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Quell’unanimità sospetta su Vietti


Così abbiamo il vicepresidente del Csm: Michele Vietti, Udc, avvocato. Lo hanno votato 24 componenti su 26, come dire tutti. E uno potrebbe pensare che si tratta di una buona cosa, che finalmente il consenso è confluito su una persona da tutti riconosciuta idonea per la carica: l’uomo giusto al posto giusto. Bè, non è così. Secondo la legge, il vicepresidente del Csm va scelto tra gli 8 componenti “laici”: sarebbero quelli che il Parlamento deve nominare, secondo la Costituzione, scegliendoli “tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di servizio”. Già detta così, si capisce bene che quegli illusi dei Padri Costituenti pensavano a personalità di grande cultura giuridica e di assoluta indipendenza; ma è anche vero che se qualcuno di loro potesse vedere come oggi sono scelti i magistrati che compongono gli altri due terzi del Csm, probabilmente gli verrebbero le lacrime agli occhi.

Fatto sta che l’elezione del Csm è diventata presto un fatto di grande rilevanza politica. Le correnti della magistratura si sono impadronite della parte del Csm che gli toccava, quella dei componenti “togati”, i magistrati appunto; che vanno al Csm dopo una brillante carriera parallela nelle correnti e nei prestigiosi posti politici e parapolitici che le correnti gli assicurano; e poi 
la continuano salterellando di qua e di là, da un sottosegretariato a un più modesto posto di capo gabinetto. E i partiti si sono impadroniti dell’altraparte, lottizzando i componenti “laici”, le famose personalità che sono sempre meno “personalità” e sempre più cani da guardia, in grado di garantire il controllo del Csm per conto della maggioranza politica di turno.
Naturalmente il risultato di tutto questo è fetido; e l’ultima storia conosciuta, quella della P3, ne costituisce probabilmente la punta dell’iceberg.
Venendo all’attualità, non solo i partiti si sono scannati tra loro per mandare al Csm persone
  gradite alla dirigenza (significative sono state le proteste di Ignazio Marino che ha contestato al Pd la scelta verticistica dei due designati, Calvi e Giostra); ma soprattutto hanno orientato la loro scelta allo scopo di garantirsi che venisse eletto un vicepresidente “gradito” più o meno a tutti, mettendosi al riparo da scelte autonome del nuovo Csm che, lasciato da solo, chissà che cosa avrebbe deciso.

E così tutti i giochi si sono svolti all’insegna di Vietti, già designato vicepresidente a furor di popolo (di partiti, in verità), evidentemente tenendo conto di contatti riservati con i magistrati neo eletti che (tranne uno) sempre dalle correnti arrivavano e che dunque si supponeva potessero essere sensibili alle ragioni della politica. Insomma un modo migliore per esautorare il Csm delle sue prerogative e stabilire un asse collaborativo con la politica davvero non ci poteva essere.
I magistrati neoeletti ci sono stati; la loro appartenenza correntizia, attentamente valutata dai partiti, gli ha reso accettabile questa scelta etero diretta. Quelli del Pdl no, Area (la corrente di “sinistra”) non li vota; quelli del Pd no, Magistratura Indipendente e Unità per la Costituzione (le correnti di “centrodestra”) non li votano.

Vietti? Bè, è vero che è stato l’ispiratore della legge sulla depenalizzazione di fatto del falso in bilancio; è vero che a suo tempo fu favorevole alla stretta sulle rogatorie in modo da impedire le indagini sui conti detenuti all’estero da B (e da 
tutti gli altri evasori e truffatori); è vero che ha proposto l’“uovo di colombo” (la definizione è sua), il legittimo impedimento che “potrebbe anche essere incostituzionale ma intanto a noi serve una legge ponte fino al momento in cui sarà approvato il Lodo Alfano costituzionale con la definitiva (si illude) immunità di B.”; è vero insomma che la sua attività politica e legislativa è stata tutta prona agli interessi di B. Ma alla fine è all’opposizione (!), però non tanto (!), un vicepresidente così può andar bene “per tutte le stagioni”.E così i partiti si sono presi il Csm; e anche i magistrati che lo compongono; i membri “laici no, quelli li possedevano già prima. Eppure era arrivato il momento di dire no.

E come si sarebbe potuto fare? Votando per un vicepresidente che fosse l’esatto contrario di quello 
che si aspettava la politica. Non per Vietti dunque, al centro delle manovre dei partiti; e nemmeno per Calvio Giostra, proposti dal Pd e dunque troppo schierati; e nemmeno per Marini, amico di B. da lunga data e dunque ancora più schierato; e nemmeno per gli altri del Pdl, dove l’indipendenza intellettuale ed etica non è tanto ben vista. Ecco, potevano votare tutti per il Procuratore generale della Padania, Brigandì, una personalità che, per dirla con Pascarella “il mondo ce l’invidia e ce l’ammira”. Quando il Csm fosse stato governato con la sensibilità istituzionale di una persona di questo tipo, qualcuno che si chiedesse “ma che stiamo facendo?” forse lo avremmo trovato. 
 

da Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2010




Mele marce al mercato del Csm


Tutti noi ogni tanto facciamo la spesa al supermercato; e, se non ci va di infilare il guanto di plastica, scegliere i frutti o le insalate migliori, infilarle nella busta di plastica, raggiungere la bilancia e ritirare lo scontrino (che rimane sempre appiccicato al guanto), tornare indietro smoccolando perché ci si è dimenticati il numero corrispondente al prodotto, ritornare alla bilancia, rifare la fila perché nel frattempo si è perso il posto, finalmente sbattere il sacchetto nel carrello; ecco, se non ci va di fare tutto questo, prendiamo un contenitore di frutta o verdura già confezionato. Semplice, rapido e pulito. Poi, quando arriviamo a casa, scopriamo che su 20 albicocche ce ne sono due troppo mature e una marcia. Pazienza, pensiamo, le altre sono buone. 

Quattro o 5 anni fa, quando facevo ancora il magistrato, mi guadagnai beffe e rimproveri perché sostenni che i componenti del Csm dovevano essere sorteggiati. Dissi che al Csm ci andavano sempre gli stessi; non necessariamente le stesse persone (qualche volta capitava anche questo), ma lo stesso tipo di persone: gente che, fin dall’ingresso in magistratura, “studiava” per fare una carriera parallela. Il primo indispensabile passo era l’iscrizione a una “corrente” (Magistratura Democratica, Movimento, Magistratura Indipendente, Unità per la Costituzione), di cui scalare rapidamente la scala gerarchica. Raggiunto un sufficiente livello di potere, il passo successivo era l’Anm; componente del consiglio direttivo, presidente, segretario. E poi, al momento delle elezioni del Csm, il coronamento della carriera: la tua “corrente” ti “portava”. Tutti votavano per 
te e trionfalmente diventavi componente del Csm.

Che era meglio che macinare fascicoli dal mattino alla sera; ma che, soprattutto, ti spalancava le porte della carriera “parallela”. Presidente di commissione di qua, sottosegretario di là, consigliere giuridico di questo o quel ministro, assessore, presidente di Regione, di Provincia, di qualsiasi cosa che ti assicurasse un gettone di presenza e, soprattutto, la vicinanza al sole (che, come tutti sanno, più ti è vicino più ti scalda). Naturalmente con questi presupposti e con tanti debiti maturati nei confronti di chi ti aveva aiutato, anzi sospinto, lungo questo percorso, non era facile essere autonomi e indipendenti: per dire, non era proprio facile dire: “Io Pinco a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto non ce lo mando; prima di tutto è una capra e poi comunque Pallo è molto più bravo; quindi voto per lui”. Perché a quel 
punto arrivavano tutti quelli che avevano spinto il tuo carretto per tanti anni e ti facevano notare che c’è il momento di prendere ma che arriva poi anche il momento di dare; e, molti, magari non tutti, “davano”.

Così, pensai io, i 16 da mandare al Csm li sorteggiamo: niente amici, niente padroni, niente debiti da saldare
. Quattro anni di lavoro e poi tornano da dove sono arrivati. Insomma un bel pacchetto preconfezionato; tanto questa storia del guanto di plastica, della bilancia, dello scontrino etc non funzionava. Manco a dirlo, la cosa non è piaciuta quasi a nessuno e io mi sono accontentato di sapere che avevo ragione, che ero in anticipo sui tempi e che, presto o tardi...  

Poi sono arrivate le storie di Marra, il presidente della Corte d’Appello di Milano, nominato dal Csm che l’ha preferito a un grande magistrato, Rordorf, che aveva fatto domanda per quello stesso posto (ne ho scritto su Il Fatto il 10 febbraio); del capo degli ispettori di Alfano, Miller, dell’Avvocato Generale presso la Cassazione, Martone, e del sottosegretario alla Giustizia, ex magistrato, Caliendo, che hanno partecipato a una cena con Denis Verdini, un Pdl, dove hanno discusso su come indurre la Corte costituzionale a gettare alle ortiche il Lodo Alfano; di Carbone, primo presidente di Cassazione, che è stato beneficato da u
n aumento dell’età pensionabile fatto apposta per lui e che si è raccomandato ad alcuni “potenti” perché gli trovassero qualcosa da fare dopo che fosse andato in pensione (a 78 anni!): qualcosa di sostanzioso, si capisce; e di Mancino che chiacchiera delle nomine che il Csm si appresta a fare con Lombardi, che non si capisce chi è né cosa fa; è uno che “sta in mezzo”, come si dice di questa gente da sottobosco politico.
Martone e Caliendo sono stati “correntisti”: pezzi grossi delle loro correnti, dell’Anm e del Csm; Caliendo ha fatto anche la sua brava “carriera parallela” e oggi è sottosegretario. Miller è l’uomo di fiducia di Alfano, il suo braccio armato contro i magistrati scomodi: è lui che ha capitanato le
  ispezioni a De Magistris e alla Procura di Salerno. Non c’è da meravigliarsi che l’Anm non si mostri troppo scandalizzata: è tutta gente figlia del sistema, sarebbe come spararsi nelle... gambe.

Così adesso mi chiedo: sarà arrivato il momento che questa
cosa semplice semplice la capiscono? Che al Csm ci si va per sorteggio e non per merito politico; che dopo 4 anni si torna a spalare... fascicoli; che un magistrato non deve fare il capo di gabinetto, il sottosegretario, il presidente della Regione, l’assessore, il direttore generale di questo o quel ministero (a meno che prima non dia le dimissioni dalla magistratura). Che insomma chi fa il giudice non va a cena con i Verdini, gli Alfano, i Lombardi e i Carboni.

da Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2010




La guerra civile di Baltazar


 In Spagna c’è un giudice; si chiama Baltazar Garzón. Credo sia una persona eccezionale: ha condotto indagini che in nessuna parte del mondo ci si è nemmeno sognati di iniziare. Da ultimo ha chiesto l’arresto di Pinochet e il sequestro dei suoi beni; ma prima di ciò si era occupato dei terroristi dell’Eta, di corruzione politica ad altissimo livello e di Telecinco, la tv privata spagnola. Insomma uno che fa sognare i cittadini e sta sull’anima al potere. Adesso ha pensato bene di andare a sgattare nella storia sanguinosa del suo Paese, al tempo dellaguerra civile. E ha constatato quello che già tutti sapevano: che ci sono stati un sacco di morti ammazzati e soprattutto circa 120.000 desaparecidos; e le famiglie di questa gente gli hanno chiesto giustizia. Lui ci ha provato. Siccome 120.000 persone scomparse non sono poche, Garzón ha pensato bene di qualificare giuridicamente il fatto come crimine contro l’umanità, lo stesso tipo di reato , per intenderci, che è stato contestato a Milosevic e agli altri criminali di guerra jugoslavi, per giudicare i quali è stato addirittura istituito un tribunale apposito, quello dell’Aja. Insomma: qualificazione giuridica e scelte processuali adeguate, restava da verificarne proceduralmente la fondatezza e, naturalmente, la sussistenza.

E magari i tribunali spagnoli avrebbero potuto dire che Garzón si era sbagliato e che nessuno era mai stato ammazzato o che non era vero che c’erano stati 120.000 desaparecidos; il che per la verità era poco probabile. Così alcune associazioni di estrema destra hanno pensato bene di denunciare Garzón per un reato di cui non ho trovato l’equivalente nel nostro codice, prevaricación: hanno detto che la qualificazione giuridica operata da Garzón – crimini contro l’umanità – era errata, che si trattava di normali omicidi e violenze commesse durante la guerra civile e che il tutto era coperto da un’amnistia emanata nel 1977. E soprattutto hanno detto che Garzón questo lo sapeva benissimo e che quindi aveva adottato un trucco, una qualificazione giuridica consapevolmente sbagliata, allo scopo di aggirare l’amnistia.

Questo perché nessuna amnistia può coprire i crimini contro l’umanità; mentre i "normali" omicidi e atrocità varie restano un fatto interno del Paese che può decidere di amnistiare i peggiori criminali del mondo: se lo fa, sono fatti suoi. Hanno trovato un giudice, tale Varela, che ci ha creduto; e adesso Garzón è sotto processo. Insomma, fanno un processo al processo iniziato da Garzón.

Per capire quanto stupida sia questa cosa, basta chiedersi cosa ci stanno a fare i gip, i Tribunali, le Corti d’Appello e le Corti di Cassazione. In effetti, quando il potere politico era meno arrogante e prevaricatore, tutti erano convinti del fatto che il sistema giudiziario era costruito per verificare la fondatezza delle accuse. Per dire: un pm accusava Benedetto Dal Popolo di aver commesso falsi in bilancio, corruzione, frode fiscale e falsa testimonianza? Benedetto si pagava 2 o 3 avvocati che facevano anche i parlamentari, faceva approvare leggi che abrogavano alcuni reati e facevano prescrivere gli altri e, alla fine, se ne usciva fischiettando dall’aula del Tribunale. Non era proprio una bella cosa ma il sistema era salvo. L’accusa era stata valutata dai giudici che avevano applicato la legge: sei innocente, finivano con il dirgli. Ed era tutto legale; certo che, se non ti chiamavi Benedetto Dal Popolo avrebbero detto: sei colpevole e vai in galera, ma così è la vita.

Siccome questo sistema certe volte è un po’ rischioso, magari anche solo le indagini danno fastidio, la gente comincia a sentire un po’ di cose, comincia a dire: ma allora..., ecco che le associazioni franchiste hanno adottato il sistema detto sopra. "Caro giudice, il processo non lo devi proprio iniziare; io ti denuncio dicendo che tu lo fai non per scopi di giustizia ma per altri di natura politica e ideologica; e qualcuno che ti condanni lo troverò".

Per la verità, le associazioni franchiste questa brillante idea non credo l’abbiano elaborata autonomamente; qualcuno deve avergli raccontato di quello che è successo in Italia a De Magistris prima e ad Apicella, Nuzzi e Verasani (i pm di Salerno) dopo. Vi ricordate? Quelli che indagavano su una Tangentopoli calabrese che chissà dove andava a finire. A De Magistris dissero che il suo decreto di perquisizione conteneva parti di motivazione non necessarie e che lui ce le aveva inserite per denigrare le persone interessate. E ai pm di Salerno che il loro decreto di perquisizione era troppo motivato e che lo avevano scritto così allo scopo di permettere legalmente alla stampa di pubblicare le informazioni che vi erano contenute.

Per fortuna noi non abbiamo il reato di prevaricación; però De Magistris l’hanno trasferito, Apicella l’hanno mandato a casa, e Nuzzi e Verasani li hanno censurati, trasferiti e gli hanno vietato di fare in futuro i pm. Soprattutto, gli hanno levato i processi, che era quello che contava. Inutile è stato far notare che la valutazione della validità processuale degli atti dei pm è riservata per legge a gip, Tribunali della libertà, Tribunali, Corti d’Appello e Corti di Cassazione; e che ammettere il processo al processo significa la distruzione delle garanzie costituzionali. La risposta (una per tutte) è stata quella data da certa professoressa Vacca, componente del Csm e della Commissione che doveva giudicare De Magistris la quale, prima del giudizio, ha esternato alla stampa nazionale che De Magistris era un cattivo giudice e che sarebbe stato duramente colpito.

Poi in effetti lo ha colpito e affondato. Questa cosa tecnicamente si chiama anticipazione di giudizio e, se venisse commessa da qualsiasi giudice, lo obbligherebbe all’astensione e lo esporrebbe (meritatamente) a un procedimento disciplinare. Naturalmente la professoressa Vacca non si è astenuta e non ha subìto alcuna conseguenza...Tornando a Garzón, come ho detto, è probabile che i fascisti spagnoli abbiano trovato ispirazione dalle nostre parti. È proprio vero che basta una mela marcia...Adesso non solo l’Italia ha scoperto il modo di "normalizzare" la giustizia.

Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile




Csm: il sorteggio incostituzionale che vuole Alfano


Alfano vuole una nuova legge elettorale per il CSM: dice che i magistrati che lo compongono vanno sorteggiati; così s’impedirà alle correnti di lottizzarlo, come è avvenuto finora. Naturalmente dei componenti politici non si parla proprio: quelli continueranno ad essere nominati con il buon vecchio metodo della spartizione partitica. Io conosco bene il problema perché questa idea del sorteggio l’ho avuta per primo, quando facevo il magistrato e non mi piacevano (come non mi piacciono ora) le correnti. Non è così facile come sembra, anche se sarebbe proprio cosa buona e giusta. Cerco di spiegare perché.

C’è l’Associazione Nazionale Magistrati, una sorta di sindacato, che è però solo un contenitore di quattro correnti, Magistratura Democratica, Movimento, Magistratura 
Indipendente e Unità per la Costituzione. E queste cosa sono? E’ un pò complicato. La prima, Magistratura Democratica, è nata negli anni 60. Erano anni in cui la repressione penale nei confronti degli emarginati era pesante, un po’ come oggi con gli immigrati. Pensate: il furto di un paio di litri di benzina prelevati con un tubo di gomma dal serbatoio di una macchina in sosta era punito con un minimo di due anni; e la sospensione condizionale della pena (non si andava in prigione) arrivava a un anno. Così il ragazzotto che rubava 200 lire di benzina per il suo motorino finiva in galera; e, a quel tempo, niente benefici, niente legge Gozzini. Un po’ tanto per due litri di benzina. Alcuni di noi cercarono una soluzione a questa e altre situazioni veramente inique. La chiamavamo interpretazione evolutiva della legge: questa aggravante si può considerare esistente? E la diminuzione di pena per “unico disegno criminoso”? Non fu facile ma, alla fine, spesso anche la Cassazione ci seguì. Fu naturale dunque per questi magistrati trovarsi insieme, confrontarsi, riconoscersi su basi giuridiche e culturali comuni. Nacque MD.  

Poco dopo nacquero altre correnti: Magistratura Indipendente, ispirata a una cultura più conservatrice e, fin da allora, in posizione critica nei confronti di MD, più progressista; e poi Unità per la Costituzione e da ultimo il Movimento. Poi iniziò un processo forse inevitabile. Ovviamente, tanti più aderenti contava una corrente, tanto maggiore era l’influenza che essa esercitava: a quanti ragazzini-ladri si sarebbe evitata la prigione! Così ogni corrente, MD soprattutto, cominciò a fare proseliti: associatevi, lavoriamo insieme per migliorare la magistratura, la legge, la giustizia! E non era solo un problema d’interpretazione della legge: si trattava di organizzazione, distribuzione dei processi, criteri di priorità; e dunque bisognava nominare capi di Procure e Tribunali che condividessero la cultura della corrente e che li gestissero in modo da realizzarne i principi.
E, per fare ciò, bisognava “contare” nel CSM: lì si nominavano i capi degli uffici, lì bisognava essere presenti. L’inferno è lastricato di buone intenzioni: ben presto le correnti diventarono fazioni, con logiche e strumenti identici ai partiti politici. Cominciarono a farsi e disfarsi alleanze: votiamo insieme per Tizio (che è mio) a Procuratore della Repubblica di Roncofritto; domani voteremo insieme per Caio (che è tuo) a Presidente del Tribunale di Poggio Belsito. Ma c’è Sempronio che è molto più bravo di tutti e due! Si, ma è di MI (o di MD o di Unicost), insomma di quegli “altri”! Oppure non è di nessuna corrente, ancora peggio, un cane sciolto, indipendente, non dà “garanzie”
!
 
Alla fine si arrivò alla situazione attuale: il CSM lottizzato tra le correnti, proprio come il Parlamento, schiavo delle segreterie dei partiti. Le correnti organizzano le elezioni, propongono liste “bloccate” e così obbligano i magistrati a votare solo quelli designati
. Certo, nulla vieta di votare qualsiasi bravissimo, stimatissimo, onestissimo magistrato che non appartiene a nessuna corrente. Ma l’apparato correntizio si mobilita: i voti degli iscritti si concentrano sugli adepti; e il cane sciolto può contare solo su alcuni amici e estimatori, troppo pochi per prevalere sulle migliaia di voti che una corrente è in grado di produrre. Alla fine si produce un CSM lottizzato, tanti di una corrente, tanti di un’altra, le nomine dei capi degli uffici, le decisioni più importanti, tutto frutto di maggioranze precostituite, di accordi preliminari, di scambi, di segnalazioni da parte dei vertici degli apparati. Non sempre, certo; quando si deve nominare il Procuratore di Rocca Ridente ogni componente del CSM recupera la sua autonomia e indipendenza. Ma per i Procuratori di una grande città l‘apparato è monolitico, qui la corrente si gioca la faccia, la fiducia degli iscritti, la sua futura crescita e influenza. E poi ai vertici delle correnti c’è gente che conta. Qui si fanno carriere parallele: Comitato Direttivo Centrale, Giunta, CSM, Gabinetto di qualche Ministro, incarichi extra giudiziari, se proprio si deve rientrare nei ranghi, posti comodi e importanti. Negli uffici giudiziari restano i magistrati “spalatori”, quelli che una brillante collega contrappose un giorno ai magistrati “scalatori”.

Per questo avevo immaginato un CSM nominato con sorteggio; per impedire alle correnti di continuare a spartirselo. Tanto, avevo pensato, i magistrati circa 9000 sono; tutti i giorni condannano qualcuno all’ergastolo, affidano i figli dei genitori che si separano, concedono o negano decreti ingiuntivi per milioni, dichiarano fallimenti che coinvolgono la sorte di centinaia di lavoratori. Insomma si suppone che siano persone sufficientemente attrezzate intellettualmente e culturalmente per decidere chi deve fare il capo di questo o quell’ufficio oppure se è il caso di aprire una pratica a tutela perché il Ministro invia un’ispezione a Trani. E
  dunque chiunque la sorte designi dovrebbe farcela. Solo che c’è la Costituzione di mezzo: perché, secondo l’art. 104, i componenti del CSM debbono essere“eletti”. E sorteggiati è diverso da eletti. Per questo la mia proposta prevedeva un “passo indietro”: le correnti accettino di rinunciare a monopolizzare le elezioni del CSM; si costituisca un Comitato con il solo compito di gestire il sorteggio di 16 magistrati destinati a diventare componenti del CSM; poi si fanno elezioni formali e tutti votano per i 16 sorteggiati.

Non credo che nessuno si stupirà: salvo 4 o 5 colleghi, tutti mi sbeffeggiarono. Ora Alfano, con la disinvoltura tipica della sua parte politica, ha pensato di sorteggiare un certo numero di magistrati, non so più se 100 o 200 e poi di eleggere tra questi i componenti del CSM. Che tanto costituzionale non mi sembra. Però è vero che qualcosa si deve fare. Una legge costituzionale di modifica dell’art. 104 risolverebbe il problema; ma, a questo punto, chissà cosa ci mettono dentro B&C: roba che farebbe considerare perfetto il sistema attuale.
Ma poi Alfano ci ha pensato bene? Sicuro che come vanno adesso le cose, clientelismo, raccomandazioni, collateralismi, inciuci, non è più in linea con lo stile della sua fazione di quanto non lo sarebbe un CSM veramente indipendente e autonomo?

Da Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2010

 
 


Da dove saltano fuori le "pratiche a tutela" del Csm?


Recentemente il Consiglio Superiore della Magistratura è intervenuto a difesa di alcuni magistrati e uffici giudiziari offesi da Berlusconi. Tecnicamente questo tipo di intervento si chiama “pratica a tutela”: il CSM prende atto di questo genere di aggressioni e interviene spiegando come e perché esse sono ingiuste. Le ultime pratiche a tutela hanno riguardato alcuni magistrati in servizio presso le Procure di Milano, Pescara e Napoli, con riferimento ai procedimenti Mills, Del Turco e Berlusconi-Tarantini. Con il consueto senso della misura, Berlusconi e i suoi clientes hanno pubblicamente dichiarato che “l'armata rossa delle toghe si rimette in movimento”; che la situazione italiana, a seguito delle iniziative giudiziarie citate, è paragonabile “al Cile del generale Pinochet”; che “i magistrati utilizzano la giustizia a fini mediatici e politici” e altre amenità del genere.

Una certa sorpresa si è diffusa nel mondo giudiziario a seguito di una lettera inviata al CSM dal Presidente della Repubblica che auspicava che “l'esame delle pratiche a tutela avvenga con serenità ed equilibrio, in linea con la esigenza di fare responsabile e prudente uso … (dell’) istituto …”.

Tutto ciò stimola alcune riflessioni.

1) Ha fatto bene Napolitano a inviare questa missiva? Risposta: si e no.
No: perché, come garante degli equilibri istituzionali, avrebbe dovuto (in verità con ben maggiori motivazioni) inviare questo suo monito anche a molti uomini politici che certamente non si erano comportati “con serenità ed equilibrio”. E, se avesse ritenuto di non rivolgersi proprio a Berlusconi e soci, avrebbe comunque dovuto auspicare quantomeno che “serenità ed equilibrio” fossero (faccio una proposta per un futuro comunicato) osservati da tutti coloro che svolgono funzioni istituzionali. E’ infatti evidente che aver rivolto una raccomandazione di tal fatta ad uno soltanto dei protagonisti dello scontro politico - giudiziario ha un solo possibile significato: una “bacchettata” al CSM per un’iniziativa inopportuna. Insomma, si è trattato di uno schierarsi incompatibile con il ruolo di garanzia proprio della Presidenza della Repubblica.
Ma, sotto un altro profilo, non si può dire che Napolitano avesse tutti i torti. E qui si deve passare alle riflessioni che seguono.

2) Come tutti sanno il CSM è organo previsto dalla nostra Costituzione che stabilisce come debbono essere nominati i suoi componenti e quali compiti ha. In particolare l’articolo 105 della Costituzione prevede che “Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell'ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.

Ma allora, da dove saltano fuori le “pratiche a tutela”? Quale legge, costituzionale o meno, ha attribuito al CSM il compito di svolgere un’attività del genere?

Quale sia l’origine legale delle “pratiche a tutela” lo ha detto lo stesso CSM proprio in occasione di queste ultime pratiche: “Fin dalla risoluzione del 10 febbraio 1978 il Consiglio è intervenuto a tutela della indipendenza e del prestigio della magistratura e dei magistrati oggetto di denigrazione ed intimidazione, affermando, in qualità di organo costituzionalmente preposto al governo dell'ordine giudiziario, la necessità politica e sociale che la critica sia responsabile ed informata e non sia denigrazione ed intimidazione dei giudici"; nella successiva risoluzione del 23 luglio 1981, adottata alla presenza del Capo dello Stato, ha riaffermato "la propria determinazione a tutelare l'indipendente e corretto esercizio della funzione giurisdizionale…..". Inoltre, sempre il CSM si è dato un nuovo Regolamento interno (DPR 15 luglio 2009) che, all’art. 21, prevede le pratiche a tutela. Delibere e regolamenti assai commendevoli, non fosse che di tali attribuzioni la Costituzione non fa menzione; sicché autoattribuirsele non mi pare ben fatto. Il CSM è un organo con compiti di natura amministrativa, non politica; e non c’è dubbio che prendere posizione in contrasti tra uffici giudiziari o singoli magistrati e questo o quel partito o uomo politico comporti scelte che sono o possono essere interpretate come politiche. Che, per la giustizia è una cosa terribile, è la prima causa di delegittimazione, è qualcosa di assai più grave di un qualsiasi scomposto e truce attacco proveniente dall’ultimo (o dal primo, se è per questo) uomo politico del Paese.

Insomma, se il CSM si mette a fare il processo alla politica finisce come la politica stessa quando fa il processo alla magistratura. Ricordo il Parlamento in seduta comune che beatificava Berlusconi al tempo dei processi di Milano; oppure le proposte di istituire commissioni di inchiesta parlamentari su Tangentopoli, ben presto divenute commissioni di inchiesta su Mani Pulite, cioè sugli uffici giudiziari che avevano processato e condannato i malfattori. Il punto è che, quando le istituzioni scendono in campo, i risultati sono drammatici per la democrazia. II Parlamento fa (dovrebbe fare) le leggi; la Magistratura fa i processi, il CSM gestisce la carriera dei magistrati. Nessuno deve fare altro oltre a quello che costituzionalmente gli compete.

3) Ma allora, si dirà, i magistrati sono senza tutela? Quando qualcuno se la prende con loro, da Berlusconi a qualsiasi altro imputato che non ha alcuna intenzione di accettare le condanne inflittegli a seguito di rituali processi, al di là della consueta tutela giudiziaria che spetta ad ogni cittadino (querele, denunce etc.), chi difende l’ufficio, l’istituzione?

Lo deve difendere il sindacato dei giudici, l’Associazione Nazionale Magistrati; un’associazione di natura privata che, secondo il suo Statuto, si propone di: “dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali” e “tutelare gli interessi morali ed economici dei magistrati, il prestigio ed il rispetto della funzione giudiziaria”. Tutte cose, queste, che la Costituzione non prevede affatto tra i compiti del CSM e che invece sono dovere statutario per l’ANM che può (deve) esercitare critiche, promuovere manifestazioni, bandire scioperi, interloquire con le istituzioni, insomma adottare i metodi tipici di ogni sindacato che tutela i suoi iscritti. E, per la verità, qualche volta (pochine ma, in questi ultimi tempi più frequentemente), l’Associazione l’ha fatto. E naturalmente, se la polemica si svolge tra un partito e un’associazione sindacale, tra un uomo politico e l’ANM, nessuno può aver niente da ridire. Ognuno dei due contendenti esporrà le proprie ragioni e cercherà di convincere i cittadini del proprio buon diritto.

Ma, si dice, Berlusconi e altri politici di varia estrazione, quando esternano si propongono con la loro carica istituzionale; e dunque sarebbe giusto che il confronto avvenisse con altro soggetto istituzionale. Ma è ovvio che insulti e minacce ai giudici e agli uffici giudiziari non provengono mai, non possono provenire, dal Governo della Repubblica, dal Parlamento, dal Ministro: le istituzioni non si insultano tra loro. Quando Berlusconi parla di sé in terza persona (il Capo del Governo, il Presidente del Consiglio) e tuona contro le supposte aggressioni giudiziarie che lo vedono protagonista dimentica sempre che il processo penale si svolge nei confronti di un imputato persona fisica e non di una carica istituzionale; che è il cittadino Berlusconi ad essere chiamato a rispondere delle sue malefatte, non il Capo del Governo.

4) Se tutto ciò è vero, non serve altro per rendersi conto di come sia grave che il CSM possa esser sospettato di schierarsi a difesa di interessi particolari, non importa se giusti o sbagliati. La delegittimazione che ne deriva è la stessa che ha ormai così radicalmente squalificato il mondo politico italiano. Insomma, il CSM non può scadere al livello dei suoi attuali interlocutori.

5) Ma perché allora tutto questo succede; e succede da molti anni e tutto lascia supporre che continuerà a succedere? Qui sta il grande irrisolto problema che angoscia (dovrebbe angosciare) la magistratura e che è all’origine di tutte le polemiche alimentate dalla classe politica.

Il fatto è che l’ANM, il sindacato dei giudici, in realtà è un semplice contenitore: in essa agiscono, quasi sempre in contrasto e comunque in concorrenza tra loro, le cosiddette correnti della magistratura, Unità per la Costituzione, Movimento, Magistratura Democratica, Magistratura Indipendente.

Queste correnti monopolizzano il sistema dell’autogoverno dei giudici: i Consigli Giudiziari (piccoli CSM locali) e il CSM; controllano le nomine alle più disparate cariche istituzionali che, in sede italiana, europea e internazionale, sono assegnate a magistrati; garantiscono ai propri vertici carriere di eccellenza. Sono le correnti che organizzano le elezioni del CSM: ognuna presenta una lista con un numero di candidati pari a quello dei posti da ricoprire; e l’elezione diventa una gara a loro riservata. Un magistrato che non appartiene a una corrente non potrà mai essere eletto al CSM; che dunque finisce con l’essere composto (per la parte cosiddetta togata, poi c’è un terzo di componenti nominati dalla politica con criteri analoghi a quelli delle correnti) esclusivamente da magistrati “correntizi”. Ed è ovvio, alla fine, che, con questi presupposti, tutta l’attività del CSM sia condizionata dalle correnti. Insomma una copia precisa di quanto avviene nel Paese, con i partiti che occupano Parlamento, Governo e incarichi di vertice in ogni dove.

A questo punto nel CSM tutto si svolge come nella politica: ogni corrente tutela chi le appartiene; e la carriera dei magistrati si svolge in funzione della forza della corrente alla quale ognuno è iscritto. Si deve nominare il presidente del Tribunale di Roncofritto? Ogni corrente avrà il suo candidato e si batterà per farlo nominare. Oppure, come avviene sempre più spesso, si adottano logiche spartitorie: le correnti 1 e 2 si alleano per nominare l’appartenente alla corrente 1; domani faranno alleanza per nominare in altro posto l’appartenente alla corrente 2. Paradossalmente le uniche scelte a carattere obbiettivo sono quelle in cui nessun candidato appartiene ad una corrente (qualcuno ce n’è); oppure quelle in cui un candidato è di livello talmente alto da non permettere inciuci; oppure è di livello talmente basso da essere comunque impresentabile. E poi, naturalmente, arrivano le sentenze del TAR che annullano le decisioni del CSM.

Tutto questo avviene anche a protagonisti rovesciati. E’ rimasta celebre la scelta del ministro Mastella che aveva chiamato a importanti incarichi ministeriali magistrati appartenenti a tutte le correnti, con una scelta accurata di bilanciamento; andò sotto il nome di pax mastelliana. E poi anche importanti incarichi internazionali sono decisi al CSM o nei Ministeri in base a logiche correntizie. Perché, qui è il punto, la commistione tra le correnti (l’ANM è, come si è detto, un semplice contenitore) e il CSM fa si che, alla fine, si costruiscono per i “correntizi” vere e proprie carriere parallele, con un meccanismo che assicura ai più abili in questo genere di cose (magari non i più abili nella professione), vantaggi di natura professionale, economica, di prestigio. Ma soprattutto questo impossessamento del CSM, organo costituzionale che dovrebbe essere indifferente alle vicissitudini della politica (dal che deriverebbe la sua affidabilità ed autorevolezza), ad opera di un sindacato composto da enti e persone che, a torto o a ragione, ne sono ritenuti partecipi quando non inquinati, è la ragione vera della sfiducia con cui vengono accolte le “pratiche a tutela”. Tanto più che è impossibile non constatare che, in certi casi, di “pratiche a tutela” non se ne aprono. Il CSM non ha “tutelato” Luigi De Magistris quando parlamentari calabresi, e non solo, gliene dicevano di tutti i colori. E non ha “tutelato” nemmeno Clementina Forleo, quando era perseguitata da quasi tutto l’arco costituzionale. A suo tempo non “tutelò” nemmeno Falcone, che è quanto dire.

Sicché è abbastanza naturale che le iniziative del CSM di aprire “pratiche a tutela” a macchia di leopardo siano considerate con un po’ di sospetto.
Ecco, alla luce di tutto questo, forse il monito del Presidente della Repubblica al CSM, anche se criticabile per essere stato inviato ad uno solo dei possibili destinatari, qualche fondamento finisce con l’averlo.



Se i giudici hanno paura


La Stampa, 3 aprile 2009

Per l’ennesima volta c’è il sospetto che qualche politico importante sia stato preso con le mani nel vasetto della marmellata. La procura di Bari ha da tempo chiuso le sue indagini che riguardavano il Ministro Raffaele Fitto per i reati di associazione a delinquere, concussione, falso ideologico, corruzione, peculato, concorso in interesse privato in una procedura di amministrazione straordinaria e turbativa d'asta. Come prevede il codice di procedura, i procedimenti sono stati sottoposti al Giudice per le Indagini Preliminari; uno dei due è ancora in fase di udienza preliminare; per l’altro, Fitto è stato rinviato a giudizio.

Adesso il suo collega Alfano ha inviato i suoi ispettori presso la Procura di Bari. La supposizione che si tratti della solita ispezione intimidatoria e, se gli riesce, punitiva è seducente; tanto più che, dicono le agenzie, Alfano si è mosso su sollecitazione dello stesso Fitto. Niente di nuovo sotto il sole comunque: hanno fatto così dai tempi delle ispezioni alla Procura di Milano che indagava su Berlusconi. E tutto questo suggerisce qualche (inquieta) riflessione.

E’ evidente che gran parte della classe dirigente del Paese non riesce a comprendere che l’Amministrazione della Giustizia si deve svolgere in maniera indipendente e autonoma rispetto ai desideri, alle opinioni, ai voleri della politica. E’ straordinario come Alfano e gli altri come lui non arrivino a rendersi conto che un’ispezione disposta in coincidenza con un processo nei confronti di un uomo politico e dietro sollecitazione di questi costituisce una obbiettiva interferenza, tale da intimidire i giudici che lo debbono giudicare.

Può essere interessante ricordare che, il 23 febbraio, il Ministro della Giustizia spagnolo, Mariano Bermejo si è dimesso. Aveva passato (come faceva per abitudine, essendone amico) un week end, andando a caccia con il giudice Garzon che stava investigando su Francisco Correa, importante esponente del partito Popolare che, come è noto, è all’opposizione. E’ stato criticato perché si poteva sospettare (sospettare, non è mai emerso alcunché di concreto) che egli potesse approfittare delle circostanze per raccomandare al giudice un inchiesta severa (nei sospetti: parziale, ingiusta, prevenuta) da cui il suo partito avrebbe tratto vantaggio. E’ stato anche criticato perché era andato a caccia senza possedere la relativa licenza… Si è dimesso. Per un sospetto (un sospetto) di parzialità. Nel nostro Paese il Ministro della Giustizia invia ispezioni presso i giudici che indagano sui suoi compagni di partito; addirittura l’ex Ministro Mastella le inviò presso il magistrato che indagava su di lui.

Ma c’è un’altra cosa che lascia perplessi. L’Associazione Nazionale Magistrati, il sindacato dei giudici, è composta da persone che, come tutti i giudici, conoscono a menadito gli articoli 101 della Costituzione (quello che dice che i giudici sono soggetti soltanto alla legge); 104, quello che dice che la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere; e 112, quello che dice che il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale (sicché, se pensa che Fitto sia un associato a delinquere, un concussore, un corruttore, un peculatore e tante altre cose poco commendevoli, non può che spedirlo davanti a un giudice perché queste accuse siano accertate).

E’ successo che l’ANM, quando ha appreso dell’ispezione ordinata da Alfano, ha emesso un severo (magari severo è un po’ troppo, che dire, critico, forse ispirato a vigile attesa) comunicato in cui dice di esprimere «piena solidarietà ai colleghi della Procura di Bari» e di condividere “l’auspicio che l’inchiesta amministrativa affidata agli ispettori ministeriali possa svolgersi senza pregiudizio né interferenze sull’attività giurisdizionale». Non proprio un alto là ma un flebile richiamo, questo si.

Solo che, quando era De Magistris ad essere “ispezionato”, mentre indagava su Mastella e coindagati (per tre volte di fila perché, come dichiarò il suo sottosegretario Luigi Scotti, anche lui magistrato, nelle prime due non si era trovato niente ma il Ministro era tanto scrupoloso e voleva essere tranquillo), in quel caso l’ANM non ebbe nulla da dire; nemmeno un flebile “auspicio” che le ispezioni si svolgessero senza pregiudizio delle indagini.

Il punto è che questo atteggiamento timido sulle iniziative aggressive della politica rischia di aggravare lo stato di sconcerto, di solitudine e di paura (si, di paura) di molti magistrati. Ieri i titolari dei fascicoli su Fitto hanno scritto una lettera al Csm, chiedendo di sapere entro quale limite devono esercitare «il dovere istituzionale di salvaguardare la funzione giudiziaria da interferenze indebite o improprie».

Tutti i magistrati conoscono benissimo questo limite; come lo conoscevano i magistrati della Procura di Milano che non consegnarono mai agli ispettori i fascicoli concernenti gli imputati Berlusconi, Previti e altri, coperti dal segreto investigativo che vale (ma lo sanno tutti) anche per il Ministro. Chiedere al CSM che ha condannato De Magistris una direttiva in tal senso è certamente ispirato ad ovvie ragioni di autotutela; ma è anche segno di profonda sfiducia.

Segnalazioni

Mercoledì 8 aprile alle 19.30 presento "La questione immorale" su Videogruppo Piemonte, circuito Telelombardia. Potete rivolgere le vostre domande chiamando il numero verde: 800177770.


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