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Effetto ortica


Quando si racconta che il Pd (non il Pdl) da tempo propone la modifica dell’art. 330 del codice di procedura penale la gente, in genere, se ne frega. Un po’ non sa cosa c’è scritto; e un po’ pensa che il fatto che il pm non possa prendere di propria iniziativa notizia dei reati non è poi così grave. Invece è una cosa gravissima, la trave portante di tutto il progetto di B&C (ma vedete quanti C ci sono nella cosiddetta opposizione?) per assoggettare e controllare la magistratura.

Questo articolo 330 dice dunque che il pm prende di propria iniziativa notizia dei reati; il che vuol dire che, se da qualche parte si commette un reato e lui lo viene a sapere perché ne parlano i giornali o la tv oppure perché glielo racconta direttamente qualche cittadino, magari con una lettera anonima, può decidere di indagare. Attenzione: può, non deve, indagare. La notizia di reato deve essere seria, circostanziata, attendibile; né l’articolo di giornale né la lettera anonima costituiscono prova del reato; sono solo uno spunto per fare indagini. Se poi si troveranno le prove ci sarà il rinvio a giudizio; se non si troveranno ci sarà l’archiviazione.
B&C lo vogliono abrogare: il pm potrà cominciare le indagini solo se la polizia gli fa pervenire una denuncia; se no il reato può essere sotto gli occhi di tutti ma, senza denuncia, non si può fare niente.

E che importanza ha?, pensa il comune cittadino; tanto la polizia farà le denunce. Bisogna vedere. Denunce per rapine, furti e omicidi quante ne volete. Ma per corruzione, interessi privati in atti d’ufficio e in genere per i reati dei politici e dei loro amici la denuncia non è frequente. Non perché la polizia partecipi del malaffare diffuso nella politica. Ma perché il ministro dell’Interno (o della Difesa se si tratta dei carabinieri, o delle Finanze se si tratta della guardia di finanza) telefona al prefetto o al generale che telefonano al questore o al colonnello che telefonano… fino a qualcuno che spiega al commissario o al maresciallo che quel rapporto, si hai capito bene, proprio quello, non si fa, mettilo nel cassetto e scordatelo.

Sicché pensiamo a quello che sarebbe successo se la Procura di Milano non fosse stata (ancora) libera di “prendere di propria iniziativa notizia dei reati”. Capita che Maroni va Milano, viene informato che il Comune ha assegnato alloggi popolari a 25 famiglie rom e si incazza: non se ne parla nemmeno, gli alloggi agli italiani. Disponibile, anzi prono, il Comune esegue e revoca l’assegnazione. Il Procuratore Spataro (che legge i giornali) si chiede: “ma come, prima sì, poi arriva Maroni che si incazza perché ai rom le case popolari non si debbono dare, e adesso no? Ma sarà che c’è un tantino di discriminazione razziale? Perché, se c’è (se, andiamo a vedere le delibere del Comune, quelle prima di Maroni e quelle dopo), allora c’è l’art. 1 comma 1 lett. a della L. 25.6.93 n. 205 che punisce (da 6 mesi a 3 anni, mica poco) chi commette atti di discriminazione razziale”.  Ecco, che denuncino alla Procura il sindaco Moratti lo vedo poco probabile; senza l’articolo 330 la discriminazione razziale ai danni delle famiglie rom (se c’è stata, si vedrà) resterebbe impunita. Capito perché alla politica il 330 fa l’effetto dell’ortica?

da Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2010




Pm operatore ecologico


Una delle accuse più frequentemente rivolte dalla politica alla magistratura è quella di svolgere compiti di “supplenza”. Basta pensare al significato di questa parola, supplenza (e cioè fare qualcosa al posto di un'altra persona che dovrebbe farla ma che non la fa), per capire che, giusta o no che sia l'accusa, trattasi di attività assolutamente meritoria. Pensavo a questo mentre vedevo scorrere su Sky Tg24 (Rai e gli altri telegiornali di Berlusconi sono un po' riluttanti a mandarle in onda) le immagini relative alle strade di Napoli bloccate da tonnellate di rifiuti. E, siccome “semel cura, semper cura” (una volta prete, sempre prete), da bravo pm in pensione, ho pensato come migliorare la vita dei cittadini di Napoli e l'immagine dell'Italia, nonché come evitare epidemie e le salate multe della Ue.

Non è complicato. Ammucchiare sul suolo o nelle acque pubbliche rifiuti appartenenti a tutte le categorie previste da ogni legge divina e umana è un reato previsto dall'art. 256 del D. Lgs. 152/06: si chiama discarica abusiva. Lo si capisce per intuito e comunque lo ha detto tante volte anche la Cassazione. Quando c'è un reato, la cosa è di competenza della Procura della Repubblica. E qui comincia il bello. I rifiuti sono il prodotto del reato (si chiama “corpo del reato”) della discarica abusiva. Secondo il codice penale (art. 240) il corpo del reato deve essere confiscato; per confiscarlo bisogna sequestrarlo (art. 253 codice di procedura). Siccome migliaia di tonnellate di rifiuti non possono essere depositate in cancelleria come prevede l'art. 259, si deve nominare un custode (che è pagato dallo Stato). Il Pm può, anzi deve quando si tratta di cose pericolose, ordinare la distruzione di quanto sequestrato (art. 260), previa campionatura per poter avere la prova del reato e far condannare il delinquente che lo ha commesso. Quindi il custode deve individuare qualcuno che, lautamente pagato (sempre dallo Stato – art. 691 del codice di procedura e 200 delle disposizioni attuative – e senza il mercanteggiamento politico-mafioso che sta impedendo da anni di costruire i termovalorizzatori e di aprire nuove discariche) provvederà alla distruzione. Tutto questo si può fare anche in un procedimento contro ignoti, in attesa che diventino noti (sarebbero quelli che avevano l'obbligo di evitare che le strade di Napoli diventassero una discarica e che se ne sono sovranamente sbattuti; si chiama reato omissivo, art. 40 del codice penale). Sarà supplenza? Visto che il reato c'è e che sequestro e distruzione sono previsti dalla legge, direi proprio di no.

Ma se politici gelosi delle loro competenze (benché inadempienti, inerti e un po' mafiosi) dovessero rispondere di sì, si potrebbe trovare un accordo: intanto la magistratura comincia a ripulire le strade; appena cominciano a farlo loro, ci si ritira in buon ordine. Se poi si mettono personalmente a guidare i famosi compattatori e a prendersi le ingiurie e minacce che gli competono di diritto e che, al momento, finiscono iniquamente sulle spalle di incolpevoli autisti, si può anche avviare una sottoscrizione popolare per la costruzione di un monumento loro dedicato; fatto di sacchi di rifiuti, naturalmente.

da Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2010




Grandi pulizie


La migliore definizione di “opposizione” è di Socrate (Platone, “L’Apologia”). Voi mi uccidete, ateniesi – dice – perché vi ho rotto le scatole. Ma non avete pensato che io sono come un tafano che stuzzica di continuo un purosangue grande e nobile (e qui finisce l’analogia tra Atene – il purosangue – e la classe dirigente italiana) che però, proprio per la sua grandezza, è un po’ pigro; e il tafano lo mantiene vivace, reattivo. Ecco, questa è l’opposizione. Il tafano non corre al posto del cavallo, non tira il carretto; lo tiene vivo, in un certo modo lo controlla. L’opposizione non propone, non costruisce, non amministra; indica gli errori, critica, si arrabbia.

Oggi voglio provare a fare il cavallo. La classe politica italiana è inquinata dall’illegalità: da qui il conflitto con la giustizia che produce a sua volta un sistema giudiziario inefficiente; e con la magistratura che la politica delegittima, diffama e calunnia. Ma, se la politica si risolvesse da sola il problema dell’illegalità? Se prevenisse l’azione della magistratura? Se insomma facesse pulizia in proprio? Banalità, naturalmente; almeno fino a che non si approfondisce e non si studia un modo per realizzare questo obiettivo. Ed è qui che ho smesso di fare il tafano e ho provato a fare il cavallo. Ogni partito richiede ai suoi iscritti che svolgono una funzione pubblica di dichiarare tutti i beni, i rapporti bancari, le attività produttive di reddito; naturalmente non solo quanto direttamente controllato ma quanto loro riconducibile totalmente o parzialmente. Questa dichiarazione deve essere presentata ogni anno, con gli aggiornamenti necessari. Ogni iscritto presta preventivamente il consenso a che possano essere svolte nei suoi confronti le attività che seguono. Il partito dà mandato ad un ente esterno, rigorosamente indipendente (una società di certificazione di bilanci, una primaria banca d’affari) di verificare con i consueti metodi investigativi la veridicità e la completezza di queste dichiarazioni. Le verifiche debbono essere continue, nel senso che si parte dal ministro per scendere fino al consigliere comunale e poi si ricomincia daccapo. Siccome tutto questo costa dei soldi, lo Stato stanzierà i fondi necessari (invece di regalarli ai partiti senza controllo come avviene oggi). Quando l’ente incaricato riterrà di aver scoperto irregolarità, illegalità, omissioni, il partito espellerà la persona in questione, richiedendo agli enti competenti (dal Parlamento al Consiglio comunale) di rimuoverla dalla funzione ricoperta. E invierà alla magistratura il dossier che la riguarda.

Se si facesse tutto questo? I partiti sarebbero composti di gente onesta. Cesserebbe ogni conflitto tra politica e magistratura. Perché non sarebbero più i giudici a intervenire sui partiti condizionando le loro decisioni, il consenso politico, il risultato delle elezioni, come certamente (sia chiaro, legittimamente) avviene oggi. Sarebbero i partiti stessi a indagare su se stessi e dunque a prevenire l’intervento giudiziario. Infine. Se anche tutti i partiti si mettessero a ridere e uno solo (l’IdV?) adottasse questo sistema, quale sarebbe il ritorno di una strategia come questa sul piano elettorale? Quale il consenso dei cittadini a una dimostrazione concreta di ripudio dell’illegalità e del malaffare? E qui ritorno a fare il tafano; fare il cavallo è molto complicato.    
 
da Il Fatto Quotidiano, 24 settembre 2010
 



Quell’unanimità sospetta su Vietti


Così abbiamo il vicepresidente del Csm: Michele Vietti, Udc, avvocato. Lo hanno votato 24 componenti su 26, come dire tutti. E uno potrebbe pensare che si tratta di una buona cosa, che finalmente il consenso è confluito su una persona da tutti riconosciuta idonea per la carica: l’uomo giusto al posto giusto. Bè, non è così. Secondo la legge, il vicepresidente del Csm va scelto tra gli 8 componenti “laici”: sarebbero quelli che il Parlamento deve nominare, secondo la Costituzione, scegliendoli “tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di servizio”. Già detta così, si capisce bene che quegli illusi dei Padri Costituenti pensavano a personalità di grande cultura giuridica e di assoluta indipendenza; ma è anche vero che se qualcuno di loro potesse vedere come oggi sono scelti i magistrati che compongono gli altri due terzi del Csm, probabilmente gli verrebbero le lacrime agli occhi.

Fatto sta che l’elezione del Csm è diventata presto un fatto di grande rilevanza politica. Le correnti della magistratura si sono impadronite della parte del Csm che gli toccava, quella dei componenti “togati”, i magistrati appunto; che vanno al Csm dopo una brillante carriera parallela nelle correnti e nei prestigiosi posti politici e parapolitici che le correnti gli assicurano; e poi 
la continuano salterellando di qua e di là, da un sottosegretariato a un più modesto posto di capo gabinetto. E i partiti si sono impadroniti dell’altraparte, lottizzando i componenti “laici”, le famose personalità che sono sempre meno “personalità” e sempre più cani da guardia, in grado di garantire il controllo del Csm per conto della maggioranza politica di turno.
Naturalmente il risultato di tutto questo è fetido; e l’ultima storia conosciuta, quella della P3, ne costituisce probabilmente la punta dell’iceberg.
Venendo all’attualità, non solo i partiti si sono scannati tra loro per mandare al Csm persone
  gradite alla dirigenza (significative sono state le proteste di Ignazio Marino che ha contestato al Pd la scelta verticistica dei due designati, Calvi e Giostra); ma soprattutto hanno orientato la loro scelta allo scopo di garantirsi che venisse eletto un vicepresidente “gradito” più o meno a tutti, mettendosi al riparo da scelte autonome del nuovo Csm che, lasciato da solo, chissà che cosa avrebbe deciso.

E così tutti i giochi si sono svolti all’insegna di Vietti, già designato vicepresidente a furor di popolo (di partiti, in verità), evidentemente tenendo conto di contatti riservati con i magistrati neo eletti che (tranne uno) sempre dalle correnti arrivavano e che dunque si supponeva potessero essere sensibili alle ragioni della politica. Insomma un modo migliore per esautorare il Csm delle sue prerogative e stabilire un asse collaborativo con la politica davvero non ci poteva essere.
I magistrati neoeletti ci sono stati; la loro appartenenza correntizia, attentamente valutata dai partiti, gli ha reso accettabile questa scelta etero diretta. Quelli del Pdl no, Area (la corrente di “sinistra”) non li vota; quelli del Pd no, Magistratura Indipendente e Unità per la Costituzione (le correnti di “centrodestra”) non li votano.

Vietti? Bè, è vero che è stato l’ispiratore della legge sulla depenalizzazione di fatto del falso in bilancio; è vero che a suo tempo fu favorevole alla stretta sulle rogatorie in modo da impedire le indagini sui conti detenuti all’estero da B (e da 
tutti gli altri evasori e truffatori); è vero che ha proposto l’“uovo di colombo” (la definizione è sua), il legittimo impedimento che “potrebbe anche essere incostituzionale ma intanto a noi serve una legge ponte fino al momento in cui sarà approvato il Lodo Alfano costituzionale con la definitiva (si illude) immunità di B.”; è vero insomma che la sua attività politica e legislativa è stata tutta prona agli interessi di B. Ma alla fine è all’opposizione (!), però non tanto (!), un vicepresidente così può andar bene “per tutte le stagioni”.E così i partiti si sono presi il Csm; e anche i magistrati che lo compongono; i membri “laici no, quelli li possedevano già prima. Eppure era arrivato il momento di dire no.

E come si sarebbe potuto fare? Votando per un vicepresidente che fosse l’esatto contrario di quello 
che si aspettava la politica. Non per Vietti dunque, al centro delle manovre dei partiti; e nemmeno per Calvio Giostra, proposti dal Pd e dunque troppo schierati; e nemmeno per Marini, amico di B. da lunga data e dunque ancora più schierato; e nemmeno per gli altri del Pdl, dove l’indipendenza intellettuale ed etica non è tanto ben vista. Ecco, potevano votare tutti per il Procuratore generale della Padania, Brigandì, una personalità che, per dirla con Pascarella “il mondo ce l’invidia e ce l’ammira”. Quando il Csm fosse stato governato con la sensibilità istituzionale di una persona di questo tipo, qualcuno che si chiedesse “ma che stiamo facendo?” forse lo avremmo trovato. 
 

da Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2010




Infiltrazioni pericolose


La P3 si è occupata di molte cose, alcune conosciute e altre che scopriremo nei prossimi giorni; tra queste, ciò che allarma di più è l’infiltrazione nella magistratura. Siamo abituati a considerare la politica largamente inquinata; pochi si indignano, pochissimi reagiscono; molti considerano il malaffare una caratteristica ineliminabile della nostra classe dirigente. A pensarci bene, forse è sempre stato così: forse la corruzione e l’interesse privato sono endemiche nella democrazia.

Può essere che la celebre frase di Churchill (la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre che si sono sperimentate finora) sia stata ispirata anche da quest’amara constatazione. E tuttavia, come per ogni altra cosa di questo mondo, anche la democrazia funziona con un sistema di equilibri: la corruzione, la strumentalizzazione, l’inquinamento della politica sono controbilanciati da controlli istituzionali e sociali. La magistratura e l’informazione sono i cani da guardia contro i malfattori pubblici. Poche volte riescono ad azzannarli prima che si prendano l’argenteria; qualche volta li azzannano con il sacco ancora pieno; e molte volte li dissuadono dallo scavalcare il recinto per impadronirsene. 
 

Molte volte. Era quello che credevamo prima della P3. Perché i cittadini dovrebbero aver fiducia nei giudici del loro paese? Perché sono professionalmente molto preparati? Sì, questo aiuta. Perché lavorano moltissimo? Anche questo, certo. Perché sono imparziali? Ecco, questo soprattutto. I cittadini possono aver fiducia nei giudici quando sanno che non tengono per nessuno, che decideranno i loro processi senza condizionamenti e senza preferenze. Perché questo succeda, la nostra Costituzione prevede molte garanzie per i giudici: non possono essere trasferiti senza il loro consenso; non sono pagati in base all’esito del processo; sono promossi o puniti per eventuali comportamenti illeciti da un organo non soggetto alla politica, il Csm. Naturalmente tutto questo costituisce il sistema di “protezione” dei giudici; poi sta a loro corrispondere alle aspettative dei cittadini. E in effetti i giudici sembrano degni del loro ruolo. Nessun giudice accetta raccomandazioni: “Accogli la domanda di Tizio, è tanto una brava persona, Caio, invece è un disonesto”; chi dicesse questo a un giudice sarebbe cacciato in malo modo. “Assolvi Sempronio, è amico di Cesare che te ne sarà grato”; il giudice denuncia alla Procura chi gli fa proposte del genere. 

Poi abbiamo scoperto un sistema di raccomandazioni per mandare Marra a fare il presidente della Corte d’Appello di Milano: potenti e reggicoda di potenti si sono sbattuti per assicurargli questa nomina. E il Csm lo ha nominato. Adesso la domanda è: se qualcuno dei magistrati che componevano il Csm ha ascoltato queste raccomandazioni; se non ha cacciato in malo modo questi intrallazzatori incapaci perfino di parlare in italiano; se ha espresso il suo voto per favorire il raccomandante e garantirsi favori futuri; se insomma ha svolto il suo compito costituzionale favorendo indebitamente un candidato a scapito di altri. Se qualcuno di questi magistrati ha fatto tutto questo; come avrà deciso i processi che gli erano affidati quando faceva il giudice? Quante raccomandazioni avrà accolto? Quante parti di processi civili avrà favorito a danno di altre? Quanti colpevoli avrà assolto o, peggio (vengono i brividi solo a pensarlo) quanti innocenti avrà condannato? E, alla fine, c’è un’altra domanda. Come può sopravvivere una democrazia gestita da una classe politica corrotta, priva di una magistratura imparziale e con un’informazione imbavagliata?

da Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2010




Mele marce al mercato del Csm


Tutti noi ogni tanto facciamo la spesa al supermercato; e, se non ci va di infilare il guanto di plastica, scegliere i frutti o le insalate migliori, infilarle nella busta di plastica, raggiungere la bilancia e ritirare lo scontrino (che rimane sempre appiccicato al guanto), tornare indietro smoccolando perché ci si è dimenticati il numero corrispondente al prodotto, ritornare alla bilancia, rifare la fila perché nel frattempo si è perso il posto, finalmente sbattere il sacchetto nel carrello; ecco, se non ci va di fare tutto questo, prendiamo un contenitore di frutta o verdura già confezionato. Semplice, rapido e pulito. Poi, quando arriviamo a casa, scopriamo che su 20 albicocche ce ne sono due troppo mature e una marcia. Pazienza, pensiamo, le altre sono buone. 

Quattro o 5 anni fa, quando facevo ancora il magistrato, mi guadagnai beffe e rimproveri perché sostenni che i componenti del Csm dovevano essere sorteggiati. Dissi che al Csm ci andavano sempre gli stessi; non necessariamente le stesse persone (qualche volta capitava anche questo), ma lo stesso tipo di persone: gente che, fin dall’ingresso in magistratura, “studiava” per fare una carriera parallela. Il primo indispensabile passo era l’iscrizione a una “corrente” (Magistratura Democratica, Movimento, Magistratura Indipendente, Unità per la Costituzione), di cui scalare rapidamente la scala gerarchica. Raggiunto un sufficiente livello di potere, il passo successivo era l’Anm; componente del consiglio direttivo, presidente, segretario. E poi, al momento delle elezioni del Csm, il coronamento della carriera: la tua “corrente” ti “portava”. Tutti votavano per 
te e trionfalmente diventavi componente del Csm.

Che era meglio che macinare fascicoli dal mattino alla sera; ma che, soprattutto, ti spalancava le porte della carriera “parallela”. Presidente di commissione di qua, sottosegretario di là, consigliere giuridico di questo o quel ministro, assessore, presidente di Regione, di Provincia, di qualsiasi cosa che ti assicurasse un gettone di presenza e, soprattutto, la vicinanza al sole (che, come tutti sanno, più ti è vicino più ti scalda). Naturalmente con questi presupposti e con tanti debiti maturati nei confronti di chi ti aveva aiutato, anzi sospinto, lungo questo percorso, non era facile essere autonomi e indipendenti: per dire, non era proprio facile dire: “Io Pinco a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto non ce lo mando; prima di tutto è una capra e poi comunque Pallo è molto più bravo; quindi voto per lui”. Perché a quel 
punto arrivavano tutti quelli che avevano spinto il tuo carretto per tanti anni e ti facevano notare che c’è il momento di prendere ma che arriva poi anche il momento di dare; e, molti, magari non tutti, “davano”.

Così, pensai io, i 16 da mandare al Csm li sorteggiamo: niente amici, niente padroni, niente debiti da saldare
. Quattro anni di lavoro e poi tornano da dove sono arrivati. Insomma un bel pacchetto preconfezionato; tanto questa storia del guanto di plastica, della bilancia, dello scontrino etc non funzionava. Manco a dirlo, la cosa non è piaciuta quasi a nessuno e io mi sono accontentato di sapere che avevo ragione, che ero in anticipo sui tempi e che, presto o tardi...  

Poi sono arrivate le storie di Marra, il presidente della Corte d’Appello di Milano, nominato dal Csm che l’ha preferito a un grande magistrato, Rordorf, che aveva fatto domanda per quello stesso posto (ne ho scritto su Il Fatto il 10 febbraio); del capo degli ispettori di Alfano, Miller, dell’Avvocato Generale presso la Cassazione, Martone, e del sottosegretario alla Giustizia, ex magistrato, Caliendo, che hanno partecipato a una cena con Denis Verdini, un Pdl, dove hanno discusso su come indurre la Corte costituzionale a gettare alle ortiche il Lodo Alfano; di Carbone, primo presidente di Cassazione, che è stato beneficato da u
n aumento dell’età pensionabile fatto apposta per lui e che si è raccomandato ad alcuni “potenti” perché gli trovassero qualcosa da fare dopo che fosse andato in pensione (a 78 anni!): qualcosa di sostanzioso, si capisce; e di Mancino che chiacchiera delle nomine che il Csm si appresta a fare con Lombardi, che non si capisce chi è né cosa fa; è uno che “sta in mezzo”, come si dice di questa gente da sottobosco politico.
Martone e Caliendo sono stati “correntisti”: pezzi grossi delle loro correnti, dell’Anm e del Csm; Caliendo ha fatto anche la sua brava “carriera parallela” e oggi è sottosegretario. Miller è l’uomo di fiducia di Alfano, il suo braccio armato contro i magistrati scomodi: è lui che ha capitanato le
  ispezioni a De Magistris e alla Procura di Salerno. Non c’è da meravigliarsi che l’Anm non si mostri troppo scandalizzata: è tutta gente figlia del sistema, sarebbe come spararsi nelle... gambe.

Così adesso mi chiedo: sarà arrivato il momento che questa
cosa semplice semplice la capiscono? Che al Csm ci si va per sorteggio e non per merito politico; che dopo 4 anni si torna a spalare... fascicoli; che un magistrato non deve fare il capo di gabinetto, il sottosegretario, il presidente della Regione, l’assessore, il direttore generale di questo o quel ministero (a meno che prima non dia le dimissioni dalla magistratura). Che insomma chi fa il giudice non va a cena con i Verdini, gli Alfano, i Lombardi e i Carboni.

da Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2010




Magistrati riformati


Corriere della Sera, 13 giugno: “Presenterò a settembre la riforma della giustizia al Cdm e poi la porteremo al Parlamento. I punti qualificanti sono: la separazione degli ordini tra pm e giudicanti: il pm fa l'accusa e il giudice giudica, con percorsi professionali separati sin dall'inizio; la creazione di due Csm e di un meccanismo disciplinare che risolva il problema di una giustizia troppo domestica”. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. La cosa un po' sorprende perché lo stesso ministro aveva annunciato a tutta la nazione, nel corso di una sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia, di non riuscire a dormire la notte per via di incubi ricorrenti dovuti alla lentezza dei processi: “Non è possibile – aveva tuonato – che la durata media di un processo penale sia di sette anni e mezzo e quella di un processo civile di otto anni. È una situazione indegna di un Paese civile e noi (noi stava per B&C, cioè un governo guidato da un colpevole di gravissimi reati pluriprescritto e sorretto da una maggioranza ricolma di piccoli, medi e grossi delinquenti) vi porremo rimedio”.

Siccome è vero che i processi hanno una durata spropositata e che un Paese senza giustizia è un Paese incivile e a grave rischio democratico, avevo gioito di questo annuncio, anche se la fonte da cui proveniva era così squalificata. Ma insomma, anche Jean Valjean (“Le miserable”, Victor Hugo) si era redento e aveva fatto del bene. E chissà, anche B&C, forse, hai visto mai...   Adeso scopriamo che la grande riforma della giustizia è in realtà una grande riforma dei magistrati: pm agli ordini del governo e un tribunale speciale per i magistrati scomodi.

Naturalmente un bieco comunista come me, illiberale e anche mentalmente disturbato (ho fatto il pm per più di 30 anni, secondo B. non faccio parte della razza umana) non può percepire la grandezza del progetto di Alfano; e dunque nemmeno ci provo. Faccio finta che si tratti di una riforma buona e giusta; che sia interesse dei cittadini avere un pm cui il ministro potrà dare ordini, dirgli quali processi fare e quali processi non fare (che significa non solo assicurare l'impunità ai delinquenti amici ma avere il potere di perseguitare gli oppositori, anche se innocenti: avvia un'indagine a carico di Tizio; ma perché, non ha fatto niente; tu non discutere e apri un'indagine).
Faccio anche finta che sia nell'interesse dei cittadini un tribunale speciale composto da “alte personalità” nominate, direttamente o indirettamente, dal governo o dal suo servo sciocco, il Parlamento così come è stato ridotto da B&C, pronto a incriminare un magistrato non gradito al potere.

Faccio finta perché uno come me queste cose non le può capire. Però resto uno che sa come funziona un processo; sa perché i processi penali italiani durano in media sette anni e mezzo (Alfano aveva ragione); sa cosa si dovrebbe fare per ridurne la durata; e sa che questa splendida, epocale riforma, così innovativa che uno come me non può nemmeno percepirne la grandezza, può avere tanti aspetti positivi ma certo non ha nulla a che fare con la riduzione della durata dei processi. Quando pm e giudici apparterranno a due “ordini” diversi, quando il tribunale speciale costruito da B&C controllerà i giudici italiani, premierà quelli che piegano la schiena e colpirà quelli che la tengono dritta; quando questa epocale riforma sarà realtà; ebbene, in che modo avrà accorciato di un giorno, un solo giorno, la durata dei processi?  

da Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2010




I furbetti del bavaglino


Cosa è più importante: controllare il rubinetto o il lavandino? Se controllo il lavandino posso dire a chi lo usa che non deve riempirlo oltre una certa misura; e lui forse mi obbedirà e forse no; e, se non mi obbedisce, io dovrò magari denunciarlo e fargli fare un processo. Allora tutti gli utilizzatori dei lavandini si coalizzeranno contro di me e io farò una figuraccia. E poi magari lo assolvono pure perché riempire i lavandini è un diritto costituzionale. Ma, se controllo il rubinetto, non ho bisogno di ordinare niente a nessuno: lo chiudo e l’acqua non arriva più. E del lavandino facciano quello che vogliono. Ecco, questo è quello che sta facendo questo legislatore furbastro. Il mondo dell’informazione si è ribellato? Facciamogli credere che ci hanno toccato il cuore. Ma sì, figlioli, pubblicate pure, con un po’ di cautela, “per riassunto”, ma sia mai che la libertà di stampa sia conculcata. E se eccedete non vi preoccupate, multe piccoline (non poi tanto) e prigione finta, qualche giorno con la condizionale o agli arresti domiciliari o l’affidamento in prova al servizio sociale.

Fare gli eroi vi costerà poco. E anche a noi soci della premiata Cricca costerà poco; tanto, che pubblicano? Siamo in una botte di ferro: senza intercettazioni i magistrati si attaccano, non ci scopriranno mai; e se non ci scoprono non fanno i processi; e se non fanno i processi non c’è niente da pubblicare. Soldi e impunità, impunità e soldi, questo è il nostro radioso futuro. Credete che sia una diagnosi sbagliata, magari eccessivamente pessimista? State a vedere.

1) Si può intercettare solo per 75 giorni; poi si smette. Però magari gli intercettati parlano di questa o quella operazione, di questa o quella banca dove far arrivare i soldi, di questo o quell’appalto su cui ci si deve mettere d’accordo: discorsi promettenti ma ancora vaghi. Allora si può continuare; ma solo per tre giorni, previa autorizzazione di tre giudici del Tribunale del capoluogo di Provincia a cui bisogna mandare tutto il fascicolo e la richiesta di prorogare l’intercettazione. Mettiamo che i giudici autorizzino e l’intercettazione continui; dopo tre giorni ci risiamo, i soldi sono arrivati ma se ne debbono mandare un po’ anche a un altro amico, l’appalto s’è bloccato, si deve sentire cosa ne pensa l’assessore, quello che tu sai... Che si fa? Niente paura, l’intercettazione continua; per altri tre giorni; previo, si capisce, invio del fascicolo ai tre giudici del Tribunale capoluogo di Provincia (che magari non sono più quelli di prima e debbono ristudiarsi tutto daccapo). E via così magari per un anno o due. Non c’è che dire, una cosa agile ed efficiente.

2) Non si può intercettare se il motivo per intercettare è costituito solo dal contenuto di un’altra intercettazione. Cioè esattamente quello che capita nel 99 per cento dei casi. I nostri intercettati chiacchierano e fanno riferimento a “lui”, a quello che deve dare il via. Ne fanno anche il nome e il cognome. In un paese normale si corre a intercettare “lui”; e, poco dopo, li si arresta tutti perché “lui” ha chiacchierato per bene al telefono. Ma il nostro non è un paese normale, è il paese di B&C; qui serve garantirsi l’impunità. E così il telefono di “lui” non si intercetta. “Lui” spiegherà ai suoi servi, sgherri, sicari, associati (fate voi) quello che vuole che facciano, dalla corruzione al falso in bilancio, passando per la frode fiscale e il contrabbando; loro eseguiranno e i magistrati non ne sapranno mai nulla.

3) Nel caso di reati commessi da ignoti non si può intercettare senza consenso della parte offesa. Che non c’è mai in tutti i casi di estorsione perché gli estorti hanno paura. Per anni i sequestri di persona non sono stati denunciati dai parenti che avevano paura che i sequestratori facessero del male all’ostaggio; e per anni i riscatti sono stati pagati all’insaputa di forze dell’ordine e magistratura, nella speranza di veder tornare il loro caro. Che invece restava in prigionia finanziata proprio con questi soldi. Nelle regioni a controllo mafioso del territorio (lo sanno B&C che sono almeno quattro?) l’economia sarà progressivamente strangolata da un’estorsione sempre più organizzata e aggressiva. Ma non è vero!, dicono indignati (per finta) questi ipocriti: per mafia e terrorismo si intercetta senza dire niente a nessuno, senza limiti di tempo e senza autorizzazioni della parte offesa! E già, perché lo sanno tutti che un omicidio, un incendio, un pestaggio sono sempre e solo reati di mafia: hanno l’etichetta appiccicata sul colletto delle vittime: made in Mafia. Capisco che cultura giuridica ed esperienza giudiziaria in questa gente latitano. Ma un po’ di cinefilia? Qualcuno si ricorda Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto? Tutti convinti che si tratta di mafia o politica; invece si tratta di assassinio passionale. Può capitare il contrario, anzi in genere è proprio così che vanno le cose: chi ci dice che il nostro morto ammazzato non lo hanno fatto fuori moglie e amante? Come si motiva al gip la asserita certezza che si tratta di assassinio di mafia e che servono le intercettazioni no limits?

4) Come ho detto, furbastri sono. Così, finito con i paletti giuridici, siccome non si sa mai cosa ti combinano questi pm comunisti, hanno previsto gli ostacoli pratici. Vuoi intercettare? Allora prendi i tuoi 23 faldoni, caricali sulla macchina (che la Procura non ha oppure è rotta oppure non c’è la benzina) e portali al Tribunale del capoluogo del distretto (per dire, da Aosta a Torino). Lì, consegna tutto a un cancelliere (che non c’è perché il personale amministrativo è inferiore del 40% rispetto a quello che servirebbe) che deve annotare su apposito registro la consegna. Poi aspetta che 3 giudici (che non ci sono perché sono tutti impegnati a fare processi che si prescriveranno tra un anno e bisogna spicciarsi se no fanno la fine dei processi di B, “assolto” perché colpevole prescritto) decidano che sì, si può intercettare; a questo punto corri a riprenderti i tuoi faldoni e attacca i telefoni. Per 15 giorni, attenzione, perché poi devi chiedere le proroghe (ogni 3 giorni!) e tutto il va e vieni dei faldoni ricomincia daccapo. Se manca la benzina, la macchina o il cancelliere, sei fregato. Dura lex sed lex. Ma l’ha fatta Alfano! Sempre lex è.

Da il Fatto Quotidiano, 11 giugno 2010


Liberi di dire no


Tanti anni fa Sofocle scrisse di Antigone, di suo fratello Polinice, morto in battaglia, della legge emanata dal reggente di Tebe, Creonte, che vietava di seppellirlo: nemico dello Stato, doveva restare preda dei corvi. Ma Antigone lo seppellì e, processata e condannata, spiegò a Creonte che quella era una legge degli uomini e che però ci sono altre leggi, a queste superiori; e che lei di quelle temeva il giudizio e a quelle aveva obbedito. Nei miei anni di magistrato ho vissuto spesso questo conflitto; e sono felice di non doverlo vivere ora, chiamato ad applicare una legge vergognosa, emanata da una classe dirigente arrogante e tremebonda, impegnata in una lotta disperata per l’impunità e la sopravvivenza.

Sono felice di essere libero di non rispettare la legge, di poter dire al giudice che mi processerà per aver raccontato ai cittadini i delitti commessi da quelli stessi che vogliono impedirmi di raccontarli, che sì, è vero, ho violato la legge di B, di Alfano, di Ghedini, dei tanti volenterosi protettori di capi e sottocapi colti con le mani nel sacco; ma che questa legge è ingiusta. Sono felice di poter chiedere al mio giudice di non condannarmi, perché la legge-bavaglio è contraria ai principi della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Sono felice di potergli chiedere il rinvio della legge alla Corte costituzionale perché, ancora una volta, sia evidente il disprezzo di B&C per i principi fondamentali del nostro ordinamento. Sono felice di poter chiedere alla Corte europea dei diritti dell’uomo, se mai sarà necessario (prima dovrei essere condannato), di dichiarare che questa legge è contraria alla Carta dei Diritti. E, alla fine, sarò felice anche se fossi condannato; perché con me saranno condannati centinaia di giornalisti, di direttori, di editori. E sarà questa la prova più evidente di quella verità ostinatamente negata da B&C anche dopo la pubblicazione (la pubblicazione, vedete?) delle intercettazioni di Trani, quando B. spiegava che a lui (a lui) non piaceva Annozero e che quindi nessuno (nessuno) avrebbe più dovuto vedere questa trasmissione: è una dittatura quella in cui Antigone deve ancora scegliere tra leggi dello Stato e leggi a queste superiori. Forse da qui inizierà il cambiamento.

Da il Fatto Quotidiano del 23 maggio



Csm: il sorteggio incostituzionale che vuole Alfano


Alfano vuole una nuova legge elettorale per il CSM: dice che i magistrati che lo compongono vanno sorteggiati; così s’impedirà alle correnti di lottizzarlo, come è avvenuto finora. Naturalmente dei componenti politici non si parla proprio: quelli continueranno ad essere nominati con il buon vecchio metodo della spartizione partitica. Io conosco bene il problema perché questa idea del sorteggio l’ho avuta per primo, quando facevo il magistrato e non mi piacevano (come non mi piacciono ora) le correnti. Non è così facile come sembra, anche se sarebbe proprio cosa buona e giusta. Cerco di spiegare perché.

C’è l’Associazione Nazionale Magistrati, una sorta di sindacato, che è però solo un contenitore di quattro correnti, Magistratura Democratica, Movimento, Magistratura 
Indipendente e Unità per la Costituzione. E queste cosa sono? E’ un pò complicato. La prima, Magistratura Democratica, è nata negli anni 60. Erano anni in cui la repressione penale nei confronti degli emarginati era pesante, un po’ come oggi con gli immigrati. Pensate: il furto di un paio di litri di benzina prelevati con un tubo di gomma dal serbatoio di una macchina in sosta era punito con un minimo di due anni; e la sospensione condizionale della pena (non si andava in prigione) arrivava a un anno. Così il ragazzotto che rubava 200 lire di benzina per il suo motorino finiva in galera; e, a quel tempo, niente benefici, niente legge Gozzini. Un po’ tanto per due litri di benzina. Alcuni di noi cercarono una soluzione a questa e altre situazioni veramente inique. La chiamavamo interpretazione evolutiva della legge: questa aggravante si può considerare esistente? E la diminuzione di pena per “unico disegno criminoso”? Non fu facile ma, alla fine, spesso anche la Cassazione ci seguì. Fu naturale dunque per questi magistrati trovarsi insieme, confrontarsi, riconoscersi su basi giuridiche e culturali comuni. Nacque MD.  

Poco dopo nacquero altre correnti: Magistratura Indipendente, ispirata a una cultura più conservatrice e, fin da allora, in posizione critica nei confronti di MD, più progressista; e poi Unità per la Costituzione e da ultimo il Movimento. Poi iniziò un processo forse inevitabile. Ovviamente, tanti più aderenti contava una corrente, tanto maggiore era l’influenza che essa esercitava: a quanti ragazzini-ladri si sarebbe evitata la prigione! Così ogni corrente, MD soprattutto, cominciò a fare proseliti: associatevi, lavoriamo insieme per migliorare la magistratura, la legge, la giustizia! E non era solo un problema d’interpretazione della legge: si trattava di organizzazione, distribuzione dei processi, criteri di priorità; e dunque bisognava nominare capi di Procure e Tribunali che condividessero la cultura della corrente e che li gestissero in modo da realizzarne i principi.
E, per fare ciò, bisognava “contare” nel CSM: lì si nominavano i capi degli uffici, lì bisognava essere presenti. L’inferno è lastricato di buone intenzioni: ben presto le correnti diventarono fazioni, con logiche e strumenti identici ai partiti politici. Cominciarono a farsi e disfarsi alleanze: votiamo insieme per Tizio (che è mio) a Procuratore della Repubblica di Roncofritto; domani voteremo insieme per Caio (che è tuo) a Presidente del Tribunale di Poggio Belsito. Ma c’è Sempronio che è molto più bravo di tutti e due! Si, ma è di MI (o di MD o di Unicost), insomma di quegli “altri”! Oppure non è di nessuna corrente, ancora peggio, un cane sciolto, indipendente, non dà “garanzie”
!
 
Alla fine si arrivò alla situazione attuale: il CSM lottizzato tra le correnti, proprio come il Parlamento, schiavo delle segreterie dei partiti. Le correnti organizzano le elezioni, propongono liste “bloccate” e così obbligano i magistrati a votare solo quelli designati
. Certo, nulla vieta di votare qualsiasi bravissimo, stimatissimo, onestissimo magistrato che non appartiene a nessuna corrente. Ma l’apparato correntizio si mobilita: i voti degli iscritti si concentrano sugli adepti; e il cane sciolto può contare solo su alcuni amici e estimatori, troppo pochi per prevalere sulle migliaia di voti che una corrente è in grado di produrre. Alla fine si produce un CSM lottizzato, tanti di una corrente, tanti di un’altra, le nomine dei capi degli uffici, le decisioni più importanti, tutto frutto di maggioranze precostituite, di accordi preliminari, di scambi, di segnalazioni da parte dei vertici degli apparati. Non sempre, certo; quando si deve nominare il Procuratore di Rocca Ridente ogni componente del CSM recupera la sua autonomia e indipendenza. Ma per i Procuratori di una grande città l‘apparato è monolitico, qui la corrente si gioca la faccia, la fiducia degli iscritti, la sua futura crescita e influenza. E poi ai vertici delle correnti c’è gente che conta. Qui si fanno carriere parallele: Comitato Direttivo Centrale, Giunta, CSM, Gabinetto di qualche Ministro, incarichi extra giudiziari, se proprio si deve rientrare nei ranghi, posti comodi e importanti. Negli uffici giudiziari restano i magistrati “spalatori”, quelli che una brillante collega contrappose un giorno ai magistrati “scalatori”.

Per questo avevo immaginato un CSM nominato con sorteggio; per impedire alle correnti di continuare a spartirselo. Tanto, avevo pensato, i magistrati circa 9000 sono; tutti i giorni condannano qualcuno all’ergastolo, affidano i figli dei genitori che si separano, concedono o negano decreti ingiuntivi per milioni, dichiarano fallimenti che coinvolgono la sorte di centinaia di lavoratori. Insomma si suppone che siano persone sufficientemente attrezzate intellettualmente e culturalmente per decidere chi deve fare il capo di questo o quell’ufficio oppure se è il caso di aprire una pratica a tutela perché il Ministro invia un’ispezione a Trani. E
  dunque chiunque la sorte designi dovrebbe farcela. Solo che c’è la Costituzione di mezzo: perché, secondo l’art. 104, i componenti del CSM debbono essere“eletti”. E sorteggiati è diverso da eletti. Per questo la mia proposta prevedeva un “passo indietro”: le correnti accettino di rinunciare a monopolizzare le elezioni del CSM; si costituisca un Comitato con il solo compito di gestire il sorteggio di 16 magistrati destinati a diventare componenti del CSM; poi si fanno elezioni formali e tutti votano per i 16 sorteggiati.

Non credo che nessuno si stupirà: salvo 4 o 5 colleghi, tutti mi sbeffeggiarono. Ora Alfano, con la disinvoltura tipica della sua parte politica, ha pensato di sorteggiare un certo numero di magistrati, non so più se 100 o 200 e poi di eleggere tra questi i componenti del CSM. Che tanto costituzionale non mi sembra. Però è vero che qualcosa si deve fare. Una legge costituzionale di modifica dell’art. 104 risolverebbe il problema; ma, a questo punto, chissà cosa ci mettono dentro B&C: roba che farebbe considerare perfetto il sistema attuale.
Ma poi Alfano ci ha pensato bene? Sicuro che come vanno adesso le cose, clientelismo, raccomandazioni, collateralismi, inciuci, non è più in linea con lo stile della sua fazione di quanto non lo sarebbe un CSM veramente indipendente e autonomo?

Da Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2010

 
 

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