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Le bugie estive sui Pm in ferie


Ci sono, insegna il catechismo, peccati veniali e peccati mortali; per quanto mi ricordo se si muore avendo commesso peccati veniali si va in purgatorio per un periodo di rieducazione; se invece si tratta di peccati mortali ti danno l’ergastolo, cioè si va all’inferno dove si resta per l’eternità. Questa cosa da bambino mi terrorizzava: e se non faccio a tempo a confessarmi e finisco sotto un tram? Sia come sia, un po’ perché me lo hanno insegnato le suore alle elementari, un po’ perché mia mamma mi ha sempre spiegato che era un segno di debolezza di carattere, un po’ perché, da adulto, mi sono reso conto che era un sintomo di paura dell’altro, ho sempre pensato che mentire sia una cosa brutta e anche assai squalificante. Insomma chi mente è, dal mio punto di vista, molto in basso sulla scala gerarchica degli esseri umani: un quaquaracquà, per dirla con i siciliani.

Ieri sera, al TG1 delle 20,00, hanno raccontato di una tredicenne di Vigevano che era scomparsa da casa da quattro giorni. Hanno detto che i genitori l’avevano mandata a trascorrere le vacanze fuori città, per allontanarla da un fidanzato che non gli piaceva; sembra che fosse “inadatto”. Hanno intervistato la mamma, in lacrime. Dopo aver raccontato che i due fidanzati avevano addirittura dichiarato che avrebbero messo i genitori davanti al fatto compiuto, perché la ragazzina avrebbe fatto in modo di restare incinta e così nulla avrebbe potuto più separarli, la signora ha detto che il fidanzato aveva sostenuto di non saper nulla di quello che era successo a sua figlia ma che certamente mentiva. E che non era stato fatto nulla per dimostrare che mentiva, in particolare non erano state disposte intercettazioni telefoniche e non erano stati richiesti i tabulati delle sue utenze e dei suoi amici. Tutto fermo, ha detto la signora, perché il pm di Vigevano è in ferie e nessuno si occupa di questa storia. “Possibile che alla Procura di Vigevano non si riesca a sostituire un pubblico ministero in ferie e che per questo io non riesca a trovare mia figlia?” Fine del servizio, lacrime e indignazione generale: questi magistrati super pagati, fannulloni, insensibili, disorganizzati. Ah, come ha ragione “LUI”!

Naturalmente  sono tutte bugie. Alla Procura di Vigevano è in servizio il Procuratore della Repubblica che si occupa attivamente dell’indagine. Gli ho parlato io, al telefono del suo ufficio; magari avrebbe potuto farlo il TG1. Sono stati interrogati fidanzato e amici vari che hanno sostenuto di non saper nulla della ragazzina e di non aver nulla a che fare con la sua scomparsa. Mentiranno anche, ma la tortura è vista con sfavore da Amnesty International e quindi i pm hanno dovuto fermarsi. Qualcosa però hanno fatto perché hanno scoperto un possibile favoreggiamento di cui si sta occupando la Procura di Casale Monferrato, competente per territorio. Capisco che queste sottigliezze procedurali poco interessino la mamma della ragazzina, ma sulla competenza per territorio (sulla pretesa incompetenza) B&C hanno costruito difese celebri per tirare in lungo 
i processi. Sicché, se il favoreggiamento è stato commesso nel territorio di Casale Monferrato c’è poco da fare, sono quei pm che se ne debbono occupare. E infatti lo stanno facendo. Ma, come prevede il codice di procedura, l’indagine è portata avanti dalle due Procure insieme che si scambiano costantemente informazioni; insomma, una cosa ben fatta. Dove la povera mamma ha proprio ragione è quando suggerisce, giustamente …. irritata, di “mettere sotto” i telefoni del fidanzato e dei suoi amici e di acquisirne i tabulati. “E che diavolo, – penserà – sono io a dovervi insegnare il mestiere?”  

Eh, in effetti non sarebbe male sentire cosa dicono questi ragazzi; ma il punto è che, se una ragazzina dice di voler sposare il suo fidanzato e quindi scappa di casa perché i genitori non vogliono, i reati ipotizzabili sono 2: art. 573 codice penale, sottrazione consensuale di minorenni; e art. 574, sottrazione di persone incapaci. La differenza sta nel fatto che, nel primo caso, il minore “sottratto” deve avere più di 14 anni e, nel secondo, meno di 14 anni. Le pene sono diverse: fino a 2 anni per il primo caso e da 1 anno a 3 anni per il secondo. E qui nasce il problema: l’art. 266 del codice di procedura penale stabilisce che si può intercettare e acquisire tabulati solo quando si procede per reati puniti con una pena superiore a 5 anni di reclusione; o per qualche altro reato specificatamente indicato, tra cui però non ci sono i due per i quali si procede a Vigevano; e nemmeno il favoreggiamento (punito con pena fino a 4 anni di reclusione) per cui è competente la Procura di Casale Monferrato. Insomma, sarebbe proprio utile intercettare; ma non si può.
 

Sicché la Procura di Vigevano e quella di Casale stanno facendo quello che possono, rispettando la legge, si capisce. Anche il TG 1 sta facendo quello che può: sputtanare i magistrati e dare una mano al padrone. Che tutto questo passi per menzogne e superficialità non è molto importante per questa gente: tanto, avranno pensato, alla palla della Procura chiusa per ferie ci credono tutti; e chi volete che sappia che c’è l’articolo 266 del codice di procedura? 
Ora io non mi ricordo se mentire e calunniare, secondo la dottrina cattolica, siano peccati veniali o mortali; però, nella mia scala di valori, io li manderei all’inferno 
 



Infiltrazioni pericolose


La P3 si è occupata di molte cose, alcune conosciute e altre che scopriremo nei prossimi giorni; tra queste, ciò che allarma di più è l’infiltrazione nella magistratura. Siamo abituati a considerare la politica largamente inquinata; pochi si indignano, pochissimi reagiscono; molti considerano il malaffare una caratteristica ineliminabile della nostra classe dirigente. A pensarci bene, forse è sempre stato così: forse la corruzione e l’interesse privato sono endemiche nella democrazia.

Può essere che la celebre frase di Churchill (la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre che si sono sperimentate finora) sia stata ispirata anche da quest’amara constatazione. E tuttavia, come per ogni altra cosa di questo mondo, anche la democrazia funziona con un sistema di equilibri: la corruzione, la strumentalizzazione, l’inquinamento della politica sono controbilanciati da controlli istituzionali e sociali. La magistratura e l’informazione sono i cani da guardia contro i malfattori pubblici. Poche volte riescono ad azzannarli prima che si prendano l’argenteria; qualche volta li azzannano con il sacco ancora pieno; e molte volte li dissuadono dallo scavalcare il recinto per impadronirsene. 
 

Molte volte. Era quello che credevamo prima della P3. Perché i cittadini dovrebbero aver fiducia nei giudici del loro paese? Perché sono professionalmente molto preparati? Sì, questo aiuta. Perché lavorano moltissimo? Anche questo, certo. Perché sono imparziali? Ecco, questo soprattutto. I cittadini possono aver fiducia nei giudici quando sanno che non tengono per nessuno, che decideranno i loro processi senza condizionamenti e senza preferenze. Perché questo succeda, la nostra Costituzione prevede molte garanzie per i giudici: non possono essere trasferiti senza il loro consenso; non sono pagati in base all’esito del processo; sono promossi o puniti per eventuali comportamenti illeciti da un organo non soggetto alla politica, il Csm. Naturalmente tutto questo costituisce il sistema di “protezione” dei giudici; poi sta a loro corrispondere alle aspettative dei cittadini. E in effetti i giudici sembrano degni del loro ruolo. Nessun giudice accetta raccomandazioni: “Accogli la domanda di Tizio, è tanto una brava persona, Caio, invece è un disonesto”; chi dicesse questo a un giudice sarebbe cacciato in malo modo. “Assolvi Sempronio, è amico di Cesare che te ne sarà grato”; il giudice denuncia alla Procura chi gli fa proposte del genere. 

Poi abbiamo scoperto un sistema di raccomandazioni per mandare Marra a fare il presidente della Corte d’Appello di Milano: potenti e reggicoda di potenti si sono sbattuti per assicurargli questa nomina. E il Csm lo ha nominato. Adesso la domanda è: se qualcuno dei magistrati che componevano il Csm ha ascoltato queste raccomandazioni; se non ha cacciato in malo modo questi intrallazzatori incapaci perfino di parlare in italiano; se ha espresso il suo voto per favorire il raccomandante e garantirsi favori futuri; se insomma ha svolto il suo compito costituzionale favorendo indebitamente un candidato a scapito di altri. Se qualcuno di questi magistrati ha fatto tutto questo; come avrà deciso i processi che gli erano affidati quando faceva il giudice? Quante raccomandazioni avrà accolto? Quante parti di processi civili avrà favorito a danno di altre? Quanti colpevoli avrà assolto o, peggio (vengono i brividi solo a pensarlo) quanti innocenti avrà condannato? E, alla fine, c’è un’altra domanda. Come può sopravvivere una democrazia gestita da una classe politica corrotta, priva di una magistratura imparziale e con un’informazione imbavagliata?

da Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2010




Il telefono parlante


Sulla nuova legge in materia di intercettazioni si è detto tutto. I limiti di tempo: come si fa a sapere quando un telefono comincerà a “parlare”? Si sa solo che, presto o tardi, qualcosa di utile dirà. Ma ora, dopo 75 giorni si dovrà smettere. Chi usa quel telefono sta progettando un omicidio; non si sa dove né a danno di chi né quando. Ma i 75 giorni scadono e si deve staccare la spina. E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato. Il divieto di usare il contenuto di un’intercettazione per chiedere altra intercettazione: e se solo questo hanno in mano gli investigatori? La persona intercettata parla con qualcuno di un omicidio: non si sa dove né a danno di chi né quando. Si potrebbe intercettare il nuovo telefono: ma non si può, l’unico elemento è la telefonata e la legge non consente di utilizzarla per una nuova intercettazione. E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato.

Il divieto di intercettare il telefono della persona offesa in caso di reato commesso da ignoti; a meno che sia la stessa persona offesa a richiederlo. Così tutte le vittime di estorsioni, che abitualmente hanno paura di far intervenire la Giustizia e preferiscono pagare, continueranno a pagare in silenzio. L’ipocrisia di binari preferenziali per i delitti di mafia e terrorismo, per i quali si può intercettare senza limiti di tempo e, in caso di reato commesso da ignoti, senza consenso della persona offesa: vera e propria mistificazione per far credere ai cittadini che, nei casi di maggiore gravità, la “sicurezza” prevarrà sulla “privacy”. Ipocrisia vergognosa, perché nessun delitto ha un’etichetta che dica “mafia”. Un omicidio, un incendio, possono avere mille moventi; solo con le intercettazioni si scoprirà se, a monte, vi era la mafia oppure passione, interesse. C
osì, per l’incendio del negozio, della macchina, della casa ci sarà sempre bisogno della richiesta della parte offesa per intercettare. E questa sarà sempre meno probabile quanto più gli autori dell’incendio siano mafiosi.
Il divieto di microspie, salvo che non vi siano prove che lì, in quel momento, si stanno commettendo reati. Che è ridicolo solo a dirlo, visto che, a quel punto, le microspie non si fa più in tempo a piazzarle. E poi: quanti progetti criminosi, quanti discorsi su delitti già commessi si fanno in macchina, in cella, al bar? Ma nessuno ne saprà mai nulla. Si è detto tutto; e anche io ho detto tutto, tante volte. Ho fatto il magistrato per tutta la vita, so che cosa succederà con questa legge.

Ma oggi voglio dire una cosa diversa; posso dirla 
perché non faccio più il magistrato. Il blocco delle intercettazioni impedirà le indagini, soprattutto quelle nei confronti di una classe dirigente che ha toccato il fondo dell’abiezione etica e criminale. Ma il blocco dell’informazione, che è il secondo (o il primo a pari merito) obiettivo della legge, distruggerà l’assetto democratico del nostro Paese. I cittadini non sapranno più nulla, i delinquenti che hanno infiltrato la politica a ogni livello si presenteranno con le mentite spoglie di brave e oneste persone. La classe dirigente perpetuerà se stessa senza controlli e senza resistenze. La parte sana di essa si ridurrà progressivamente. E l’Italia diventerà un paese senza legge e senza etica, sempre più povera e indifesa. Fino al disastro finale, fino alla bancarotta istituzionale ed economica. Non possiamo permetterlo. Non so quali e quante informazioni riuscirò a conoscere; non so in che misura farle conoscere ai cittadini potrà rallentare il degrado del nostro paese. Ma io non rispetterò questa legge; e sono certo che molti altri non la rispetteranno. Vedremo se davvero è arrivato il tempo della dittatura.

Da Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2010




Le pulizie pasquali


Dunque secondo il Presidente della Repubblica, occorre una tregua: opposizione e stampa debbono evitare di ricordare ai Capi di Governo che parteciperanno al G8 le ragioni di dissenso nei confronti dell’attuale maggioranza e del Presidente del Consiglio (l’opposizione) e il particolare stile di vita che caratterizza Berlusconi nonché eventuali informazioni sullo svolgersi dei procedimenti penali che, a vario titolo, lo riguardano o potranno riguardarlo (l’informazione).

C’è anche chi ha letto il monito del Presidente della Repubblica come un invito alla magistratura: per il momento stop ad inchieste giudiziarie che possano coinvolgere esponenti politici e, naturalmente e in particolare, il Presidente del Consiglio.

Tutto ciò a salvaguardia della dignità e del prestigio internazionale dell’Italia.

Non credo che si possa essere d’accordo: né sui contenuti né sull’opportunità.

Non viviamo per fortuna, in un mondo nel quale sia possibile nascondere fatti ed opinioni. Tutti i Capi di Stato e l’entourage che li circonda conoscono benissimo le disavventure del nostro Paese e gli avvenimenti che, non da oggi, hanno fornito un’immagine di Berlusconi e della classe politica italiana tutt’altro che lusinghiera. E’ anche ovvio che le televisioni e la stampa estera, che hanno una tradizione di professionalità ed indipendenza ben diversa da quella che caratterizza i nostri organi di informazione, si sono preparate per fornire ai cittadini dei loro Paesi informazioni importanti sotto il profilo politico e particolarmente gustose sotto quello del costume.

Insomma, secondo il Presidente della Repubblica, opposizione e informazione dovrebbero comportarsi come le classiche poco scrupolose massaie che, si dice, raccolgano con la scopa la spazzatura e la nascondano sotto il tappeto.

Ma non ha pensato, Napolitano, al pessimo servizio che gli organi di informazione renderebbero all’Italia se, non sia mai, il suo invito venisse accolto?

Non ha pensato che all’estero tutti conoscono benissimo le gravi vicissitudini giudiziarie di una classe politica fondata sul malaffare e il comportamento privato del Presidente del Consiglio, giudicato, in quei Paesi, incompatibile con il suo ruolo pubblico?

Non ha pensato, che non c’è modo di nascondere queste nostre disgrazie?

Non ha pensato che un atteggiamento servile ed opportunistico degli organi di informazione italiani darebbe il colpo di grazia all’immagine internazionale del nostro Paese che apparirebbe come una qualsiasi dittatura in cui non solo il potere fa quello che vuole e se ne infischia della legge ma è anche in grado di impedire che i cittadini ne siano informati?

Non ha pensato che dignità e prestigio non si acquistano con ipocrisia e servilismo ma con il coraggio di non nascondere le proprie debolezze e con l’impegno a divenire migliori?

Non ha pensato che una manifestazione di indipendenza e autonomia da parte degli organi di informazione e di quella parte della classe politica che non si riconosce nei metodi, nello stile, nei contenuti dell’attuale maggioranza potrebbe dare del nostro Paese un’immagine di vitalità, di democrazia, di libertà; e che proprio questo (forse, le ferite aperte nella rappresentazione pubblica dell’Italia sono molte e profonde) potrebbe contribuire a renderlo più credibile ed affidabile?

E non ha pensato infine che le strumentalizzazioni che i politici più incauti e spregiudicati avrebbero fatto del suo messaggio (alludo all’interpretazione della dichiarazione di Napolitano data da Gasparri, secondo cui la tregua dovrebbe essere osservata anche e soprattutto dalla magistratura) sarebbero state obbiettiva dimostrazione per il resto del mondo che ci visita e ci valuta che l’Italia è un Paese in cui la magistratura non è autonoma e indipendente e che deve soggiacere agli indirizzi della politica, sia pure espressi attraverso chi ne è al vertice e che dovrebbe rivestire un ruolo di arbitro e di garante dei fondamentali principi democratici?

Tutto ciò sui contenuti. Ma, come ho detto, il messaggio di Napolitano deve essere criticato anche sotto il profilo dell’opportunità.

Perché una tregua dovrebbe essere concessa ad una maggioranza in difficoltà da un opposizione che, fedele al suo ruolo, lo esercitasse in maniera conforme ai principi democratici, rivelando le debolezze e le difficoltà del governo?

Perché, proprio quando queste debolezze e difficoltà potrebbero consentire all’opposizione di conseguire significativi vantaggi politici, questa dovrebbe rinunciare ad evidenziarle?

Una tregua avvantaggia sempre chi, in un dato momento, è più debole dell’avversario; e non si è mai visto un arbitro invocare una tregua che vada a vantaggio di uno solo dei due contendenti.

Per finire: ogni opinione è rispettabile e quelle del Presidente della Repubblica non solo lo sono al massimo livello ma hanno una obbiettiva autorità che è percepita da tutti i cittadini. E’ proprio sicuro Napolitano che sia buona cosa definire le condotte riprovevoli del Presidente del Consiglio oggetto di una polemica da cui è bene (sia pure temporaneamente) astenersi piuttosto che comportamenti incompatibili con una carica pubblica di vertice e dunque argomento di irrinunciabile dibattito politico?



L'immoralità è insita nel nostro Paese


Intervista a Bruno Tinti di Aaron Pettinari - 3 maggio 2009
Fonte: Antimafiaduemila


Dallo scorso dicembre si autodefinisce un “cantastorie”. Lasciare il proprio lavoro di magistrato dopo oltre 41 anni trascorsi ad occuparsi di diritto penale dell'economia, di falsi in bilancio, di frodi fiscali e reati finanziari sicuramente non è stata una decisione facile.
Non lo è mai quando si ha tanta passione.

"Lascio perché è sempre più difficile fare il magistrato. Sono allo studio riforme legislative che ridurranno i pm a puri dipendenti del ministero di Grazia e Giustizia. Ho sempre fatto il pubblico ministero in modo del tutto autonomo perché, a mio parere, non c'è differenza tra pm e giudice. Come pm ho sempre fatto un lavoro imparziale. Il pm chiede la condanna di un colpevole, non di un imputato. Non credo che possa essere identificato esclusivamente con l'accusa, preferisco definirlo come la parte pubblica che conduce l'indagine cercando di appurare la verità. Questo però presto diventerà impossibile. E quindi io non voglio trovarmi in una magistratura che non è più quella che conosco..." .

Così aveva spiegato la propria decisione lo scorso novembre.
Noi lo abbiamo raggiunto alla presentazione del suo nuovo libro: “La questione immorale”, tenutasi a Porto Sant'Elpidio, in provincia di Ascoli Piceno.

Dottor Tinti, quando si può parlare di “questione immorale”? La classe politica spesso usa questi termini ma poi si perde nel significato della parola stessa con atteggiamenti tutt'altro che morali...

Io non farei esempi di moralità o immoralità della nostra classe dirigente. Il discorso è molto più ampio. Basta guardare la nostra situazione e la nostra storia. La rappresentanza politica che è presente in Parlamento non è certo nata oggi. Se il Paese, da anni ormai, esprime la propria preferenza per questa classe dirigente evidentemente questo significa che noi cittadini vogliamo essere rappresentati da certi soggetti, perché ci identifichiamo negli stessi. Poi va considerato che  siamo in presenza di un circolo vizioso perché i cittadini non sono informati a causa di un tipo di  informazione proprietaria che effettua un certo tipo di propaganda. Se il cittadino non viene informato, e non supera questo handicap tentando egli stesso di reperire informazioni tramite internet o quotidiani, ecco che i cittadini restano sudditi, continuando anche in futuro ad esprimere preferenze per leader che approfittano della situazione per proprio vantaggio. Ma la cosa ancora più preoccupante è che la nostra è una classe dirigente inquinata dal malaffare perché ad essere inquinato è il popolo italiano. E per dimostrare questo non serve fare grandi esempi, basta guardare alle piccole cose. Dalle auto parcheggiate in doppia fila, fino ai limiti di velocità mai rispettati. O ancora le leggi sulla parità di diritto tra uomini e donne sul lavoro o tra italiani e stranieri. Queste sono leggi che esistono ma che nel nostro Paese vengono raramente rispettate. E se si è così nel piccolo provate ad immaginare quando si ha tra le mani la gestione del potere.

Come valuta il problema dell'informazione in Italia? Spesso si assiste alla scomparsa delle notizie. Per esempio in questi giorni Luigi De Magistris, dopo essere stato attaccato a reti unificate, è stato prosciolto da tutte le accuse che gli avevano addebitato. Sui giornali e in tv però nessuno o pochissimo risalto è stato dato a questa notizia, invece, importantissima.
Se ai tempi del terzo Reich Goebbels avesse avuto un ministero della propaganda come quello che abbiamo noi oggi staremmo ancora con il braccio alzato: efficientissimo. Si è assistito e stiamo tutt'ora assistendo a una delegittimazione della magistratura anche a livello subliminale. Persino nelle fiction ad apparire come eroi sono i poliziotti e i carabinieri. Il giudice è quello che “rompe”, un imbecille che non lavora o arriva sempre in ritardo. Anche tramite questi mezzi si fa passare il messaggio che la magistratura è qualcosa che frena il Paese così come dice il nostro ineffabile presidente del consiglio. Quindi appare ovvio che l'informazione, al momento di dare notizie che contrastano tale progetto, preferisce tacere. Mi stupisco dei giornali indipendenti. Avrebbero dovuto dare la notizia.

Restando in tema di delegittimazione una vera e propria strategia è stata ordita ai danni del “consulente” Gioacchino Genchi. La sua opinione a riguardo?
Questo fa parte dell'attacco contro le intercettazioni e della delegittimazione della magistratura e dei suoi funzionari. Hanno fatto credere che esistesse un grande archivio di telefonate registrate facendo intendere ai cittadini che siamo tutti spiati. Un allarme assurdo che l'informazione proprietaria ha reso credibile dando spazio ad opinioni di politici che per cognizione di causa o per non conoscenza, hanno strumentalizzato tutto questo per raggiungere il loro principale obiettivo che è quello di eliminare la possibilità di essere intercettati. Per quanto riguarda l'archivio del dottor Genchi voglio precisare una cosa. Il consulente, per definizione, ha con sè la documentazione processuale. La possiede legittimamente perché è il pm a dargliela. Se si vuole effettuare un incrocio sui tabulati telefonici è chiaro che questi finiranno nelle mani del consulente. Un soggetto che dovrà essere sentito poi anche nell'eventuale processo. E se dovrà essere sentito riguardo ad un'indagine da lui compiuta perché non dovrebbe avere copia dei documenti su cui ha lavorato? Come potrebbe rispondere correttamente se no?

Per quanto riguarda le intercettazioni le principali imprese specializzate nell'eseguirle hanno minacciato il governo sia di non accettare futuri incarichi che di interrompere quelli già avviati se non verrà saldato il debito. Quale sarebbe il danno se ciò accadesse?
Secondo me il governo sarà contentissimo di questa cosa. Da tempo sta cercando di bloccare le intercettazioni, e se vi riuscirà senza fare leggi vergogna, prenderà due piccioni con una fava, risparmiando anche un sacco di soldi. Il danno per la giustizia sarebbe incalcolabile perché senza intercettazioni non si potranno più garantire se non quei processi più semplici come omicidi o quegli atti criminali commessi in flagranza di reato. Alcuni reati si scoprono solo tramite indagini complesse, lunghe e le intercettazioni sono fondamentali proprio in questi casi. Che così scomparirebbero dall'ordine dei processi.

Oggi si parla molto di necessità di maggior “controllo della magistratura”. C'è chi vorrebbe che quella italiana si uniformasse a quella straniera, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera.
Si può spiegare in due parole perché in Italia non può funzionare un sistema come questi. Negli Usa giudici ed i procuratori vengono eletti e sono direttamente appoggiati ad un partito. Questo implica una serie di aspetti. E' ovvio che alla fine del suo mandato il procuratore dovrà rendere conto al proprio elettorato. Dal suo agire può dipendere una rielezione o addirittura un avanzamento di carriera a sindaco o governatore. La domanda che subito sorge spontanea è “se può subire pressioni come può svolgere serenamente il proprio lavoro?”. Posso raccontare un episodio che ha coinvolto un collega svizzero. Svolgendo delle indagini su una banca questi era arrivato a scoprire delle movimentazioni con il ministero della giustizia, occupato da uno dei membri del partito che lo aveva eletto procuratore. Alle pressioni che arrivarono rispose con tono minacciando un coinvolgimento della stampa nel caso in cui non avesse più potuto porre a compimento l'indagine. Ecco perché in Italia questo sistema non potrebbe funzionare. Perché la stampa è fortemente intrecciata con la politica mentre all'estero no. A prescindere da questo poi credo che il sistema italiano sia migliore per un semplice motivo. Il giudice è un impiegato dello Stato. Non ci sono elezioni ma dei concorsi e la carriera è dettata dal merito. Ogni mese percepisce uno stipendio a prescindere da quello che sarà il suo giudizio ad un processo. Per questo potrà svolgere il lavoro con assoluta serenità. Certo è vero che può esserci il pm o il giudice corrotto con suoi progetti ed il suo santo protettore politico ma questi sono da considerare come una patologia, una malattia, e non rappresentano l'intera categoria.

Vista la situazione generale quali possono essere gli anticorpi per far fronte al grave stato che ci ha descritto?
Per prima cosa devo fare una considerazione. Io ho fatto l'impiegato tutta la vita. Io sono un tecnico, quando parlo di giustizia e di diritto; non mi sottraggo a queste domande anche se il mio giudizio vale come quello di qualunque altro. Detto ciò io ripeto ancora una volta che non posso pensare ad una Paese che esprime una classe dirigente diversa da ciò che il Paese stesso è. In un Paese sano non emerge una classe dirigente classe dirigente fondata sul malaffare. E' impossibile. Magari ci sarà una quota fisiologica di politici disonesti ma nel complesso la classe dirigente è sana ed efficiente. In un paese in cui i cittadini per primi non rispettano le regole è ovvio che emerga una classe dirigente di questo tipo. Se questo è vero, e non ho l'autorità per dire se è così o no, allora è dura uscirne perché bisogna aspettare una generazione di cittadini diversa da quella attuale. E quando arriverà chi la educherà? Come? Quindi, purtroppo, c'è da essere pessimisti.


Giustizia e informazione sotto assedio






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