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La responsabilità (in)civile


Il 26 novembre del 2008 Brigandì, testa giuridica della Lega, presentò una proposta di legge per modificare il regime della responsabilità civile dei magistrati. Si tratta di un vecchio pallino di B&C: il magistrato che sbaglia deve pagare. Probabilmente qualche collega di Brigandì un po’ più avvertito in diritto era riuscito finora a impedire che si prendesse in esame l’ennesima… stupidaggine. Ma, adesso che Alfano è arrivato con la sua grande riforma della giustizia, i tempi sono maturi anche per il ricatto patrimoniale. E così questa incostituzionale, irrazionale proposta di legge è stata assegnata alla Commissione Giustizia della Camera. E, quando sarà approvata (magari con il democratico sistema della “fiducia”) l’amministrazione della Giustizia in Italia sarà definitivamente demolita.

Cominciamo dall’unica parte condivisibile. Al momento, il magistrato che sbaglia è tenuto a risarcire il danno nella misura massima di un terzo dello stipendio annuale: se guadagna 30.000 euro all’anno, il massimo che dovrà corrispondere alla povera vittima sarà 10.000 euro. Ok, sono d’accordo, non è giusto, il risarcimento deve essere integrale. Naturalmente i magistrati si assicureranno (già lo fanno ma pagano una somma modesta) e si comporteranno come qualsiasi professionista: chiedi i soldi alla mia assicurazione.

Per tutto il resto la proposta di legge è priva di senso. Tanto per cominciare Brigandì si indigna per il fatto che la povera vittima debba chiedere, in prima battuta, il risarcimento allo Stato che poi potrà rifarsi sul magistrato; è il giudice, che deve pagare, subito! Non capisce, il nostro, che questo è nell’interesse dei cittadini: perché naturalmente il magistrato o la sua assicurazione faranno di tutto per non pagare e resisteranno in giudizio come qualsiasi cittadino cui vengono chiesti dei soldi: risultato, visto che la durata media del processo civile italiano è di 8 anni (Alfano dixit), la povera vittima tanto dovrà aspettare per prendere i suoi soldi. Mentre lo Stato, se davvero il magistrato ha fatto casino, riconoscerà l’errore e pagherà sollecitamente.
Il secondo problema di Brigandì (ma è una tara familiare di B&C) è che lui non capisce che i processi si fanno secondo la legge, il che vuol dire che la parola definitiva spetta ai giudici, che confermeranno o riformeranno la sentenza del magistrato che, secondo la povera vittima, ha commesso un errore. Se la sentenza sarà confermata, errore non c’è stato: res judicata pro veritate habetur; che vuol dire (ma gli onorevoli debbono per forza non conoscere il latino?) che la sentenza definitiva che ha giudicato di un certo fatto è considerata verità e non c’è più nulla da discutere.

Ecco perché, la legge attuale prevede che la richiesta di risarcimento del danno possa essere avanzata solo alla fine del processo: se questo si conclude con una conferma dell’operato del giudice non è che ci sarà molta trippa per gatti. Questo lo sanno tutti e quindi richieste infondate in genere non ce n’è. Ma, secondo Brigandì, il risarcimento danni potrà essere richiesto in ogni momento, non appena la povera vittima riterrà di aver subito un danno. Per dire, un rapinatore arrestato dal gip su richiesta del pm, non appena fatto ingresso in galera, chiederà al suo avvocato di citarli in giudizio perché lui è innocente e quelli hanno sbagliato e gli debbono dare dei soldi. Secondo la legge attuale sono previsti ricorsi al Tribunale della Libertà e in Cassazione: decideranno se la povera vittima deve stare dentro o fuori. Con la legge Brigandì dovrà intervenire un altro giudice (anzi 3, sono decisioni che spettano al Collegio). Con il che succederanno 4 cose.
1) oltre a Tribunale della Libertà e Cassazione, un altro giudice dovrà giudicare se il rapinatore messo in galera da gip e pm è colpevole o innocente (se il Tribunale che deve decidere sul risarcimento del danno pensa che sia colpevole ovviamente dirà che non gli tocca nemmeno un euro). Quindi su ogni cattura dovranno decidere, alla fine, 13 giudici. Come tutti sanno, di giudici ce n’è tanti e tutti hanno poco da lavorare;
2) in linea generale, essendo l’indagine appena all’inizio, il giudice del risarcimento dirà che, al momento, non ci sono le prove dell’errore e quindi rigetterà la richiesta;
3) il gip e il pm citati in giudizio dalla povera vittima sono tenuti, per legge, ad astenersi dal processo che quindi dovrà essere preso in carico da altri giudici. Così si perderà un sacco di tempo, visto che i nuovi gip e pm debbono studiarsi tutto daccapo;
4) naturalmente la povera vittima riterrà che anche questi nuovi giudici hanno commesso un errore ai suoi danni e che dunque debbono dargli un sacco di soldi. Nuova astensione, nuovi gip e pm e via di questo passo. Grande risultato.

Per finire, Brigandì trascura il fatto che l’errore giudiziario non è quello che pensa lui. Torniamo al rapinatore. Gip e pm pensano che il testimone che lo ha riconosciuto sia attendibile e quindi lo mettono in prigione. La povera vittima e Brigandì pensano che si tratti di un “clamoroso sbaglio, con conseguente carcerazione preventiva disposta con leggerezza in base a vaghi sospetti e messa in pericolo dei più elementari diritti dei cittadini”. Il punto è che, in questo caso, non si tratta di un errore ma di una valutazione processuale che potrà essere riformata dalla Corte d’Appello o dalla Cassazione ma che resta legittima sulla base delle prove esistenti nel processo. 
L’errore giudiziario è cosa diversa: gip e pm arrestano il rapinatore perché un testimone lo ha riconosciuto (ma non è vero, non c’è nessun testimone); oppure arrestano una persona per un reato che non prevede la cattura; o il provvedimento di cattura è privo di motivazione. Insomma, l’errore giudiziario è un errore materiale . Nella sua furiosa difesa delle povere vittime, Brigandì pare proprio essersi dimenticato (pare che sia avvocato) dei principi fondamentali di ogni sistema processuale, italiano o straniero che sia.  

da Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2010


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