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(S)pregiudicato illusionista


Molte volte ho scritto che, non fosse per un formalismo giuridico, B. potrebbe essere definito pregiudicato, già condannato, perfino delinquente, nel senso di persona che si è accertato ha commesso reati. Invece non si può, ho detto più volte, perché, con la legge ex Cirielli, da lui appositamente commissionata, alcuni suoi processi si sono conclusi con la formula: “Assolto per essere il reato ascritto estinto per prescrizione”. E ho spiegato che questa formula significava che non vi erano prove che dimostrassero l’innocenza di B., che tuttavia non poteva essere condannato perché era passato troppo tempo (secondo la benevola legge ex Cirielli, non tanto in assoluto) dal momento in cui i reati erano stati commessi.
Molti lettori dell’altra sponda (nel senso di fans di B.; ne apprezzo molto, senza sarcasmo, la decisione di essere informati a 360 gradi e di leggere quindi anche “il Fatto”) hanno osservato sul mio blog che questa cosa che ho detto è sbagliata perché, se non ci sono prove che ne dimostrano la colpevolezza, una persona non può essere condannata. Non basta, hanno detto, che non ci siano prove che dimostrano l’innocenza; ci pensi l’Accusa a dimostrare la colpevolezza; se non ci riesce, è ovvio che l’imputato deve essere assolto. Ci mancherebbe altro che taluno debba dimostrare la sua innocenza!

Così ho capito che avevo dato troppe cose per scontate; e me ne rammarico perché in genere non lo faccio. Quindi provo a spiegare. Tutti sappiamo che quando è passato un certo tempo previsto dalla legge e il processo non si è concluso con sentenza definitiva, il reato è prescritto: non si può più condannare. A questo punto è un problema di formule di assoluzione. Il giudice deve valutare tutte le prove contenute nel fascicolo e acquisite fino a quel momento; forse se ne potrebbero acquisire altre ma, essendo intervenuta la prescrizione, non si può più fare niente (con un’eccezione, ne parlerò dopo). Se ci sono prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, anche se ci sono prove di segno contrario ma le prime sono più convincenti, il giudice deve assolvere: “Non ha commesso il fatto”; “il fatto non sussiste”; “il fatto non costituisce reato”; perfino “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (ne ha beneficiato B. che si era fatto una legge apposita sul falso in bilancio).
Quindi, anche se è maturata la prescrizione, se l’imputato è innocente perché ci sono nel fascicolo prove che lo dimostrano, il giudice lo assolve, come si dice, “con formula piena”. Nello stesso modo il giudice deve assolvere con “formula piena” se non ci sono prove che dimostrano l’innocenza ma nemmeno ci sono prove che dimostrano la colpevolezza; insomma il principio che deve essere l’Accusa a fornire le prove della colpevolezza viene rigorosamente applicato anche quando il reato è prescritto; e, se queste prove non ci sono, si assolve sempre con “formula piena”. Ma, se ci sono prove che dimostrano la colpevolezza e non ci sono prove che dimostrano l’innocenza, allora si “assolve” per prescrizione. Che, come ognuno a questo punto capisce bene, vuol dire che se il reato non fosse prescritto l’imputato sarebbe condannato. 

Resta da chiarire un punto; è possibile che un approfondimento probatorio consentirebbe di trovare altre prove, magari favorevoli all’imputato. E, a questo punto, si tornerebbe al caso dell’assoluzione con “formula piena”. Ma non si può, c’è la prescrizione! si potrebbe dire. Eh no, perché, dice l’articolo 157 del Codice penale, “La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato”. Sicché, se B. era innocente, come da lui sempre sostenuto, doveva solo dire: “Signori giudici, andate pure avanti con le indagini e vedrete che merito un’assoluzione con formula piena”. Ma se ne è stato ben zitto e ha contato sul fatto che Minzolini e gli altri suoi amici avrebbero truffato tutti convincendoli che, finalmente, giudici non comunisti avevano riconosciuto la sua innocenza. Ecco perché tecnicamente non si può dire che è un pregiudicato; ma che c’erano prove che aveva commesso reati, questo sì, non solo si può ma si deve dire.

da Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2010



I furbetti del bavaglino


Cosa è più importante: controllare il rubinetto o il lavandino? Se controllo il lavandino posso dire a chi lo usa che non deve riempirlo oltre una certa misura; e lui forse mi obbedirà e forse no; e, se non mi obbedisce, io dovrò magari denunciarlo e fargli fare un processo. Allora tutti gli utilizzatori dei lavandini si coalizzeranno contro di me e io farò una figuraccia. E poi magari lo assolvono pure perché riempire i lavandini è un diritto costituzionale. Ma, se controllo il rubinetto, non ho bisogno di ordinare niente a nessuno: lo chiudo e l’acqua non arriva più. E del lavandino facciano quello che vogliono. Ecco, questo è quello che sta facendo questo legislatore furbastro. Il mondo dell’informazione si è ribellato? Facciamogli credere che ci hanno toccato il cuore. Ma sì, figlioli, pubblicate pure, con un po’ di cautela, “per riassunto”, ma sia mai che la libertà di stampa sia conculcata. E se eccedete non vi preoccupate, multe piccoline (non poi tanto) e prigione finta, qualche giorno con la condizionale o agli arresti domiciliari o l’affidamento in prova al servizio sociale.

Fare gli eroi vi costerà poco. E anche a noi soci della premiata Cricca costerà poco; tanto, che pubblicano? Siamo in una botte di ferro: senza intercettazioni i magistrati si attaccano, non ci scopriranno mai; e se non ci scoprono non fanno i processi; e se non fanno i processi non c’è niente da pubblicare. Soldi e impunità, impunità e soldi, questo è il nostro radioso futuro. Credete che sia una diagnosi sbagliata, magari eccessivamente pessimista? State a vedere.

1) Si può intercettare solo per 75 giorni; poi si smette. Però magari gli intercettati parlano di questa o quella operazione, di questa o quella banca dove far arrivare i soldi, di questo o quell’appalto su cui ci si deve mettere d’accordo: discorsi promettenti ma ancora vaghi. Allora si può continuare; ma solo per tre giorni, previa autorizzazione di tre giudici del Tribunale del capoluogo di Provincia a cui bisogna mandare tutto il fascicolo e la richiesta di prorogare l’intercettazione. Mettiamo che i giudici autorizzino e l’intercettazione continui; dopo tre giorni ci risiamo, i soldi sono arrivati ma se ne debbono mandare un po’ anche a un altro amico, l’appalto s’è bloccato, si deve sentire cosa ne pensa l’assessore, quello che tu sai... Che si fa? Niente paura, l’intercettazione continua; per altri tre giorni; previo, si capisce, invio del fascicolo ai tre giudici del Tribunale capoluogo di Provincia (che magari non sono più quelli di prima e debbono ristudiarsi tutto daccapo). E via così magari per un anno o due. Non c’è che dire, una cosa agile ed efficiente.

2) Non si può intercettare se il motivo per intercettare è costituito solo dal contenuto di un’altra intercettazione. Cioè esattamente quello che capita nel 99 per cento dei casi. I nostri intercettati chiacchierano e fanno riferimento a “lui”, a quello che deve dare il via. Ne fanno anche il nome e il cognome. In un paese normale si corre a intercettare “lui”; e, poco dopo, li si arresta tutti perché “lui” ha chiacchierato per bene al telefono. Ma il nostro non è un paese normale, è il paese di B&C; qui serve garantirsi l’impunità. E così il telefono di “lui” non si intercetta. “Lui” spiegherà ai suoi servi, sgherri, sicari, associati (fate voi) quello che vuole che facciano, dalla corruzione al falso in bilancio, passando per la frode fiscale e il contrabbando; loro eseguiranno e i magistrati non ne sapranno mai nulla.

3) Nel caso di reati commessi da ignoti non si può intercettare senza consenso della parte offesa. Che non c’è mai in tutti i casi di estorsione perché gli estorti hanno paura. Per anni i sequestri di persona non sono stati denunciati dai parenti che avevano paura che i sequestratori facessero del male all’ostaggio; e per anni i riscatti sono stati pagati all’insaputa di forze dell’ordine e magistratura, nella speranza di veder tornare il loro caro. Che invece restava in prigionia finanziata proprio con questi soldi. Nelle regioni a controllo mafioso del territorio (lo sanno B&C che sono almeno quattro?) l’economia sarà progressivamente strangolata da un’estorsione sempre più organizzata e aggressiva. Ma non è vero!, dicono indignati (per finta) questi ipocriti: per mafia e terrorismo si intercetta senza dire niente a nessuno, senza limiti di tempo e senza autorizzazioni della parte offesa! E già, perché lo sanno tutti che un omicidio, un incendio, un pestaggio sono sempre e solo reati di mafia: hanno l’etichetta appiccicata sul colletto delle vittime: made in Mafia. Capisco che cultura giuridica ed esperienza giudiziaria in questa gente latitano. Ma un po’ di cinefilia? Qualcuno si ricorda Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto? Tutti convinti che si tratta di mafia o politica; invece si tratta di assassinio passionale. Può capitare il contrario, anzi in genere è proprio così che vanno le cose: chi ci dice che il nostro morto ammazzato non lo hanno fatto fuori moglie e amante? Come si motiva al gip la asserita certezza che si tratta di assassinio di mafia e che servono le intercettazioni no limits?

4) Come ho detto, furbastri sono. Così, finito con i paletti giuridici, siccome non si sa mai cosa ti combinano questi pm comunisti, hanno previsto gli ostacoli pratici. Vuoi intercettare? Allora prendi i tuoi 23 faldoni, caricali sulla macchina (che la Procura non ha oppure è rotta oppure non c’è la benzina) e portali al Tribunale del capoluogo del distretto (per dire, da Aosta a Torino). Lì, consegna tutto a un cancelliere (che non c’è perché il personale amministrativo è inferiore del 40% rispetto a quello che servirebbe) che deve annotare su apposito registro la consegna. Poi aspetta che 3 giudici (che non ci sono perché sono tutti impegnati a fare processi che si prescriveranno tra un anno e bisogna spicciarsi se no fanno la fine dei processi di B, “assolto” perché colpevole prescritto) decidano che sì, si può intercettare; a questo punto corri a riprenderti i tuoi faldoni e attacca i telefoni. Per 15 giorni, attenzione, perché poi devi chiedere le proroghe (ogni 3 giorni!) e tutto il va e vieni dei faldoni ricomincia daccapo. Se manca la benzina, la macchina o il cancelliere, sei fregato. Dura lex sed lex. Ma l’ha fatta Alfano! Sempre lex è.

Da il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2010


Il responsabile che ti meriti


Andrea Orlando è il responsabile del settore giustizia del Pd. È l’autore di un progetto di riforma della giustizia che è un misto di luoghi comuni e di proposte che hanno il solo merito di essere utili a B&C: separazione delle carriere di pm e giudici, processo morto, discrezionalità dell’azione penale. Possiede un titolo di studio: maturità scientifica. Prescindendo dal merito del suo progetto (molto modesto il livello tecnico, in certi casi semplici enunciati ripresi dagli slogan propagandistici di B&C), la domanda che ci si dovrebbe fare è: perché il Pd ha scelto Orlando quale responsabile per la giustizia? Che non è una domanda da poco perché, prima di tutto, è appena ovvio che uno che non sa niente di un problema, se lo mettono ad occuparsene, bene che ci vada proporrà qualche fotocopia di soluzioni già proposte da altri che sapevano quello che dicevano; e, male che ci vada, sparerà qualche… stupidaggine, frutto della sua ignoranza.

Naturalmente si potrebbe rispondere che sarebbe stato bello poter ricorrere a qualche esperto di giustizia ma che c’era poco da scegliere, il convento del Pd Orlando passava. Che però sarebbe una solenne bugia perché, tra le file del Pd, ci sono, tra gli altri, D’Ambrosio, Casson, Della Monica, tutti magistrati con decine di anni di esperienza. Ci sono anche avvocati (tra altri Chiurazzi e Galberti). Insomma c’è gente che conosce bene i problemi della giustizia, ha passato una vita a combatterci e sarebbe stata in grado di proporre decine di ottime soluzioni che avrebbero avuto l’unico torto di essere pertinenti, concrete e di tenere in nessun conto l’impunità di B&C.

In particolare Gerardo D’ambrosio vanta nel suo curriculum la bellezza di 10 disegni di legge da lui proposti al tempo del governo Prodi: vi ricordate? Quello che non ha mosso un dito per proporre una legge sul conflitto di interessi e per abrogare la legge che depenalizzava il falso in   bilancio; e che, in compenso, ha partorito un disegno di legge Mastella (altro super esperto di giustizia) in materia di intercettazioni al cui confronto quello in esame oggi al Senato è un capolavoro di tecnica legislativa. C’è da dire che devo essere uno dei pochi estimatori di questi disegni di legge. Forse perché avevano il torto di occuparsi di problemi concreti: tra altro, notifiche (con sospensione dei processi contro irreperibili che costano tempo e soldi e non servono), riduzione dei casi di Appello e ricorso in Cassazione, abolizione del processo abbreviato (che serve solo a garantire una irragionevole riduzione di pena e che costa, in tempo e danaro, quanto un processo normale), ampliamento del patteggiamento (con contestuale ammissione di responsabilità, il che significa utilizzare la sentenza di patteggiamento nei processi civili e amministrativi con risparmio di tempo misurabile in anni).

Il governo Prodi questi disegni di legge non se l’è filati per niente; e adesso comincio a capire che il problema era che non si inquadravano molto nella politica dei dialoghi costruttivi per riforme condivise che sono la specialità di Orlando e del Pd. A questo punto, perché uno che ha la maturità scientifica e che di diritto sa niente (come ampiamente dimostrato dalle sue proposte) sia prescelto in un parterre di avvocati e magistrati esperti, si capisce bene: perché la riforma della giustizia è già scritta: da B&C. E il Pd ha un obiettivo prioritario: che sia sollecitamente approvata. Una riforma condivisa, appunto.

Da Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2010



Csm: il sorteggio incostituzionale che vuole Alfano


Alfano vuole una nuova legge elettorale per il CSM: dice che i magistrati che lo compongono vanno sorteggiati; così s’impedirà alle correnti di lottizzarlo, come è avvenuto finora. Naturalmente dei componenti politici non si parla proprio: quelli continueranno ad essere nominati con il buon vecchio metodo della spartizione partitica. Io conosco bene il problema perché questa idea del sorteggio l’ho avuta per primo, quando facevo il magistrato e non mi piacevano (come non mi piacciono ora) le correnti. Non è così facile come sembra, anche se sarebbe proprio cosa buona e giusta. Cerco di spiegare perché.

C’è l’Associazione Nazionale Magistrati, una sorta di sindacato, che è però solo un contenitore di quattro correnti, Magistratura Democratica, Movimento, Magistratura 
Indipendente e Unità per la Costituzione. E queste cosa sono? E’ un pò complicato. La prima, Magistratura Democratica, è nata negli anni 60. Erano anni in cui la repressione penale nei confronti degli emarginati era pesante, un po’ come oggi con gli immigrati. Pensate: il furto di un paio di litri di benzina prelevati con un tubo di gomma dal serbatoio di una macchina in sosta era punito con un minimo di due anni; e la sospensione condizionale della pena (non si andava in prigione) arrivava a un anno. Così il ragazzotto che rubava 200 lire di benzina per il suo motorino finiva in galera; e, a quel tempo, niente benefici, niente legge Gozzini. Un po’ tanto per due litri di benzina. Alcuni di noi cercarono una soluzione a questa e altre situazioni veramente inique. La chiamavamo interpretazione evolutiva della legge: questa aggravante si può considerare esistente? E la diminuzione di pena per “unico disegno criminoso”? Non fu facile ma, alla fine, spesso anche la Cassazione ci seguì. Fu naturale dunque per questi magistrati trovarsi insieme, confrontarsi, riconoscersi su basi giuridiche e culturali comuni. Nacque MD.  

Poco dopo nacquero altre correnti: Magistratura Indipendente, ispirata a una cultura più conservatrice e, fin da allora, in posizione critica nei confronti di MD, più progressista; e poi Unità per la Costituzione e da ultimo il Movimento. Poi iniziò un processo forse inevitabile. Ovviamente, tanti più aderenti contava una corrente, tanto maggiore era l’influenza che essa esercitava: a quanti ragazzini-ladri si sarebbe evitata la prigione! Così ogni corrente, MD soprattutto, cominciò a fare proseliti: associatevi, lavoriamo insieme per migliorare la magistratura, la legge, la giustizia! E non era solo un problema d’interpretazione della legge: si trattava di organizzazione, distribuzione dei processi, criteri di priorità; e dunque bisognava nominare capi di Procure e Tribunali che condividessero la cultura della corrente e che li gestissero in modo da realizzarne i principi.
E, per fare ciò, bisognava “contare” nel CSM: lì si nominavano i capi degli uffici, lì bisognava essere presenti. L’inferno è lastricato di buone intenzioni: ben presto le correnti diventarono fazioni, con logiche e strumenti identici ai partiti politici. Cominciarono a farsi e disfarsi alleanze: votiamo insieme per Tizio (che è mio) a Procuratore della Repubblica di Roncofritto; domani voteremo insieme per Caio (che è tuo) a Presidente del Tribunale di Poggio Belsito. Ma c’è Sempronio che è molto più bravo di tutti e due! Si, ma è di MI (o di MD o di Unicost), insomma di quegli “altri”! Oppure non è di nessuna corrente, ancora peggio, un cane sciolto, indipendente, non dà “garanzie”
!
 
Alla fine si arrivò alla situazione attuale: il CSM lottizzato tra le correnti, proprio come il Parlamento, schiavo delle segreterie dei partiti. Le correnti organizzano le elezioni, propongono liste “bloccate” e così obbligano i magistrati a votare solo quelli designati
. Certo, nulla vieta di votare qualsiasi bravissimo, stimatissimo, onestissimo magistrato che non appartiene a nessuna corrente. Ma l’apparato correntizio si mobilita: i voti degli iscritti si concentrano sugli adepti; e il cane sciolto può contare solo su alcuni amici e estimatori, troppo pochi per prevalere sulle migliaia di voti che una corrente è in grado di produrre. Alla fine si produce un CSM lottizzato, tanti di una corrente, tanti di un’altra, le nomine dei capi degli uffici, le decisioni più importanti, tutto frutto di maggioranze precostituite, di accordi preliminari, di scambi, di segnalazioni da parte dei vertici degli apparati. Non sempre, certo; quando si deve nominare il Procuratore di Rocca Ridente ogni componente del CSM recupera la sua autonomia e indipendenza. Ma per i Procuratori di una grande città l‘apparato è monolitico, qui la corrente si gioca la faccia, la fiducia degli iscritti, la sua futura crescita e influenza. E poi ai vertici delle correnti c’è gente che conta. Qui si fanno carriere parallele: Comitato Direttivo Centrale, Giunta, CSM, Gabinetto di qualche Ministro, incarichi extra giudiziari, se proprio si deve rientrare nei ranghi, posti comodi e importanti. Negli uffici giudiziari restano i magistrati “spalatori”, quelli che una brillante collega contrappose un giorno ai magistrati “scalatori”.

Per questo avevo immaginato un CSM nominato con sorteggio; per impedire alle correnti di continuare a spartirselo. Tanto, avevo pensato, i magistrati circa 9000 sono; tutti i giorni condannano qualcuno all’ergastolo, affidano i figli dei genitori che si separano, concedono o negano decreti ingiuntivi per milioni, dichiarano fallimenti che coinvolgono la sorte di centinaia di lavoratori. Insomma si suppone che siano persone sufficientemente attrezzate intellettualmente e culturalmente per decidere chi deve fare il capo di questo o quell’ufficio oppure se è il caso di aprire una pratica a tutela perché il Ministro invia un’ispezione a Trani. E
  dunque chiunque la sorte designi dovrebbe farcela. Solo che c’è la Costituzione di mezzo: perché, secondo l’art. 104, i componenti del CSM debbono essere“eletti”. E sorteggiati è diverso da eletti. Per questo la mia proposta prevedeva un “passo indietro”: le correnti accettino di rinunciare a monopolizzare le elezioni del CSM; si costituisca un Comitato con il solo compito di gestire il sorteggio di 16 magistrati destinati a diventare componenti del CSM; poi si fanno elezioni formali e tutti votano per i 16 sorteggiati.

Non credo che nessuno si stupirà: salvo 4 o 5 colleghi, tutti mi sbeffeggiarono. Ora Alfano, con la disinvoltura tipica della sua parte politica, ha pensato di sorteggiare un certo numero di magistrati, non so più se 100 o 200 e poi di eleggere tra questi i componenti del CSM. Che tanto costituzionale non mi sembra. Però è vero che qualcosa si deve fare. Una legge costituzionale di modifica dell’art. 104 risolverebbe il problema; ma, a questo punto, chissà cosa ci mettono dentro B&C: roba che farebbe considerare perfetto il sistema attuale.
Ma poi Alfano ci ha pensato bene? Sicuro che come vanno adesso le cose, clientelismo, raccomandazioni, collateralismi, inciuci, non è più in linea con lo stile della sua fazione di quanto non lo sarebbe un CSM veramente indipendente e autonomo?

Da Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2010

 
 


La legge immonda


Lo stile di B&C è sempre lo stesso: un processo sta per concludersi con la condanna di uno dei C o dello stesso B. per uno dei soliti reati che piacciono tanto alla premiata ditta? Si fa una legge che depenalizza di fatto il reato (per esempio il falso in bilancio); oppure dimezza i termini di prescrizione, così i colpevoli non vanno in prigione; oppure ammazza il processo, così la sentenza non sarà mai emessa; oppure stabilisce che B&C non possono essere processati perché sono “impediti” per natura, il che conduce allo stesso risultato: niente sentenza. C’è un’indagine che scopre altri reati tipici di B&C? Occorre subito una legge che blocchi le indagini; e così si recupera il blocco delle intercettazioni, quello approvato alla Camera con il voto di fiducia e che venne parcheggiato al Senato in attesa di tempi migliori. Adesso serve, accidenti se serve.

Come al solito è una legge immonda: il suo scopo è quello di impedire che i reati tanto cari a B&C vengano scoperti. Ed è di questo scopo che si deve parlare, prima ancora delle indegne norme che la compongono. Ci sono tanti reati che possono venir scoperti senza intercettazioni: una guida senza patente, una sosta con tagliando di parcheggio falsificato, un furto al supermercato. Anche alcuni reati più gravi, in certi casi, possono essere scoperti senza intercettazioni: un omicidio o una rapina quando sia subito intervenuta la polizia. Perfino una corruzione, in teoria, può essere scoperta senza intercettazioni: l’onesto usciere in servizio davanti all’ufficio dell’onorevole vede l’imprenditore consegnargli una busta e ascolta la conversazione tra i due: “Questi soldi sono per quell’appalto che mi hai fatto ottenere”; “Ah grazie, adesso mi occuperò di quell’altra questione”; e poi va a denunciare il tutto alla Procura della Repubblica. 
Ma, se abbandoniamo la fantascienza e ci occupiamo della realtà, dobbiamo riconoscere che tutti, ma proprio tutti i processi per i reati tanto cari a B&C (corruzione, falso in bilancio, frode fiscale, frodi comunitarie, abuso d’ufficio, sempre quelli sono); e anche per tutti i reati più gravi, dal traffico di droga all’associazione mafiosa, senza intercettazioni non si fanno.

Il corrotto e il corruttore sono legati da un patto che, prima ancora che sulla loro volontà, è fondato sulla necessità: nessuno può accusare l’altro senza accusare se stesso. La frode fiscale si basa su una contabilità in ordine perfetto e su bilanci falsi ma formalmente ineccepibili; le associazioni criminali e mafiose sono basate su un’omertà ferrea, frutto di terrore e di interessi economici enormi. Ora, ci dicono B&C, non si può più tollerare la violazione della privacy dei cittadini (cioè di quella ristretta parte di cittadini costituita da B&C: della privacy degli altri non è mai importato nulla a nessuno). Si tratta di una balla invereconda, la vera ragione è, come ho detto, la pretesa dell’impunità. Ma facciamo finta che sia vero; facciamo finta che conoscere il contenuto di intercettazioni in cui si confessano (ridendo) reati che si sono commessi o che si intende commettere, costituisca violazione della privacy; facciamo finta che davvero vengano rese note intercettazioni che non hanno nulla a che fare con situazioni di rilevanza penale; facciamo finta che, nei casi in cui questo succede, il loro contenuto non abbia una enorme rilevanza politica; facciamo finta che sapere che Scajola diceva di Biagi (quello ammazzato dalle nuove Br) che era un rompicoglioni sia irrilevante politicamente e socialmente.
La domanda è: l’interesse del paese richiede il blocco delle intercettazioni per tutelare la privacy di B&C; oppure questo (inesistente) sacrificio è un prezzo (modesto, se anche ci fosse) che è necessario pagare? Insomma, preferiamo essere un paese povero e corrotto o un paese prospero e trasparente, magari un po’ puritano?  

Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2010

 



Senza aiutino perdi un'amica



Qualche giorno fa una mia cara amica mi ha telefonato chiedendomi se potevo occuparmi di quanto era capitato al suo compagno. Costui, trasportatore di mestiere, era stato fermato dalla polizia stradale che gli aveva contestato la mancanza di un certificato prescritto per chi trasporta un certo tipo di merci: 150 euro di contravvenzione e sequestro del camion per 60 giorni. La mia amica era disperata: il camion è lo strumento di lavoro del suo compagno: niente camion, niente lavoro, niente soldi per vivere. Ho detto che avrei visto di cosa si trattava e che avrei fatto il possibile. E in effetti mi sono messo a studiare, ho rintracciato le norme di legge contestate e verificato che, purtroppo, non c’era niente da fare: il codice della strada e una recente circolare imponevano questo documento e le sanzioni erano quelle applicate dalla polizia stradale. Nemmeno c’era spazio per chiedere una diminuzione dei giorni di sequestro perché la legge prevedeva un periodo secco di 60 giorni, non uno di più, non uno di meno.

Molto dispiaciuto per loro ho comunicato il risultato delle mie ricerche; ho detto che si sarebbe potuto fare un ricorso al giudice di pace e al prefetto ma che il risultato non poteva che essere la conferma di contravvenzione e sequestro perché questa era la legge. La mia amica non è stata contenta; ha cominciato a prendersela con queste leggi del… che ce l’hanno con le persone perbene che hanno bisogno di lavorare, che sono pure leggi stupide perché questo documento sembra sia rilasciato da qualsiasi scuola guida dietro pagamento di una somma di danaro, che quindi non ha nulla a che fare con la sicurezza; insomma una serie di esternazioni anche condivisibili. Mi sono dichiarato dispiaciuto e preoccupato per loro e la cosa è finita lì. Almeno credevo. Ieri la mia amica mi ha telefonato inviperita. Mi ha raccontato che un collega del suo compagno aveva avuto la stessa disavventura: controllo, contravvenzione, sequestro del camion. Solo che lui, che era uno che sapeva stare al mondo, si era rivolto a un suo amico che aveva telefonato a chi di dovere che aveva provveduto ad annullare la contravvenzione e il sequestro. Mi ha accusato di non essermi “interessato” del suo caso, nonostante i nostri rapporti; mi ha detto che non riusciva a capire come, dopo aver fatto il magistrato per tanti anni non avessi un amico a cui chiedere un semplice favore come questo, che evidentemente io di lei me ne fregavo etc. etc.

A questo punto mi sono arrabbiato: le ho detto che io non facevo il padrino per nessuno, non lo avevo fatto per me, non lo avevo fatto per i miei parenti e certo non lo avrei fatto per lei. E anche che “padrini” si diventa con un lungo lavoro di favori scambiati, omissioni compiacenti e inciuci poco puliti e che, anche se avessi voluto aiutarla, mi mancavano gli strumenti. Dopodiché ho chiuso con stizza il telefono. Adesso: quanta gente c’è in Italia che ragiona come la mia amica? E questa gente può mai essere sensibile a discorsi di rispetto per le istituzioni, legalità, etica, democrazia, tutela delle minoranze, insomma tutto l’armamentario dell’opposizione (ops, dell’opposizione, mah...)? E ancora: sarà questo il tipo di persone che vota B&C, condividendone il disprezzo per le regole, la furbizia meschina, l’amoralità elevata a sistema di vita? E infine: sarà perché sono tanti a pensarla così che non riusciamo a liberarci di B&C?

Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2009



Processo breve con autovelox


Una mia cara amica che fa il giudice civile mi ha chiesto: "Cosa sai di autovelox?". Io che ho un’automobile da tamarro (come dice Marco Travaglio) le ho risposto: "Tutto, ma che te ne frega?". E così ho scoperto che questa poveretta, consigliere di Cassazione (con stipendio adeguato), esperta di diritto societario, di concorrenza sleale e diritto fallimentare; titolare di numerosi processi in materia possessoria (sono cause rognose se mai ce ne sono state) passa un sacco di tempo a trattare gli appelli alle sentenze del giudice di pace in materia di contravvenzioni stradali.

Pensate un po': una multa per sosta vietata, per eccesso di velocità, per aver passato il semaforo con il giallo-rosso invece che con il verde-giallo finisce sul tavolo di questa mia amica; che, tra un processo per responsabilità di consiglieri di amministrazione che hanno deliberato una fusione societaria in presunto conflitto di interessi; e un altro per asserito possesso di beni immobili già appartenuti a ente pubblico; deve stabilire se 30 o 40 euro di multa debbono essere pagate oppure no.

Questo triste destino tocca a tutti i giudici civili italiani: centinaia di migliaia di processi (in grado di appello) sulle sentenze dei giudici di pace in materia di infrazioni stradali. E intanto i processi veri si ammucchiano e le parti si chiedono: "Ma che cazzo fa questo giudice?". A questo punto mi sono ricordato del tempo in cui, da pm, chiedevo decreti penali al gip: guida senza patente, omesso versamento contributi Inps, omessa esposizione della tabella dei giochi leciti e altre decine di minchiate del genere. Tutta roba che aveva il seguente percorso: richiesta al gip di decreto penale per qualche centinaia di euro, decreto emesso dal gip, due o tre tentativi di notifiche andate a male (perché l’imputato si trasferiva e non si sapeva dove andarlo a cercare), quando lo si trovava faceva opposizione, quindi processo in tribunale, poi appello e cassazione. Era una gara con la prescrizione; e vinceva sempre lei. Nel frattempo sulla mia scrivania si ammucchiavano i falsi in bilancio, le frodi fiscali, le corruzioni e le bancarotte.

Poi è arrivato Alfano e ha detto che non era tollerabile che il processo italiano durasse in media 7 anni e mezzo e quindi ci andava il "processo breve": dopo 6 anni tutti innocenti. Può anche essere una buona idea: la giustizia deve essere rapida, se no che giustizia è? Quindi facciamo qualche riforma semplice, non costosa e poi via al "processo breve". In Parlamento ci sono un sacco di magistrati e avvocati che possono spiegare ad Alfano le cose che si debbono fare; qualcuno che può dire ad Alfano che prima di varare il "processo breve" dovrebbe eliminare le sciocchezze che ho raccontato dovrebbe esserci.

Qualcuno che può fargli un elenco dei ridicoli reati di cui si può fare a meno (sono centinaia) e spiegargli che prevedere tre gradi di giudizio più il ricorso al prefetto per le contravvenzioni stradali è una cosa folle dovrebbe esserci. Qualcuno che… Ma a questo punto mi sono messo a pensare: e che farebbero i 170.000 avvocati italiani (in Francia ce ne sono 50.000), privati da un giorno all’altro del loro pane quotidiano? Allora niente "processo breve". Sì ma, e di B. che ne facciamo? Ecco, avete capito cos’è davvero il conflitto di interessi?

da Il Fatto Quotidiano del 27 novembre 2009



Bruno Tinti porta la giustizia a teatro





XL EXTRA LEGEM - Giustizia su Misura

di e con Bruno Tinti

25 novembre ore 21, Castel San Pietro Terme (BO) - Teatro Comunale Cassero

26 novembre ore 20,45, San Daniele del Friuli (UD) - Auditorium Alla Fratta


Musiche originali: Valentino Corvino
Violino & live electronics: C_project
Creazioni & live video: Tommaso Arosio
Scene e costumi: Rosanna Monti
Disegno luci: Angelo Generali
Datore luci: Giulio Camporesi
Regia: Franco Travaglio


Pigliamola da lontano. In qualsiasi Paese, se due persone non vanno d’accordo possono risolvere il loro problema solo in due modi: applicano una legge che dà ragione ad uno e torto a un altro; oppure fanno a botte e vince il più forte.
Non c’è un’alternativa. O c’è una legge e la si rispetta; o la legge che si applica è quella del più forte.

Ora, questa cosa la sappiamo tutti; solo che la capiamo di solito in un modo un po’ restrittivo: il più “forte” è quello più forte muscolarmente o più forte perché è armato. Tendiamo a credere insomma – perché in questo senso c’è una forte e maliziosa pressione dei padroni dell’informazione – che la “forza” sia solo quella delle armi. Così, quando qualcuno dice che la forza ha prevalso, noi pensiamo alla forza della mafia, alla violenza del terrorismo, allo strapotere dell’esercito e roba simile.

Ma la “forza” non è solo quella.

In una società complessa, come sono tutte quelle nelle quali viviamo, la “forza” ha tante facce. C’è la forza del denaro, naturalmente. Chi ha più soldi si può procurare gli strumenti più adatti, le autorizzazioni necessarie, le opportune garanzie, gli avvocati più preparati.
E c’è anche la forza del ceto sociale cui si appartiene. Un modesto artigiano non ha mai lo stesso “potere” del funzionario dello Stato o dell’avvocato di affari.
E c’è la forza del gruppo religioso di appartenenza, del partito politico in cui si milita personalmente o cui appartiene l’amico o il parente, della loggia massonica, del branco di ragazzi del quale si fa parte, della tifoseria con la quale si va alla partita, dell’associazione culturale o para-culturale etc..
Questa “forza” viene impiegata ogni giorno, in ogni occasione, da un numero sterminato di cittadini che si servono della “forza” per violare le regole.

Allora. I giudici servono a questo: a fare rispettare le regole.
Per la verità questo compito, in un Paese complessivamente sano, nel quale il rispetto del regole sia tendenzialmente diffuso, non è particolarmente gravoso. In Paesi di questo genere il ruolo della magistratura non è molto rilevante; e l’esigenza di averne una con particolari qualità non si pone proprio.

Nel nostro Paese, dove il rispetto delle regole è pochissimo diffuso il giudice ha compiti parecchio più difficili. Soprattutto perché, naturalmente, chi non rispetta le regole è, in genere, chi ritiene di poterselo permettere; dunque il “forte”, quello che conta sull’impunità e sul successo delle sue prevaricazioni. Ed è quindi fatale che vi sia una contrapposizione feroce tra il giudice e la “forza”. L’amministrazione della giustizia quindi serve ai deboli. A coloro che non hanno la forza sufficiente a procurarsi da sé ciò a cui hanno diritto; oppure a non vedersi strappato via quello a cui hanno diritto. Per questa gente il ricorso al giudice è l’unico strumento che ha per ottenere ciò che gli spetta. Naturalmente, anche per loro c’è un’alternativa: rivolgersi a un qualche “potere forte”.
Quindi la “forza” è in concorrenza con la “giustizia”.

Ma non serve solo a questo la giustizia. Serve anche a far sì che si sia in democrazia. E anche questa cosa non è proprio capita bene da tutti.
Se chiediamo a un campione più o meno nutrito di persone che cosa pensa che sia la democrazia, ci sentiamo inevitabilmente rispondere che la democrazia è la possibilità di scegliere chi ci governa. In sostanza saremmo in democrazia se e quando scegliessimo chi governa.

Già detta così, dovremmo concludere che il nostro non è un Paese democratico visto che non siamo mai stati e oggi siamo ancora meno liberi di scegliere chi governa: le liste elettorali vengono fatte non da noi, ma dai partiti (i “poteri forti”); e, con la legge elettorale attuale, gli elettori non possono neppure dare la preferenza a questo o quel candidato, perché i candidati se li decidono le segreterie dei partiti.

Ma il motivo reale per cui, in fondo, non viviamo in un Paese propriamente democratico è un altro.
La democrazia non è solo un metodo di scelta del governante; fondamentalmente, è un metodo di esercizio del potere.
Questa cosa non ce la dicono mai; tutti (tutti i politici) continuano a riempirsi la bocca con il fatto che loro sono i rappresentanti del popolo che deve essere felice perché ha avuto la fortuna di poterli eleggere “liberamente” (mah). Ma il punto è che democrazia non significa solo questo: significa che nel Paese in cui i cittadini sono così fortunati da potersi eleggere i loro rappresentanti, poi tutti sono trattati ugualmente e le leggi si applicano a tutti, anche a coloro che le fanno.

Se ci pensiamo un po’, in Italia, oggi, non c’è tanta democrazia.
Il potere legislativo e quello esecutivo sono nelle mani delle stesse persone (chi governa ha anche il controllo del Parlamento). E questa gente sempre più spesso fa le leggi che servono a lei, non quelle che servono ai cittadini.
Ecco perché il giudice, nel nostro Paese, si trova nei guai. Perché è ancora libero dal controllo dei “poteri forti”; e quindi è rimasto l’unico strumento per quelli che non hanno “forza” per far valere i propri diritti.
Il giudice è “ancora” libero.
Ma fino a quando; e cosa si dovrebbe fare perché resti libero?

Ma un giudice “libero” non è sufficiente: occorre ancora che possa davvero fare il giudice,  amministrare Giustizia; altrimenti la sua “libertà” sarebbe inutile.
E allora la domanda successiva è: cosa si dovrebbe fare perché il giudice possa davvero amministrare Giustizia?
Questo spettacolo prova a rispondere a queste domande.

Bruno Tinti



Incostituzionale e pericoloso il processo breve


Ho qualche timore nel descrivere i profili di incostituzionalità del ddl sul “processo breve”; perché possono essere eliminati con facilità: si paralizzerebbe la giustizia penale, ma questo a Berlusconi & C non interessa nulla e, pur di portarlo a casa, magari lo modificano. Non di meno me ne occupo perché, chissà, qualcuno li fermerà prima che sia troppo tardi.

Immaginiamo che gli sponsor di Usain Bolt gli dicano: “Caro Usain, tu sei certamente in grado di correre i 100 metri in 9 secondi. Quindi fallo perché se no non ti facciamo più correre”. Ovviamente Bolt non ce la farebbe e l’atletica perderebbe un grande campione. Ecco, B&C stanno facendo proprio così: da domani i processi debbono durare 6 anni; se durano di più non si può condannare nessuno. Risultato, non si condannerà nessuno.

Nessuno? Ecco no, perché anche B&C lo sanno che questo sistema è assolutamente privo di senso; lo vogliono perché a B. serve proprio, però sanno che butteranno alle ortiche decine, forse centinaia di migliaia di processi, che un sacco di delinquenti la faranno franca e che un sacco di parti offese ce l’avranno con loro e non li voteranno più (mah?). E così cercano di limitare i danni riservando il “processo breve” a una sola categoria che, naturalmente, coincide con il prototipo originale in funzione del quale il “processo breve” è stato inventato: proprio lui, B. Si deve trattare di incensurati (B. è incensurato, 6 prescrizioni ha collezionato, è colpevole ma incensurato); si deve trattare di reati puniti con pene non superiori a 10 anni (B. è imputato di corruzione in atti giudiziari, pena massima 8 anni, e frode fiscale, pena massima 6 anni); si deve trattare di processi che siano ancora in primo grado, cioè davanti al tribunale (proprio come il processo Mills); non si deve trattare di reati di mafia (B. qualche relazione con Dell’Utri e Mangano e non so quanti altri ce l’ha, ma processi per mafia veri e propri no) o di terrorismo o di altre 6 o 7 tipologie che comunque non riguardano B.

In questo modo, B&C hanno pensato, un po’ di delinquenti la faranno franca ma non proprio tutti; insomma, io speriamo che me la cavo e per non farla cavare a tutti gli altri ho fatto il possibile. Forse si sono fatti male da soli. Il problema di B&C è sempre lo stesso: la Costituzione; e più in particolare quel rompiscatole dell’articolo 3 con la sua assurda pretesa che tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge. Sicché, se i cittadini hanno diritto al “processo breve”, come del resto dice anche l’articolo 111 della Costituzione, per quale motivo chi non è incensurato non dovrebbe godere di questo diritto? L’essere pregiudicati comporta effetti sulla pena (sei proprio incorreggibile, già condannato e continui a delinquere, ti meriti una pena più grave) ma non sul tempo necessario per accertare l’innocenza o la colpevolezza: prima della condanna, un incensurato e un pregiudicato sono entrambi presunti innocenti, non c’è nessuna differenza tra loro. Dunque un pregiudicato ha diritto di vedersi processato con gli stessi strumenti e negli stessi tempi di chiunque altro; e termini di “estinzione del processo” differenziati sono incostituzionali.

Per lo stesso motivo non si può applicare il “processo breve” solo agli imputati di reati puniti con pena inferiore ai 10 anni di reclusione: tutti, innocenti fino a prova contraria, qualunque sia il reato di cui sono imputati, hanno diritto a essere giudicati nello stesso modo. E nemmeno si può dire che un reato punito con pena superiore a 10 anni è per definizione più difficile da accertare di uno punito con pena inferiore; sicché sarebbero ragionevoli termini processuali differenziati. Tanto per parlare sempre delle stesse cose, i falsi in bilancio e le frodi fiscali di B. hanno un tasso di complessità investigativa non inferiore a quello di una indagine in materia di mafia con una decina di pentiti e 10.000 pagine di intercettazioni; eppure i primi sono puniti fino a 4 e 6 anni di reclusione e gli altri con l’ergastolo.

Ancora: che male hanno fatto gli imputati che hanno esercitato il loro diritto di proporre appello? Perché per loro il “processo breve” non deve valere?

Insomma, “processo breve” e Costituzione sono parecchio lontani tra loro. Speriamo che QUALCUNO se ne accorga.

Per finire, applichiamo tutto ciò a un possibile caso concreto.

Processo per corruzione; due imputati, per esempio B, mandante, e l’onorevole Berruti, già condannato per corruzione, esecutore materiale; passano 2 anni, il processo di primo grado non finisce (è ovvio, con B. imputato). Il giudice decreterà l’estinzione del processo per B. (incensurato) e andrà avanti fino alla condanna di Berruti (pregiudicato). Qualche tempo dopo altro processo, sempre a carico di tutti e due e di identico contenuto: B. sarà di nuovo “graziato” e Berruti di nuovo condannato. E via così.

Forse il problema si risolverà da solo; forse ci sarà una rivolta di Palazzo.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 13 novembre 2009



Amnistia di massa per salvare Berlusconi


Ogni giorno, con “La stecca di Indro”, Il Fatto Quotidiano ci regala una profetica citazione di Montanelli. Io me ne ricordo una a proposito di Berlusconi: il grande Indro disse che gli italiani avrebbero dovuto toccare il fondo; un po’ come con una malattia cui, se sopravvivi, poi sei vaccinato per il resto della vita. La domanda è: quanto siamo lontani dal fondo? A giudicare da quello che bolle in pentola, direi poco.

Le teste giuridiche al servizio di Berlusconi, chiamate agli straordinari per via delle imminenti condanne che il loro padrone, ora che il Lodo Alfano è defunto, ha tutte le ragioni di aspettarsi, stanno facendo gli straordinari. Il 29 ottobre, ci ha informato il Corriere della Sera, hanno pensato a una riforma della prescrizione così congegnata: “Taglio di un quarto dei termini di prescrizione per i procedimenti pendenti relativi a reati di non grave entità commessi prima del 2 maggio 2006 e con pena massima fino a 10 anni”; che, ma guarda che combinazione, è proprio il caso del processo Mills-Berlusconi.

Poi qualcuno ha fatto sicuramente notare che:

- I quattro quinti dei reati previsti dal codice e dalle altre leggi penali italiane sono puniti con una pena massima inferiore a 10 anni: amnistia di massa. - Definire reati di non grave entità quelli puniti con una pena massima di 10 anni di reclusione fa un po’ ridere: tra questi reati ci sono, tanto per avere un’idea, il peculato, la corruzione, la falsa testimonianza, l’associazione a delinquere (anche quella di stampo mafioso), l’omicidio colposo, il furto, la rapina e l’estorsione. Va bene che il nostro ordinamento già conosce la straordinaria categoria del falso in bilancio lecito (sarebbe quello inferiore all’1 % del patrimonio netto della società; per dire, Fininvest, patrimonio netto - al 31 dicembre   2008 - 5 miliardi e mezzo di euro, falso in bilancio lecito 55 milioni di euro… ). Ma anche alla schizofrenia c’è un limite.

- E se qualche giudice comunista si rifiuta di considerare “di non grave entità” una corruzione in atti giudiziari che ha prodotto danni per 750 milioni di euro?

Allora ci hanno ripensato e, il 3 novembre, sempre il Corriere della Sera ci ha informato che era allo studio una nuova soluzione: la “prescrizione breve”. I processi debbono essere celebrati tassativamente entro 6 anni: 3 per il Tribunale, 2 per l’Appello, 1 per la Cassazione. Se no tutto prescritto!  

Sono sicuro che Ghedini & C. si stanno stropicciando le mani per la soddisfazione: perché questa soluzione ha 2 meriti:

- Appare ragionevole a prima vista: 6 anni per fare un processo; e quanti ne volete! Così, quando i reati si prescriveranno, la colpa sarà dei magistrati: 6 anni avevano, sono dei fannulloni, ha ragione Brunetta! E far perdere ai cittadini la fiducia nei magistrati è un risultato che Berlusconi e soci considerano quasi sullo stesso piano dell’impunità garantita per le loro malefatte.

- È un sistema sicuro: nessun processo per i “loro” reati può esser fatto in 6 anni.  

Naturalmente c’è un rovescio della medaglia: siccome i quattro quinti dei processi italiani non si fanno in 6 anni, nessun delinquente finirà in prigione. Questo non è pessimismo da comunista; questo lo ha detto il ministro Alfano nella sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia: “La durata media dei processi penali è di 7 anni e mezzo”. Sicché, con la prescrizione a 6 anni …. Certo, non tutti i processi durano più di 6 anni; ma quelli per i reati che interessano Berlusconi e i suoi associati, quelli sì, come le 6 “assoluzioni” per prescrizione collezionate dal nostro “incensurato” Presidente del Consiglio stanno lì a dimostrare.

Così uno si chiede: ma perché questo genere di processi (per intenderci, falso in bilancio, frode fiscale, corruzione, peculato, insider trading etc.) dura tanto? La prima risposta è che non è vero, non durano così tanto: 5 o al massimo 6 anni per fare indagini, processo in Tribunale   , in Corte d’Appello, in Cassazione, quasi sempre sono sufficienti; certo, tranne che l’imputato sia Berlusconi, nel qual caso il solo processo in Tribunale può durare anche 4 o 5 anni. Il problema però è che la prescrizione comincia a correre da quando il reato è commesso; e non da quando cominciano le indagini.

Con un esempio ci si spiega meglio. Se vi rubano una macchina, andate subito dai Carabinieri e fate denuncia; loro fanno un posto di blocco e magari arrestano il ladro; poi lo denunciano alla Procura. Abbiamo 6 anni, a partire dal momento del furto, per fare il processo. Ma quando un ricco imprenditore fa un falso in bilancio, sul momento non se ne accorge nessuno. Un paio d’anni dopo, forse, la Guardia di Finanza farà una verifica: se sono bravi (in genere lo sono) e se nessuno li corrompe (qualche volta capita, c’è una sentenza che dice che Mediaset ha corrotto la GdF) magari lo scoprono. La verifica dura un anno; alla fine la GdF fa un rapporto alla Procura che a questo punto comincia le indagini. Sono passati 3 anni dal bilancio falso. Ne restano altri 3 per fare indagini, 1° grado, 2° grado e Cassazione; troppo pochi. Anche perché, indagare su un falso in bilancio non è come indagare su furti, rapine, droga etc. In questo genere di reati il problema è seguire i soldi: dove sono andati? in quale banca? in quale Paese? chi ce li ha mandati? e cosa ne ha fatto? Tutto questo si fa con le rogatorie (non a caso, un'altra cosa che gli esperti di Berlusconi hanno cercato di smontare). E una rogatoria di questo tipo (sequestri, in banche e società, interrogatori di funzionari pubblici e professionisti, traduzioni etc.) un paio d’anni li prende. Ricordo una mia rogatoria nel processo Telekom Serbia: era a Londra e ci misi quasi 4 anni. Insomma, per i reati di Berlusconi e soci 6 anni sono niente. E quindi si prescrivono.

Adesso il problema, per quanto strano possa sembrare, non è nemmeno più che Berlusconi la faccia franca ancora una volta: un grande giornalista, Ricciardetto (al secolo Augusto Guerriero, tanti anni fa scriveva su Epoca) diceva di De Gaulle (che lui odiava perché antieuropeista): il n’y a que la providence…. E in effetti, dopo la morte di De Gaulle, l’Unione Europea ha fatto passi da gigante. Il problema è che questa “prescrizione breve” si applicherà a tutti i processi, quelli che Alfano ha spiegato che durano in media 7 anni e mezzo. E qualcuno dovrà spiegare a una   mamma che ha avuto il bambino falciato da un automobilista ubriaco; o a un pensionato che ha investito tutti i suoi risparmi in qualche bond truffaldino che i colpevoli di questi reati resteranno impuniti perché c’è la “prescrizione breve”. Forse non tutti ci crederanno che è colpa dei magistrati fannulloni.

E poi, qualche speranza c’è. La CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’uomo) ha detto in molte sentenze che “non è vietato al potere legislativo prevedere nuove leggi ad effetto retroattivo. Ma il principio della preminenza del diritto e la nozione dell’equo processo, consacrati dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, impediscono, salvi imperiosi motivi d’interesse generale, l’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia con lo scopo d’influenzare la risoluzione giudiziaria della lite”. Insomma, niente leggi ad personam,   non si può.

Ecco, forse Berlusconi e i suoi consiglieri non lo sanno, ma le leggi italiane debbono rispettare anche i principi di diritto della Comunità Europea: se non li rispettano, sono incostituzionali. E se la lezione del Lodo Alfano fosse servita? Magari studiano e ci ripensano.

Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2009


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