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L’ultima esternazione del presidente della Repubblica (“E’ indispensabile… che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione”) mi ha fatto molto arrabbiare. E’ ora di finirla, ho pensato, con questa storia dei magistrati che conducono una lotta personale contro la politica e in particolare contro la maggioranza che governa. Non è vera e Napolitano lo sa: ci sono processi per gravi reati commessi da uomini politici. L’“istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione” li celebra “rigorosamente”, come fa con ogni altro processo. Il monito è stato inopportuno.

Poi ho riflettuto meglio. Altro che inopportuno. Napolitano ha fatto di peggio: ha condiviso la tesi dei politici in fuga dai processi. Ha detto: “Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggia sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare”. Ha detto cioè che è il processo in sé, quando celebrato nei confronti del politico, a essere eversivo: perché è in contrasto con la volontà popolare. E tra legalità ed eguaglianza dei cittadini davanti alla legge; e rispetto della sovranità popolare con conseguente impunità dell’eletto; è il secondo principio che deve prevalere.

Così voglio provare a discutere di questa nuova teoria, che avrebbe fatto inorridire i miei maestri all’università, come fosse una cosa seria, verificandone le possibili conseguenze. La volontà popolare è il principio supremo: nulla deve impedire all’eletto dal popolo di svolgere il suo mandato. Supponiamo che l’eletto dal popolo sia un serial killer: lo è stato in passato e anzi sfrutta la sua posizione per uccidere ancora. Il consenso popolare dovrebbe consentirgli l’impunità per gli omicidi commessi? Peggio,
  dovrebbe facilitargli ulteriori omicidi impedendo che si accerti, nel rispetto della legge e con le dovute garanzie processuali, se li ha davvero commessi e se ne sta progettando altri? Gli interessi supremi del paese in funzione dei quali “nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza” sarebbero tutelati da un serial killer? E se la risposta fosse negativa, non sarebbe necessario allontanarlo dal governo del paese?

Attenzione, questa ipotesi non è per nulla paradossale: se Riina si presentasse alle elezioni in Sicilia, raccoglierebbe certamente moltissimi voti; e se mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unissero le loro risorse per garantire l’elezione di uno dei loro a qualche elevata carica istituzionale, avrebbero molte probabilità di riuscire nel loro intento. Se il consenso popolare dovesse prevalere su ogni altro principio, e in particolare su quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, l’eletto Riina e i suoi compari potrebbero governare il paese, perseverando impunemente nella loro attività criminosa. Non credo ci sia qualcuno che possa sostenere questa tesi. Ma in Italia non ci sono serial killer al governo. Speriamo che sia così. Allora vediamo quale tipo di delitti potrebbero portare a pensare che sì, il consenso popolare… ma forse meglio non insistere.

Un eletto dal popolo che abbia commesso o continuasse a commettere violenze sessuali, magari su minori; o corruzioni, falsi in bilancio e frodi fiscali per arricchire se stesso e i suoi amici; o anche accordi con la criminalità organizzata, per garantirsi sicurezza, prosperità e prolungata carriera politica; questi reati sarebbero sufficientemente gravi da autorizzare un accertamento giudiziario? E, se accertati, inciderebbero sull’idoneità dell’eletto dal popolo a governare il Ppaese? Insomma, quali reati sono incompatibili con il consenso popolare? Perché la teoria avrà pure qualche eccezione; altrimenti anche Mussolini e Hitler avrebbero governato legittimamente per via
  dell’indubbio consenso popolare che li circondava. E invece proprio il fatto che non sia mai stato possibile processarli per i loro crimini e che abbiano potuto governare nonostante li avessero commessi dimostra quanto sia pericoloso sovrapporre questo principio a quello dell’uguaglianza della legge per tutti i cittadini.

Io sono cresciuto nella convinzione che “se al mondo ci fossero solo due uomini e questi uomini fossero San Francesco e Santa Chiara, il diritto starebbe tra loro a indicare quello che è giusto” (Barbero, Manuale di diritto civile, UTET, 1954). E’ troppo chiedere a un professore universitario più vecchio di me di ricordarsene?

da Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2009



Scudo fiscale, una firma pesante


da Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2009

Così il Presidente della Repubblica ha firmato. Adesso l’impunità per i criminali che fanno rientrare il loro bottino nel nostro Paese è legge dello Stato. A chi gli chiedeva di non firmare Napolitano ha risposto “Ma dove sono i profili di incostituzionalità? E poi è inutile, che io non firmi non significa niente, me la rimandano dopo 15 giorni e debbo firmare per forza”.

Né la decisione né la motivazione sono condivisibili. L’art. 74 della Costituzione dice: “il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione; se le Camere la approvano nuovamente, questa deve essere promulgata”. La Costituzione non dice però che il rinvio alle Camere può avvenire solo per ragioni di manifesta incostituzionalità; si limita a prevedere che il Presidente può non firmare una legge. Molti costituzionalisti ne hanno dedotto che il Presidente della Repubblica può sempre rifiutarsi di firmarla. Nel caso di manifesta incostituzionalità, il rinvio alle Camere è un suo preciso dovere; ma, in tutti gli altri casi in cui la legge gli sembri ingiusta, il Presidente della Repubblica ha comunque una responsabilità di intervento che gli deriva dall’essere l’interprete degli interessi superiori della Nazione, di ciò che vi è di permanente, di superiore, di indiscusso, di comune a tutti nella vita nazionale. Per questo, quando egli parla, lo fa in nome del Paese. E le sue parole hanno un peso terribile: come ha detto uno dei padri della Repubblica, Umberto Terracini, “una parola del Presidente pesa sulla bilancia più di mille parole di ognuno di noi”. Allora Napolitano ha avuto torto quando ha detto che era inutile non firmare una legge che la maggioranza avrebbe approvato comunque. Anche perché si ha sempre torto quando si rinuncia a battersi. E poi non sarebbe stata solo una bella battaglia. Avrebbe potuto essere una battaglia vinta.

Il nuovo scudo fiscale prevede sostanzialmente due cose: chi fa rientrare i capitali non può essere punito per frode fiscale e falso in bilancio; e le banche che provvedono alle operazioni di rientro non devono effettuare le segnalazioni per le operazioni sospette previste dalla normativa antiriciclaggio che le obbliga a segnalare all’Ufficio italiano cambi i casi in cui sia probabile che il danaro sia provento di reato. Così l’Uic   non informerà il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza che non svolgerà le indagini del caso e non le trasmetterà alla Procura della Repubblica per il relativo procedimento penale. Il problema è che i soldi non si distinguono tra loro: 1.000.0000 di euro proveniente da una frode fiscale non ha una targhetta che lo distingua da un’analoga somma proveniente da un sequestro di persona. Sicché, quali siano i reati che hanno prodotto il bottino che rientrerà con lo scudo fiscale non lo può sapere nessuno. Con la legge firmata dal Presidente della Repubblica potrà dunque entrare in Italia senza rischi penali non solo il provento di frode fiscale e falso in bilancio; ma anche il bottino di traffico di droga, di armi, di donne, di minori, di immigrati, di sequestri di persona, di corruzioni, insomma di tutto i reati che producono denaro, i cui autori dovrebbero essere perseguiti e sanzionati con anni e anni di galera. Si chiama obbligatorietà dell’azione penale.

Allora la domanda è: se la frode fiscale e il falso in bilancio sono già “amnistiati” (non è proprio così ma gli effetti quelli sono), a che serve prevedere che le banche non effettuino le segnalazioni delle operazioni sospette? Anche se le effettuassero, e se l’Uic prima e il Nucleo di Polizia Valutaria dopo scoprissero frodi fiscali e falsi in bilancio, la conclusione sarebbe obbligata: non doversi procedere per essere i reati non punibili. Dunque perché una norma come questa? Ma è ovvio: in questo modo si assicura l’impunità a tutti gli altri delinquenti che si gioveranno dello scudo fiscale. I sequestratori di persona, i trafficanti di vario genere che porteranno in Italia i loro soldi, non potendo contare su un’esplicita previsione di non punibilità (la legge la prevede solo per la frode fiscale e il falso in bilancio) conseguiranno lo stesso effetto perché non saranno comunque possibili indagini su di loro. Insomma, è evidente che una legge che avesse detto “tutti i reati da cui derivano le somme che sono rientrate in Italia con lo scudo fiscale non sono punibili” sarebbe stata difficile da far approvare anche per una maggioranza che ha principi etici ispirati ai Fratelli della Costa. Da qui il trucco: non dico che questi reati non saranno puniti; però faccio in modo che non possano essere scoperti. Ecco, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, ma questo non è in contrasto con l’art. 112 della Costituzione, dove si dice che l’azione penale è obbligatoria? Ma quale obbligatorietà può esserci se le leggi della Repubblica tutelano in via preventiva i delinquenti, permettendo loro di nascondere le prove delle malefatte?

E poi, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, che ne è del famoso principio di ragionevolezza che significa, sostanzialmente, bilanciamento degli interessi costituzionalmente   garantiti? Che c’è, sull’altro piatto della bilancia, che pesi più dell’art. 112 della Costituzione? E anche più dell’art. 53, “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.”?

E infine, avrebbe dovuto dubitare il Presidente della Repubblica, è conforme ai principi fondamentali di uno Stato democratico, farsi riciclatore del bottino dei più gravi reati perseguiti dalla comunità internazionale, in violazione dell’art. 10 della Costituzione, “L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.”?

Allora non sarebbe stato meglio, invece che giustificarsi dicendo “sarebbe stato inutile non firmare tanto dopo 15 giorni …”, inviare un messaggio alle Camere spiegando il rinvio della legge con la violazione di principi costituzionali?

Seneca diceva “Ogni concessione al male è una complicità nel male”. Era un maestro molto severo e naturalmente molto scomodo. Ma arriva un momento, per tutti, in cui questo insegnamento bisogna ricordarselo.



Presidente non firmi. Ci difenda dallo scudo fiscale


Signor Presidente,
 
il Senato ha approvato l’emendamento Fleres alla legge che ha istituito lo scudo fiscale. Se anche la Camera lo approvasse, Lei resterebbe l’ultima difesa.

Signor Presidente, con questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediari e professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento.

Le prime due previsioni, in realtà, non cagioneranno un grave danno al concreto esercizio della giustizia penale: da anni (dal 2000) una legge costruita all’esplicito scopo di impedire i processi penali in materia di reati fiscali assicura l’impunità alla quasi totalità degli evasori. Perché l’evasione fiscale costituisca reato bisogna evadere un’imposta superiore a 103.000 euro per ogni anno di imposta; e i casi di evasione superiori a tale soglia si aggirano intorno al 10 % del totale. E’ormai impossibile celebrare un processo per falsa fatturazione, e dunque anche per frode all’Iva comunitaria: quando si scopre una “cartiera” (una società che emette fatture false) e quindi si scoprono gli “utilizzatori finali” (secondo una recente definizione che ha avuto molto successo) di queste fatture, poi non si può fare un unico processo ma tanti quanti sono i luoghi in cui questi utilizzatori hanno il loro domicilio fiscale; il che è fonte di tali sprechi di tempo e di risorse da garantire nella quasi totalità dei casi la prescrizione. Infine, una delle forme più insidiose di evasione fiscale, quella commessa mediante la sistematica falsificazione della contabilità (il sistema seguito dalla quasi totalità degli evasori), è stata considerata un reato lieve, punito con una pena massima di 3 anni di reclusione; il che significa che nessuno va mai in prigione per via di sospensione condizionale della pena, indulto, affidamento in prova al servizio sociale.

Quanto al falso in bilancio, non è certo una novità che dopo la riforma della legislazione societaria voluta dal governo Berlusconi (che ha consentito allo stesso Berlusconi di essere assolto in molti processi in cui era imputato per questo reato), in Italia di processi del genere non se ne fanno più: il falso in bilancio è divenuto un reato fantasma, che c’è in astratto ma non si processa mai in concreto.

Ma la nuova legge contiene una norma che è una calamità: essa assicura l’impunità a trafficanti di droga, di armi, di donne, sequestratori di persona e altri delinquenti di grosso livello.

Signor Presidente, il danaro non ha colore, non odora diversamente a seconda del reato da cui deriva, non ha etichette che lo identifichino. Il provento dell’evasione fiscale e del falso in bilancio non si differenzia visivamente dal riscatto pagato dalla famiglia del sequestrato o dal ricavo del traffico di esseri umani. I trafficanti di droga colombiani portano il loro denaro a Miami e lo “ripuliscono”  pagando circa il 50 per cento: questo è il prezzo del riciclaggio. Se passasse questa legge, avremmo un riciclaggio di Stato, per di più assolutamente concorrenziale con quello praticato dai professionisti del settore: lo scudo fiscale costa solo il 5 per cento.

E’ vero, la nuova legge prevede che la possibilità per banche e altri intermediari di non rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio sia limitata ai reati fiscali e al falso in bilancio. Ma, signor Presidente, chi glielo spiegherà alle banche (che certamente non hanno molto interesse a scoraggiare queste iniziative da cui ricavano dei bei soldi) che i capitali che rientrano provengono da un traffico di armi e non da evasione fiscale? Come distinguere il provento dell’evasione fiscale da quello di altri truci e violenti delitti?

Non si può, signor Presidente: questa legge garantirà ai peggiori delinquenti una prospera e sicura verginità.

Signor Presidente, questa legge è una bandiera dell’illegalità: dove non avrà concreti effetti sul piano penale, trasmetterà un messaggio di opportunismo: renderà evidente a tutti che adempiere ai propri obblighi tributari, a principi etici irrinunciabili nella gestione delle imprese, è un’ingenuità, peggio è antieconomico. E’ una legge criminogena perché favorirà la futura evasione fiscale, convincendo tutti che “pagare le tasse” è cosa inutile, perfino stupida, tanto, prima o poi…. E dove invece e purtroppo avrà concrete conseguenze, si tratterà di un formidabile favoreggiamento nei confronti delle forme più gravi di delinquenza organizzata. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Magistratura non potranno nemmeno trovare le prove di questireati, forse conosciuti per altre vie, poiché il provento del reato sarà ormai sparito.

Signor Presidente non firmi questa legge; eviti che il nostro Paese sia sospinto ancora più in fondo nel precipizio di illegalità, peggio, di immoralità che ci sta separando dai Paesi civili.



Le pulizie pasquali


Dunque secondo il Presidente della Repubblica, occorre una tregua: opposizione e stampa debbono evitare di ricordare ai Capi di Governo che parteciperanno al G8 le ragioni di dissenso nei confronti dell’attuale maggioranza e del Presidente del Consiglio (l’opposizione) e il particolare stile di vita che caratterizza Berlusconi nonché eventuali informazioni sullo svolgersi dei procedimenti penali che, a vario titolo, lo riguardano o potranno riguardarlo (l’informazione).

C’è anche chi ha letto il monito del Presidente della Repubblica come un invito alla magistratura: per il momento stop ad inchieste giudiziarie che possano coinvolgere esponenti politici e, naturalmente e in particolare, il Presidente del Consiglio.

Tutto ciò a salvaguardia della dignità e del prestigio internazionale dell’Italia.

Non credo che si possa essere d’accordo: né sui contenuti né sull’opportunità.

Non viviamo per fortuna, in un mondo nel quale sia possibile nascondere fatti ed opinioni. Tutti i Capi di Stato e l’entourage che li circonda conoscono benissimo le disavventure del nostro Paese e gli avvenimenti che, non da oggi, hanno fornito un’immagine di Berlusconi e della classe politica italiana tutt’altro che lusinghiera. E’ anche ovvio che le televisioni e la stampa estera, che hanno una tradizione di professionalità ed indipendenza ben diversa da quella che caratterizza i nostri organi di informazione, si sono preparate per fornire ai cittadini dei loro Paesi informazioni importanti sotto il profilo politico e particolarmente gustose sotto quello del costume.

Insomma, secondo il Presidente della Repubblica, opposizione e informazione dovrebbero comportarsi come le classiche poco scrupolose massaie che, si dice, raccolgano con la scopa la spazzatura e la nascondano sotto il tappeto.

Ma non ha pensato, Napolitano, al pessimo servizio che gli organi di informazione renderebbero all’Italia se, non sia mai, il suo invito venisse accolto?

Non ha pensato che all’estero tutti conoscono benissimo le gravi vicissitudini giudiziarie di una classe politica fondata sul malaffare e il comportamento privato del Presidente del Consiglio, giudicato, in quei Paesi, incompatibile con il suo ruolo pubblico?

Non ha pensato, che non c’è modo di nascondere queste nostre disgrazie?

Non ha pensato che un atteggiamento servile ed opportunistico degli organi di informazione italiani darebbe il colpo di grazia all’immagine internazionale del nostro Paese che apparirebbe come una qualsiasi dittatura in cui non solo il potere fa quello che vuole e se ne infischia della legge ma è anche in grado di impedire che i cittadini ne siano informati?

Non ha pensato che dignità e prestigio non si acquistano con ipocrisia e servilismo ma con il coraggio di non nascondere le proprie debolezze e con l’impegno a divenire migliori?

Non ha pensato che una manifestazione di indipendenza e autonomia da parte degli organi di informazione e di quella parte della classe politica che non si riconosce nei metodi, nello stile, nei contenuti dell’attuale maggioranza potrebbe dare del nostro Paese un’immagine di vitalità, di democrazia, di libertà; e che proprio questo (forse, le ferite aperte nella rappresentazione pubblica dell’Italia sono molte e profonde) potrebbe contribuire a renderlo più credibile ed affidabile?

E non ha pensato infine che le strumentalizzazioni che i politici più incauti e spregiudicati avrebbero fatto del suo messaggio (alludo all’interpretazione della dichiarazione di Napolitano data da Gasparri, secondo cui la tregua dovrebbe essere osservata anche e soprattutto dalla magistratura) sarebbero state obbiettiva dimostrazione per il resto del mondo che ci visita e ci valuta che l’Italia è un Paese in cui la magistratura non è autonoma e indipendente e che deve soggiacere agli indirizzi della politica, sia pure espressi attraverso chi ne è al vertice e che dovrebbe rivestire un ruolo di arbitro e di garante dei fondamentali principi democratici?

Tutto ciò sui contenuti. Ma, come ho detto, il messaggio di Napolitano deve essere criticato anche sotto il profilo dell’opportunità.

Perché una tregua dovrebbe essere concessa ad una maggioranza in difficoltà da un opposizione che, fedele al suo ruolo, lo esercitasse in maniera conforme ai principi democratici, rivelando le debolezze e le difficoltà del governo?

Perché, proprio quando queste debolezze e difficoltà potrebbero consentire all’opposizione di conseguire significativi vantaggi politici, questa dovrebbe rinunciare ad evidenziarle?

Una tregua avvantaggia sempre chi, in un dato momento, è più debole dell’avversario; e non si è mai visto un arbitro invocare una tregua che vada a vantaggio di uno solo dei due contendenti.

Per finire: ogni opinione è rispettabile e quelle del Presidente della Repubblica non solo lo sono al massimo livello ma hanno una obbiettiva autorità che è percepita da tutti i cittadini. E’ proprio sicuro Napolitano che sia buona cosa definire le condotte riprovevoli del Presidente del Consiglio oggetto di una polemica da cui è bene (sia pure temporaneamente) astenersi piuttosto che comportamenti incompatibili con una carica pubblica di vertice e dunque argomento di irrinunciabile dibattito politico?



L'imparzialità del Presidente


I discorsi ufficiali costituiscono sempre un problema: non si capisce mai bene cosa vogliano dire davvero. Restiamo tutti lì a pensare: ma con chi ce l’ha?

Così mi è successo con l’ultimo discorso del Presidente della Repubblica, quello pronunciato davanti al Consiglio Superiore della Magistratura. E mi sono chiesto: ma se esprimo, nel modo più garbato e civile, le mie perplessità; e poi mi dicono che non ho capito niente e che Napolitano voleva dire cose diverse da quelle che ho capito io; che figura ci faccio?

Poi ho pensato che qualcuno doveva pur sacrificarsi perché le parole del Presidente della Repubblica sono importanti e, se sono state dirette contro le persone e le istituzioni sbagliate, allora, sempre nel modo più garbato e civile, la cosa va rilevata. E se invece sono state dirette contro quelle giuste, allora bisogna compiacersene.

Dunque, ha detto Napolitano che la giustizia non funziona; che i cittadini si sono stufati di questo disservizio e che hanno perso fiducia nella magistratura; che la colpa di ciò sta nell’incapacità della classe politica di intervenire con risorse economiche e provvedimenti legislativi adeguati. Riassunto, questo, sicuramente rozzo ma fedele.

Per quanto mi riguarda, non posso che convenire con questa diagnosi disperata. Tanto più disperata perché sono propenso a ritenere che una classe politica che ha approvato il lodo Alfano, la riforma (l’abolizione) delle intercettazioni telefoniche e il bavaglio all’informazione; e che si appresta a sottrarre al Pubblico Ministero la disponibilità della Polizia Giudiziaria e la possibilità di iniziare autonomamente un’indagine; non desisterà né da tal genere di iniziative legislative (ma ormai il progetto complessivo è praticamente realizzato) né dall’affamare l’amministrazione giudiziaria, lasciandola nel coma in cui versa attualmente.

Poi però Napolitano ha detto che anche la magistratura ha le sue colpe: prima di tutto sul piano dell’efficienza del processo; poi per via di “tensioni e opacità sul piano dei complessivi equilibri istituzionali”; e poi per le “tensioni ricorrenti” al suo interno.

Diciamo che ha ragione nella misura di 1 su 3; è vero che la magistratura ha forti problemi con un Consiglio Superiore dominato dalle correnti, con un Associazione Nazionale Magistrati (il sindacato dei giudici) a sua volta dominata (in realtà costituita solo) dalle correnti, con una gestione della carriera dei magistrati troppo spesso inquinata da criteri clientelari e fatalmente destinata ad annullamenti (e pesanti critiche) ad opera del TAR.

Ma che l’inefficienza del processo e gli scontri con la politica siano addebitabili ai giudici, questo proprio no.

Napolitano non può ignorare che il nostro codice di procedura penale, malamente scopiazzato da quello statunitense e reso sempre più inefficiente da interventi incompetenti e improvvisati, non garantisce gli imputati (i cittadini poveri sono stritolati e i ricchi possono impunemente abusare dei loro diritti); e garantisce invece una durata infinita del processo.

Napolitano non può ignorare che i giudici italiani sono pochi (anche se non pochissimi) e soprattutto malamente distribuiti in una miriade di inutili e costosi piccoli uffici giudiziari che dilapidano le scarse risorse dell’amministrazione della giustizia.

Napolitano non può ignorare che il personale amministrativo (cancellieri, segretari, ufficiali giudiziari, commessi etc) è sottodimensionato nella misura di quasi il 40% di un organico che già sarebbe insufficiente se completo. E che la nostra ineffabile classe politica ha risolto il problema riducendo per legge questo organico alla misura attuale, con il che ha potuto affermare che esso è completo al 100%!

Napolitano non può ignorare che, per consentire un orario di lavoro che garantisca ai giudici l’indispensabile collaborazione del personale ausiliario, bisognerebbe pagare imponenti quantità di straordinari (sempre di contratto di pubblico impiego si tratta); e che non solo i pochi straordinari fatti non vengono pagati se non con enormi ritardi; ma è stato emanato un vero e proprio divieto di ricorrervi. Sicché, alle 14,30 di ogni giorno, tutti a casa.

Come possa il Presidente della Repubblica, certamente non ignaro del peso specifico delle sue esternazioni, affermare che “la magistratura non può non interrogarsi su sue corresponsabilità dinanzi al prodursi o all'aggravarsi delle insufficienze del sistema giustizia” proprio non si capisce.
Quanto alle “tensioni e opacità sul piano dei complessivi equilibri istituzionali”, Napolitano resta coerente. Il suo intervento ai tempi dell’indagine sui magistrati di Catanzaro fu rivelatore di una precisa scelta di campo: di “guerra tra procure” si trattava e non di un’indagine che la Procura di Salerno doveva (doveva) aprire a seguito di una denuncia di numerosi e gravi reati commessi da quei magistrati. E che ancora oggi, dopo il riconoscimento giurisdizionale della legittimità di quella indagine e dei provvedimenti adottati dai magistrati di Salerno, nessuno (e nemmeno il Presidente della Repubblica) abbia sentito la necessità di ristabilire la verità, attribuendo alle due Procure coinvolte nella presunta “guerra” il ruolo che loro competeva (Pubblici Ministeri che indagano su gravi reati attribuiti ad indagati, per caso anch’essi Pubblici Ministeri), non è cosa che lascia tranquilli proprio sul piano “dei complessivi equilibri istituzionali”.

Di nuovo Napolitano non può ignorare che la magistratura italiana è costantemente aggredita da quegli stessi uomini politici che, oggetto di indagine per gravi reati, si ribellano al controllo di legalità doverosamente esercitato nei loro confronti come nei confronti di qualsiasi altro cittadino. E nemmeno può ignorare che questi indagati ed imputati eccellenti godono della chiassosa e spregiudicata solidarietà di tutta (o quasi) la classe politica italiana. Proprio come avvenne, per restare in tema, quando l’ex Ministro della Giustizia Mastella trasformò la sua “Relazione al Parlamento sullo stato della giustizia nel Paese” in una autocertificazione di innocenza, ricevendone un plauso generale.

E’ molto grave che il Presidente della Repubblica, di fronte ad una classe politica che, sistematicamente, tenta di garantire l’impunità a se stessa e ai suoi sostenitori mediante la delegittimazione della magistratura, non stigmatizzi esplicitamente questo progetto eversivo e pericolosissimo per l’ordinamento democratico; ma tenti di ridurre il problema, di nuovo, ad una “guerra” tra poteri istituzionali, dove politica e magistratura vengono messe sullo stesso piano, dove i magistrati vengono ritenuti capaci di commettere quelle stesse illegalità che essi tentano di accertare e reprimere in un contesto sempre più difficile e pericoloso, per loro come per il Paese.

Ecco, mi permetto di dire che il Presidente della Repubblica non ha bisogno di esibire imparzialità; che attribuire torti e ragioni non necessita di bacchettate a tutti i contendenti; che un giudice (ma si, restiamo in tema), per dimostrare quanto è “terzo e imparziale”, non ha bisogno di condannare un imputato solo per metà dei reati che il pubblico ministero gli ha contestato e di assolverlo per l’altra metà, anche se di quest’altra metà egli è colpevole. Il primo Magistrato della Repubblica deve, proprio come l’ultimo dei Giudici o dei Sostituti Procuratori, non solo “essere” ma “apparire” imparziale.

Post scriptum: ho risposto ad alcuni commenti nel post precedente


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