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Il responsabile che ti meriti


Andrea Orlando è il responsabile del settore giustizia del Pd. È l’autore di un progetto di riforma della giustizia che è un misto di luoghi comuni e di proposte che hanno il solo merito di essere utili a B&C: separazione delle carriere di pm e giudici, processo morto, discrezionalità dell’azione penale. Possiede un titolo di studio: maturità scientifica. Prescindendo dal merito del suo progetto (molto modesto il livello tecnico, in certi casi semplici enunciati ripresi dagli slogan propagandistici di B&C), la domanda che ci si dovrebbe fare è: perché il Pd ha scelto Orlando quale responsabile per la giustizia? Che non è una domanda da poco perché, prima di tutto, è appena ovvio che uno che non sa niente di un problema, se lo mettono ad occuparsene, bene che ci vada proporrà qualche fotocopia di soluzioni già proposte da altri che sapevano quello che dicevano; e, male che ci vada, sparerà qualche… stupidaggine, frutto della sua ignoranza.

Naturalmente si potrebbe rispondere che sarebbe stato bello poter ricorrere a qualche esperto di giustizia ma che c’era poco da scegliere, il convento del Pd Orlando passava. Che però sarebbe una solenne bugia perché, tra le file del Pd, ci sono, tra gli altri, D’Ambrosio, Casson, Della Monica, tutti magistrati con decine di anni di esperienza. Ci sono anche avvocati (tra altri Chiurazzi e Galberti). Insomma c’è gente che conosce bene i problemi della giustizia, ha passato una vita a combatterci e sarebbe stata in grado di proporre decine di ottime soluzioni che avrebbero avuto l’unico torto di essere pertinenti, concrete e di tenere in nessun conto l’impunità di B&C.

In particolare Gerardo D’ambrosio vanta nel suo curriculum la bellezza di 10 disegni di legge da lui proposti al tempo del governo Prodi: vi ricordate? Quello che non ha mosso un dito per proporre una legge sul conflitto di interessi e per abrogare la legge che depenalizzava il falso in   bilancio; e che, in compenso, ha partorito un disegno di legge Mastella (altro super esperto di giustizia) in materia di intercettazioni al cui confronto quello in esame oggi al Senato è un capolavoro di tecnica legislativa. C’è da dire che devo essere uno dei pochi estimatori di questi disegni di legge. Forse perché avevano il torto di occuparsi di problemi concreti: tra altro, notifiche (con sospensione dei processi contro irreperibili che costano tempo e soldi e non servono), riduzione dei casi di Appello e ricorso in Cassazione, abolizione del processo abbreviato (che serve solo a garantire una irragionevole riduzione di pena e che costa, in tempo e danaro, quanto un processo normale), ampliamento del patteggiamento (con contestuale ammissione di responsabilità, il che significa utilizzare la sentenza di patteggiamento nei processi civili e amministrativi con risparmio di tempo misurabile in anni).

Il governo Prodi questi disegni di legge non se l’è filati per niente; e adesso comincio a capire che il problema era che non si inquadravano molto nella politica dei dialoghi costruttivi per riforme condivise che sono la specialità di Orlando e del Pd. A questo punto, perché uno che ha la maturità scientifica e che di diritto sa niente (come ampiamente dimostrato dalle sue proposte) sia prescelto in un parterre di avvocati e magistrati esperti, si capisce bene: perché la riforma della giustizia è già scritta: da B&C. E il Pd ha un obiettivo prioritario: che sia sollecitamente approvata. Una riforma condivisa, appunto.

Da Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2010



La legge immonda


Lo stile di B&C è sempre lo stesso: un processo sta per concludersi con la condanna di uno dei C o dello stesso B. per uno dei soliti reati che piacciono tanto alla premiata ditta? Si fa una legge che depenalizza di fatto il reato (per esempio il falso in bilancio); oppure dimezza i termini di prescrizione, così i colpevoli non vanno in prigione; oppure ammazza il processo, così la sentenza non sarà mai emessa; oppure stabilisce che B&C non possono essere processati perché sono “impediti” per natura, il che conduce allo stesso risultato: niente sentenza. C’è un’indagine che scopre altri reati tipici di B&C? Occorre subito una legge che blocchi le indagini; e così si recupera il blocco delle intercettazioni, quello approvato alla Camera con il voto di fiducia e che venne parcheggiato al Senato in attesa di tempi migliori. Adesso serve, accidenti se serve.

Come al solito è una legge immonda: il suo scopo è quello di impedire che i reati tanto cari a B&C vengano scoperti. Ed è di questo scopo che si deve parlare, prima ancora delle indegne norme che la compongono. Ci sono tanti reati che possono venir scoperti senza intercettazioni: una guida senza patente, una sosta con tagliando di parcheggio falsificato, un furto al supermercato. Anche alcuni reati più gravi, in certi casi, possono essere scoperti senza intercettazioni: un omicidio o una rapina quando sia subito intervenuta la polizia. Perfino una corruzione, in teoria, può essere scoperta senza intercettazioni: l’onesto usciere in servizio davanti all’ufficio dell’onorevole vede l’imprenditore consegnargli una busta e ascolta la conversazione tra i due: “Questi soldi sono per quell’appalto che mi hai fatto ottenere”; “Ah grazie, adesso mi occuperò di quell’altra questione”; e poi va a denunciare il tutto alla Procura della Repubblica. 
Ma, se abbandoniamo la fantascienza e ci occupiamo della realtà, dobbiamo riconoscere che tutti, ma proprio tutti i processi per i reati tanto cari a B&C (corruzione, falso in bilancio, frode fiscale, frodi comunitarie, abuso d’ufficio, sempre quelli sono); e anche per tutti i reati più gravi, dal traffico di droga all’associazione mafiosa, senza intercettazioni non si fanno.

Il corrotto e il corruttore sono legati da un patto che, prima ancora che sulla loro volontà, è fondato sulla necessità: nessuno può accusare l’altro senza accusare se stesso. La frode fiscale si basa su una contabilità in ordine perfetto e su bilanci falsi ma formalmente ineccepibili; le associazioni criminali e mafiose sono basate su un’omertà ferrea, frutto di terrore e di interessi economici enormi. Ora, ci dicono B&C, non si può più tollerare la violazione della privacy dei cittadini (cioè di quella ristretta parte di cittadini costituita da B&C: della privacy degli altri non è mai importato nulla a nessuno). Si tratta di una balla invereconda, la vera ragione è, come ho detto, la pretesa dell’impunità. Ma facciamo finta che sia vero; facciamo finta che conoscere il contenuto di intercettazioni in cui si confessano (ridendo) reati che si sono commessi o che si intende commettere, costituisca violazione della privacy; facciamo finta che davvero vengano rese note intercettazioni che non hanno nulla a che fare con situazioni di rilevanza penale; facciamo finta che, nei casi in cui questo succede, il loro contenuto non abbia una enorme rilevanza politica; facciamo finta che sapere che Scajola diceva di Biagi (quello ammazzato dalle nuove Br) che era un rompicoglioni sia irrilevante politicamente e socialmente.
La domanda è: l’interesse del paese richiede il blocco delle intercettazioni per tutelare la privacy di B&C; oppure questo (inesistente) sacrificio è un prezzo (modesto, se anche ci fosse) che è necessario pagare? Insomma, preferiamo essere un paese povero e corrotto o un paese prospero e trasparente, magari un po’ puritano?  

Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2010

 



Diversamente imputabili


L’ultima esternazione del presidente della Repubblica (“E’ indispensabile… che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione”) mi ha fatto molto arrabbiare. E’ ora di finirla, ho pensato, con questa storia dei magistrati che conducono una lotta personale contro la politica e in particolare contro la maggioranza che governa. Non è vera e Napolitano lo sa: ci sono processi per gravi reati commessi da uomini politici. L’“istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione” li celebra “rigorosamente”, come fa con ogni altro processo. Il monito è stato inopportuno.

Poi ho riflettuto meglio. Altro che inopportuno. Napolitano ha fatto di peggio: ha condiviso la tesi dei politici in fuga dai processi. Ha detto: “Va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del Parlamento, in quanto poggia sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare”. Ha detto cioè che è il processo in sé, quando celebrato nei confronti del politico, a essere eversivo: perché è in contrasto con la volontà popolare. E tra legalità ed eguaglianza dei cittadini davanti alla legge; e rispetto della sovranità popolare con conseguente impunità dell’eletto; è il secondo principio che deve prevalere.

Così voglio provare a discutere di questa nuova teoria, che avrebbe fatto inorridire i miei maestri all’università, come fosse una cosa seria, verificandone le possibili conseguenze. La volontà popolare è il principio supremo: nulla deve impedire all’eletto dal popolo di svolgere il suo mandato. Supponiamo che l’eletto dal popolo sia un serial killer: lo è stato in passato e anzi sfrutta la sua posizione per uccidere ancora. Il consenso popolare dovrebbe consentirgli l’impunità per gli omicidi commessi? Peggio,
  dovrebbe facilitargli ulteriori omicidi impedendo che si accerti, nel rispetto della legge e con le dovute garanzie processuali, se li ha davvero commessi e se ne sta progettando altri? Gli interessi supremi del paese in funzione dei quali “nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza” sarebbero tutelati da un serial killer? E se la risposta fosse negativa, non sarebbe necessario allontanarlo dal governo del paese?

Attenzione, questa ipotesi non è per nulla paradossale: se Riina si presentasse alle elezioni in Sicilia, raccoglierebbe certamente moltissimi voti; e se mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unissero le loro risorse per garantire l’elezione di uno dei loro a qualche elevata carica istituzionale, avrebbero molte probabilità di riuscire nel loro intento. Se il consenso popolare dovesse prevalere su ogni altro principio, e in particolare su quello dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, l’eletto Riina e i suoi compari potrebbero governare il paese, perseverando impunemente nella loro attività criminosa. Non credo ci sia qualcuno che possa sostenere questa tesi. Ma in Italia non ci sono serial killer al governo. Speriamo che sia così. Allora vediamo quale tipo di delitti potrebbero portare a pensare che sì, il consenso popolare… ma forse meglio non insistere.

Un eletto dal popolo che abbia commesso o continuasse a commettere violenze sessuali, magari su minori; o corruzioni, falsi in bilancio e frodi fiscali per arricchire se stesso e i suoi amici; o anche accordi con la criminalità organizzata, per garantirsi sicurezza, prosperità e prolungata carriera politica; questi reati sarebbero sufficientemente gravi da autorizzare un accertamento giudiziario? E, se accertati, inciderebbero sull’idoneità dell’eletto dal popolo a governare il Ppaese? Insomma, quali reati sono incompatibili con il consenso popolare? Perché la teoria avrà pure qualche eccezione; altrimenti anche Mussolini e Hitler avrebbero governato legittimamente per via
  dell’indubbio consenso popolare che li circondava. E invece proprio il fatto che non sia mai stato possibile processarli per i loro crimini e che abbiano potuto governare nonostante li avessero commessi dimostra quanto sia pericoloso sovrapporre questo principio a quello dell’uguaglianza della legge per tutti i cittadini.

Io sono cresciuto nella convinzione che “se al mondo ci fossero solo due uomini e questi uomini fossero San Francesco e Santa Chiara, il diritto starebbe tra loro a indicare quello che è giusto” (Barbero, Manuale di diritto civile, UTET, 1954). E’ troppo chiedere a un professore universitario più vecchio di me di ricordarsene?

da Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2009



Scudo fiscale, una firma pesante


da Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2009

Così il Presidente della Repubblica ha firmato. Adesso l’impunità per i criminali che fanno rientrare il loro bottino nel nostro Paese è legge dello Stato. A chi gli chiedeva di non firmare Napolitano ha risposto “Ma dove sono i profili di incostituzionalità? E poi è inutile, che io non firmi non significa niente, me la rimandano dopo 15 giorni e debbo firmare per forza”.

Né la decisione né la motivazione sono condivisibili. L’art. 74 della Costituzione dice: “il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione; se le Camere la approvano nuovamente, questa deve essere promulgata”. La Costituzione non dice però che il rinvio alle Camere può avvenire solo per ragioni di manifesta incostituzionalità; si limita a prevedere che il Presidente può non firmare una legge. Molti costituzionalisti ne hanno dedotto che il Presidente della Repubblica può sempre rifiutarsi di firmarla. Nel caso di manifesta incostituzionalità, il rinvio alle Camere è un suo preciso dovere; ma, in tutti gli altri casi in cui la legge gli sembri ingiusta, il Presidente della Repubblica ha comunque una responsabilità di intervento che gli deriva dall’essere l’interprete degli interessi superiori della Nazione, di ciò che vi è di permanente, di superiore, di indiscusso, di comune a tutti nella vita nazionale. Per questo, quando egli parla, lo fa in nome del Paese. E le sue parole hanno un peso terribile: come ha detto uno dei padri della Repubblica, Umberto Terracini, “una parola del Presidente pesa sulla bilancia più di mille parole di ognuno di noi”. Allora Napolitano ha avuto torto quando ha detto che era inutile non firmare una legge che la maggioranza avrebbe approvato comunque. Anche perché si ha sempre torto quando si rinuncia a battersi. E poi non sarebbe stata solo una bella battaglia. Avrebbe potuto essere una battaglia vinta.

Il nuovo scudo fiscale prevede sostanzialmente due cose: chi fa rientrare i capitali non può essere punito per frode fiscale e falso in bilancio; e le banche che provvedono alle operazioni di rientro non devono effettuare le segnalazioni per le operazioni sospette previste dalla normativa antiriciclaggio che le obbliga a segnalare all’Ufficio italiano cambi i casi in cui sia probabile che il danaro sia provento di reato. Così l’Uic   non informerà il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza che non svolgerà le indagini del caso e non le trasmetterà alla Procura della Repubblica per il relativo procedimento penale. Il problema è che i soldi non si distinguono tra loro: 1.000.0000 di euro proveniente da una frode fiscale non ha una targhetta che lo distingua da un’analoga somma proveniente da un sequestro di persona. Sicché, quali siano i reati che hanno prodotto il bottino che rientrerà con lo scudo fiscale non lo può sapere nessuno. Con la legge firmata dal Presidente della Repubblica potrà dunque entrare in Italia senza rischi penali non solo il provento di frode fiscale e falso in bilancio; ma anche il bottino di traffico di droga, di armi, di donne, di minori, di immigrati, di sequestri di persona, di corruzioni, insomma di tutto i reati che producono denaro, i cui autori dovrebbero essere perseguiti e sanzionati con anni e anni di galera. Si chiama obbligatorietà dell’azione penale.

Allora la domanda è: se la frode fiscale e il falso in bilancio sono già “amnistiati” (non è proprio così ma gli effetti quelli sono), a che serve prevedere che le banche non effettuino le segnalazioni delle operazioni sospette? Anche se le effettuassero, e se l’Uic prima e il Nucleo di Polizia Valutaria dopo scoprissero frodi fiscali e falsi in bilancio, la conclusione sarebbe obbligata: non doversi procedere per essere i reati non punibili. Dunque perché una norma come questa? Ma è ovvio: in questo modo si assicura l’impunità a tutti gli altri delinquenti che si gioveranno dello scudo fiscale. I sequestratori di persona, i trafficanti di vario genere che porteranno in Italia i loro soldi, non potendo contare su un’esplicita previsione di non punibilità (la legge la prevede solo per la frode fiscale e il falso in bilancio) conseguiranno lo stesso effetto perché non saranno comunque possibili indagini su di loro. Insomma, è evidente che una legge che avesse detto “tutti i reati da cui derivano le somme che sono rientrate in Italia con lo scudo fiscale non sono punibili” sarebbe stata difficile da far approvare anche per una maggioranza che ha principi etici ispirati ai Fratelli della Costa. Da qui il trucco: non dico che questi reati non saranno puniti; però faccio in modo che non possano essere scoperti. Ecco, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, ma questo non è in contrasto con l’art. 112 della Costituzione, dove si dice che l’azione penale è obbligatoria? Ma quale obbligatorietà può esserci se le leggi della Repubblica tutelano in via preventiva i delinquenti, permettendo loro di nascondere le prove delle malefatte?

E poi, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, che ne è del famoso principio di ragionevolezza che significa, sostanzialmente, bilanciamento degli interessi costituzionalmente   garantiti? Che c’è, sull’altro piatto della bilancia, che pesi più dell’art. 112 della Costituzione? E anche più dell’art. 53, “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.”?

E infine, avrebbe dovuto dubitare il Presidente della Repubblica, è conforme ai principi fondamentali di uno Stato democratico, farsi riciclatore del bottino dei più gravi reati perseguiti dalla comunità internazionale, in violazione dell’art. 10 della Costituzione, “L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.”?

Allora non sarebbe stato meglio, invece che giustificarsi dicendo “sarebbe stato inutile non firmare tanto dopo 15 giorni …”, inviare un messaggio alle Camere spiegando il rinvio della legge con la violazione di principi costituzionali?

Seneca diceva “Ogni concessione al male è una complicità nel male”. Era un maestro molto severo e naturalmente molto scomodo. Ma arriva un momento, per tutti, in cui questo insegnamento bisogna ricordarselo.



La legge bavaglio sulle intercettazioni e le sue ricadute pratiche


Cari amici,
sembra che tra un paio di mesi anche la legge sulle intercettazioni e sul bavaglio alla stampa sarà un delitto consumato.

La concertazione tra il Presidente della Repubblica e il Ministro della Giustizia servirà (forse) solo a smussare i profili più discutibili della legge; ma ciò che non cambierà sarà l’impostazione complessiva; che è fatta apposta per impedire alla giustizia di accertare il malaffare della classe politica.

A dimostrazione di ciò pongo alcune domande e suggerisco le relative risposte.

Le intercettazioni sono un mezzo per accertare le responsabilità penali: servono per individuare gli autori di un reato e trovare le prove della loro colpevolezza (o della loro innocenza). Siccome questo fatto è incontrovertibile, la domanda diventa: ma perché questa ricerca della responsabilità penale deve essere consentita solo per alcuni reati e per altri no? Ricordiamo che l’impianto originario della legge era fondato proprio sull’esclusione dei reati societari, finanziari, contro la Pubblica Amministrazione e in genere i reati commessi dai colletti bianchi. E Berlusconi, stando a molti organi di stampa, non è soddisfatto di questa nuova legge proprio perché essa permette – in teoria – ancora le intercettazioni per i reati di corruzione e in genere per i reati contro la Pubblica Amministrazione.

Per quale motivo dunque questo mezzo di ricerca della prova non deve essere consentito per la dichiarazione fiscale infedele, per il falso in bilancio, per l’infedeltà patrimoniale degli amministratori di società, insomma per tutti i reati per cui sarebbe utilissima? Allora è evidente che escludere alcuni reati dall’elenco di quelli per cui le intercettazioni telefoniche sono possibili significa che si vuole rendere difficile accertarne la sussistenza e le responsabilità di chi li ha commessi. E siccome questi reati non li commette né l’extracomunitario né il delinquente comune, ecco che abbiamo la prova che la classe dirigente del Paese vuole impedire le intercettazioni perché vuole tutelare se stessa.

Con la stessa premessa (le intercettazioni servono per scoprire chi sono gli autori di un reato e per trovare le prove della loro colpevolezza), per quale motivo la nuova legge prevede che, nei casi in cui queste sono consentite, si possono tuttavia adottare solo in presenza di “evidenti (o gravi, non cambia nulla) indizi di colpevolezza”? Tenete conto del fatto che, al momento, le intercettazioni si fanno quando vi sono “gravi indizi di reato”; servono cioè, come ho detto, per scoprire chi ha commesso il reato. Se vi sono indizi di colpevolezza, vuol dire che l’autore del reato è già stato individuato e allora è assai probabile che le intercettazioni non serviranno a nulla. Dunque per quale motivo una stupidata tecnica come questa? Di nuovo per limitare l’uso delle intercettazioni. E chi mai può desiderare di impedire che si scoprano i reati (perché questo significa impedire le intercettazioni)? Ovviamente chi li commette, che è alla ricerca dell’impunità. Dunque ancora una volta diventa evidente che chi vuole impedire le intercettazioni lo fa a tutela di se stesso.

Perché il contenuto delle intercettazioni disposte in un processo non deve servire in un altro processo dove magari torna utile? Quale straccio di motivo può mai giustificare logicamente un’idiozia del genere? Non sto a riproporre la risposta, ché tanto sempre quella è.

Perché non si può richiedere una intercettazione portando come prova della sua necessità il contenuto di un’altra intercettazione? E se il Pubblico Ministero solo quella ha, ma riguarda un reato gravissimo che si potrebbe impedire se si disponesse la nuova intercettazione sulla nuova utenza? Niente, non si intercetta e il reato si commette.

Perché è previsto un budget per le intercettazioni; e, quando i soldi sono finiti, non se ne possono più fare? E cosa diciamo alla famiglia del figlio rapito, che non facciamo più intercettazioni perché non abbiamo soldi? Oppure economizziamo, diciamo alle donne molestate e perseguitate, alle famiglie che hanno gravi sospetti contro un maestro che forse abusa dei loro bambini che, no, non possiamo fare intercettazioni perché dobbiamo conservarci i soldi, non si sa mai capita qualcosa di più grave? Vero che si può chiedere uno stanziamento supplementare; ma, e quando arriva? E se poi non lo danno? E intanto il reato continua o viene irreparabilmente commesso.

Ma quale logica può essere invocata a sostegno di queste stupidaggini? Se non quella etc. etc. etc.

Per far capire bene cosa succederà, vi propongo parte di una relazione preparata dalla Giunta Distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati di Catania. Leggete e … preoccupatevi.

Alcune ricadute pratiche (tratte da indagini realmente condotte nel distretto di Catania)

Caso 1 – Tentato omicidio di Tizio
- in data 1.1.01 giunge in ospedale Tizio con ferita da taglio all’addome;
- Tizio dichiara di essere caduto in casa e di essersi ferito con una forbice;
- Caia, moglie di Tizio, dichiara di essere stata presente al fatto, ma di non aver visto con esattezza la dinamica dell’incidente;
- Mevio, chirurgo che opera Tizio, rappresenta al magistrato che la ferita è molto profonda ed è difficilmente riconducibile ad un colpo accidentale;
- il magistrato apre dunque un procedimento nei confronti di ignoti per il reato di tentato omicidio e riascolta Tizio e Caia che confermano la versione già fornita (incidente domestico).

Caso 1 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
- Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
- Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
- Le incongruenze nel racconto di Tizio e le indicazioni del chirurgo Mevio integrano gravi indizi del reato di tentato omicidio e si dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella stanza di ospedale (indispensabili stante la mancata collaborazione della persona offesa);
- Dalle intercettazioni emerge un vero e proprio stato di soggezione di Tizio a Caia e le lamentele di Caia nei confronti di Tizio per non aver “raccontato” una storia più verosimile dell’accaduto. In una conversazione con Caietta (figlia della coppia) Tizio le confida di essere stato colpito proprio da Caia con un coltello
- Caia viene pertanto sottoposta a misura cautelare (va in prigione) e rende piena confessione.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 1 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
- Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
- Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
IN ASSENZA DI COLLABORAZIONE DI TIZIO (Parte Offesa) NESSUN ALTRO ACCERTAMENTO E’ POSSIBILE
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 2 – violenza sessuale su Mevia
Mevia, bambina di 5 anni, mostra durante la permanenza all’asilo comportamenti eccessivamente sessualizzati. La maestra contatta i servizi sociali che trasmettono alla Procura e al Tribunale dei Minori una prima relazione evidenziando la verosimile sottoposizione della bambina a molestie sessuali in ambito familiare e la situazione di estremo degrado in cui vive la minore. Il Tribunale dei minori dispone l’immediato collocamento in comunità della bambina.
La Procura iscrive un procedimento contro ignoti per il reato di cui all’art. 609 bis c.p. ed affida una consulenza sulla minore che riscontra le tracce di abuso.

Caso 2 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia (Tizio e Caia);
Contestualmente alla convocazione, sussistendo gravi indizi del reato di violenza sessuale, il PM dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella vettura (luogo NON di privata dimora) con la quale gli stessi si recheranno in Procura;
Tizio e Caia, davanti al PM, negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Uscendo dagli uffici di Procura, all’interno della macchina sottoposta ad intercettazione, Caia si lascia andare ad un violentissimo sfogo verso Tizio accusandolo di aver molestato la figlia;  
Caia viene riconvocata in Procura e, davanti ai risultati delle intercettazioni, crolla ammettendo di essersi accorta delle molestie poste in essere dal marito nei confronti di Mevia.
Tizio viene pertanto sottoposto a misura cautelare (va in prigione).
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 2 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia;
Tizio e Caia davanti al PM negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Il PM non è convinto e riascolta più volte Caia che tuttavia mantiene inalterata la sua versione.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO
(stante l’archiviazione del procedimento, dopo pochi mesi, Mevia viene ricollocata in famiglia)

Caso 3 – Furti in abitazione
In una determinata zona residenziale si riscontrano nell’arco di poche settimane un rilevante numero di furti in abitazione. In un caso si è trattato di vera e propria rapina in quanto il proprietario, presente in casa, è stato legato ed imbavagliato.
In occasione di uno dei furti viene notata una vettura in sosta non appartenente a residente e intestata a pregiudicato (Sempronio).

Caso 3 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo.
Sussistendo gravi indizi di reato (i furti sono già stati perpetrati) e ricorrendone l’indispensabilità (l’esibizione dei tabulati non ha fornito riscontri) vengono attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Sempronio ed ambientali sulla vettura dello stesso Sempronio.
L’intercettazione ambientale sulla vettura consente di seguire in tempo reale l’organizzazione del successivo furto e di arrestare Sempronio in flagranza di reato.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 3 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo (tale accertamento è consentito anche dalla nuova normativa).
Non vi sono pertanto gravi indizi di reato nei confronti di Sempronio e si decide di intensificare la sorveglianza nella zona.
I furti nella zona non si ripetono, ma cominciano a verificarsi in un quartiere contiguo ora meno sorvegliato.  
Dopo diversi mesi Sempronio viene arrestato in flagranza durante un colpo “sfortunato”.
SENTENZA DI CONDANNA
(…ma solo dopo la commissione di un numero rilevante di reati che non si sarebbero verificati)

Caso 4 – Le intercettazioni come garanzia per l’indagato innocente
Viene rinvenuto nella cella di un carcere il corpo esanime di un detenuto all’interno del proprio letto.
L’autopsia consente solo di individuare le cause della morte: asfissia acuta (non chiarendo se l’asfissia è stata provocata da circostanze naturali o violente).
Alcuni elementi di fatto lasciano supporre che la morte non è avvenuta per cause naturali (in particolare desta sospetto la posizione del cadavere prono, con il viso rivolto innaturalmente contro il materasso).
La morte risulta avvenuta nelle prime ore del mattino, ma i compagni di cella (principali indagati) hanno dato l’allarme solo in tarda sera: sostengono di avere pensato che il morto aveva dormito tutta la giornata.

Caso 4 - Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di un litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono gravi indizi di reato (omicidio) e vengono pertanto attivate intercettazioni all’interno della cella (che non è considerata luogo di privata dimora);
L’intercettazione ambientale consente, tuttavia di appurare la buona fede dei detenuti (compreso Mevio) e di ricondurre la morte a cause naturali.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 4 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di una litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono a carico di tutti i compagni di cella del morto gravi indizi di reato, ma, siccome il reato è già stato commesso, non possono essere attivate intercettazioni ambientali in cella (che, infatti presuppongono che ivi si stia ancora svolgendo l’attività criminosa);
Il PM esercita l’azione penale nei confronti di Mevio. (plausibile)
SENTENZA DI CONDANNA

Ecco le previsioni. Mi viene in mente il monologo di Antonio sul cadavere di Cesare: "Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste di Cesare? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato come vedete, dai traditori".

Sicché, se ci preoccupiamo (e ci arrabbiamo, diciamo così) adesso; che faremo quando queste cose succederanno davvero?



La saga delle intercettazioni



Cari amici, la mia rubrica abbandona la home page di Chiarelettere e si guadagna un blog tutto suo.
Intanto ditemi cosa ne pensate del primo post.
Vi aspetto.

Bruno Tinti

Non credo restino molti dubbi sullo scopo che la nostra classe politica intende perseguire quanto alle intercettazione telefoniche: non si debbono fare. Punto e a capo.

In un primo tempo il metodo da utilizzare sembrava dovesse essere quello di ridurre all’osso i reati per i quali le intercettazioni sarebbero state consentite: solo quelli puniti con pene superiori a 10 anni di reclusione. Restavano fuori un sacco di reati gravi ma pazienza, quello che importava era che, tra quelli per cui non si poteva intercettare c’erano tutti i reati contro la Pubblica Amministrazione; cioè tutti i reati abitualmente commessi dalla classe politica. Che infatti proprio in vista di questo obbiettivo si dava da fare per riformare la disciplina relativa.

Poi qualche politico più attento di altri alle reazioni dell’opinione pubblica deve aver pensato che a tutto c’è un limite e che forse i cittadini non avrebbero apprezzato, e magari la prossima volta avrebbero votato “male”. E così hanno studiato un sistema diverso per ottenere lo stesso risultato; sistema che ha il pregio di non disgustare troppo i futuri elettori che, naturalmente, masticando poco di diritto, non dovrebbero essere in grado di capire fino in fondo i trucchi utilizzati per garantire comunque l’impunità alla casta e ai suoi fiancheggiatori.

Questa considerazione può essere facilmente condivisa leggendo quella parte del DDL che modifica modalità di richiesta, presupposti e termini di durata delle intercettazioni; la trascrivo qui di seguito...

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