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Il ministro impugnatore


Il 15 settembre Alfano ha scritto alla Corte d’Appello di Milano spiegando come doveva essere deciso il processo Abu Omar. Si trattava dell’imam di Milano, rapito da agenti Cia con la complicità dei servizi segreti italiani, portato in Egitto, incarcerato e torturato. I vertici del Sismi furono salvati dal governo italiano con il segreto di Stato; gli agenti Cia furono condannati. Il difensore di uno di questi disse che il suo assistito doveva essere giudicato in Usa secondo la Convenzione Nato del 1951. Alfano inviò una lettera al Tribunale: “Questo avvocato ha proprio ragione”. Il giudice gli dette torto e lo spione fu condannato. Naturalmente fu proposto appello. E adesso Alfano ci riprova.

La cosa è scandalosa sotto tanti punti di vista. Cominciamo dal merito. La convenzione Nato in effetti prevede che, in caso di giurisdizione concorrente, le autorità militari Usa hanno il diritto di processare uno dei loro per “i reati compiuti nell’esecuzione del servizio”. Dunque, se un militare Usa commette in Italia un reato; se questo è considerato reato anche negli Usa; se è stato commesso durante un servizio per conto degli Usa; allora sarà giudicato dai giudici Usa. È ciò che avvenne con la tragedia del Cermis: un aereo Usa per un errore di manovra troncò il cavo di una teleferica; la cabina cadde e morirono 20 persone; processo ai piloti in Usa. Ma il rapimento di Abu Omar è tutta un’altra cosa.
Prima di tutto è reato solo per la legge italiana (art. 605 codice penale). Negli Usa si chiama extraordinay rendition ed è considerato legittimo. Sicché niente giurisdizione concorrente. Se l’Italia non li processasse, gli spioni non sarebbero processati in Usa perché lì non è reato. Ma allora, se non c’è giurisdizione concorrente, se si tratta di un reato solo per la legge italiana (e per quella di – quasi – tutti gli Stati civili della terra), la convenzione Nato non c’entra niente. E poi, quale persona sana di mente può pensare che un pubblico servizio consista nel rapire e torturare una persona? In questo caso, il pubblico servizio Usa era un reato in sé, non un’attività lecita nel corso della quale (come espressamente dice la Convenzione Nato) sono stati commessi reati. E si può sostenere che l’Italia debba accettare che delitti gravissimi siano commessi impunemente nel suo territorio solo perché chi li commette è cittadino di un altro Stato le cui leggi (che non ci riguardano, siamo – ancora – uno Stato sovrano) dicono che non si tratta di attività illecita? E se gli Usa decidessero che è lecito per la Cia appostare, dietro la madonnina del Duomo di Milano, un tiratore scelto e fare secco qualcuno perché, secondo loro, è un terrorista, a noi ci dovrebbe star bene? Ma dai!

E ora passiamo ad Alfano. Non è poi così sorprendente che Alfano abbia sposato con tanto entusiasmo l’improbabile tesi di un difensore che, lui sì, era assolutamente giustificato a fare il possibile per tirare fuori dai guai il suo cliente. Solo che il ministro della Giustizia non ha titolo per dare consigli, istruzioni, raccomandazioni a un Tribunale della Repubblica italiana. Se proprio vuole, partecipi la sua solidarietà alla Cia e le dica che, purtroppo, i giudici italiani sono tutti comunisti; ma abbandoni l’idea di influire sulle sentenze. A meno che… Sarà che è in gestazione un decreto legge che attribuisce al ministro della Giustizia la facoltà di impugnare le sentenze che non gli piacciono? E se stesse facendo le prove generali?

da Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2010




L’ubiquità delle regole


 Il 1° marzo il Tribunale di Milano non ha accolto il “legittimo impedimento” di Berlusconi. I giudici hanno detto che si trattava di un Consiglio dei ministri convocato dopo che già era stata fissata l’udienza. Il che non è decisivo, perché circostanze gravi e urgenti possono richiederne la convocazione straordinaria; però ne deve essere fornita prova e B. non l’ha fatto. Sicché la bilancia tra giurisdizione e attività di governo pende dalla parte della giustizia perché, l’ha detto la Corte costituzionale, bisogna attenersi al “principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato”; e B. di “leale collaborazione” se ne è un po’ infischiato. Naturalmente B. non è stato contento e nemmeno i suoi avvocati.

La questione è complicata e, per una volta, qualche ragione probabilmente B. ce l’ha: è vero che non ha fornito la prova dell’urgenza e indifferibilità dell’impedimento; ma è anche vero che il tribunale avrebbe potuto accertare di ufficio se davvero questo Cdm era urgente. Non fosse che si tratta di B, imputato professionalmente in fuga dai suoi processi negli ultimi 20 anni, la questione non sarebbe particolarmente rilevante: è solo un problema di regole.

Tutti i giorni, nei tribunali, si prendono decisioni di questo genere, giuste o sbagliate; e si ricorre in Appello, in Cassazione, alla Corte costituzionale; è il sistema della giurisdizione. Adesso stiamo assistendo ad altri problemi derivanti dall’applicazione delle regole: la legittimità della lista di Formigoni e la presentazione tardiva della lista di Polverini
Naturalmente è giusto accertare se le regole sono state applicate in maniera corretta o sbagliata. Per esempio: il presentatore della lista di Polverini era già all’interno dell’ufficio prima delle ore 12? E, se sì, se ne è allontanato senza farvi ritorno prima delle 12? Perché, se c’era, la lista doveva essere accettata. Le firme contestate sulla lista Formigoni sono state apposte con modalità che il Consiglio di Stato (a dire dello stesso Formigoni) aveva giudicato legittime in un precedente giudizio? In questo caso la lista sarebbe valida.

Regole: analisi, interpretazione e applicazione. Questo è il sistema con cui funziona uno Stato civile: si chiama principio di legalità. Il punto è che nel nostro paese sta evolvendosi un singolare concetto di regola: se i miei interessi ne vengono pregiudicati allora la regola non va bene e va cambiata; di urgenza e con effetto retroattivo. E siccome un po’ di tempo – perché il cambiamento sia operativo – ci vuol sempre, intanto la regola venga applicata con buon senso, che vuol dire disapplicata in attesa del suo cambiamento. Se adottassimo questo modo di ragionare (?) in una partita di calcio, scopriremmo che è vero che l’attaccante è stato atterrato brutalmente in area mentre si apprestava a tirare; ma tanto, considerata la distanza dalla porta, la presenza di molti difensori e il portiere ben appostato, sicuramente non avrebbe
fatto goal; e quindi è contrario al buon senso concedere un rigore. Per evitare il ripetersi di casi simili si farà subito un decreto legge che preveda espressamente che, in queste situazioni, il rigore non possa essere concesso; però nel frattempo, buon senso.

Ciò che non smette di stupirmi è la cecità di questa gente. Come non si rendono conto che l’arbitrio è un’arma a doppio taglio? E’ vero che oggi, inspiegabilmente, B&C godono del favore popolare e che gli arbitrii che hanno commesso e che commetteranno assicurano le loro esigenze; ma non si rendono conto che niente è eterno e che il sistema, a un certo punto, potrebbe essere usato a loro danno?


Da Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2010





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