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Super partes, ma dove?


Di questi tempi sembra che, tra i requisiti necessari per “fare politica”, la faccia di tolla (la tolla è la latta, quel materiale ferroso vile con cui sono fatti i prodotti usa e getta) sia il più importante. Questa riflessione si ripropone ogni volta che, tra le tante sciocchezze che B&C raccontano quanto al “caso Fini”, sento dire che questi dovrebbe dare le dimissioni dalla carica di presidente della Camera perché quella è una funzione di garanzia; perché il presidente della Camera deve essere super partes; perché Fini, essendo entrato in conflitto con il suo partito, il Pdl, e addirittura avendo in animo di fondarne un altro, è diventato uomo di parte; perché dunque questa funzione di garanzia non può più assicurarla.

Ora, è vero che le funzioni di presidente della Camera e del Senato sono funzioni di garanzia. Questo non è detto esplicitamente dalla Costituzione, però lo si capisce dalle modalità di elezione: scrutinio segreto, maggioranza richiesta assai elevata, due terzi dei componenti della Camera nelle prime tre sedute, maggioranza assoluta dei presenti dopo la terza; in questo modo vi è una ragionevole sicurezza che chi assume queste funzioni riscuota la fiducia di un gran numero di deputati e sia da questi effettivamente considerato super partes.
Il punto è che ciò è stato vero fino a quando non è stata accettata tra l’indifferenza generale la concezione proprietaria delle istituzioni imposta da B. In precedenza l’esigenza di avere presidenti di Camera e Senato liberi dai condizionamenti dei partiti, e dunque in grado di svolgere il loro ruolo in maniera autonoma e indipendente, aveva portato a una prassi rigorosamente seguita fin dal 1948: uno dei due presidenti veniva scelto tra gli appartenenti alla maggioranza, l’altro tra i deputati o i senatori della minoranza.  

Perfino la classe politica smascherata da Mani Pulite, perfino i ladri di regime avevano rispettato i fondamenti di una vera democrazia. Pochi si stupiranno nell’apprendere che l’abbandono di questa prassi di “garanzia” risale al 1994, al primo governo di B&C, quando Pivetti (Lega) fu presidente della Camera e Scognamiglio (Forza Italia) fu presidente del Senato: della serie “io so io e voi nun siete un cazzo” (Belli - Li sovrani der monno vecchio). Sicché le lagne di oggi sul tradimento di Fini, reo di aver abbandonato il partito che da 16 anni si appropria delle presidenze di Camera e Senato, fregandosene alla grande della loro “fondamentale funzione di garanzia”, sono davvero incoerenti. Ma c’è di più. B&C dovrebbero spiegare perché il fondatore di un partito, il vertice di una fazione politica, il leader di una maggioranza che ha fatto della sopraffazione (attraverso i decreti legge e il ricorso alla fiducia) il metodo abituale di esercizio del potere, dovrebbe essere considerato super partes e idoneo ad esercitare la funzione di garanzia propria della presidenza della Camera se appartiene a una formazione politica che si chiama Pdl.

Mentre perderebbe questa caratteristica se appartiene a un piccolo partito che si chiama Futuro e libertà. Perché, sia chiaro: al di là di quanto raccontato dalla propaganda del Minculpop di regime, nella realtà B&C non dicono che Fini deve dare le dimissioni perché è diventato il leader di un nuovo partito; dicono che deve dare le dimissioni perché non è più il co-leader del Pdl. È questo che gli sottrarrebbe le caratteristiche indefettibili del presidente della Camera: imparzialità, autonomia e indipendenza; che, come tutti sanno, sono le stigmate di B&C: tutti gli altri pronti a vendersi l’anima. “Io so io…”, appunto.

Da Il Fatto Quotidiano, 10 settembre 2010

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