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Amnistia di massa per salvare Berlusconi


Ogni giorno, con “La stecca di Indro”, Il Fatto Quotidiano ci regala una profetica citazione di Montanelli. Io me ne ricordo una a proposito di Berlusconi: il grande Indro disse che gli italiani avrebbero dovuto toccare il fondo; un po’ come con una malattia cui, se sopravvivi, poi sei vaccinato per il resto della vita. La domanda è: quanto siamo lontani dal fondo? A giudicare da quello che bolle in pentola, direi poco.

Le teste giuridiche al servizio di Berlusconi, chiamate agli straordinari per via delle imminenti condanne che il loro padrone, ora che il Lodo Alfano è defunto, ha tutte le ragioni di aspettarsi, stanno facendo gli straordinari. Il 29 ottobre, ci ha informato il Corriere della Sera, hanno pensato a una riforma della prescrizione così congegnata: “Taglio di un quarto dei termini di prescrizione per i procedimenti pendenti relativi a reati di non grave entità commessi prima del 2 maggio 2006 e con pena massima fino a 10 anni”; che, ma guarda che combinazione, è proprio il caso del processo Mills-Berlusconi.

Poi qualcuno ha fatto sicuramente notare che:

- I quattro quinti dei reati previsti dal codice e dalle altre leggi penali italiane sono puniti con una pena massima inferiore a 10 anni: amnistia di massa. - Definire reati di non grave entità quelli puniti con una pena massima di 10 anni di reclusione fa un po’ ridere: tra questi reati ci sono, tanto per avere un’idea, il peculato, la corruzione, la falsa testimonianza, l’associazione a delinquere (anche quella di stampo mafioso), l’omicidio colposo, il furto, la rapina e l’estorsione. Va bene che il nostro ordinamento già conosce la straordinaria categoria del falso in bilancio lecito (sarebbe quello inferiore all’1 % del patrimonio netto della società; per dire, Fininvest, patrimonio netto - al 31 dicembre   2008 - 5 miliardi e mezzo di euro, falso in bilancio lecito 55 milioni di euro… ). Ma anche alla schizofrenia c’è un limite.

- E se qualche giudice comunista si rifiuta di considerare “di non grave entità” una corruzione in atti giudiziari che ha prodotto danni per 750 milioni di euro?

Allora ci hanno ripensato e, il 3 novembre, sempre il Corriere della Sera ci ha informato che era allo studio una nuova soluzione: la “prescrizione breve”. I processi debbono essere celebrati tassativamente entro 6 anni: 3 per il Tribunale, 2 per l’Appello, 1 per la Cassazione. Se no tutto prescritto!  

Sono sicuro che Ghedini & C. si stanno stropicciando le mani per la soddisfazione: perché questa soluzione ha 2 meriti:

- Appare ragionevole a prima vista: 6 anni per fare un processo; e quanti ne volete! Così, quando i reati si prescriveranno, la colpa sarà dei magistrati: 6 anni avevano, sono dei fannulloni, ha ragione Brunetta! E far perdere ai cittadini la fiducia nei magistrati è un risultato che Berlusconi e soci considerano quasi sullo stesso piano dell’impunità garantita per le loro malefatte.

- È un sistema sicuro: nessun processo per i “loro” reati può esser fatto in 6 anni.  

Naturalmente c’è un rovescio della medaglia: siccome i quattro quinti dei processi italiani non si fanno in 6 anni, nessun delinquente finirà in prigione. Questo non è pessimismo da comunista; questo lo ha detto il ministro Alfano nella sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia: “La durata media dei processi penali è di 7 anni e mezzo”. Sicché, con la prescrizione a 6 anni …. Certo, non tutti i processi durano più di 6 anni; ma quelli per i reati che interessano Berlusconi e i suoi associati, quelli sì, come le 6 “assoluzioni” per prescrizione collezionate dal nostro “incensurato” Presidente del Consiglio stanno lì a dimostrare.

Così uno si chiede: ma perché questo genere di processi (per intenderci, falso in bilancio, frode fiscale, corruzione, peculato, insider trading etc.) dura tanto? La prima risposta è che non è vero, non durano così tanto: 5 o al massimo 6 anni per fare indagini, processo in Tribunale   , in Corte d’Appello, in Cassazione, quasi sempre sono sufficienti; certo, tranne che l’imputato sia Berlusconi, nel qual caso il solo processo in Tribunale può durare anche 4 o 5 anni. Il problema però è che la prescrizione comincia a correre da quando il reato è commesso; e non da quando cominciano le indagini.

Con un esempio ci si spiega meglio. Se vi rubano una macchina, andate subito dai Carabinieri e fate denuncia; loro fanno un posto di blocco e magari arrestano il ladro; poi lo denunciano alla Procura. Abbiamo 6 anni, a partire dal momento del furto, per fare il processo. Ma quando un ricco imprenditore fa un falso in bilancio, sul momento non se ne accorge nessuno. Un paio d’anni dopo, forse, la Guardia di Finanza farà una verifica: se sono bravi (in genere lo sono) e se nessuno li corrompe (qualche volta capita, c’è una sentenza che dice che Mediaset ha corrotto la GdF) magari lo scoprono. La verifica dura un anno; alla fine la GdF fa un rapporto alla Procura che a questo punto comincia le indagini. Sono passati 3 anni dal bilancio falso. Ne restano altri 3 per fare indagini, 1° grado, 2° grado e Cassazione; troppo pochi. Anche perché, indagare su un falso in bilancio non è come indagare su furti, rapine, droga etc. In questo genere di reati il problema è seguire i soldi: dove sono andati? in quale banca? in quale Paese? chi ce li ha mandati? e cosa ne ha fatto? Tutto questo si fa con le rogatorie (non a caso, un'altra cosa che gli esperti di Berlusconi hanno cercato di smontare). E una rogatoria di questo tipo (sequestri, in banche e società, interrogatori di funzionari pubblici e professionisti, traduzioni etc.) un paio d’anni li prende. Ricordo una mia rogatoria nel processo Telekom Serbia: era a Londra e ci misi quasi 4 anni. Insomma, per i reati di Berlusconi e soci 6 anni sono niente. E quindi si prescrivono.

Adesso il problema, per quanto strano possa sembrare, non è nemmeno più che Berlusconi la faccia franca ancora una volta: un grande giornalista, Ricciardetto (al secolo Augusto Guerriero, tanti anni fa scriveva su Epoca) diceva di De Gaulle (che lui odiava perché antieuropeista): il n’y a que la providence…. E in effetti, dopo la morte di De Gaulle, l’Unione Europea ha fatto passi da gigante. Il problema è che questa “prescrizione breve” si applicherà a tutti i processi, quelli che Alfano ha spiegato che durano in media 7 anni e mezzo. E qualcuno dovrà spiegare a una   mamma che ha avuto il bambino falciato da un automobilista ubriaco; o a un pensionato che ha investito tutti i suoi risparmi in qualche bond truffaldino che i colpevoli di questi reati resteranno impuniti perché c’è la “prescrizione breve”. Forse non tutti ci crederanno che è colpa dei magistrati fannulloni.

E poi, qualche speranza c’è. La CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’uomo) ha detto in molte sentenze che “non è vietato al potere legislativo prevedere nuove leggi ad effetto retroattivo. Ma il principio della preminenza del diritto e la nozione dell’equo processo, consacrati dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, impediscono, salvi imperiosi motivi d’interesse generale, l’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia con lo scopo d’influenzare la risoluzione giudiziaria della lite”. Insomma, niente leggi ad personam,   non si può.

Ecco, forse Berlusconi e i suoi consiglieri non lo sanno, ma le leggi italiane debbono rispettare anche i principi di diritto della Comunità Europea: se non li rispettano, sono incostituzionali. E se la lezione del Lodo Alfano fosse servita? Magari studiano e ci ripensano.

Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2009



Quando si parla di immunità...


In un recente articolo L’Espresso ha narrato di una cena avvenuta in casa del giudice costituzionale Luigi Mazzella, cui avrebbero partecipato il Presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, nonché un altro giudice costituzionale, Paolo Maria Napolitano. Il fatto finora non è stato smentito; anzi è stato indirettamente confermato dal giudice Mazzella che ha dichiarato: “A cena invito chi voglio. Non credo che io, da individuo privato, debba dar conto delle cene che faccio, … In casa mia invito chi voglio e parlo di quello che voglio". E dunque pare proprio che la cena ci sia stata.

Naturalmente la valutazione politica ed etica di questo avvenimento, soprattutto per quel che riguarda i giudici costituzionali che vi hanno preso parte e che, ad ottobre prossimo, dovrebbero pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del lodo Alfano (che ha assicurato al Presidente del Consiglio, loro commensale, l’immunità per i reati da lui eventualmente commessi in passato e che potrebbe commettere in futuro, almeno fino a quando resterà in carica) è questione rimessa alla sensibilità di ognuno. Non intendo quindi pronunciare giudizi che, fondati sulle mie convinzioni personali, sarebbero soggettivi e dunque opinabili.

Mi limito a fornire alcuni elementi di riflessione, costituiti dalle norme vigenti in materia di imparzialità dei giudici e dei mezzi apprestati dall’ordinamento per assicurarla.

Secondo l’art. 51 del codice di procedura civile “il giudice ha l'obbligo di astenersi: …??2) se egli stesso o la moglie … è convivente o commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori;?… ?4) se ha dato consiglio … nella causa… ?In ogni altro caso in cui esistono gravi ragioni di convenienza, il giudice può richiedere al capo dell'ufficio l'autorizzazione ad astenersi; …”
Anche il giudice penale ha l’obbligo di astenersi (art. 36 del codice di procedura penale)  “c) se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull'oggetto del procedimento fuori dell'esercizio delle funzioni giudiziarie … h) se esistono altre gravi ragioni di convenienza.”

I giudici ordinari, dunque, non possono dare consigli sui processi che trattano. Può capitare che un giudice parli con una persona che gli ha chiesto un consiglio giuridico; e poi si ritrova questa persona parte in un processo che gli è stato affidato. Se gli capita deve astenersi, deve cioè rifiutarsi di celebrare quel processo; e questo si fa con un’istanza diretta al presidente del Tribunale a cui deve chiedere di essere sollevato da quel processo, spiegandone i motivi.
Poi ci sono i vari casi non prevedibili che la legge riassume con la formula “gravi ragioni di convenienza”. Per esempio (capita spesso) il giudice si trova un suo amico parte o imputato in un processo che è stato affidato a lui. Si deve astenere, non può giudicare un amico, non sarebbe imparziale; o comunque ci sarebbe il sospetto che non è imparziale.

Poi, naturalmente le “gravi ragioni di convenienza” le si scopre quando fa comodo e non le si vede quando non fa comodo. Per esempio, qualche tempo fa, alcuni virtuosi uomini politici particolarmente esperti di diritto hanno criticato il GIP Maria Teresa Belmonte che, a parer loro, non avrebbe dovuto occuparsi di un processo concernente De Magistris (ne aveva disposto l’archiviazione) in quanto moglie del fratello di Michele Santoro. Naturalmente qualche ingenuo esperto di diritto (ma esperto davvero) si è domandato quale nuova forma di incompatibilità fosse mai questa; e ha scoperto che si trattava di una incompatibilità assolutamente evidente: non si era forse occupato Michele Santoro di De Magistris nel corso della sua trasmissione Anno Zero?

Comunque, lasciando da parte le barzellette, sta di fatto che, se il giudice che si trova in una di queste situazioni non si astiene, può essere ricusato (art. 52 del codice di procedura civile e 37 del codice di procedura penale). Le parti del processo possono fare un ricorso in cui spiegano qual è la situazione che avrebbe dovuto indurre il giudice all’astensione e chiedere al presidente del Tribunale di sollevare d’autorità il giudice da quel processo. Se la ricusazione è ritenuta fondata, non solo il giudice non può più celebrare quel processo, che gli viene levato, ma passa anche un sacco di guai.

Per i giudici costituzionali norme del genere non ci sono mai state. Però il problema, ovviamente, poteva presentarsi anche per loro. Proprio per questo, la legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1 prevedeva (art. 3) che “I giudici della Corte costituzionale non possono essere rimossi, né sospesi dal loro ufficio se non con decisione della Corte, … per gravi mancanze nell'esercizio delle loro funzioni …”. E la legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1 (art. 7) prevedeva che “I giudici della Corte costituzionale possono essere rimossi o sospesi dal loro ufficio a norma dell'art. 2 (in realtà art 3) della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, solo in seguito a deliberazione della Corte presa a maggioranza di due terzi dei componenti che partecipano all'adunanza.”

Insomma un giudice costituzionale che avesse violato le regole che valgono per i giudici ordinari avrebbe potuto essere accusato di “gravi mancanze nell’esercizio delle sue funzioni” e quindi “rimosso o sospeso dal suo ufficio” con una deliberazione “della Corte presa a maggioranza di due terzi”. Certo, non era espressamente previsto che dare consigli su un ricorso pendente avanti alla Corte Costituzionale oppure partecipare a un giudizio concernente un ricorso riguardante un amico potesse integrare una “grave mancanza”. Però qualcuno degli altri giudici costituzionali, uno un po’ bacchettone, un po’ rigido, magari proveniente dalle file dei giudici ordinari, avrebbe potuto chiedere alla Corte di valutare se, hai visto mai, una cosa del genere fosse da considerare non tanto opportuna; e lì si sarebbe aperto un dibattito e, a prescindere dalla eventuale maggioranza dei due terzi, ne sarebbe venuto fuori un qualche codice di comportamento.

Bene, questa cosa non è stata più possibile per legge a far data dal 22 novembre 1967, quando la legge costituzionale n. 2 ha abrogato gli articoli 3 e 7 sopra citati; adesso per il giudice costituzionale che commette “gravi mancanze” non c’è più niente da fare.

Insomma i giudici della Corte Costituzionale non si debbono astenere, non sono ricusabili e, se commettono “gravi mancanze”, pare che nessuno possa dirgli niente.
Mah!

Se caliamo tutte queste norme nel caso concreto (la cena dei due giudici costituzionali, Mazzella e Napolitano, con Berlusconi, il cui interesse nel ricorso pendente avanti alla Corte Costituzionale sul lodo Alfano è innegabile, e con lo stesso Alfano, il ministro che ha predisposto il provvedimento legislativo che reca il suo nome) possiamo trarre alcune interessanti conclusioni.

Prima di tutto è certo che i due giudici, se fossero stati giudici ordinari, avrebbero dovuto astenersi dal trattare il ricorso. Sarebbero stati infatti applicabili gli articoli 51 del codice di procedura civile (….??In ogni altro caso in cui esistono gravi ragioni di convenienza, il giudice può richiedere al capo dell'ufficio l'autorizzazione ad astenersi; …”) e 36 del codice di procedura penale (“h - se esistono altre gravi ragioni di convenienza”). E, per essere chiari, le gravi ragioni di convenienza stanno nel fatto che, come ha detto lo stesso Mazzella, si trattava di amici suoi, aventi evidenti interessi in un ricorso che lui e il suo collega avrebbero di lì a poco contribuito a decidere (tutti i giudici costituzionali possono partecipare alla discussione, anche se non fanno parte del collegio).

Ricorrerebbe inoltre anche l’altra ipotesi prevista dall’art. 51 del codice di procedura civile secondo cui “il giudice ha l'obbligo di astenersi: …??2) se egli stesso o la moglie … è convivente o commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori…”. E, in effetti, è stato lo stesso giudice Mazzella a dire che egli era amico di Berlusconi e che lo invitava a cena quando e come voleva.

Per la verità, si potrebbe anche pensare male e supporre che la conversazione, nel corso della cena, abbia riguardato anche (oltre ad altri sbandierati argomenti) l’imminente decisione sul lodo Alfano. Ché, se così fosse avvenuto, e sempre che i due giudici costituzionali fossero parificabili ai giudici ordinari, sarebbero tornati applicabili gli articoli 51 e 36, nella parte in cui prevedono l’ipotesi del giudice che “4) … ha dato consiglio … nella causa…” oppure che “c - … ha dato consigli o manifestato il suo parere sull'oggetto del procedimento fuori dell'esercizio delle funzioni giudiziarie …”. Ma non c’è alcuna prova che, nel corso della cena, si sia parlato del lodo Alfano. Se lo chiedessimo a Berlusconi, giurerebbe sulla testa dei suoi figli che mai questo genere di discorsi è stato fatto. Gli altri si limiterebbero a negare. E altre fonti di prova non ce ne sono.

In ogni modo, come si è detto, le norme ordinarie sull’astensione e la ricusazione non riguardano i giudici costituzionali. Forse perché si può essere sicuri che persone di tale levatura scientifica ed etica le regole deontologiche le osserverebbero comunque. E dunque i giudici costituzionali Mazzella e Napolitano possono legittimamente partecipare al giudizio di legittimità costituzionale del lodo Alfano. Possono legittimamente argomentare (e votare, se faranno parte del collegio) sulla costituzionalità di una legge che assicura l’impunità, tra altri, ad un loro amico e commensale abituale. Così dice la legge.

Però io mi chiedo; ma se, quando facevo il procuratore della Repubblica, mi avessero beccato a cena con un imputato di un processo in cui facevo il pubblico ministero (o, se è per questo, con un imputato, anche se io con il suo processo non c’entravo per niente); a parte l’astensione, la ricusazione, togliermi il processo e tutte le belle cose previste dalla legge; ma cosa mi avrebbe detto (e fatto) il ministro della Giustizia Alfano?



L'imparzialità del Presidente


I discorsi ufficiali costituiscono sempre un problema: non si capisce mai bene cosa vogliano dire davvero. Restiamo tutti lì a pensare: ma con chi ce l’ha?

Così mi è successo con l’ultimo discorso del Presidente della Repubblica, quello pronunciato davanti al Consiglio Superiore della Magistratura. E mi sono chiesto: ma se esprimo, nel modo più garbato e civile, le mie perplessità; e poi mi dicono che non ho capito niente e che Napolitano voleva dire cose diverse da quelle che ho capito io; che figura ci faccio?

Poi ho pensato che qualcuno doveva pur sacrificarsi perché le parole del Presidente della Repubblica sono importanti e, se sono state dirette contro le persone e le istituzioni sbagliate, allora, sempre nel modo più garbato e civile, la cosa va rilevata. E se invece sono state dirette contro quelle giuste, allora bisogna compiacersene.

Dunque, ha detto Napolitano che la giustizia non funziona; che i cittadini si sono stufati di questo disservizio e che hanno perso fiducia nella magistratura; che la colpa di ciò sta nell’incapacità della classe politica di intervenire con risorse economiche e provvedimenti legislativi adeguati. Riassunto, questo, sicuramente rozzo ma fedele.

Per quanto mi riguarda, non posso che convenire con questa diagnosi disperata. Tanto più disperata perché sono propenso a ritenere che una classe politica che ha approvato il lodo Alfano, la riforma (l’abolizione) delle intercettazioni telefoniche e il bavaglio all’informazione; e che si appresta a sottrarre al Pubblico Ministero la disponibilità della Polizia Giudiziaria e la possibilità di iniziare autonomamente un’indagine; non desisterà né da tal genere di iniziative legislative (ma ormai il progetto complessivo è praticamente realizzato) né dall’affamare l’amministrazione giudiziaria, lasciandola nel coma in cui versa attualmente.

Poi però Napolitano ha detto che anche la magistratura ha le sue colpe: prima di tutto sul piano dell’efficienza del processo; poi per via di “tensioni e opacità sul piano dei complessivi equilibri istituzionali”; e poi per le “tensioni ricorrenti” al suo interno.

Diciamo che ha ragione nella misura di 1 su 3; è vero che la magistratura ha forti problemi con un Consiglio Superiore dominato dalle correnti, con un Associazione Nazionale Magistrati (il sindacato dei giudici) a sua volta dominata (in realtà costituita solo) dalle correnti, con una gestione della carriera dei magistrati troppo spesso inquinata da criteri clientelari e fatalmente destinata ad annullamenti (e pesanti critiche) ad opera del TAR.

Ma che l’inefficienza del processo e gli scontri con la politica siano addebitabili ai giudici, questo proprio no.

Napolitano non può ignorare che il nostro codice di procedura penale, malamente scopiazzato da quello statunitense e reso sempre più inefficiente da interventi incompetenti e improvvisati, non garantisce gli imputati (i cittadini poveri sono stritolati e i ricchi possono impunemente abusare dei loro diritti); e garantisce invece una durata infinita del processo.

Napolitano non può ignorare che i giudici italiani sono pochi (anche se non pochissimi) e soprattutto malamente distribuiti in una miriade di inutili e costosi piccoli uffici giudiziari che dilapidano le scarse risorse dell’amministrazione della giustizia.

Napolitano non può ignorare che il personale amministrativo (cancellieri, segretari, ufficiali giudiziari, commessi etc) è sottodimensionato nella misura di quasi il 40% di un organico che già sarebbe insufficiente se completo. E che la nostra ineffabile classe politica ha risolto il problema riducendo per legge questo organico alla misura attuale, con il che ha potuto affermare che esso è completo al 100%!

Napolitano non può ignorare che, per consentire un orario di lavoro che garantisca ai giudici l’indispensabile collaborazione del personale ausiliario, bisognerebbe pagare imponenti quantità di straordinari (sempre di contratto di pubblico impiego si tratta); e che non solo i pochi straordinari fatti non vengono pagati se non con enormi ritardi; ma è stato emanato un vero e proprio divieto di ricorrervi. Sicché, alle 14,30 di ogni giorno, tutti a casa.

Come possa il Presidente della Repubblica, certamente non ignaro del peso specifico delle sue esternazioni, affermare che “la magistratura non può non interrogarsi su sue corresponsabilità dinanzi al prodursi o all'aggravarsi delle insufficienze del sistema giustizia” proprio non si capisce.
Quanto alle “tensioni e opacità sul piano dei complessivi equilibri istituzionali”, Napolitano resta coerente. Il suo intervento ai tempi dell’indagine sui magistrati di Catanzaro fu rivelatore di una precisa scelta di campo: di “guerra tra procure” si trattava e non di un’indagine che la Procura di Salerno doveva (doveva) aprire a seguito di una denuncia di numerosi e gravi reati commessi da quei magistrati. E che ancora oggi, dopo il riconoscimento giurisdizionale della legittimità di quella indagine e dei provvedimenti adottati dai magistrati di Salerno, nessuno (e nemmeno il Presidente della Repubblica) abbia sentito la necessità di ristabilire la verità, attribuendo alle due Procure coinvolte nella presunta “guerra” il ruolo che loro competeva (Pubblici Ministeri che indagano su gravi reati attribuiti ad indagati, per caso anch’essi Pubblici Ministeri), non è cosa che lascia tranquilli proprio sul piano “dei complessivi equilibri istituzionali”.

Di nuovo Napolitano non può ignorare che la magistratura italiana è costantemente aggredita da quegli stessi uomini politici che, oggetto di indagine per gravi reati, si ribellano al controllo di legalità doverosamente esercitato nei loro confronti come nei confronti di qualsiasi altro cittadino. E nemmeno può ignorare che questi indagati ed imputati eccellenti godono della chiassosa e spregiudicata solidarietà di tutta (o quasi) la classe politica italiana. Proprio come avvenne, per restare in tema, quando l’ex Ministro della Giustizia Mastella trasformò la sua “Relazione al Parlamento sullo stato della giustizia nel Paese” in una autocertificazione di innocenza, ricevendone un plauso generale.

E’ molto grave che il Presidente della Repubblica, di fronte ad una classe politica che, sistematicamente, tenta di garantire l’impunità a se stessa e ai suoi sostenitori mediante la delegittimazione della magistratura, non stigmatizzi esplicitamente questo progetto eversivo e pericolosissimo per l’ordinamento democratico; ma tenti di ridurre il problema, di nuovo, ad una “guerra” tra poteri istituzionali, dove politica e magistratura vengono messe sullo stesso piano, dove i magistrati vengono ritenuti capaci di commettere quelle stesse illegalità che essi tentano di accertare e reprimere in un contesto sempre più difficile e pericoloso, per loro come per il Paese.

Ecco, mi permetto di dire che il Presidente della Repubblica non ha bisogno di esibire imparzialità; che attribuire torti e ragioni non necessita di bacchettate a tutti i contendenti; che un giudice (ma si, restiamo in tema), per dimostrare quanto è “terzo e imparziale”, non ha bisogno di condannare un imputato solo per metà dei reati che il pubblico ministero gli ha contestato e di assolverlo per l’altra metà, anche se di quest’altra metà egli è colpevole. Il primo Magistrato della Repubblica deve, proprio come l’ultimo dei Giudici o dei Sostituti Procuratori, non solo “essere” ma “apparire” imparziale.

Post scriptum: ho risposto ad alcuni commenti nel post precedente



Le reazioni corrette


La sentenza Mills si presta a due riflessioni.
Non sempre in una sentenza possono inserirsi considerazioni che riguardano persone diverse dall’imputato. Alcuni magistrati sono stati sottoposti a procedimento disciplinare per riferimenti non graditi dagli interessati e giudicati non necessari nell’economia generale dei provvedimenti emessi. Una delle incolpazioni mosse a De Magistris, per esempio, fu di aver inserito nella motivazione del decreto di perquisizione emesso nell’ambito dell’inchiesta Toghe Lucane un riferimento alla relazione sentimentale di due magistrati, un PM e un giudice, il che gli venne contestato come violazione della privacy. In realtà poi il CSM si vide costretto a riconoscere la pertinenza del riferimento a questa storia privata perché essa li rendeva, ovviamente, incompatibili (il giudice che aveva una relazione con il PM non avrebbe dovuto giudicare nei processi istruiti da quest’ultimo). E poiché detta relazione era notoria o quantomeno nota al Procuratore Generale Tufano (indagato nel procedimento Toghe Lucane), la circostanza diveniva rilevante per dimostrarne l’asserita colpevole inerzia, in questa come in tante altre cose. Poi il CSM condannò ugualmente De Magistris (con una motivazione assolutamente insostenibile) ma dovette appunto riconoscere che il riferimento a terze persone era stato, in quel caso, legittimo.

Tirare in ballo altre persone nelle sentenze succede dunque spessissimo: non si può condannare un ladro senza far riferimento al proprietario della cosa rubata; né si può condannare taluno per rissa senza dare atto della partecipazione alla rissa di persone anche se non giudicate nello stesso processo (perché sono malati o perché sono minorenni o perché, magari, tutelati dal lodo Alfano).

Ora è evidente che è impossibile condannare qualcuno per corruzione senza far riferimento al corruttore e al contesto in cui la corruzione è maturata. Il Tribunale di Milano ha ritenuto valide le prove a carico di Mills; e ha motivato questo suo convincimento descrivendo, come era necessario che facesse, perché questi aveva ricevuto del danaro, quando e come lo aveva ricevuto e ad opera di chi. Non lo avesse fatto, la sentenza sarebbe stata dichiarata nulla per difetto di motivazione. Cosa che quantomeno i legali di Berlusconi (e dunque lo stesso Berlusconi) sanno benissimo. E infatti, nel panorama delle invettive ai giudici di Milano, questa contestazione, che avrebbe avuto almeno il merito di essere fondata su motivazioni tecniche, ancorché infondate, non è stata finora proposta. Il che ci porta alla riflessione numero due.

La furia di Berlusconi e dei suoi sostenitori riguarda la presunta grave inimicizia nei suoi confronti da parte del Presidente del collegio giudicante. Nicoletta Gandus è iscritta da anni a Magistratura Democratica, corrente di giudici comunisti e dunque, senza bisogno di ulteriori argomentazioni, ostili al Presidente del Consiglio: pertanto essa non è stata imparziale nella conduzione del processo e la sentenza emessa nei confronti di Mills (con i necessari riferimenti a Berlusconi) è ingiusta.

Il problema è che Berlusconi non è stato giudicato solo dalla Gandus. Il collegio era composto di tre giudici e nessuno ha ancora rivelato se e a quale corrente gli altri due fossero iscritti. E se non appartenessero a Magistratura Democratica? Oppure se non fossero iscritti ad alcuna corrente (come un buon terzo dei giudici italiani)? Berlusconi dovrebbe sapere (e i suoi legali lo sanno certamente) che l’opinione del presidente del collegio non vincola in alcun modo gli altri due giudici che dunque, essendo terzi e imparziali (ancora nessuno ha detto che non lo sono) si sarebbero certamente opposti al partigiano e ingiusto accanimento della Gandus. Sicché prendersela tanto con la militanza correntizia di questo giudice è privo di senso: ammesso e non concesso che la Gandus fosse ostile a Berlusconi, gli altri due restavano imparziali e avrebbero fatto il loro dovere.

Per la verità questo delirio di persecuzione impermeabile ad ogni ragionamento è abbastanza consueto nelle aule di giustizia. Molti imputati perdono ogni capacità di discernimento e di autocritica e si convincono a tal segno di essere nel giusto che non riescono a concepire come sia possibile che un giudice dia loro torto. Ricordo un rapinatore; era stato arrestato e giudicato colpevole in primo grado; poi, come capita, la Corte d’Appello aveva dovuto dichiarare la prescrizione e quindi assolverlo (perché era colpevole ma il reato era estinto). E lui aveva pensato bene di denunciare il PM (ero io), il GIP e i giudici del Tribunale per ingiusta detenzione, chiedendoci anche un congruo risarcimento danni. Naturalmente la sua denuncia è stata respinta, senza indignazione e senza ira, semplicemente perché infondata.

Ecco, questo penso debba essere l’atteggiamento che si deve avere nei confronti delle furiose reazioni di Berlusconi alla sentenza Mills: indifferenza e sopportazione. Proprio come si fa nei confronti di tanti imputati che non vogliono, proprio non vogliono, capire che i processi si fanno secondo la legge e che, se la sentenza non gli piace, non possono fare altro che impugnarla, fino alla sentenza definitiva. Che, dopo il giudizio della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, dovrebbe arrivare anche per Berlusconi.



Rispondo ai vostri commenti


Rispondo ad alcuni commenti lasciati nel post Il dito e la luna

Per Nexus (4)
Guardi che io non penso affatto che il comportamento ossessivo di Berlusconi nei riguardi del sesso sia un fatto irrilevante e, peggio, pericoloso per il nostro Paese. Ho detto solo che i suoi processi e corrispondenti assoluzioni per gravi fatti di criminalità costituiscono materia di ancora maggiore preoccupazione. Per il resto condivido pienamente le sue osservazioni.

Per Saggio (5)
Il punto è che una condotta delittuosa quale quella da lei ipotizzata non è assolutamente provata; e nemmeno pare possibile acquisire prove in proposito.
Ci sono sospetti, illazioni, opinioni; ma tutto questo in tribunale non conta.
E comunque, si ricordi che c’è il Lodo Alfano. E, anche se fosse provato che Berlusconi ebbe rapporti sessuali con Noemi Letizia in un contesto illecito, non potrebbe essere processato.
E’ anche vero che un processo del genere potrebbe cominciare (se ci fossero prove) dopo che la Corte Costituzionale avesse deciso sulle eccezioni sollevate dal tribunale di Milano. E, se la Corte dichiarasse incostituzionale la norma, non nego che (sempre che esistessero le prove del reato che lei ipotizza) la cosa si farebbe interessante…

Per Gabriele (6)
Non sono d’accordo. Una larghissima fascia di popolazione è molto interessata alla vicende boccaccesche di Berlusconi. Certo, queste vengono proposte dai media; ma è un circolo vizioso. I media le propongono perché c’è molta gente che vi si interessa. E siccome c’è questo diffuso interesse i media lo cavalcano e ci guadagnano. Poi, certo, in qualche modo gli interessati si debbono pur difendere. E si va dai Ma vaaaaa laaaa, figuriamociiiiiii di Ghedini alle più sofisticate costruzioni teoriche di sapienti corifei.

Per Aulus Agerius (ma è un lettore di Linus?) (12)
Secondo me qui la delegittimazione dei magistrati non c’entra nulla.
Non c’è processo, la disapprovazione arriva dai cittadini.

Per Giacomo (18)
Beh, secondo me i falsi in bilancio, le frodi fiscali, le corruzioni sono reati peggiori dell’eventuale frequentazione di una minorenne ben disposta e appoggiata dalla famiglia. Per il resto concordo con lei su tutto: ripeto, ho solo detto che c’è di peggio.

Per Marco Vagnozzi (21)
La legge non prevede che all’innocente vengano restituiti i soldi spesi per le parcelle del suo avvocato.
Il che mi va bene perché sapesse quanti  innocenti sono più colpevoli di Giuda! Ci mancherebbe altro che gli ridiamo anche i soldi dell’avvocato!

Per Sandro Zagatti (26)
La ritrattazione seguita dall’impunità è stato un ottimo strumento per riuscire a provare (testimonialmente) la colpevolezza di molti imputati.
Il testimone falso ha sempre un incentivo a mentire: soldi, amicizia, paura. Bisogna che abbia un incentivo a ritrattare e a dire la verità: l’impunità. Questa è la teoria.
Il vero scandalo è che, in realtà, testi falsi e favoreggiatori non hanno bisogno di questo tipo di incentivo perché, di fatto, sono già impuniti.
L’ho scritto bene nel mio ultimo libro (La questione immorale) ed è difficile spiegarlo qui in poche righe. Comunque il succo della questione è che il teste falso non può essere arrestato né giudicato fino a quando non si è concluso (in primo grado) il processo nel corso del quale ha reso la falsa testimonianza. Garanzia di prescrizione. Sai quanto gliene frega di ritrattare per non essere condannato.
Il favoreggiatore difficilmente rischia pena elevate; e dunque tra sospensione condizionale e affidamento in prova al servizio sociale, consegue l’impunità. Sicché, anche lui, preferirà l’eterna gratitudine del delinquente favoreggiato.
Ma ripeto: tutto questo, che è abbastanza complesso, è spiegato un po’ meglio in La questione immorale.



Il dito e la luna


Quando il saggio mostra la luna, lo sciocco guarda il dito

Le vicende di Silvio Berlusconi e di sua moglie stanno interessando molto i cittadini..
Dalle parole della signora Veronica e dalla sua reazione angosciata e indignata, sembra dedursi che lei sia convinta di essere stata reiteratamente tradita e con modalità tali da ferire la sua dignità, oltre che i suoi sentimenti. E debbo riconoscere che una vicenda come quella che il Presidente del Consiglio sta offrendo ai cittadini è davvero singolare e tale da giustificare l’interesse che i mezzi di informazione insieme soddisfano ed alimentano.

Resto però alquanto disorientato.

Da molti anni Berlusconi è accusato di molte e gravi violazioni del codice penale e di altre leggi penali. Ha subito numerosi processi da alcuni dei quali è uscito in modo poco commendevole: alcune volte per prescrizione, altre per assoluzioni motivate con l’art. 530 del codice di procedura (la c.d. insufficienza di prove), altre ancora a seguito di leggi fatte appositamente per consentirgli l’assoluzione con la formula il fatto non è più (prima lo era, adesso non più) previsto dalla legge come reato, altre infine per via di quei monumenti giuridici e costituzionali che sono stati il lodo Schifani e il lodo Alfano, le due leggi costruite apposta per garantirgli l’impunità. Non solo: personaggi a lui molto vicini (Dell’Utri per primo e Previti per ultimo, ma ve ne sono stati altri) sono stati condannati per gravi reati (frode fiscale e corruzione) in contesti in cui è emerso con chiarezza l’interesse economico e politico di Berlusconi stesso. E ancora: alcune frequentazioni (penso al famoso stalliere Mangano) del Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana sono state tali da ingenerare sconcerto e preoccupazione. Perfino alcune assoluzioni (il processo Saccà) sono state motivate con argomenti che avrebbero fatto vergognare qualsiasi piccolo, medio o grande servitore dello Stato: un rapporto di totale sudditanza tra pubblici funzionari (e Berlusconi lo è, al massimo livello) squalifica il suddito, ovviamente, ma non depone a favore del padrone, proprio perché non sono questi i rapporti che dovrebbero caratterizzare il pubblico impiego. Insomma, un alto funzionario pubblico non dovrebbe comportarsi come Fantozzi; e il Presidente del Consiglio dovrebbe guardarsi bene dall’assumere ruolo e atteggiamenti da ipermegadirettore.

Ecco: tutto questo (e altro ancora, credo) avrebbe meritato molta più partecipazione critica da parte dei cittadini; molta di più di quella che, a quanto pare, tutti si sentono in dovere di esternare per le vicende dell’appena maggiorenne Noemi e delle numerose donne di spettacolo di cui Berlusconi si è circondato e che ha indubbiamente sponsorizzato.

Non voglio dire naturalmente che questi comportamenti non siano censurabili: sotto il profilo morale, se le ragioni della signora Veronica sono fondate; e anche sotto il profilo penale se dovesse risultare provato che l’attribuzione di cariche pubbliche o la candidatura a ben remunerati seggi politici null’altro costituisse se non la remunerazione di prestazioni affettive o sessuali. Ma di questo ultimo aspetto non vi è alcuna prova; e, quanto al primo, quello morale, debbo dire sconsolatamente che le trascorse vicende giudiziarie di Berlusconi mi paiono di ben maggiore rilevanza.

Così penso che dovremmo soprattutto continuare a ricordare con sdegno e preoccupazione queste ultime e riservare alle presunte infedeltà di un uomo anziano e poco discreto quella distratta e seccata attenzione che esse meritano.


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