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Grandi pulizie


La migliore definizione di “opposizione” è di Socrate (Platone, “L’Apologia”). Voi mi uccidete, ateniesi – dice – perché vi ho rotto le scatole. Ma non avete pensato che io sono come un tafano che stuzzica di continuo un purosangue grande e nobile (e qui finisce l’analogia tra Atene – il purosangue – e la classe dirigente italiana) che però, proprio per la sua grandezza, è un po’ pigro; e il tafano lo mantiene vivace, reattivo. Ecco, questa è l’opposizione. Il tafano non corre al posto del cavallo, non tira il carretto; lo tiene vivo, in un certo modo lo controlla. L’opposizione non propone, non costruisce, non amministra; indica gli errori, critica, si arrabbia.

Oggi voglio provare a fare il cavallo. La classe politica italiana è inquinata dall’illegalità: da qui il conflitto con la giustizia che produce a sua volta un sistema giudiziario inefficiente; e con la magistratura che la politica delegittima, diffama e calunnia. Ma, se la politica si risolvesse da sola il problema dell’illegalità? Se prevenisse l’azione della magistratura? Se insomma facesse pulizia in proprio? Banalità, naturalmente; almeno fino a che non si approfondisce e non si studia un modo per realizzare questo obiettivo. Ed è qui che ho smesso di fare il tafano e ho provato a fare il cavallo. Ogni partito richiede ai suoi iscritti che svolgono una funzione pubblica di dichiarare tutti i beni, i rapporti bancari, le attività produttive di reddito; naturalmente non solo quanto direttamente controllato ma quanto loro riconducibile totalmente o parzialmente. Questa dichiarazione deve essere presentata ogni anno, con gli aggiornamenti necessari. Ogni iscritto presta preventivamente il consenso a che possano essere svolte nei suoi confronti le attività che seguono. Il partito dà mandato ad un ente esterno, rigorosamente indipendente (una società di certificazione di bilanci, una primaria banca d’affari) di verificare con i consueti metodi investigativi la veridicità e la completezza di queste dichiarazioni. Le verifiche debbono essere continue, nel senso che si parte dal ministro per scendere fino al consigliere comunale e poi si ricomincia daccapo. Siccome tutto questo costa dei soldi, lo Stato stanzierà i fondi necessari (invece di regalarli ai partiti senza controllo come avviene oggi). Quando l’ente incaricato riterrà di aver scoperto irregolarità, illegalità, omissioni, il partito espellerà la persona in questione, richiedendo agli enti competenti (dal Parlamento al Consiglio comunale) di rimuoverla dalla funzione ricoperta. E invierà alla magistratura il dossier che la riguarda.

Se si facesse tutto questo? I partiti sarebbero composti di gente onesta. Cesserebbe ogni conflitto tra politica e magistratura. Perché non sarebbero più i giudici a intervenire sui partiti condizionando le loro decisioni, il consenso politico, il risultato delle elezioni, come certamente (sia chiaro, legittimamente) avviene oggi. Sarebbero i partiti stessi a indagare su se stessi e dunque a prevenire l’intervento giudiziario. Infine. Se anche tutti i partiti si mettessero a ridere e uno solo (l’IdV?) adottasse questo sistema, quale sarebbe il ritorno di una strategia come questa sul piano elettorale? Quale il consenso dei cittadini a una dimostrazione concreta di ripudio dell’illegalità e del malaffare? E qui ritorno a fare il tafano; fare il cavallo è molto complicato.    
 
da Il Fatto Quotidiano, 24 settembre 2010
 



Quell’unanimità sospetta su Vietti


Così abbiamo il vicepresidente del Csm: Michele Vietti, Udc, avvocato. Lo hanno votato 24 componenti su 26, come dire tutti. E uno potrebbe pensare che si tratta di una buona cosa, che finalmente il consenso è confluito su una persona da tutti riconosciuta idonea per la carica: l’uomo giusto al posto giusto. Bè, non è così. Secondo la legge, il vicepresidente del Csm va scelto tra gli 8 componenti “laici”: sarebbero quelli che il Parlamento deve nominare, secondo la Costituzione, scegliendoli “tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di servizio”. Già detta così, si capisce bene che quegli illusi dei Padri Costituenti pensavano a personalità di grande cultura giuridica e di assoluta indipendenza; ma è anche vero che se qualcuno di loro potesse vedere come oggi sono scelti i magistrati che compongono gli altri due terzi del Csm, probabilmente gli verrebbero le lacrime agli occhi.

Fatto sta che l’elezione del Csm è diventata presto un fatto di grande rilevanza politica. Le correnti della magistratura si sono impadronite della parte del Csm che gli toccava, quella dei componenti “togati”, i magistrati appunto; che vanno al Csm dopo una brillante carriera parallela nelle correnti e nei prestigiosi posti politici e parapolitici che le correnti gli assicurano; e poi 
la continuano salterellando di qua e di là, da un sottosegretariato a un più modesto posto di capo gabinetto. E i partiti si sono impadroniti dell’altraparte, lottizzando i componenti “laici”, le famose personalità che sono sempre meno “personalità” e sempre più cani da guardia, in grado di garantire il controllo del Csm per conto della maggioranza politica di turno.
Naturalmente il risultato di tutto questo è fetido; e l’ultima storia conosciuta, quella della P3, ne costituisce probabilmente la punta dell’iceberg.
Venendo all’attualità, non solo i partiti si sono scannati tra loro per mandare al Csm persone
  gradite alla dirigenza (significative sono state le proteste di Ignazio Marino che ha contestato al Pd la scelta verticistica dei due designati, Calvi e Giostra); ma soprattutto hanno orientato la loro scelta allo scopo di garantirsi che venisse eletto un vicepresidente “gradito” più o meno a tutti, mettendosi al riparo da scelte autonome del nuovo Csm che, lasciato da solo, chissà che cosa avrebbe deciso.

E così tutti i giochi si sono svolti all’insegna di Vietti, già designato vicepresidente a furor di popolo (di partiti, in verità), evidentemente tenendo conto di contatti riservati con i magistrati neo eletti che (tranne uno) sempre dalle correnti arrivavano e che dunque si supponeva potessero essere sensibili alle ragioni della politica. Insomma un modo migliore per esautorare il Csm delle sue prerogative e stabilire un asse collaborativo con la politica davvero non ci poteva essere.
I magistrati neoeletti ci sono stati; la loro appartenenza correntizia, attentamente valutata dai partiti, gli ha reso accettabile questa scelta etero diretta. Quelli del Pdl no, Area (la corrente di “sinistra”) non li vota; quelli del Pd no, Magistratura Indipendente e Unità per la Costituzione (le correnti di “centrodestra”) non li votano.

Vietti? Bè, è vero che è stato l’ispiratore della legge sulla depenalizzazione di fatto del falso in bilancio; è vero che a suo tempo fu favorevole alla stretta sulle rogatorie in modo da impedire le indagini sui conti detenuti all’estero da B (e da 
tutti gli altri evasori e truffatori); è vero che ha proposto l’“uovo di colombo” (la definizione è sua), il legittimo impedimento che “potrebbe anche essere incostituzionale ma intanto a noi serve una legge ponte fino al momento in cui sarà approvato il Lodo Alfano costituzionale con la definitiva (si illude) immunità di B.”; è vero insomma che la sua attività politica e legislativa è stata tutta prona agli interessi di B. Ma alla fine è all’opposizione (!), però non tanto (!), un vicepresidente così può andar bene “per tutte le stagioni”.E così i partiti si sono presi il Csm; e anche i magistrati che lo compongono; i membri “laici no, quelli li possedevano già prima. Eppure era arrivato il momento di dire no.

E come si sarebbe potuto fare? Votando per un vicepresidente che fosse l’esatto contrario di quello 
che si aspettava la politica. Non per Vietti dunque, al centro delle manovre dei partiti; e nemmeno per Calvio Giostra, proposti dal Pd e dunque troppo schierati; e nemmeno per Marini, amico di B. da lunga data e dunque ancora più schierato; e nemmeno per gli altri del Pdl, dove l’indipendenza intellettuale ed etica non è tanto ben vista. Ecco, potevano votare tutti per il Procuratore generale della Padania, Brigandì, una personalità che, per dirla con Pascarella “il mondo ce l’invidia e ce l’ammira”. Quando il Csm fosse stato governato con la sensibilità istituzionale di una persona di questo tipo, qualcuno che si chiedesse “ma che stiamo facendo?” forse lo avremmo trovato. 
 

da Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2010



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