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Le bugie estive sui Pm in ferie


Ci sono, insegna il catechismo, peccati veniali e peccati mortali; per quanto mi ricordo se si muore avendo commesso peccati veniali si va in purgatorio per un periodo di rieducazione; se invece si tratta di peccati mortali ti danno l’ergastolo, cioè si va all’inferno dove si resta per l’eternità. Questa cosa da bambino mi terrorizzava: e se non faccio a tempo a confessarmi e finisco sotto un tram? Sia come sia, un po’ perché me lo hanno insegnato le suore alle elementari, un po’ perché mia mamma mi ha sempre spiegato che era un segno di debolezza di carattere, un po’ perché, da adulto, mi sono reso conto che era un sintomo di paura dell’altro, ho sempre pensato che mentire sia una cosa brutta e anche assai squalificante. Insomma chi mente è, dal mio punto di vista, molto in basso sulla scala gerarchica degli esseri umani: un quaquaracquà, per dirla con i siciliani.

Ieri sera, al TG1 delle 20,00, hanno raccontato di una tredicenne di Vigevano che era scomparsa da casa da quattro giorni. Hanno detto che i genitori l’avevano mandata a trascorrere le vacanze fuori città, per allontanarla da un fidanzato che non gli piaceva; sembra che fosse “inadatto”. Hanno intervistato la mamma, in lacrime. Dopo aver raccontato che i due fidanzati avevano addirittura dichiarato che avrebbero messo i genitori davanti al fatto compiuto, perché la ragazzina avrebbe fatto in modo di restare incinta e così nulla avrebbe potuto più separarli, la signora ha detto che il fidanzato aveva sostenuto di non saper nulla di quello che era successo a sua figlia ma che certamente mentiva. E che non era stato fatto nulla per dimostrare che mentiva, in particolare non erano state disposte intercettazioni telefoniche e non erano stati richiesti i tabulati delle sue utenze e dei suoi amici. Tutto fermo, ha detto la signora, perché il pm di Vigevano è in ferie e nessuno si occupa di questa storia. “Possibile che alla Procura di Vigevano non si riesca a sostituire un pubblico ministero in ferie e che per questo io non riesca a trovare mia figlia?” Fine del servizio, lacrime e indignazione generale: questi magistrati super pagati, fannulloni, insensibili, disorganizzati. Ah, come ha ragione “LUI”!

Naturalmente  sono tutte bugie. Alla Procura di Vigevano è in servizio il Procuratore della Repubblica che si occupa attivamente dell’indagine. Gli ho parlato io, al telefono del suo ufficio; magari avrebbe potuto farlo il TG1. Sono stati interrogati fidanzato e amici vari che hanno sostenuto di non saper nulla della ragazzina e di non aver nulla a che fare con la sua scomparsa. Mentiranno anche, ma la tortura è vista con sfavore da Amnesty International e quindi i pm hanno dovuto fermarsi. Qualcosa però hanno fatto perché hanno scoperto un possibile favoreggiamento di cui si sta occupando la Procura di Casale Monferrato, competente per territorio. Capisco che queste sottigliezze procedurali poco interessino la mamma della ragazzina, ma sulla competenza per territorio (sulla pretesa incompetenza) B&C hanno costruito difese celebri per tirare in lungo 
i processi. Sicché, se il favoreggiamento è stato commesso nel territorio di Casale Monferrato c’è poco da fare, sono quei pm che se ne debbono occupare. E infatti lo stanno facendo. Ma, come prevede il codice di procedura, l’indagine è portata avanti dalle due Procure insieme che si scambiano costantemente informazioni; insomma, una cosa ben fatta. Dove la povera mamma ha proprio ragione è quando suggerisce, giustamente …. irritata, di “mettere sotto” i telefoni del fidanzato e dei suoi amici e di acquisirne i tabulati. “E che diavolo, – penserà – sono io a dovervi insegnare il mestiere?”  

Eh, in effetti non sarebbe male sentire cosa dicono questi ragazzi; ma il punto è che, se una ragazzina dice di voler sposare il suo fidanzato e quindi scappa di casa perché i genitori non vogliono, i reati ipotizzabili sono 2: art. 573 codice penale, sottrazione consensuale di minorenni; e art. 574, sottrazione di persone incapaci. La differenza sta nel fatto che, nel primo caso, il minore “sottratto” deve avere più di 14 anni e, nel secondo, meno di 14 anni. Le pene sono diverse: fino a 2 anni per il primo caso e da 1 anno a 3 anni per il secondo. E qui nasce il problema: l’art. 266 del codice di procedura penale stabilisce che si può intercettare e acquisire tabulati solo quando si procede per reati puniti con una pena superiore a 5 anni di reclusione; o per qualche altro reato specificatamente indicato, tra cui però non ci sono i due per i quali si procede a Vigevano; e nemmeno il favoreggiamento (punito con pena fino a 4 anni di reclusione) per cui è competente la Procura di Casale Monferrato. Insomma, sarebbe proprio utile intercettare; ma non si può.
 

Sicché la Procura di Vigevano e quella di Casale stanno facendo quello che possono, rispettando la legge, si capisce. Anche il TG 1 sta facendo quello che può: sputtanare i magistrati e dare una mano al padrone. Che tutto questo passi per menzogne e superficialità non è molto importante per questa gente: tanto, avranno pensato, alla palla della Procura chiusa per ferie ci credono tutti; e chi volete che sappia che c’è l’articolo 266 del codice di procedura? 
Ora io non mi ricordo se mentire e calunniare, secondo la dottrina cattolica, siano peccati veniali o mortali; però, nella mia scala di valori, io li manderei all’inferno 
 



La responsabilità (in)civile


Il 26 novembre del 2008 Brigandì, testa giuridica della Lega, presentò una proposta di legge per modificare il regime della responsabilità civile dei magistrati. Si tratta di un vecchio pallino di B&C: il magistrato che sbaglia deve pagare. Probabilmente qualche collega di Brigandì un po’ più avvertito in diritto era riuscito finora a impedire che si prendesse in esame l’ennesima… stupidaggine. Ma, adesso che Alfano è arrivato con la sua grande riforma della giustizia, i tempi sono maturi anche per il ricatto patrimoniale. E così questa incostituzionale, irrazionale proposta di legge è stata assegnata alla Commissione Giustizia della Camera. E, quando sarà approvata (magari con il democratico sistema della “fiducia”) l’amministrazione della Giustizia in Italia sarà definitivamente demolita.

Cominciamo dall’unica parte condivisibile. Al momento, il magistrato che sbaglia è tenuto a risarcire il danno nella misura massima di un terzo dello stipendio annuale: se guadagna 30.000 euro all’anno, il massimo che dovrà corrispondere alla povera vittima sarà 10.000 euro. Ok, sono d’accordo, non è giusto, il risarcimento deve essere integrale. Naturalmente i magistrati si assicureranno (già lo fanno ma pagano una somma modesta) e si comporteranno come qualsiasi professionista: chiedi i soldi alla mia assicurazione.

Per tutto il resto la proposta di legge è priva di senso. Tanto per cominciare Brigandì si indigna per il fatto che la povera vittima debba chiedere, in prima battuta, il risarcimento allo Stato che poi potrà rifarsi sul magistrato; è il giudice, che deve pagare, subito! Non capisce, il nostro, che questo è nell’interesse dei cittadini: perché naturalmente il magistrato o la sua assicurazione faranno di tutto per non pagare e resisteranno in giudizio come qualsiasi cittadino cui vengono chiesti dei soldi: risultato, visto che la durata media del processo civile italiano è di 8 anni (Alfano dixit), la povera vittima tanto dovrà aspettare per prendere i suoi soldi. Mentre lo Stato, se davvero il magistrato ha fatto casino, riconoscerà l’errore e pagherà sollecitamente.
Il secondo problema di Brigandì (ma è una tara familiare di B&C) è che lui non capisce che i processi si fanno secondo la legge, il che vuol dire che la parola definitiva spetta ai giudici, che confermeranno o riformeranno la sentenza del magistrato che, secondo la povera vittima, ha commesso un errore. Se la sentenza sarà confermata, errore non c’è stato: res judicata pro veritate habetur; che vuol dire (ma gli onorevoli debbono per forza non conoscere il latino?) che la sentenza definitiva che ha giudicato di un certo fatto è considerata verità e non c’è più nulla da discutere.

Ecco perché, la legge attuale prevede che la richiesta di risarcimento del danno possa essere avanzata solo alla fine del processo: se questo si conclude con una conferma dell’operato del giudice non è che ci sarà molta trippa per gatti. Questo lo sanno tutti e quindi richieste infondate in genere non ce n’è. Ma, secondo Brigandì, il risarcimento danni potrà essere richiesto in ogni momento, non appena la povera vittima riterrà di aver subito un danno. Per dire, un rapinatore arrestato dal gip su richiesta del pm, non appena fatto ingresso in galera, chiederà al suo avvocato di citarli in giudizio perché lui è innocente e quelli hanno sbagliato e gli debbono dare dei soldi. Secondo la legge attuale sono previsti ricorsi al Tribunale della Libertà e in Cassazione: decideranno se la povera vittima deve stare dentro o fuori. Con la legge Brigandì dovrà intervenire un altro giudice (anzi 3, sono decisioni che spettano al Collegio). Con il che succederanno 4 cose.
1) oltre a Tribunale della Libertà e Cassazione, un altro giudice dovrà giudicare se il rapinatore messo in galera da gip e pm è colpevole o innocente (se il Tribunale che deve decidere sul risarcimento del danno pensa che sia colpevole ovviamente dirà che non gli tocca nemmeno un euro). Quindi su ogni cattura dovranno decidere, alla fine, 13 giudici. Come tutti sanno, di giudici ce n’è tanti e tutti hanno poco da lavorare;
2) in linea generale, essendo l’indagine appena all’inizio, il giudice del risarcimento dirà che, al momento, non ci sono le prove dell’errore e quindi rigetterà la richiesta;
3) il gip e il pm citati in giudizio dalla povera vittima sono tenuti, per legge, ad astenersi dal processo che quindi dovrà essere preso in carico da altri giudici. Così si perderà un sacco di tempo, visto che i nuovi gip e pm debbono studiarsi tutto daccapo;
4) naturalmente la povera vittima riterrà che anche questi nuovi giudici hanno commesso un errore ai suoi danni e che dunque debbono dargli un sacco di soldi. Nuova astensione, nuovi gip e pm e via di questo passo. Grande risultato.

Per finire, Brigandì trascura il fatto che l’errore giudiziario non è quello che pensa lui. Torniamo al rapinatore. Gip e pm pensano che il testimone che lo ha riconosciuto sia attendibile e quindi lo mettono in prigione. La povera vittima e Brigandì pensano che si tratti di un “clamoroso sbaglio, con conseguente carcerazione preventiva disposta con leggerezza in base a vaghi sospetti e messa in pericolo dei più elementari diritti dei cittadini”. Il punto è che, in questo caso, non si tratta di un errore ma di una valutazione processuale che potrà essere riformata dalla Corte d’Appello o dalla Cassazione ma che resta legittima sulla base delle prove esistenti nel processo. 
L’errore giudiziario è cosa diversa: gip e pm arrestano il rapinatore perché un testimone lo ha riconosciuto (ma non è vero, non c’è nessun testimone); oppure arrestano una persona per un reato che non prevede la cattura; o il provvedimento di cattura è privo di motivazione. Insomma, l’errore giudiziario è un errore materiale . Nella sua furiosa difesa delle povere vittime, Brigandì pare proprio essersi dimenticato (pare che sia avvocato) dei principi fondamentali di ogni sistema processuale, italiano o straniero che sia.  

da Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2010


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