il che in effetti è avvenuto, anche recentemente, nelle sanguinose dittature europee del secolo scorso; e che credevamo non sarebbe avvenuto mai più.

Il Fatto Quotidiano, 20 ottobre 2009


Scudo fiscale, una firma pesante


da Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2009

Così il Presidente della Repubblica ha firmato. Adesso l’impunità per i criminali che fanno rientrare il loro bottino nel nostro Paese è legge dello Stato. A chi gli chiedeva di non firmare Napolitano ha risposto “Ma dove sono i profili di incostituzionalità? E poi è inutile, che io non firmi non significa niente, me la rimandano dopo 15 giorni e debbo firmare per forza”.

Né la decisione né la motivazione sono condivisibili. L’art. 74 della Costituzione dice: “il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione; se le Camere la approvano nuovamente, questa deve essere promulgata”. La Costituzione non dice però che il rinvio alle Camere può avvenire solo per ragioni di manifesta incostituzionalità; si limita a prevedere che il Presidente può non firmare una legge. Molti costituzionalisti ne hanno dedotto che il Presidente della Repubblica può sempre rifiutarsi di firmarla. Nel caso di manifesta incostituzionalità, il rinvio alle Camere è un suo preciso dovere; ma, in tutti gli altri casi in cui la legge gli sembri ingiusta, il Presidente della Repubblica ha comunque una responsabilità di intervento che gli deriva dall’essere l’interprete degli interessi superiori della Nazione, di ciò che vi è di permanente, di superiore, di indiscusso, di comune a tutti nella vita nazionale. Per questo, quando egli parla, lo fa in nome del Paese. E le sue parole hanno un peso terribile: come ha detto uno dei padri della Repubblica, Umberto Terracini, “una parola del Presidente pesa sulla bilancia più di mille parole di ognuno di noi”. Allora Napolitano ha avuto torto quando ha detto che era inutile non firmare una legge che la maggioranza avrebbe approvato comunque. Anche perché si ha sempre torto quando si rinuncia a battersi. E poi non sarebbe stata solo una bella battaglia. Avrebbe potuto essere una battaglia vinta.

Il nuovo scudo fiscale prevede sostanzialmente due cose: chi fa rientrare i capitali non può essere punito per frode fiscale e falso in bilancio; e le banche che provvedono alle operazioni di rientro non devono effettuare le segnalazioni per le operazioni sospette previste dalla normativa antiriciclaggio che le obbliga a segnalare all’Ufficio italiano cambi i casi in cui sia probabile che il danaro sia provento di reato. Così l’Uic   non informerà il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza che non svolgerà le indagini del caso e non le trasmetterà alla Procura della Repubblica per il relativo procedimento penale. Il problema è che i soldi non si distinguono tra loro: 1.000.0000 di euro proveniente da una frode fiscale non ha una targhetta che lo distingua da un’analoga somma proveniente da un sequestro di persona. Sicché, quali siano i reati che hanno prodotto il bottino che rientrerà con lo scudo fiscale non lo può sapere nessuno. Con la legge firmata dal Presidente della Repubblica potrà dunque entrare in Italia senza rischi penali non solo il provento di frode fiscale e falso in bilancio; ma anche il bottino di traffico di droga, di armi, di donne, di minori, di immigrati, di sequestri di persona, di corruzioni, insomma di tutto i reati che producono denaro, i cui autori dovrebbero essere perseguiti e sanzionati con anni e anni di galera. Si chiama obbligatorietà dell’azione penale.

Allora la domanda è: se la frode fiscale e il falso in bilancio sono già “amnistiati” (non è proprio così ma gli effetti quelli sono), a che serve prevedere che le banche non effettuino le segnalazioni delle operazioni sospette? Anche se le effettuassero, e se l’Uic prima e il Nucleo di Polizia Valutaria dopo scoprissero frodi fiscali e falsi in bilancio, la conclusione sarebbe obbligata: non doversi procedere per essere i reati non punibili. Dunque perché una norma come questa? Ma è ovvio: in questo modo si assicura l’impunità a tutti gli altri delinquenti che si gioveranno dello scudo fiscale. I sequestratori di persona, i trafficanti di vario genere che porteranno in Italia i loro soldi, non potendo contare su un’esplicita previsione di non punibilità (la legge la prevede solo per la frode fiscale e il falso in bilancio) conseguiranno lo stesso effetto perché non saranno comunque possibili indagini su di loro. Insomma, è evidente che una legge che avesse detto “tutti i reati da cui derivano le somme che sono rientrate in Italia con lo scudo fiscale non sono punibili” sarebbe stata difficile da far approvare anche per una maggioranza che ha principi etici ispirati ai Fratelli della Costa. Da qui il trucco: non dico che questi reati non saranno puniti; però faccio in modo che non possano essere scoperti. Ecco, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, ma questo non è in contrasto con l’art. 112 della Costituzione, dove si dice che l’azione penale è obbligatoria? Ma quale obbligatorietà può esserci se le leggi della Repubblica tutelano in via preventiva i delinquenti, permettendo loro di nascondere le prove delle malefatte?

E poi, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, che ne è del famoso principio di ragionevolezza che significa, sostanzialmente, bilanciamento degli interessi costituzionalmente   garantiti? Che c’è, sull’altro piatto della bilancia, che pesi più dell’art. 112 della Costituzione? E anche più dell’art. 53, “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.”?

E infine, avrebbe dovuto dubitare il Presidente della Repubblica, è conforme ai principi fondamentali di uno Stato democratico, farsi riciclatore del bottino dei più gravi reati perseguiti dalla comunità internazionale, in violazione dell’art. 10 della Costituzione, “L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.”?

Allora non sarebbe stato meglio, invece che giustificarsi dicendo “sarebbe stato inutile non firmare tanto dopo 15 giorni …”, inviare un messaggio alle Camere spiegando il rinvio della legge con la violazione di principi costituzionali?

Seneca diceva “Ogni concessione al male è una complicità nel male”. Era un maestro molto severo e naturalmente molto scomodo. Ma arriva un momento, per tutti, in cui questo insegnamento bisogna ricordarselo.



Beh, finalmente c'è stata la prima


Non ero preoccupato, tutto era stato preparato bene, ma curioso sì.

E’ venuta molta gente e a me è sembrato strano che così tanti abbiano pagato per sentirmi. E’ stata un’esperienza nuova, mi ha fatto pensare che forse erano interessati davvero.

I video e le musiche di Valentino Corvino erano bellissimi e molto evocativi.

Poi ho imparato un sacco di parole di gergo, in particolare che, proprio prima dello spettacolo, mentre te ne stai tutto solo dietro le quinte, quando passa qualcuno devi dirgli “merda”. Mi sembrava buffo e però l’ho fatto molto disciplinatamente.

Quello che mi è sembrato sia piaciuto di più a tutti è stato l’ultimo monologo, quando ho parlato della Costituzione. Qualcuno (certamente io) si è emozionato.

Adesso sembra che lo porteremo in giro per l’Italia.

Se venite a vedermi, quando ho finito di “recitare” (parola grossa), venite a salutarmi e a dirmi che siete lettori del blog.

Per adesso, saluti a voi.


"XL EXTRA LEGEM. Giustizia su misura" di e con Bruno Tinti con la regia di Franco Travaglio.
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