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(S)pregiudicato illusionista


Molte volte ho scritto che, non fosse per un formalismo giuridico, B. potrebbe essere definito pregiudicato, già condannato, perfino delinquente, nel senso di persona che si è accertato ha commesso reati. Invece non si può, ho detto più volte, perché, con la legge ex Cirielli, da lui appositamente commissionata, alcuni suoi processi si sono conclusi con la formula: “Assolto per essere il reato ascritto estinto per prescrizione”. E ho spiegato che questa formula significava che non vi erano prove che dimostrassero l’innocenza di B., che tuttavia non poteva essere condannato perché era passato troppo tempo (secondo la benevola legge ex Cirielli, non tanto in assoluto) dal momento in cui i reati erano stati commessi.
Molti lettori dell’altra sponda (nel senso di fans di B.; ne apprezzo molto, senza sarcasmo, la decisione di essere informati a 360 gradi e di leggere quindi anche “il Fatto”) hanno osservato sul mio blog che questa cosa che ho detto è sbagliata perché, se non ci sono prove che ne dimostrano la colpevolezza, una persona non può essere condannata. Non basta, hanno detto, che non ci siano prove che dimostrano l’innocenza; ci pensi l’Accusa a dimostrare la colpevolezza; se non ci riesce, è ovvio che l’imputato deve essere assolto. Ci mancherebbe altro che taluno debba dimostrare la sua innocenza!

Così ho capito che avevo dato troppe cose per scontate; e me ne rammarico perché in genere non lo faccio. Quindi provo a spiegare. Tutti sappiamo che quando è passato un certo tempo previsto dalla legge e il processo non si è concluso con sentenza definitiva, il reato è prescritto: non si può più condannare. A questo punto è un problema di formule di assoluzione. Il giudice deve valutare tutte le prove contenute nel fascicolo e acquisite fino a quel momento; forse se ne potrebbero acquisire altre ma, essendo intervenuta la prescrizione, non si può più fare niente (con un’eccezione, ne parlerò dopo). Se ci sono prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, anche se ci sono prove di segno contrario ma le prime sono più convincenti, il giudice deve assolvere: “Non ha commesso il fatto”; “il fatto non sussiste”; “il fatto non costituisce reato”; perfino “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (ne ha beneficiato B. che si era fatto una legge apposita sul falso in bilancio).
Quindi, anche se è maturata la prescrizione, se l’imputato è innocente perché ci sono nel fascicolo prove che lo dimostrano, il giudice lo assolve, come si dice, “con formula piena”. Nello stesso modo il giudice deve assolvere con “formula piena” se non ci sono prove che dimostrano l’innocenza ma nemmeno ci sono prove che dimostrano la colpevolezza; insomma il principio che deve essere l’Accusa a fornire le prove della colpevolezza viene rigorosamente applicato anche quando il reato è prescritto; e, se queste prove non ci sono, si assolve sempre con “formula piena”. Ma, se ci sono prove che dimostrano la colpevolezza e non ci sono prove che dimostrano l’innocenza, allora si “assolve” per prescrizione. Che, come ognuno a questo punto capisce bene, vuol dire che se il reato non fosse prescritto l’imputato sarebbe condannato. 

Resta da chiarire un punto; è possibile che un approfondimento probatorio consentirebbe di trovare altre prove, magari favorevoli all’imputato. E, a questo punto, si tornerebbe al caso dell’assoluzione con “formula piena”. Ma non si può, c’è la prescrizione! si potrebbe dire. Eh no, perché, dice l’articolo 157 del Codice penale, “La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato”. Sicché, se B. era innocente, come da lui sempre sostenuto, doveva solo dire: “Signori giudici, andate pure avanti con le indagini e vedrete che merito un’assoluzione con formula piena”. Ma se ne è stato ben zitto e ha contato sul fatto che Minzolini e gli altri suoi amici avrebbero truffato tutti convincendoli che, finalmente, giudici non comunisti avevano riconosciuto la sua innocenza. Ecco perché tecnicamente non si può dire che è un pregiudicato; ma che c’erano prove che aveva commesso reati, questo sì, non solo si può ma si deve dire.

da Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2010



Il complotto non muore mai


Adesso lo hanno riacchiappato. L’ultimo di una nuvola di processi, in gran parte finiti con la prescrizione (sei colpevole ma non riesco a mandarti in prigione perché è passato troppo tempo). Lui, B. grida al complotto; vogliono farmi fuori politicamente; i giudici comunisti e giustizialisti inventano reati inesistenti violando la volontà popolare. Certo è che di giudici così ce ne debbono essere davvero tanti, probabilmente un paio di centinaia: è da prima del 1994 che B. colleziona processi. E, se di complotto si tratta, non ha funzionato perché lui sempre qui è, sempre presidente del Consiglio, senza nemmeno un giorno di prigione dietro le spalle.

Io penso ad alcuni miei imputati seriali, quelli che mi ritrovavo a scadenze fisse. Ce n’era uno che aveva uno schema: costruiva società una dietro l’altra, le utilizzava per le frodi all’Iva comunitaria e poi le chiudeva; e ricominciava con un’altra. Un po’ come le 64 società off shore di B., vi ricordate? Quelle che, lui ha detto, gli servivano per non pagare le tasse.
Sicché io cercavo disperatamente di mandarlo in prigione. Ci fossi riuscito una volta. Grazie alle leggi di B. sul falso in bilancio e la prescrizione, si prescriveva sempre tutto, anzi per la verità il falso in bilancio nemmeno cominciava perché naturalmente nessuno presenta querela contro se stesso. Alla fine, l’unica galera che faceva erano 3 mesi di carcerazione preventiva, perché ogni volta il gip lo arrestava ma, scaduti i termini, non c’era altro da fare se non buttarlo fuori pronto a ricominciare; cosa che puntualmente faceva.  Ogni volta questo imputato cominciava sempre con la stessa frase: voi ce l’avete con me. E io pazientemente gli spiegavo che quando uno commette tanti reati è fatale che abbia tanti processi; poi però pensavo che non aveva tutti i torti: noi lo conoscevamo, sapevamo come si guadagnava da vivere (piuttosto bene, un paio di 100.000 euro all’anno li rimediava) e lo “curavamo” come si suol dire. Insomma, nel suo caso un “complotto” forse c’era.

B. è ancora meno giustificato di questo imputato: a Trani l’hanno acchiappato per caso, chi poteva pensare di ascoltare in diretta il presidente del Consiglio che ordina ai suoi di chiudere Annozero. Comunque va pur detto che, con una vita dedicata a gestire i suoi affari in maniera diciamo così spregiudicata (ma la parola giusta è illegale) le probabilità di incappare in un’indagine penale sono altine. Adesso delle due l’una. Tutti i pm e i giudici italiani, da Milano a Trani, ce l’hanno con B. Anche solo da un punto di vista statistico è irragionevole; si chiama, tecnicamente, delirio di persecuzione. Oppure, siccome B. commette reati in serie, quando lo beccano non si può che processarlo.
In ogni modo, non capisco perché si lamenti tanto: con tutti i processi e le assoluzioni (Minzolini dixit) per prescrizione che ha avuto, sempre qui sta, a fare il presidente del Consiglio. Non gli succede niente: in prigione non ci va, spese legali ne deve avere pochine perché lui paga in natura: chi lo difende diventa senatore o deputato. Insomma non pare che il “complotto” dia il minimo risultato. Oggi, per dire, è arrivata nel mio studio una sua lettera: c’era un opuscolo inneggiante al governo del fare e una lettera che cominciava con “Caro Bruno”. Ma come si permette?  

Da Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2010




Amnistia di massa per salvare Berlusconi


Ogni giorno, con “La stecca di Indro”, Il Fatto Quotidiano ci regala una profetica citazione di Montanelli. Io me ne ricordo una a proposito di Berlusconi: il grande Indro disse che gli italiani avrebbero dovuto toccare il fondo; un po’ come con una malattia cui, se sopravvivi, poi sei vaccinato per il resto della vita. La domanda è: quanto siamo lontani dal fondo? A giudicare da quello che bolle in pentola, direi poco.

Le teste giuridiche al servizio di Berlusconi, chiamate agli straordinari per via delle imminenti condanne che il loro padrone, ora che il Lodo Alfano è defunto, ha tutte le ragioni di aspettarsi, stanno facendo gli straordinari. Il 29 ottobre, ci ha informato il Corriere della Sera, hanno pensato a una riforma della prescrizione così congegnata: “Taglio di un quarto dei termini di prescrizione per i procedimenti pendenti relativi a reati di non grave entità commessi prima del 2 maggio 2006 e con pena massima fino a 10 anni”; che, ma guarda che combinazione, è proprio il caso del processo Mills-Berlusconi.

Poi qualcuno ha fatto sicuramente notare che:

- I quattro quinti dei reati previsti dal codice e dalle altre leggi penali italiane sono puniti con una pena massima inferiore a 10 anni: amnistia di massa. - Definire reati di non grave entità quelli puniti con una pena massima di 10 anni di reclusione fa un po’ ridere: tra questi reati ci sono, tanto per avere un’idea, il peculato, la corruzione, la falsa testimonianza, l’associazione a delinquere (anche quella di stampo mafioso), l’omicidio colposo, il furto, la rapina e l’estorsione. Va bene che il nostro ordinamento già conosce la straordinaria categoria del falso in bilancio lecito (sarebbe quello inferiore all’1 % del patrimonio netto della società; per dire, Fininvest, patrimonio netto - al 31 dicembre   2008 - 5 miliardi e mezzo di euro, falso in bilancio lecito 55 milioni di euro… ). Ma anche alla schizofrenia c’è un limite.

- E se qualche giudice comunista si rifiuta di considerare “di non grave entità” una corruzione in atti giudiziari che ha prodotto danni per 750 milioni di euro?

Allora ci hanno ripensato e, il 3 novembre, sempre il Corriere della Sera ci ha informato che era allo studio una nuova soluzione: la “prescrizione breve”. I processi debbono essere celebrati tassativamente entro 6 anni: 3 per il Tribunale, 2 per l’Appello, 1 per la Cassazione. Se no tutto prescritto!  

Sono sicuro che Ghedini & C. si stanno stropicciando le mani per la soddisfazione: perché questa soluzione ha 2 meriti:

- Appare ragionevole a prima vista: 6 anni per fare un processo; e quanti ne volete! Così, quando i reati si prescriveranno, la colpa sarà dei magistrati: 6 anni avevano, sono dei fannulloni, ha ragione Brunetta! E far perdere ai cittadini la fiducia nei magistrati è un risultato che Berlusconi e soci considerano quasi sullo stesso piano dell’impunità garantita per le loro malefatte.

- È un sistema sicuro: nessun processo per i “loro” reati può esser fatto in 6 anni.  

Naturalmente c’è un rovescio della medaglia: siccome i quattro quinti dei processi italiani non si fanno in 6 anni, nessun delinquente finirà in prigione. Questo non è pessimismo da comunista; questo lo ha detto il ministro Alfano nella sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia: “La durata media dei processi penali è di 7 anni e mezzo”. Sicché, con la prescrizione a 6 anni …. Certo, non tutti i processi durano più di 6 anni; ma quelli per i reati che interessano Berlusconi e i suoi associati, quelli sì, come le 6 “assoluzioni” per prescrizione collezionate dal nostro “incensurato” Presidente del Consiglio stanno lì a dimostrare.

Così uno si chiede: ma perché questo genere di processi (per intenderci, falso in bilancio, frode fiscale, corruzione, peculato, insider trading etc.) dura tanto? La prima risposta è che non è vero, non durano così tanto: 5 o al massimo 6 anni per fare indagini, processo in Tribunale   , in Corte d’Appello, in Cassazione, quasi sempre sono sufficienti; certo, tranne che l’imputato sia Berlusconi, nel qual caso il solo processo in Tribunale può durare anche 4 o 5 anni. Il problema però è che la prescrizione comincia a correre da quando il reato è commesso; e non da quando cominciano le indagini.

Con un esempio ci si spiega meglio. Se vi rubano una macchina, andate subito dai Carabinieri e fate denuncia; loro fanno un posto di blocco e magari arrestano il ladro; poi lo denunciano alla Procura. Abbiamo 6 anni, a partire dal momento del furto, per fare il processo. Ma quando un ricco imprenditore fa un falso in bilancio, sul momento non se ne accorge nessuno. Un paio d’anni dopo, forse, la Guardia di Finanza farà una verifica: se sono bravi (in genere lo sono) e se nessuno li corrompe (qualche volta capita, c’è una sentenza che dice che Mediaset ha corrotto la GdF) magari lo scoprono. La verifica dura un anno; alla fine la GdF fa un rapporto alla Procura che a questo punto comincia le indagini. Sono passati 3 anni dal bilancio falso. Ne restano altri 3 per fare indagini, 1° grado, 2° grado e Cassazione; troppo pochi. Anche perché, indagare su un falso in bilancio non è come indagare su furti, rapine, droga etc. In questo genere di reati il problema è seguire i soldi: dove sono andati? in quale banca? in quale Paese? chi ce li ha mandati? e cosa ne ha fatto? Tutto questo si fa con le rogatorie (non a caso, un'altra cosa che gli esperti di Berlusconi hanno cercato di smontare). E una rogatoria di questo tipo (sequestri, in banche e società, interrogatori di funzionari pubblici e professionisti, traduzioni etc.) un paio d’anni li prende. Ricordo una mia rogatoria nel processo Telekom Serbia: era a Londra e ci misi quasi 4 anni. Insomma, per i reati di Berlusconi e soci 6 anni sono niente. E quindi si prescrivono.

Adesso il problema, per quanto strano possa sembrare, non è nemmeno più che Berlusconi la faccia franca ancora una volta: un grande giornalista, Ricciardetto (al secolo Augusto Guerriero, tanti anni fa scriveva su Epoca) diceva di De Gaulle (che lui odiava perché antieuropeista): il n’y a que la providence…. E in effetti, dopo la morte di De Gaulle, l’Unione Europea ha fatto passi da gigante. Il problema è che questa “prescrizione breve” si applicherà a tutti i processi, quelli che Alfano ha spiegato che durano in media 7 anni e mezzo. E qualcuno dovrà spiegare a una   mamma che ha avuto il bambino falciato da un automobilista ubriaco; o a un pensionato che ha investito tutti i suoi risparmi in qualche bond truffaldino che i colpevoli di questi reati resteranno impuniti perché c’è la “prescrizione breve”. Forse non tutti ci crederanno che è colpa dei magistrati fannulloni.

E poi, qualche speranza c’è. La CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’uomo) ha detto in molte sentenze che “non è vietato al potere legislativo prevedere nuove leggi ad effetto retroattivo. Ma il principio della preminenza del diritto e la nozione dell’equo processo, consacrati dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, impediscono, salvi imperiosi motivi d’interesse generale, l’ingerenza del potere legislativo nell’amministrazione della giustizia con lo scopo d’influenzare la risoluzione giudiziaria della lite”. Insomma, niente leggi ad personam,   non si può.

Ecco, forse Berlusconi e i suoi consiglieri non lo sanno, ma le leggi italiane debbono rispettare anche i principi di diritto della Comunità Europea: se non li rispettano, sono incostituzionali. E se la lezione del Lodo Alfano fosse servita? Magari studiano e ci ripensano.

Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2009



Chi rallenta la giustizia


Pubblico un mio commento pubblicato oggi su "La Stampa".
Buona lettura,
Bruno Tinti


Ogni tanto i politici italiani si avventurano in frasi destinate, nelle loro intenzioni, a restare nella Storia. Sarebbe meglio che, almeno, stessero zitti. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha svolto alla Camera la sua relazione annuale sull’amministrazione della giustizia; e ha detto: la crisi della giustizia «ha superato ogni limite di tollerabilità. Il più grande nemico della giustizia è la sua lentezza che coinvolge negativamente lo sviluppo del Paese». Poi è comparso lo «Schema di disegno di legge recante: Disposizioni in materia di procedimento penale» e tante altre sorprendenti novità. E io sono rimasto a chiedermi che ne è stato del problema della lentezza dei processi.

Non basta un volume per parlar male di questa riforma. E così, per il momento, parlo solo di una stupefacente novità. Il nostro dissennato codice di procedura penale qualche sprazzo di ragionevolezza lo conservava: secondo l’art. 238 bis, le sentenze emesse in un processo e divenute irrevocabili (significa che non si può più fare appello né ricorso per Cassazione) potevano essere acquisite in un altro processo e costituire elemento di prova, purché confermate da altri riscontri. La cosa si capisce meglio con un esempio. Processo a carico dell’avvocato inglese Mills per corruzione in atti giudiziari; come tutti sanno, nello stesso processo era imputato anche il presidente del Consiglio, come corruttore. Poi è arrivato il Lodo Alfano e la posizione di Berlusconi è stata stralciata (vuol dire che di un processo solo se ne sono fatti due; quello a carico di Mills è continuato e l’altro è stato sospeso). Ora entrambi gli imputati attendono il loro destino: Mills aspetta di sapere se sarà condannato, la sentenza è attesa a giorni. Berlusconi aspetta di sapere se la Corte Costituzionale deciderà che il Lodo Alfano è incostituzionale. Se il Lodo Alfano non superasse l’esame della Corte (il suo predecessore, il Lodo Schifani, l’ha già fallito), il processo a suo carico riprenderebbe e, qui è il punto, la sentenza nei confronti di Mills, quando definitiva, potrebbe essere acquisita e fare prova dei fatti in essa considerati. Se fosse una sentenza di condanna, essa costituirebbe prova del fatto che Berlusconi corruppe Mills; tanto più se, secondo l’ipotesi di accusa, i «piccioli», i soldi, fossero davvero arrivati da un conto nella sua disponibilità.

Guarda caso, l’articolo 4 della riforma destinata a risolvere il problema della lentezza dei processi dice: l’articolo 238 bis è sostituito; nei procedimenti relativi ai delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lett. a), le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova del fatto in esse accertato. Sembra tutto uguale, vero? Invece no: adesso le sentenze emesse in un altro processo fanno prova solo nei processi per mafia, terrorismo, armi (da guerra) e stupefacenti; per tutti gli altri reati non se ne parla, carta straccia.

Recuperiamo l’esempio. Quando e se Mills sarà condannato, e quando e se la Corte Costituzionale avrà bocciato il Lodo Alfano, la sentenza che ha condannato Mills non potrà essere utilizzata nel processo a carico di Berlusconi: si dovrà ricominciare tutto daccapo. Che non sarebbe grave: se vi erano elementi per condannare Mills, gli stessi elementi potranno far condannare Berlusconi. Ma, tempo di rifare tutto il processo (qui la riforma ha studiato parecchie cosucce che lo rallentano), sarà arrivata santa prescrizione.

Naturalmente questa bella trovata è una legge dello Stato; e, come tale, vale per tutti, non solo per il suo primo beneficiario. Sicché possiamo porci la solita domanda: in che modo questa parte di riforma (le altre parti sono anche peggio) potrà eliminare il grande cruccio di Alfano, «la lentezza della giustizia»?

Va detto che questo ministro e il suo presidente sono anche sfortunati: lo scorso 26 gennaio la Corte Costituzionale (sentenza n. 29) ha ritenuto che l’articolo 238 bis (proprio quello modificato dalla riforma) era costituzionalmente legittimo; ne consegue che l’aver previsto che esso valga solo per alcuni reati e non per altri è, questo sì, incostituzionale. E così anche questa farà la fine di tante altre leggi emanate in spregio alla Costituzione; dopo aver assicurato l’impunità a tanti delinquenti, finirà ingloriosamente nel cestino. Ma è troppo chiedere che, prima di legiferare, studino un pochino?

Leggi l'articolo sul sito de La Stampa

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