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Le ramanzine del presidente


Io ho una sorella a cui sono affezionato assai, molto intelligente e determinata. Quando eravamo piccoli ogni tanto litigavamo e lei, che aveva una lingua affilata, aveva spesso la meglio. Un giorno arrivai a un tale punto d’ira che, come si dice a Roma, glie menai. Lei cominciò a piangere e arrivò mia madre. Non mi sgridò subito; si informò di quello che era successo e poi disse a mia sorella che aveva avuto torto nel merito e nel portarmi all’esasperazione con i suoi toni saccenti; poi si rivolse a me e mi spiegò che la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci; cosa che mi ricordo ancora oggi e che non è il minore dei motivi per cui ringrazio mia mamma.

Adesso il presidente della Repubblica ci ha spiegato che “Vanno rispettate l’autonomia delle indagini e l’autonomia degli interventi ispettivi disposti dal ministro della Giustizia”; che è un po’ come se mia mamma, quando sentì piangere mia sorella, ci avesse detto: rispettatevi e non litigate. 
Siccome Napolitano ha scritto uno spiegone sui limiti degli interventi del Csm che non può pronunciarsi preventivamente sulle ispezioni, in realtà ha fatto pure peggio di così. Come non hanno mancato di rilevare B&C, ha detto che Alfano aveva il diritto di inviare a Trani gli ispettori
 

C
he non è vero. Come ho cercato di spiegare su Il Fatto del 15 marzo, Alfano ha disposto un’ispezione in contrasto con la legge: perché il ministro può disporre ispezioni solo di natura amministrativa; perché, come ha detto espressamente, la cosiddetta ispezione era in realtà un’indagine disciplinare sui magistrati della Procura di Trani; perché il ministro non ha competenza per questo tipo di indagini e comunque, dal 2006, la legge ha previsto esplicitamente che essa spetta al pg presso la Corte di Cassazione; perché nessuno può far finta di ignorare che questa ispezione serve: a) a ficcare il naso nell’indagine; b) a intimidire i magistrati di Trani; c) a strombazzare sui media presunte “patologie” che, in ogni modo, devono essere risolte solo con gli strumenti processuali.

Adesso perché Napolitano, se proprio sente il bisogno di intervenire, non fa come fece mia mamma? S’informi, attribuisca torti e ragioni e distribuisca ramanzine mirate e pertinenti che non si prestino a strumentalizzazioni.
 

Da Il Fatto Quotidiano, 19 marzo 2010


Ecco perché Napolitano non doveva firmare


Decreto incostituzionale: non rispetta il principio che la legge è uguale per tutti 

Gli intrallazzi interni al Pdl (lista Polverini) e le dubbie autenticazioni delle firme (lista Formigoni) hanno certamente creato una situazione complicata sotto il profilo politico. I fan dei due candidati si trovano in una situazione di disagio; e che questo sia avvenuto per colpa dei loro stessi leader aggiunge al danno la beffa; ma certo non risolve il problema. Perciò, si dice, il presidente della Repubblica ha firmato il Dl salva liste perché c’era una situazione di necessità e di urgenza, che è appunto il presupposto costituzionale del decreto legge. Ma già questo non è vero.

La legittimità delle liste era sub judice. Tribunali ordinari e amministrativi le stavano esaminando; contro le loro decisioni erano possibili i ricorsi previsti dall’ordinamento . Si trattava insomma di un consueto controllo di legalità, previsto dalla legge, che avrebbe potuto essere positivo o negativo per il duo Polverini-Formigoni. E Napolitano vuole davvero sostenere che le sentenze possono dar luogo a situazioni di necessità e urgenza? Vuole davvero sostenere che le sentenze che non piacciono possono essere cambiate con una legge? O con decreto legge, quando gli effetti di queste sentenze che non piacciono siano immediati? Insomma, viviamo in uno Stato in cui le decisioni dei tribunali possono essere cambiate dal governo?

E, attenzione, non con riferimento a quanto potrà accadere in futuro; in fondo, una sentenza può porre un problema politico che il Parlamento legittimamente cercherà di risolvere. Ma con riferimento al caso oggetto della sentenza: il giudice mi ha dato torto; e io faccio una legge che mi dà ragione e di quella sentenza me ne frego. Sicché il primo presupposto di un decreto legge, quello previsto dall’art. 77 della Costituzione, la necessità e l’urgenza, non sussisteva; e Napolitano non avrebbe dovuto firmare. E comunque il presidente della Repubblica non avrebbe dovuto firmare per altri profili di incostituzionalità: perché anche un decreto legge deve rispettare la Costituzione, necessario e urgente che sia. Per capirci con un esempio, è certamente doveroso intervenire d’urgenza su un cardiopatico in fin di vita; ma l’intervento non potrebbe consistere in un trapianto di cuore che sia strappato a un altro paziente ancora vivo e vegeto. Se c’è un cuore disponibile, bene; altrimenti il paziente morirà. Insomma,  non sempre c’è una soluzione a ogni problema; e talvolta bisogna accettare l’inevitabile. Dunque Napolitano non avrebbe dovuto firmare un Dl incostituzionale. 

La domanda allora è: il Dl salva-liste è incostituzionale? Il Dl permette a Polverini e Formigoni di presentare le loro liste nel giorno successivo alla sua entrata in vigore. Questa tecnica legislativa è praticata da sempre: si chiama rimessione in termini. C’è stato un terremoto? Alcuni adempimenti previsti dalla legge non sono stati effettuati? Niente paura: si fa un decreto legge (necessario e urgente) che prevede che tutti (tutti, nb, dunque nel rispetto dell’art. 3 della Costituzione) quelli che si sono trovati nella zona terremotata possono adempiere anche dopo la scadenza dei termini. Come si vede il presupposto della rimessione in termini è la “causa di   forza maggiore”: non è colpa mia se c’è stato il terremoto; dunque è giusto che io possa adempiere anche in ritardo. 

Il Dl salva-liste naturalmente non si basa sulla forza maggiore. La lista Polverini non è stata presentata in tempo perché non si riusciva a risolvere gli intrallazzi interni; e la lista Formigoni non aveva timbri e attestazioni previste dalla legge al fine di garantire l’autenticità delle firme dei proponenti: senza queste formalità (che tanto sono disprezzate da B&C) chiunque potrebbe farsi una lista a casa sua, prelevando i nomi dall’elenco telefonico. Come si vede, il problema era costituito dai comportamenti (illegittimi) dei due schieramenti e non da cause a loro non imputabili. Dal che deriva che perde di rilevanza il fatto che si tratti di una legge interpretativa (come si sono inventati gli  esperti (?) di B&C) o innovativa: essa resta comunque funzionale a risolvere il problema dei soli Polverini e Formigoni.

In verità questo fatto, di per sé, non è indicativo di incostituzionalità: si può anche emanare una legge per risolvere un problema di un singolo paese, di una comunità di cittadini, insomma un problema che non interessa proprio tutta la collettività ma solo una parte di essa. Ma qui torniamo all’esempio del cardiopatico: per risolvere i problemi particolari non si può pregiudicare i diritti degli altri cittadini. Gli altri concorrenti al seggio la legge elettorale regionale l’avevano rispettata: liste presentate in termini, timbri e autenticazioni corrette, insomma tutto per benino. E adesso si sentono dire che era inutile, che anche chi non ha rispettato la legge può concorrere? Ecco, qui   sta l’incostituzionalità, sempre la solita, perché B&C questa cosa proprio non la capiscono: la legge è uguale per tutti e favorire alcuni cittadini e solo loro proprio non si può. 

Questo Napolitano l’ha capito; e infatti, nella sua lettera ai cittadini, ha scritto: “Erano in gioco due interessi o “beni” entrambi meritevoli di tutela: il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi.” E poi ha scelto di sacrificare il rispetto delle norme e delle procedure. Che significa sacrificare la Costituzione: perché è la legge (e le conseguenti procedure) che regola i rapporti tra i cittadini, ivi incluso il diritto di scegliere con il voto i loro rappresentanti. E la legge è uguale per tutti. 
 
A questo punto diviene trascurabile la nefandezza legislativa messa in luce dal Tar del Lazio: l’elezione regionale è regolata da leggi regionali; e lo Stato non può legiferare in questa materia. E’ un fatto tecnico di straordinaria  rilevanza e che bene mette in luce la superficialità e l’incompetenza di questo governo. Che d’altra parte fa del disprezzo della legge la sua ideologia: noi siamo quelli del “fare”; ciò che ci interessa è che Polverini e Formigoni partecipino alle elezioni, il come non importa. Non è l’errore giuridico che stupisce; è il disprezzo costituzionale che spaventa.
Così alla fine la domanda è; ma perché il presidente della Repubblica ha firmato? E Napolitano l’ha spiegato. La vicenda, ha detto, “ha messo in evidenza l’acuirsi non solo di tensioni politiche, ma di serie tensioni istituzionali. E’ bene che tutti se ne rendano conto.” Io credo che il presidente della Repubblica abbia avuto paura: paura di quello che sarebbe successo se le liste del Pdl fossero state escluse; e ha deciso di non correre rischi. La storia ha dimostrato che cedere alla prepotenza è un errore, che ogni concessione alimenta prepotenze successive; e che arriva sempre il momento di dire basta. Forse questo momento era arrivato.  

Da Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2010

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