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Le furbizie della politica



L'Antefatto ha pubblicato due articoli significativi: il 14 agosto Vincenzo Iurillo ci ha raccontato la storia di “Luigi Cesaro... Il neo presidente della Provincia di Napoli e la sua giunta (che) hanno emanato una delibera… con la quale… ha(nno) disposto una variazione della relazione previsionale triennale 2009-11 per 343mila euro, e una variazione del bilancio di previsione 2009 per 287mila euro. Fondi che andranno a rimpinguare il capitolo per le assunzioni di “collaboratori esterni per gli uffici alle dirette dipendenze degli organi politici”, ovvero gli staffisti del presidente e dei dodici assessori, nonché per “la nomina di dirigenti con contratto a tempo determinato” e per “l’attivazione del comando di personale di qualifica dirigenziale”.

Il 18 agosto sempre Vincenzo Iurillo racconta di Nisida Futuro Ragazzi, “progetto nato nel 1995 da un’intesa tra il Comune di Napoli e il Ministero di Giustizia, che in circa quindici anni ha salvato dalla strada e dalle lusinghe della camorra circa quattrocento minori a rischio, avviandoli alle professioni di cuoco, scenotecnico, esperto di ceramiche, fotografo, guida naturalistica. Ma… dal 2007… il Comune di Napoli non eroga i finanziamenti”. Il capitolo è prosciugato. Sulla carta delle delibere comunali ci sarebbero circa 147mila euro. Stanziati in parte dalla Regione in virtù di un’apposita legge, ma fermi e non materialmente accreditati. Ebbene sì. Nella Campania famosa per aver disperso milioni… non si riescono a raggranellare quei 147mila euro...

Leggere queste storie nello stesso contesto, come è capitato a me (pomeriggio di vacanza dedicato all’Antefatto), provoca reazioni di profondo disgusto. Siccome poi ho un passato da cui sono inevitabilmente condizionato (ho fatto per 41 anni il magistrato e per 30 il pubblico ministero), la reazione successiva è stata: “Io li denuncio. Abuso di ufficio, articolo 323 del codice penale. Questo provvedimento non può avere altro scopo, come giustamente dice Iurillo, se non quello di “soddisfare qualche grande elettore di Cesaro e della sua composita coalizione” finanziando l’assunzione di “un’infornata di gente da scegliere e imbarcare tramite decreti, senza selezione e senza concorso”.

Poi naturalmente ci ho ripensato e mi sono ricordato.

Il problema è che, come qualsiasi cittadino normale può capire, un parlamentare, un consigliere regionale, provinciale, comunale, un presidente di regione o di provincia, un sindaco, insomma qualsiasi uomo politico che ha facoltà, a vari livelli, di emanare norme aventi forza di legge, deve farlo per un interesse di natura generale. Se invece sfrutta la sua posizione e le prerogative che la sua carica gli attribuisce per fare gli interessi suoi e dei suoi amici, allora commette un reato. Si chiama, si chiamava, questo reato, “interesse privato in atti d’ufficio” e lo prevedeva l’articolo 324 del codice penale: il pubblico ufficiale, che… prende un interesse privato in qualsiasi atto della pubblica amministrazione presso la quale esercita il proprio ufficio, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni e con la multa da lire duecentomila a quattro milioni.

Qualche dubbio, se un presidente di provincia e la sua giunta emanano una legge volta ad assumere personale nelle condizioni e con gli scopi bene descritti da Iurillo, sul fatto che questa gente stia pensando all’interesse di amici e partito e non a quello dell’ente amministrato forse è lecito. Qualche dubbio che “due staffisti full-time per assessore, che possono diventare tre (o quattro) frazionando un contratto a tempo pieno in due contratti part time, e sei staffisti per il presidente” siano del tutto sovradimensionati per un ente che tutti (ma proprio tutti) da anni sostengono sia completamente inutile e maturo per l’abolizione, oggi, al massimo domani (si ma adesso ci sono le elezioni, facciamo dopodomani) pare ragionevole. Tanto più dopo la lodevole iniziativa della precedente giunta provinciale, di colore diverso ma probabilmente animata dalle stesse esigenze elettorali che, qualche mese prima delle elezioni “aveva deciso di sforbiciare un po’. Lasciando risorse per un solo staffista per assessore, aumentabili a due in caso di contratti part-time.” Come ho detto, non c’è da gridare al miracolo, la propaganda politica viene alimentata in vari modi; ma insomma, almeno questa sforbiciata andava nella direzione giusta.

Ma se l’assunzione di tutta questa gente non risponde ad un interesse pubblico e se (basta aspettare e vedere) gli assunti saranno i soliti clientes senza arte né parte, non ci vorrebbe molto per ritenere integrata la fattispecie normativa (come si dice in gergo giuridico): un atto della pubblica amministrazione (la norma che prevede l’assunzione degli staffisti) adottato per un interesse privato proprio e di terzi (l’assunzione di persone amiche che porteranno voti al partito) con pari danno dell’ente cui appartengono i pubblici ufficiali che hanno emanato l’atto (presidente e componenti della giunta). E dunque si potrebbe aprire un’indagine volta a verificare la fondatezza dell’ipotesi criminosa (altra espressione di gergo). E se, magari, la Procura della Repubblica di Napoli non legge l’Antefatto, niente paura, ho pensato, una copia di questo articolo gliela mando io.

Ma, come ho detto, ci ho ripensato subito.

Perché questo reato non esiste più: l’hanno abolito fin dal 1990, quando stava cominciando Mani Pulite (eh, eh). L’articolo 324 del codice penale non c’è: al suo posto si legge: Art. 324, abrogato dall'art. 20 della Legge 26 aprile 1990, n. 86.

E allora i pubblici ufficiali possono fare quello che vogliono? Beh, teoricamente no, ma in pratica si. Adesso c’è l’articolo 323 che punisce il cosiddetto abuso di ufficio: “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale … che, nello svolgimento delle funzioni …, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.”

Sembra uguale alla vecchia norma, non è vero? E invece no perché c’è un inciso furbissimo: "in violazione di norme di legge o di regolamento”. Pensateci bene: se un presidente di provincia e la sua giunta emanano un provvedimento di carattere generale e nell’ambito delle loro competenze, quale norma di legge, quale regolamento hanno violato? E, d’altra parte, se un governo presieduto da un presidente del consiglio che possiede un impero televisivo emana una legge che penalizza un altro impero televisivo suo concorrente (l’aumento dell’IVA a carico di SKY), quale norma di legge o regolamento è stata violata? Si tratta di legge dello Stato emanata rispettando le norme costituzionali previste. E, per la verità, di situazioni come questa ce ne stiamo beccando parecchie all’anno da almeno 15 anni. E in tutti questi casi l’articolo 323 del codice penale non è stato applicato; ma con ragione perché proprio non è applicabile.

Si, ma, in questo modo chi è al potere può fare impunemente i suoi interessi… Eh, appunto. Non a caso si chiama conflitto di interessi. E per essere sicuri di gestirselo in santa pace (le vicende petroli e Lockheed, quando i politici vennero processati per aver fatto leggi che avvantaggiavano i petrolieri e la società che vendeva gli aerei all’Italia, hanno insegnato) la classe politica, tutta d’accordo (basta andarsi a guardare i resoconti parlamentari), ha modificato il codice penale. Adesso, quando il politico emana una legge che non è proprio dettata dall’interesse della cosa pubblica non possiamo che stare a guardare e protestare; come alcuni stanno facendo da qualche anno… Ma pare che non serva a molto.

Un’ultima chicca. C’è un’altra differenza tra il vecchio articolo 324 (quello abrogato) e il nuovo articolo 323 (quello destinato ad assicurare l’impunità alla classe dirigente): il primo era punito con la reclusione fino a 5 anni, il secondo prevede una pena non superiore a 3 anni. Voi pensate che si sono garantiti la possibilità di stare in galera il meno possibile se, hai visto mai, nonostante tutto, vengono acchiappati? Macché, si sono garantiti che nessuno sappia quali porcherie ci sono dietro le leggi e i provvedimenti che emanano. Perché, ma guarda che combinazione, per fare le intercettazioni telefoniche ci va una pena non inferiore a 5 anni; e il nuovo reato arriva a 3…



Intercettazioni: le conseguenze del tetto massimo di spesa


C’è una norma ben pensata (dal loro punto di vista) nel nuovo decreto sulle intercettazioni: una modifica alle norme di attuazione del codice di procedura penale. Art. 90 bis: il Ministro della Giustizia ogni anno stabilisce lo stanziamento massimo di spesa per le intercettazioni, ripartito per ogni distretto giudiziario. Poi il Procuratore Generale (che è a capo di ogni distretto) lo ripartirà fra le varie procure. Naturalmente i soldi a un certo punto finiranno ma, dice virtuosamente la nuova norma, il Procuratore della Repubblica che ha assoluto bisogno (per “comprovate esigenze investigative”) di continuare le intercettazioni può chiederne altri al Procuratore Generale che glieli potrebbe anche dare. Solo che, dice ancora la legge, in questo caso “si provvede nell’ambito delle risorse previste a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato”. Sembra una norma virtuosa, non è vero? Vediamone la possibile applicazione pratica in alcuni ipotetici scenari.
 
Scenario numero 1: Procuratore Generale e Procuratori della Repubblica autonomi, indipendenti, onesti e professionalmente capaci. Il Procuratore Generale distribuisce i soldi tra le varie procure in funzione di qualche criterio oggettivo. Io, per esempio, farei un censimento delle indagini in corso nelle procure che dipendono da me, cercherei di capire quante intercettazioni presumibilmente saranno necessarie e distribuirei una parte dei soldi sulla base di queste esigenze; poi ne distribuirei un’altra parte in funzione del numero di processi che ogni procura apre ogni anno (quindi più soldi alle procure grandi e meno a quelle piccole); e poi me ne terrei un po’ per distribuirli in caso di qualche emergenza. Naturalmente questo calcolo se lo fa anche il Ministro al momento della distribuzione dei soldi tra le varie procure generali. Così una prima domanda viene spontanea: che farà il Ministro se in un certo distretto (per esempio, tanti anni fa, in quello di Milano ai tempi di Tangentopoli; oppure, oggi, in quello di Bari dove è in corso l’indagine su Puttanopoli; ma gli esempi possono essere numerosissimi) sono in corso indagini che, diciamo così, non sollevano particolare entusiasmo nella maggioranza, più in generale, nella classe politica? Non è che gli verrà in mente di stringere i cordoni della borsa e di strangolare le indagini? Sia come sia, i soldi ogni anno arrivano. Ma magari arrivano a marzo, forse a ottobre; io lo so come funzionano queste cose, ho passato una vita a combattere per i finanziamenti in materia di informatica giudiziaria; e mi sa che anche in questo settore, soprattutto in questo settore, le cose funzioneranno più o meno nelle stesso modo.

Comunque, diciamo che ogni Procura ha il suo tesoretto e comincia a spenderlo con oculatezza (ho già detto che sto facendo l’esempio di uffici retti da capi autonomi, indipendenti e professionalmente capaci). E qui il Procuratore deve cominciare a pensare a come spendere i soldi. C’è una rapina, si sa già chi l’ha fatta (vi ricordate gli “evidenti” indizi di colpevolezza?) ma si vorrebbe sapere dove sono finiti i soldi; che si fa, si intercetta oppure no? Si comincia a intaccare il tesoretto oppure no? Subito dopo arriva una povera donna vittima di stalking (il nuovo reato di molestie varato dal governo Berlusconi, una buona cosa, va riconosciuto), la massacrano di telefonate e molestie varie. Si intercetta? E quanto si spenderà? Poi arriva il sequestro di persona a scopo di estorsione; e qui, poche storie, si intercetta e come. Solo che, pare incredibile quanto poco durano i soldi, la Procura ne ha sempre meno e siamo solo a marzo, magari ad aprile.

Da quel momento è un’emorragia continua: estorsioni, violenze carnali, rapine, frodi fiscali (eh si, anche quelle, milioni di euro ogni anno, che lo Stato perde e che potrebbero essere recuperati; e senza intercettazioni non si cava un ragno dal buco). Ogni volta si deve decidere: si intercetta oppure no? E magari qualcuno, una signora che è perseguitata dal suo ex, un commerciante che ha avuto la porta del negozio bruciata, la polizia che sta cercando di stroncare un traffico di patenti false, si sente dire: ci dispiace tanto ma dobbiamo fare economia; provate con i buoni vecchi metodi tradizionali. Quali? Beh, lo sapete, pedinamenti, appostamenti, qualche “pentito”. Si ma, signor Procuratore, poliziotti non ce n’è, le macchine sono rotte e poi niente benzina; e poi guardi, signor Procuratore, che quelli ci conoscono tutti e appena ci avviciniamo… E poi lo sa anche lei che ormai di “pentiti” non ce n’è più, hanno fatto delle leggi apposta. Sentite, soldi non ce n’è, arrangiatevi. Ma magari il Procuratore non se la sente di bloccare l’indagine; e così “Va bene, facciamole queste intercettazioni. Però ne facciamo poche”. Che fa ridere solo a dirlo. Comunque vada, si arriva a settembre e i soldi sono finiti. Il Procuratore sta lì con le dita incrociate ed ecco che arriva il nuovo reato: un traffico di droga di grandi dimensioni. E scatta la richiesta alla Procura Generale: mi servono soldi. Forse la Procura Generale ne ha un po’, e glieli dà; ma forse non bastano o forse sono finiti. E quindi la Procura Generale li chiede al Ministro: signor Ministro, abbiamo in corso una delicata indagine per traffico di droga; ci sono “comprovate esigenze investigative” perché … (e qui bisogna raccontare per filo e per segno quello che si è accertato fino ad ora e perché si deve accertare qualcosa d’altro). Ci servono soldi; per piacere …. E probabilmente il Ministro ne manda un po’. Ecco, ma che succede se la nuova indagine che arriva a soldi finiti riguarda una serie di appalti affidati a imprese che pagano mazzette al Sindaco e agli Assessori competenti? E se questi bravi amministratori fanno parte dello stesso partito del Ministro? E magari una parte di quelle mazzette è arrivata proprio al partito in questione? Il Procuratore Generale spiega al Ministro le “comprovate esigenze investigative”. “Sa, signor Ministro, abbiamo accertato che l’assessore Arraffino ha ricevuto un 500.000 euro di mazzette da un paio di imprenditori, Paghetta e Sostenitore. Paghetta ha detto che li ha dati anche al Sindaco, Benedetto Dal Popolo; quindi abbiamo “evidenti indizi di colpevolezza” e vorremmo sapere dove Benedetto ha messo il danaro perché così lo recuperiamo. Sa, si tratta di un milioncino… Solo che non abbiamo più soldi per intercettare; potrebbe mica….?” Qualcuno pensa che i soldi arriveranno? Magari si, a pensarci bene. Solo che bisogna riempire bene il modulo 13 ter e inoltrarlo all’ufficio XV che, previo parere dell’ufficio XXII, restituirà l’incartamento al gabinetto del Ministro che ordinerà alla ragioneria…. “Ma il modulo 24 bis l’avete riempito? Ah, ma allora ….” Poi, forse, dopo un po’, i soldi arrivano: saranno impiegati per ascoltare Benedetto Dal Popolo che racconterà a tutti quelli che immagina lo ascoltano quanti rigorosi controlli ha disposto per ovviare al malaffare dominante nella pubblica amministrazione. “Certo che facessero tutti come me …..”

Scenario numero 2: Procuratore Generale e/o Procuratori della Repubblica un po’ (tanto) sensibili alle “esigenze” della politica. Rapine, estorsioni, traffico di droga (ma sempre che non ci sia qualche senatore che manda la scorta a comprargliela): certo che si intercetta. Frodi fiscali, corruzioni, insider trading: mica possiamo spenderci tutto a maggio (o a giugno, o a ottobre); e se poi ci capita un sequestro di persona? Così anche il Ministro si vede sollevato da qualche problema. Le norme come questa si chiamano, in gergo giuridico, “norme di chiusura”: tutto quello che non abbiamo previsto esplicitamente lo regoliamo alla fine con una norma generale. Ecco, il nuovo articolo 90 bis delle norme di attuazione al codice di procedura penale è proprio una norma di chiusura: le intercettazioni non si possono più fare perché o non ci sono gli “evidenti indizi di colpevolezza”; o ci sono ma allora le intercettazioni sono inutili; oppure si sono fatte per 60 giorni, non sono servite a niente e non si possono continuare; oppure gli “evidenti indizi di colpevolezza” ci sono ma sono costituti dal risultato di altre intercettazioni e quindi non sono validi per disporne di nuove; oppure… basta andarsi a vedere le precedenti analisi che ho scritto. Però non si sa mai, qualche cosa potrebbe ancora scappare; e in questo caso li prendiamo per fame: niente soldi, niente intercettazioni. Ora, siccome questa cosa dei soldi fa presa sull’opinione pubblica, ancora due parole. Perché sembra giusto: se soldi non ce n’è come si fa? E non possiamo nemmeno spendere somme iperboliche per le intercettazioni; ci sono anche le scuole, gli ospedali, le ferrovie, i partiti … E poi, se capita di dover mettere le mutande a qualche personaggio effigiato in qualche quadro celebre ma un po’ impudico?

Bene, due modeste proposte.

Utilizziamo le somme recuperate con i processi fatti con le intercettazioni per finanziare le intercettazioni dei processi futuri; non solo copriamo le spese ma ci guadagnamo pure. Ah, però, per recuperare soldi, si dovrebbe intercettare in tema di corruzioni, frodi fiscali, peculati, truffe ai danni dello Stato, insider trading e cose così? Mi rendo conto… Allora facciamo così: rinegoziamo le concessioni con i gestori di telefonia. Stabiliamo che l’attività prestata per le intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria non deve essere remunerata. Sembra un principio rivoluzionario ma, per esempio, nessuno paga alle banche le indagini che la magistratura richiede loro: copie di estratti conto, assegni, documentazione varia; e indagini sull’esistenza di conti, fideiussioni, cassette di sicurezza, dossier titoli… Secondo l’ABI, quest’attività costa al sistema bancario 150 milioni di euro all’anno; e, a pensarci bene, le banche gestiscono il loro business in regime privatistico, non sono debitori di una concessione dello Stato. Sicché non si capisce perché loro debbono collaborare gratis con la giustizia e i gestori di telefonia debbono essere (profumatamente) pagati (Oh dio, adesso faranno una legge per stabilire un budget annuale anche per le indagini bancarie!). Questo sistema sarebbe troppo oneroso per i ricchissimi gestori di telefonia? Allora stabiliamo che l’attività prestata per le intercettazioni sia pagata al costo industriale sopportato: almeno questo. Eh già: e poi che cosa ci si dovrà inventare per bloccare le intercettazioni?


La legge bavaglio sulle intercettazioni e le sue ricadute pratiche


Cari amici,
sembra che tra un paio di mesi anche la legge sulle intercettazioni e sul bavaglio alla stampa sarà un delitto consumato.

La concertazione tra il Presidente della Repubblica e il Ministro della Giustizia servirà (forse) solo a smussare i profili più discutibili della legge; ma ciò che non cambierà sarà l’impostazione complessiva; che è fatta apposta per impedire alla giustizia di accertare il malaffare della classe politica.

A dimostrazione di ciò pongo alcune domande e suggerisco le relative risposte.

Le intercettazioni sono un mezzo per accertare le responsabilità penali: servono per individuare gli autori di un reato e trovare le prove della loro colpevolezza (o della loro innocenza). Siccome questo fatto è incontrovertibile, la domanda diventa: ma perché questa ricerca della responsabilità penale deve essere consentita solo per alcuni reati e per altri no? Ricordiamo che l’impianto originario della legge era fondato proprio sull’esclusione dei reati societari, finanziari, contro la Pubblica Amministrazione e in genere i reati commessi dai colletti bianchi. E Berlusconi, stando a molti organi di stampa, non è soddisfatto di questa nuova legge proprio perché essa permette – in teoria – ancora le intercettazioni per i reati di corruzione e in genere per i reati contro la Pubblica Amministrazione.

Per quale motivo dunque questo mezzo di ricerca della prova non deve essere consentito per la dichiarazione fiscale infedele, per il falso in bilancio, per l’infedeltà patrimoniale degli amministratori di società, insomma per tutti i reati per cui sarebbe utilissima? Allora è evidente che escludere alcuni reati dall’elenco di quelli per cui le intercettazioni telefoniche sono possibili significa che si vuole rendere difficile accertarne la sussistenza e le responsabilità di chi li ha commessi. E siccome questi reati non li commette né l’extracomunitario né il delinquente comune, ecco che abbiamo la prova che la classe dirigente del Paese vuole impedire le intercettazioni perché vuole tutelare se stessa.

Con la stessa premessa (le intercettazioni servono per scoprire chi sono gli autori di un reato e per trovare le prove della loro colpevolezza), per quale motivo la nuova legge prevede che, nei casi in cui queste sono consentite, si possono tuttavia adottare solo in presenza di “evidenti (o gravi, non cambia nulla) indizi di colpevolezza”? Tenete conto del fatto che, al momento, le intercettazioni si fanno quando vi sono “gravi indizi di reato”; servono cioè, come ho detto, per scoprire chi ha commesso il reato. Se vi sono indizi di colpevolezza, vuol dire che l’autore del reato è già stato individuato e allora è assai probabile che le intercettazioni non serviranno a nulla. Dunque per quale motivo una stupidata tecnica come questa? Di nuovo per limitare l’uso delle intercettazioni. E chi mai può desiderare di impedire che si scoprano i reati (perché questo significa impedire le intercettazioni)? Ovviamente chi li commette, che è alla ricerca dell’impunità. Dunque ancora una volta diventa evidente che chi vuole impedire le intercettazioni lo fa a tutela di se stesso.

Perché il contenuto delle intercettazioni disposte in un processo non deve servire in un altro processo dove magari torna utile? Quale straccio di motivo può mai giustificare logicamente un’idiozia del genere? Non sto a riproporre la risposta, ché tanto sempre quella è.

Perché non si può richiedere una intercettazione portando come prova della sua necessità il contenuto di un’altra intercettazione? E se il Pubblico Ministero solo quella ha, ma riguarda un reato gravissimo che si potrebbe impedire se si disponesse la nuova intercettazione sulla nuova utenza? Niente, non si intercetta e il reato si commette.

Perché è previsto un budget per le intercettazioni; e, quando i soldi sono finiti, non se ne possono più fare? E cosa diciamo alla famiglia del figlio rapito, che non facciamo più intercettazioni perché non abbiamo soldi? Oppure economizziamo, diciamo alle donne molestate e perseguitate, alle famiglie che hanno gravi sospetti contro un maestro che forse abusa dei loro bambini che, no, non possiamo fare intercettazioni perché dobbiamo conservarci i soldi, non si sa mai capita qualcosa di più grave? Vero che si può chiedere uno stanziamento supplementare; ma, e quando arriva? E se poi non lo danno? E intanto il reato continua o viene irreparabilmente commesso.

Ma quale logica può essere invocata a sostegno di queste stupidaggini? Se non quella etc. etc. etc.

Per far capire bene cosa succederà, vi propongo parte di una relazione preparata dalla Giunta Distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati di Catania. Leggete e … preoccupatevi.

Alcune ricadute pratiche (tratte da indagini realmente condotte nel distretto di Catania)

Caso 1 – Tentato omicidio di Tizio
- in data 1.1.01 giunge in ospedale Tizio con ferita da taglio all’addome;
- Tizio dichiara di essere caduto in casa e di essersi ferito con una forbice;
- Caia, moglie di Tizio, dichiara di essere stata presente al fatto, ma di non aver visto con esattezza la dinamica dell’incidente;
- Mevio, chirurgo che opera Tizio, rappresenta al magistrato che la ferita è molto profonda ed è difficilmente riconducibile ad un colpo accidentale;
- il magistrato apre dunque un procedimento nei confronti di ignoti per il reato di tentato omicidio e riascolta Tizio e Caia che confermano la versione già fornita (incidente domestico).

Caso 1 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
- Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
- Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
- Le incongruenze nel racconto di Tizio e le indicazioni del chirurgo Mevio integrano gravi indizi del reato di tentato omicidio e si dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella stanza di ospedale (indispensabili stante la mancata collaborazione della persona offesa);
- Dalle intercettazioni emerge un vero e proprio stato di soggezione di Tizio a Caia e le lamentele di Caia nei confronti di Tizio per non aver “raccontato” una storia più verosimile dell’accaduto. In una conversazione con Caietta (figlia della coppia) Tizio le confida di essere stato colpito proprio da Caia con un coltello
- Caia viene pertanto sottoposta a misura cautelare (va in prigione) e rende piena confessione.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 1 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
- Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
- Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
IN ASSENZA DI COLLABORAZIONE DI TIZIO (Parte Offesa) NESSUN ALTRO ACCERTAMENTO E’ POSSIBILE
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 2 – violenza sessuale su Mevia
Mevia, bambina di 5 anni, mostra durante la permanenza all’asilo comportamenti eccessivamente sessualizzati. La maestra contatta i servizi sociali che trasmettono alla Procura e al Tribunale dei Minori una prima relazione evidenziando la verosimile sottoposizione della bambina a molestie sessuali in ambito familiare e la situazione di estremo degrado in cui vive la minore. Il Tribunale dei minori dispone l’immediato collocamento in comunità della bambina.
La Procura iscrive un procedimento contro ignoti per il reato di cui all’art. 609 bis c.p. ed affida una consulenza sulla minore che riscontra le tracce di abuso.

Caso 2 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia (Tizio e Caia);
Contestualmente alla convocazione, sussistendo gravi indizi del reato di violenza sessuale, il PM dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella vettura (luogo NON di privata dimora) con la quale gli stessi si recheranno in Procura;
Tizio e Caia, davanti al PM, negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Uscendo dagli uffici di Procura, all’interno della macchina sottoposta ad intercettazione, Caia si lascia andare ad un violentissimo sfogo verso Tizio accusandolo di aver molestato la figlia;  
Caia viene riconvocata in Procura e, davanti ai risultati delle intercettazioni, crolla ammettendo di essersi accorta delle molestie poste in essere dal marito nei confronti di Mevia.
Tizio viene pertanto sottoposto a misura cautelare (va in prigione).
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 2 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia;
Tizio e Caia davanti al PM negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Il PM non è convinto e riascolta più volte Caia che tuttavia mantiene inalterata la sua versione.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO
(stante l’archiviazione del procedimento, dopo pochi mesi, Mevia viene ricollocata in famiglia)

Caso 3 – Furti in abitazione
In una determinata zona residenziale si riscontrano nell’arco di poche settimane un rilevante numero di furti in abitazione. In un caso si è trattato di vera e propria rapina in quanto il proprietario, presente in casa, è stato legato ed imbavagliato.
In occasione di uno dei furti viene notata una vettura in sosta non appartenente a residente e intestata a pregiudicato (Sempronio).

Caso 3 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo.
Sussistendo gravi indizi di reato (i furti sono già stati perpetrati) e ricorrendone l’indispensabilità (l’esibizione dei tabulati non ha fornito riscontri) vengono attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Sempronio ed ambientali sulla vettura dello stesso Sempronio.
L’intercettazione ambientale sulla vettura consente di seguire in tempo reale l’organizzazione del successivo furto e di arrestare Sempronio in flagranza di reato.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 3 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo (tale accertamento è consentito anche dalla nuova normativa).
Non vi sono pertanto gravi indizi di reato nei confronti di Sempronio e si decide di intensificare la sorveglianza nella zona.
I furti nella zona non si ripetono, ma cominciano a verificarsi in un quartiere contiguo ora meno sorvegliato.  
Dopo diversi mesi Sempronio viene arrestato in flagranza durante un colpo “sfortunato”.
SENTENZA DI CONDANNA
(…ma solo dopo la commissione di un numero rilevante di reati che non si sarebbero verificati)

Caso 4 – Le intercettazioni come garanzia per l’indagato innocente
Viene rinvenuto nella cella di un carcere il corpo esanime di un detenuto all’interno del proprio letto.
L’autopsia consente solo di individuare le cause della morte: asfissia acuta (non chiarendo se l’asfissia è stata provocata da circostanze naturali o violente).
Alcuni elementi di fatto lasciano supporre che la morte non è avvenuta per cause naturali (in particolare desta sospetto la posizione del cadavere prono, con il viso rivolto innaturalmente contro il materasso).
La morte risulta avvenuta nelle prime ore del mattino, ma i compagni di cella (principali indagati) hanno dato l’allarme solo in tarda sera: sostengono di avere pensato che il morto aveva dormito tutta la giornata.

Caso 4 - Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di un litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono gravi indizi di reato (omicidio) e vengono pertanto attivate intercettazioni all’interno della cella (che non è considerata luogo di privata dimora);
L’intercettazione ambientale consente, tuttavia di appurare la buona fede dei detenuti (compreso Mevio) e di ricondurre la morte a cause naturali.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 4 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di una litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono a carico di tutti i compagni di cella del morto gravi indizi di reato, ma, siccome il reato è già stato commesso, non possono essere attivate intercettazioni ambientali in cella (che, infatti presuppongono che ivi si stia ancora svolgendo l’attività criminosa);
Il PM esercita l’azione penale nei confronti di Mevio. (plausibile)
SENTENZA DI CONDANNA

Ecco le previsioni. Mi viene in mente il monologo di Antonio sul cadavere di Cesare: "Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste di Cesare? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato come vedete, dai traditori".

Sicché, se ci preoccupiamo (e ci arrabbiamo, diciamo così) adesso; che faremo quando queste cose succederanno davvero?



La dura vita dei cantastorie


Se qualcuno si ricorda di Pelé, un grande calciatore brasiliano, ricorderà anche una pubblicità di non so più quale prodotto nella quale il nostro, con un gran sorriso, diceva: se faccio una cosa, mi piace farla bene.
Così, da quando ho deciso di fare il cantastorie, mi sono fatto obbligo di andare dovunque mi avessero invitato; un cantastorie che si rispetti non sceglie le piazze dove raccontare, va dove c’è gente che lo vuole sentire. E spera che non gli tirino i sassi.
Certe volte le cose si fanno interessanti.
Qualche giorno fa mi è capitato di essere invitato ad una cena dover avrei dovuto parlare ad una trentina di persone; non avevo idea di cosa avrei trovato e il viaggio era anche lungo. Ma, fedele alla consegna, ci sono andato.

Qui di seguito racconto delle domande che mi sono state rivolte. Il tratto comune di quasi tutte è stato che si trattava dei luoghi comuni propinati dalla propaganda di regime. Ma questo è abbastanza naturale: se finisci nel villaggio di una fazione ti troverai per forza con chi a quella fazione appartiene. La cosa veramente preoccupante è stata che nessuno pareva avere la minima idea di cosa significavano le argomentazioni con cui mi bersagliavano. E in effetti, altro tratto comune era che non si trattava propriamente di domande ma di, anche se garbate (alla fine nemmeno tanto), vere e proprie aggressioni. Di conseguenza nessuno era minimamente interessato alle mie risposte, ciò che gli importava era di significarmi la loro appartenenza alla fazione in cui si riconoscevano e come questa avesse sempre ragione; e volevano anche dimostrarmi la loro disapprovazione per la fazione avversa e per quello (io) che ritenevano la rappresentasse. Insomma un evento che ha avuto un significato solo per me; in effetti ho imparato moltissimo. E può darsi che anche per i lettori di questo blog il resoconto sia proficuo.

Venendo alla storia.

Una signora  molto ben vestita mi ha chiesto, senza perifrasi e senza commenti, ma con un sorriso storto: “perché i giudici non applicano la legge ma la interpretano?”.

Le ho fatto osservare che, in effetti, si trattava di una doglianza piuttosto ricorrente negli ambienti della politica, e nemmeno limitata alla maggioranza. Ho aggiunto che il fatto che fosse ripetuta assai spesso non la rendeva meno sciocca. Ho poi spiegato che è vero, il compito del giudice è proprio quello di interpretare la legge e di applicarla meglio che può al caso concreto: e che, se così non facesse, la maggior parte delle leggi non troverebbero applicazione. Le ho portato ad esempio l’articolo 575 del codice penale, chiunque cagiona la morte di un uomo è punito etc; e le ho fatto osservare che, senza l’interpretazione della norma fatta dal giudice, chi uccidesse una donna non sarebbe punito perché la legge parla di uomo e non di persona o di essere umano. La signora non ha incassato bene e, con un grosso sbuffo, mi ha detto che è ovvio che quando si dice uomo si intende anche donna. E io ho sorriso e le ho fatto notare che quello che lei stava facendo in quel momento si chiamava appunto interpretazione di un concetto. Non è stata contenta.

Un’altra signora, molto più giovane e anche assai carina, mi ha contestato che i giudici abusavano delle intercettazioni telefoniche e che proprio per questo avevano disimparato ad indagare; che tornassero ai buoni vecchi metodi di indagine e scoprissero i delinquenti senza violare la privacy dei cittadini! Ho convenuto con lei sul fatto che, prima dell’invenzione della TAC e della risonanza magnetica nucleare, generazioni di bravissimi medici si sono industriate in diagnosi cliniche faticosissime; che qualche volta, con vera sapienza e buona dose di fortuna, probabilmente riuscivano anche a diagnosticare correttamente le malattie dei loro pazienti; ma che, più spesso, non ci capivano niente e finivano con l’ammazzarli. Le ho chiesto se lei avrebbe preferito, nel caso sciagurato che si fosse trovata affetta da gravi disturbi di origine e natura imprecisata, affidarsi a un bravissimo clinico del tardo 800 oppure se magari non avrebbe volentieri fatto ricorso al dottor House. Non ha rinunciato a rispondermi “non è la stessa cosa”; però poi è stata zitta.

Un signore, assai gioviale, ha premesso che lui veniva dall’America, grande Paese, dove tutto andava bene perché, là, i cittadini erano liberi di cercare la felicità: lo diceva anche la Costituzione Americana che era molto meglio della nostra perché, qui, i cittadini debbono per forza lavorare. Siccome ha percepito le mie perplessità (non avevo capito niente di quello che mi diceva), ha chiarito che l’articolo 1 della nostra Costituzione recita “L’Italia è una Repubblica (si è dimenticato di dire democratica, si vede che non gli interessava) fondata sul lavoro”; e invece quella americana dice appunto che è diritto di tutti gli uomini cercare la felicità. Ho confessato che non sapevo cosa rispondere, anche se avevo dei dubbi sul fatto che la Costituzione americana autorizzasse i cittadini a ricercare la felicità attraverso pratiche illecite. A questo punto lui mi ha detto che tanto in Italia si sa come vanno le cose, i giudici favoriscono i loro amici, è una cosa che capita continuamente. Lui, per esempio, aveva avuto la fortuna di trovarsi un giudice amico in un processo civile con un suo concorrente. E naturalmente (il naturalmente è suo) il suo amico giudice gli aveva dato ragione; lo sanno tutti che le cose vanno così. Qui non sono stato tanto bravo a mantenere la calma e, con tono teso, ho spiegato che, se questa cosa era vera, quel giudice aveva commesso sicuramente una grave scorrettezza, non astenendosi in un processo in cui era coinvolta una persona sua amica. E, se gli aveva dato ragione favorendolo perché, in realtà, lui aveva torto, aveva commesso un reato e avrebbe dovuto essere buttato fuori dalla magistratura. La cosa grave è che, non solo l’ “americano”, ma anche molti altri hanno sorriso con sufficienza.

Un altro signore mi ha detto (non mi ha chiesto se, mi ha detto) che la magistratura era politicizzata perché era divisa in correnti. Questa cosa è stata un po’ difficile da spiegare perché in effetti la storia del correntismo della magistratura è vera e fa molto male. Ho cercato di fargli capire che le correnti significano clientelismo, favoritismi nell’attribuzione di posti direttivi, strumenti per assicurare ai quadri dirigenti delle correnti stesse carriere parallele (capi di gabinetto, direttori generali, cariche in organismi internazionali etc) ma che non hanno nulla a che fare con la politica. Non esiste, gli ho detto, un collateralismo tra le correnti e i partiti, si tratta solo di centri di potere, di basse manovre clientelari, di raccomandazioni. Non l’ho convinto; ma, in questo caso, non è stata tutta colpa sua.

La serata è continuata ancora per un poco ed è finita meglio di come era cominciata. Ho trovato una coppia di giovani avvocati innamorati del loro lavoro, consapevoli della necessità di regole etiche prima ancora che giuridiche, desiderosi di confrontarsi sui problemi più gravi del processo penale (e anche di quello civile, meno male che c’era mia moglie). E lì, fuori del locale, con un freddo maledetto, ho pensato a Sodoma e Gomorra, all’Angelo del Signore e a Lot che gli chiedeva di risparmiarle se vi avesse trovato anche un solo giusto.

Sarà che siamo ancora qui tutti noi per merito di quei due giovani avvocati?

Post scriptum
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La saga delle intercettazioni



Cari amici, la mia rubrica abbandona la home page di Chiarelettere e si guadagna un blog tutto suo.
Intanto ditemi cosa ne pensate del primo post.
Vi aspetto.

Bruno Tinti

Non credo restino molti dubbi sullo scopo che la nostra classe politica intende perseguire quanto alle intercettazione telefoniche: non si debbono fare. Punto e a capo.

In un primo tempo il metodo da utilizzare sembrava dovesse essere quello di ridurre all’osso i reati per i quali le intercettazioni sarebbero state consentite: solo quelli puniti con pene superiori a 10 anni di reclusione. Restavano fuori un sacco di reati gravi ma pazienza, quello che importava era che, tra quelli per cui non si poteva intercettare c’erano tutti i reati contro la Pubblica Amministrazione; cioè tutti i reati abitualmente commessi dalla classe politica. Che infatti proprio in vista di questo obbiettivo si dava da fare per riformare la disciplina relativa.

Poi qualche politico più attento di altri alle reazioni dell’opinione pubblica deve aver pensato che a tutto c’è un limite e che forse i cittadini non avrebbero apprezzato, e magari la prossima volta avrebbero votato “male”. E così hanno studiato un sistema diverso per ottenere lo stesso risultato; sistema che ha il pregio di non disgustare troppo i futuri elettori che, naturalmente, masticando poco di diritto, non dovrebbero essere in grado di capire fino in fondo i trucchi utilizzati per garantire comunque l’impunità alla casta e ai suoi fiancheggiatori.

Questa considerazione può essere facilmente condivisa leggendo quella parte del DDL che modifica modalità di richiesta, presupposti e termini di durata delle intercettazioni; la trascrivo qui di seguito...

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