.
Annunci online

abbonamento

Magistrati riformati


Corriere della Sera, 13 giugno: “Presenterò a settembre la riforma della giustizia al Cdm e poi la porteremo al Parlamento. I punti qualificanti sono: la separazione degli ordini tra pm e giudicanti: il pm fa l'accusa e il giudice giudica, con percorsi professionali separati sin dall'inizio; la creazione di due Csm e di un meccanismo disciplinare che risolva il problema di una giustizia troppo domestica”. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. La cosa un po' sorprende perché lo stesso ministro aveva annunciato a tutta la nazione, nel corso di una sua relazione al Parlamento sullo stato della giustizia in Italia, di non riuscire a dormire la notte per via di incubi ricorrenti dovuti alla lentezza dei processi: “Non è possibile – aveva tuonato – che la durata media di un processo penale sia di sette anni e mezzo e quella di un processo civile di otto anni. È una situazione indegna di un Paese civile e noi (noi stava per B&C, cioè un governo guidato da un colpevole di gravissimi reati pluriprescritto e sorretto da una maggioranza ricolma di piccoli, medi e grossi delinquenti) vi porremo rimedio”.

Siccome è vero che i processi hanno una durata spropositata e che un Paese senza giustizia è un Paese incivile e a grave rischio democratico, avevo gioito di questo annuncio, anche se la fonte da cui proveniva era così squalificata. Ma insomma, anche Jean Valjean (“Le miserable”, Victor Hugo) si era redento e aveva fatto del bene. E chissà, anche B&C, forse, hai visto mai...   Adeso scopriamo che la grande riforma della giustizia è in realtà una grande riforma dei magistrati: pm agli ordini del governo e un tribunale speciale per i magistrati scomodi.

Naturalmente un bieco comunista come me, illiberale e anche mentalmente disturbato (ho fatto il pm per più di 30 anni, secondo B. non faccio parte della razza umana) non può percepire la grandezza del progetto di Alfano; e dunque nemmeno ci provo. Faccio finta che si tratti di una riforma buona e giusta; che sia interesse dei cittadini avere un pm cui il ministro potrà dare ordini, dirgli quali processi fare e quali processi non fare (che significa non solo assicurare l'impunità ai delinquenti amici ma avere il potere di perseguitare gli oppositori, anche se innocenti: avvia un'indagine a carico di Tizio; ma perché, non ha fatto niente; tu non discutere e apri un'indagine).
Faccio anche finta che sia nell'interesse dei cittadini un tribunale speciale composto da “alte personalità” nominate, direttamente o indirettamente, dal governo o dal suo servo sciocco, il Parlamento così come è stato ridotto da B&C, pronto a incriminare un magistrato non gradito al potere.

Faccio finta perché uno come me queste cose non le può capire. Però resto uno che sa come funziona un processo; sa perché i processi penali italiani durano in media sette anni e mezzo (Alfano aveva ragione); sa cosa si dovrebbe fare per ridurne la durata; e sa che questa splendida, epocale riforma, così innovativa che uno come me non può nemmeno percepirne la grandezza, può avere tanti aspetti positivi ma certo non ha nulla a che fare con la riduzione della durata dei processi. Quando pm e giudici apparterranno a due “ordini” diversi, quando il tribunale speciale costruito da B&C controllerà i giudici italiani, premierà quelli che piegano la schiena e colpirà quelli che la tengono dritta; quando questa epocale riforma sarà realtà; ebbene, in che modo avrà accorciato di un giorno, un solo giorno, la durata dei processi?  

da Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2010




Rispondo ai vostri commenti


Commenti lasciati nel post "Ai tempi del Re Sole"

Dice Salvatore D'Urso (commento 4) che si potrebbero allungare i tempi di decorrenza termini per i reati di mafia... 6 mesi in più, 1 anno... tanto che ci frega?... oramai è stato dichiarato colpevole... è stato accertato...

Il problema è che tutti (e anche i mafiosi) sono presunti innocenti fino a sentenza definitiva. Tutti, anche i mafiosi, hanno diritto di avere un processo giusto, razionale ed efficiente. Se lo Stato non è in grado di assicurare ai cittadini un processo del genere (e un processo che dura anni è per definizione ingiusto, irrazionale e inefficiente) non può scaricare sui cittadini questa sua incapacità. Intendo dire che non si può accettare di avere un sistema che, da una parte, ritiene indispensabili 3 (anzi 4, c'è l'udienza preliminare) gradi di giudizio come garanzia necessaria per l'accertamento della colpevolezza. E, dall'altra, preveda una carcerazione preventiva che si allunghi a dismisura, e che potrebbe essere resa ingiusta da una sentenza definitiva di assoluzione, intervenuta magari dopo anni di carcerazione.

Detto questo, io ritengo che il giudizio d'Appello dovrebbe essere abolito; si tratta di una fase processuale del tutto inutile, che non dà alcuna garanzia di maggiore approfondimento e meditazione rispetto al giudizio di primo grado, quello svoltosi in Tribunale; anzi, il giudizio d'Appello è per definizione più astratto e superficiale. Secondo me dovrebbe restare solo il ricorso in Cassazione per gli errori di diritto, cioè quando il giudice ha sbagliato nell'applicare la legge. E, se si abolisse il giudizio d'Appello, certo che il processo penale si accorcerebbe della metà.

C'è un altro aspetto che non mi trova d'accordo con Salvatore D'Urso: i mafiosi non sono una categoria di imputati diversa dagli altri; sotto questo profilo tutta la legislazione di questi ultimi anni, che li tratta in maniera diversa, è sbagliata e, secondo me, incostituzionale. La maggiore o minore gravità del reato (e i reati di mafia sono gravissimi) deve avere come conseguenza solo una maggiore o minore entità di pena. Ma le modalità di accertamento della colpevolezza o dell'innocenza non possono essere rese più o meno superficiali, più o meno garantite, a seconda che si tratti di una tipologia di reati o di un'altra. Il presunto mafioso ha diritto a un processo giusto esattamente come il presunto maltrattatore della moglie e dei figli. Sono due imputati nei cui confronti lo Stato deve accertare la colpevolezza o l'innocenza. Se saranno ritenuti colpevoli riceveranno, ovviamente, pene diverse. Ma il sistema di accertamento delle responsabilità non può essere più sbrigativo, meno garantito, per alcuni reati. Direi anzi che, tanto più gravi sono i reati e dunque le pene che possono essere inflitte, tanto più garantito deve essere il processo.

Ludwig Meyerhoff (commento n. 6) mi chiede quale è il mio progetto di riforma del sistema penale italiano (lo ringrazio per aver pensato che io sia in grado di averne uno). Si chiede se voglio adottare il modello americano (verdetto) e se penso che sia il caso di investire somme enormi nel sistema giustizia.

Descrivere il mio progetto (in effetti ne ho uno) richiede un tempo che ora non ho. In parte quanto ho detto più sopra circa l'abolizione dell'appello risponde ala sua domanda. Qui chiarisco solo che no, non voglio assolutamente adottare il sistema americano. Secondo me il verdetto, il PM eletto dal popolo o dai partiti, l'immunità concessa ai delinquenti che accusano i loro complici (veri o falsi che siano) hanno portato nelle galere americane centinaia di innocenti. Credo che si tratti di un sistema barbaro, inaccettabile. Inoltre non accetterei mai, in Italia, un sistema che si fonda sulla discrezionalità dell'azione penale. Ve lo figurate cosa succederebbe in Italia se Berlusconi e soci potessero stabilire quali reati si perseguono e quali no? Quello che vorrei io è un sistema inquisitorio come c'era prima del 1989: un PM che indaga, costruisce il processo, porta le prove che ha raccolto al giudice che stabilirà se sono sufficienti o no. Se si, condanna, se no assolve. Ma, detta così, non si capisce niente. Un giorno proverò a scrivere per benino come vorrei io il processo penale.

L'idea di Stefano (commento 9) è ottima. Pensate che, già oggi, i giovani avvocati possono fare pratica negli studi dell'Avvocatura dello Stato (a certe condizioni, debbono superare un colloquio, credo, e avere un certo voto di laurea). Mi piacerebbe molto che si potesse fare quello che Stefano propone. Vedo un ostacolo: il segreto delle indagini. Che giovani universitari vivano fianco a fianco con il PM e, di necessità, vengano a conoscenza dei risultati delle sue indagini è impossibile: e non saprei come ovviare a questo problema. Però pensiamoci, l'idea è buona, anche io sono convinto che l'Università, pur necessaria, dia una preparazione troppo teorica e dunque insufficiente per il mondo del lavoro.

Paolo (commento 11) e Fab 1979 (commento 12) mettono il dito nella piaga... Certo, le responsibilità dei capi degli uffici giudiziari sono enormi. Solo che... Dove si prendono le risorse aggiuntive per far fronte alle emergenze? Certamente il giudice di Bari aveva segnalato; certamente i suoi capi sapevano, certamente qualcosa per aiutarla hanno fatto. Ma di più, probabilmente, non potevano fare. Ogni giudice, con buona pace di Brunetta, ha lavoro bastante per due o tre giudici; voglio dire che tutti sono impegnati in una rincorsa continua contro il tempo, contro i termini che scadono, contro l'arretrato, contro le istanze dei difensori, contro i detenuti che domani usciranno se non si scrive questa sentenza, questa misura cautelare.. e via dicendo. Dove li prendiamo quelli da mandare in aiuto al giudice che è infognato anche più del solito? Non ce n'è.

Però, è vero, Paolo e Fab hanno ragione, molto spesso i capi degli uffici non si fanno carico di questi problemi e anche quel poco che si potrebbe fare non lo fanno. E qui si apre tutto il problema della nomina di questi capi, delle correnti, del clientelismo, del CSM etc. etc. Ne parleremo ancora.



Ai tempi del Re Sole


Ai tempi del Re Sole, quando si voleva mandare una persona in prigione, si chiedeva al competente funzionario (che, a seconda del rango della persona da imprigionare, poteva essere un magistrato, un ministro o anche lo stesso Re Luigi) un provvedimento chiamato “lettre de cachet”. Si trattava di un foglio, nemmeno tanto elegante, sul quale c’era scritto che Modestino Sfortunato o il Duca de La Disgrazia dovevano essere portati in prigione e lì rimanere fino a nuovo ordine. Conti, duchi e principi finivano così alla Bastiglia o in altri sperduti castelli del regno e lì restavano per mesi, anni e qualche volta tutta la vita. I poveracci, poi, nessuno sapeva nemmeno dove finivano. Semplice ed efficace come sistema.

Poi le cose sono cambiate e adesso, per mandare una persona in prigione, bisogna che un Pubblico Ministero chieda a un Giudice per le Indagini Preliminari di arrestarla. Naturalmente il problema non è solo mandarcela in prigione, questa persona, bisogna anche tenercela; e un Tribunale (o un Giudice dell’Udienza Preliminare, è uno dei vari complicati sistemi del nostro dissennato ordinamento processale) le deve fare un processo, la deve dichiarare colpevole e deve emettere una sentenza di condanna a un certo numero di anni di galera. Poi questa sentenza deve essere confermata da una Corte d’Appello e dalla Corte di Cassazione. Totale: da 10 a 13 giudici impegnati a lavorare sul caso.

Già detta così, si capisce che, al giorno d’oggi, mandare qualcuno in prigione, e soprattutto tenercelo, è un po’ più complicato di quanto non lo fosse ai tempi del Re Sole.
In realtà è molto più complicato; perchè a quei tempi chi firmava la “lettre de cachet” non spiegava affatto perché il malcapitato doveva andare alla Bastiglia; c’era solo l’ordine di portarcelo ma il perché non lo sapeva nessuno.

Oggi, naturalmente, bisogna spiegare bene perché un cittadino deve essere arrestato; perché è colpevole dei reati che gli sono attribuiti; perchè è giusto che la pena sia di anni 20 e non di anni 10; perché i giudici di primo grado hanno avuto ragione a condannarlo e a dargli 20 anni; perché i giudici di appello hanno avuto ragione quando hanno confermato la sentenza del Tribunale. Insomma, oggi le decisioni dei giudici debbono essere motivate.

Questa cosa della motivazione pare sottovalutata da tutti. Quando si parla di giustizia, e in particolare di giustizia penale, sembra che i problemi riguardino solo l’indagine del PM, il processo, l’udienza, le notifiche, le intercettazioni, i sequestri, le perquisizioni, i rapporti con gli avvocati e via dicendo. Nessuno che si chieda: ma, dopo che il giudice ha letto in aula un foglietto su cui c’è scritto che Fiero Farabutto è stato condannato a 20 anni di reclusione, che succede? Finisce tutto lì?

Eh no che non finisce lì, poi bisogna spiegarlo perché si è presa questa decisione; bisogna scrivere la sentenza. Questo fanno i giudici tutti i giorni della loro misera vita: scrivono sentenze.
Come ho detto non ci pensa nessuno a questa cosa: Brunetta vuole i tornelli per costringere i magistrati a stare in ufficio e fare più udienze e anche più lunghe: non debbono smettere alle 14,30, avanti ad oltranza. I cittadini, opportunamente ammaestrati, ce l’hanno con questi giudici fannulloni che smettono di lavorare alle due del pomeriggio e poi se ne vanno a casa; e hanno anche un sacco di ferie.

In verità l’immagine del processo penale che hanno gli incompetenti (nel senso di persone che hanno competenze diverse da quelle giudiziarie) è quella trasmessa da film e libri: la giuria entra in aula e dichiara l’imputato colpevole: il giudice gli dice che dovrà scontare 20 anni; e poi tutti a casa, meno l’imputato che va direttamente in prigione. Chiasso finito. Solo che questa cosa succede davvero nei film, nei libri e negli Stati Uniti d’America, dove giudici e giuria non emettono sentenze, emettono verdetti: appunto una dichiarazione di colpevolezza non motivata. In Italia questo non è possibile: la decisione (il verdetto) va motivato; bisogna spiegare. E’ a questo che serve la sentenza.

Il fatto è che spiegare è una cosa complicata: è come scrivere un libro. Bisogna raccontare tutto quello che è successo, poi bisogna esporre tutto quello che hanno detto i protagonisti (gli imputati, le parti offese, i testimoni, la polizia, i periti); poi bisogna spiegare perché quello che hanno detto alcuni è ritenuto attendibile e veritiero mentre quello che hanno detto altri sembra falso; poi bisogna analizzare le argomentazione degli avvocati difensori, se è necessario (lo è quasi sempre) bisogna confutarle: “non può accogliersi la tesi del difensore dell’imputato, smentita com’è dalle dichiarazioni di Tizio, confermate da quelle di Caio e dai documenti che sono conservati nel faldone numero 37, al fascicolo numero 151, pagine da 23 a 31 e da 147 a 148”. Poi (stiamo parlando di una sentenza di condanna) bisogna analizzare la vita e la personalità dell’imputato, la gravità del delitto per cui è stato condannato e spiegare (vi assicuro che è una cosa difficilissima) perché è giusto condannarlo a 20 anni di prigione e non 10 o 15.

Per un processo che abbia un imputato, un reato (ma un reato semplice, certo non una corruzione, un falso in bilancio, una frode fiscale, una bancarotta etc.), una parte offesa e due testimoni, in meno di due ore non ce la si fa; sicché, dopo un’udienza in cui sono stati trattati 4 processi e che è durata dalle 9 di mattina alle 14,30 del primo pomeriggio, il giudice si trova a dover scrivere le sentenze di almeno due processi (gli altri due le scriverà il suo collega di collegio). Mangia un panino, comincia a scrivere alle 15,30 e finisce alle 19,30. Poi si prepara i processi del giorno dopo.

Certe volte arriva il cataclisma o maxi processo che dir si voglia. 100, 200 imputati, 13 reati di associazione a delinquere, 28 (o 280) omicidi, centinaia di rapine ed estorsioni, centinaia di testimoni e di parti offese, decine, forse centinaia di avvocati. Si va avanti per un anno, forse due; udienze, 4, anche 5 volte alla settimana. Poi, finalmente, la sentenza: 170 imputati condannanti, 30  imputati assolti, pene varie: ergastoli, 20 anni, 15, 10.  E poi si comincia a scrivere.
Moltiplichiamo per 100, 200 volte quello schema per scrivere la sentenza spiegato più sopra: quanto ci si mette a scriverla? 200, 500, 1000 ore? In giorni, 10, 100, 200? Sì ma, questo se il povero giudice che deve scrivere questo romanzo fiume fa solo questo; se, tre volte alla settimana, deve andare in udienza e il pomeriggio deve scrivere le sentenze dei processi che ha trattato la mattina, allora i tempi si moltiplicano. Di quanto è impossibile dire, dipende da quante domeniche il poveretto impegna nello scrivere la megasentenza; da quanta parte delle ferie utilizza, da quanti colleghi lo aiutano, naturalmente limando anche loro quanto possono dal lavoro ordinario.

Negli Stati Uniti d’America, tutto ciò non sarebbe un problema. Lì la sentenza non esiste; nessuno spiega perché e per come. Qualcuno di voi lo sa perché Tyson è stato condannato per lo stupro di una ballerina che era andata in camera sua alle 2 di notte? In camera di Tyson, non del fidanzatino di Peynet. Certo che no, non lo sa nessuno: Tyson s’é beccato 6 anni per stupro dopo che il capo di una giuria si è alzato e ha detto: colpevole. Perché? Mah.
In Italia avremmo dovuto spiegare tante cose, cominciando dai motivi che la ballerina aveva avuto per andare da Tyson e finendo con il problema di un abuso sessuale consumato senza minacce e senza violenza. Non proprio una sentenza semplice. In Italia, insomma, la sentenza è un lavoro difficile e, soprattutto, lungo.

In questi giorni tutti si indignano per via dei mafiosi di Bari (presunti, sia chiaro, sono stati condannati solo in primo grado) scarcerati perché, dopo un anno, il Giudice per le Indagini Preliminari non ha ancora depositato la sentenza.

La cosa funziona così: Tizio viene arrestato: se non è rinviato a giudizio entro X mesi (il termine varia in funzione dei reati), deve essere scarcerato. Se invece si fa a tempo a fargli il processo resta in prigione; poi però, se è condannato, il processo d’appello deve cominciare entro X mesi, altrimenti deve essere scarcerato. E, naturalmente, il processo d’appello non può cominciare se la sentenza di primo grado non è scritta e depositata. Insomma una corsa contro il tempo.

Il processo di Bari aveva 208 imputati. 161 imputati hanno scelto il rito abbreviato e dunque il Giudice dell’Udienza Preliminare ha dovuto fare tutto il processo, sentire i testi, ascoltare accuse e difese, repliche ed eccezioni. Tutto questo è durato un anno. Poi questo stesso Giudice ha rinviato a giudizio 32 imputati e scrivere la sentenza per i 161 giudicati in abbreviato. I reati contestati erano quattro associazioni a delinquere (una di stampo mafioso, tre al fine di spacciare droga) oltre ad una infinità di reati comuni. Il Giudice per le Indagini Preliminari che si è sobbarcato questo lavoro (è un Giudice monocratico, vuol dire che c’è solo lui a farlo) era una donna. Tutto quello che è stato fatto per aiutarla in questa opera micidiale è stato sollevarla parzialmente dal lavoro ordinario per 4 mesi; significa che ha incassato, dopo la fine del processo, solo il 50 % del lavoro ordinario, limitatamente però ai processi con detenuti; ciò perché i detenuti vanno processati in fretta e, ovviamente, lei non poteva farlo perché occupata a scrivere la sentenza. Per il resto, rimboccarsi le maniche e via.
Questo Giudice è noto per essere bravo e diligente; ma situazioni di questo genere ce ne sono a centinaia in tutta Italia. E dovunque i giudici si fanno in 4 per affrontarle.

Adesso qui dobbiamo metterci d’accordo. Vogliamo un processo iper, super, mega garantito (il nostro processo penale lo è, anzi, come si dice, di più)? Allora dobbiamo rassegnarci a un processo che dura anni. Rifiutiamo di tenere in prigione gli imputati per i tempi lunghissimi che richiede il processo previsto dal nostro codice (visto che, fino alla sentenza definitiva, tutti sono innocenti e non sta bene tenere in prigione chi ancora non è stato condannato definitivamente)? Allora dobbiamo moltiplicare per …mah, 10, 15, chi lo sa?, i giudici che debbono scrivere le sentenze. E dove li pigliamo questi giudici, visto che ad ogni concorso non si coprono nemmeno i posti disponibili (la preparazione dei candidati è scarsa e il lavoro – come è ovvio – difficile)? E poi, ammesso che li troviamo, come li paghiamo queste migliaia di giudici?

La verità è che non abbiamo la possibilità di fare tutto questo. E quindi è ovvio, naturale, inevitabile che i mafiosi (presunti) di Bari e di tanti altri posti usciranno per decorrenza termini, non c’è niente da fare.

Insomma, questa virtuosa indignazione di chi sa bene che il sistema giudiziario italiano non può, proprio non può, fornire il prodotto che gli si chiede è davvero inaccettabile. Invece di creare continuamente capri espiatori (quelle povere bestie che venivano mandate a morire nel deserto lapidate da una folla demente che non sapeva nemmeno quale peccato gli veniva caricato sulla misera groppa), la nostra classe dirigente potrebbe una buona volta riconoscere che è arrivato il tempo di costruire un nuovo sistema giudiziario, efficiente e razionale. E se questo significherà la perdita dell’impunità per quella parte di essa che prospera nel malaffare, ebbene, che venga finalmente accettato.



Separazione delle carriere e limiti alle intercettazioni telefoniche



Vi propongo la puntata di ieri di "Le Storie - Diario italiano" (Rai Tre), nella quale - insieme a Corrado Augias - abbiamo affrontato i punti caldi della riforma della giustizia.
Mandatemi le vostre impressioni.
Bruno Tinti

Guarda la puntata


Post scriptum

Venerdì 27 febbraio alle 19.45 sarò ospite di Radio 24 a "La zanzara".




Chi rallenta la giustizia


Pubblico un mio commento pubblicato oggi su "La Stampa".
Buona lettura,
Bruno Tinti


Ogni tanto i politici italiani si avventurano in frasi destinate, nelle loro intenzioni, a restare nella Storia. Sarebbe meglio che, almeno, stessero zitti. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha svolto alla Camera la sua relazione annuale sull’amministrazione della giustizia; e ha detto: la crisi della giustizia «ha superato ogni limite di tollerabilità. Il più grande nemico della giustizia è la sua lentezza che coinvolge negativamente lo sviluppo del Paese». Poi è comparso lo «Schema di disegno di legge recante: Disposizioni in materia di procedimento penale» e tante altre sorprendenti novità. E io sono rimasto a chiedermi che ne è stato del problema della lentezza dei processi.

Non basta un volume per parlar male di questa riforma. E così, per il momento, parlo solo di una stupefacente novità. Il nostro dissennato codice di procedura penale qualche sprazzo di ragionevolezza lo conservava: secondo l’art. 238 bis, le sentenze emesse in un processo e divenute irrevocabili (significa che non si può più fare appello né ricorso per Cassazione) potevano essere acquisite in un altro processo e costituire elemento di prova, purché confermate da altri riscontri. La cosa si capisce meglio con un esempio. Processo a carico dell’avvocato inglese Mills per corruzione in atti giudiziari; come tutti sanno, nello stesso processo era imputato anche il presidente del Consiglio, come corruttore. Poi è arrivato il Lodo Alfano e la posizione di Berlusconi è stata stralciata (vuol dire che di un processo solo se ne sono fatti due; quello a carico di Mills è continuato e l’altro è stato sospeso). Ora entrambi gli imputati attendono il loro destino: Mills aspetta di sapere se sarà condannato, la sentenza è attesa a giorni. Berlusconi aspetta di sapere se la Corte Costituzionale deciderà che il Lodo Alfano è incostituzionale. Se il Lodo Alfano non superasse l’esame della Corte (il suo predecessore, il Lodo Schifani, l’ha già fallito), il processo a suo carico riprenderebbe e, qui è il punto, la sentenza nei confronti di Mills, quando definitiva, potrebbe essere acquisita e fare prova dei fatti in essa considerati. Se fosse una sentenza di condanna, essa costituirebbe prova del fatto che Berlusconi corruppe Mills; tanto più se, secondo l’ipotesi di accusa, i «piccioli», i soldi, fossero davvero arrivati da un conto nella sua disponibilità.

Guarda caso, l’articolo 4 della riforma destinata a risolvere il problema della lentezza dei processi dice: l’articolo 238 bis è sostituito; nei procedimenti relativi ai delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lett. a), le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova del fatto in esse accertato. Sembra tutto uguale, vero? Invece no: adesso le sentenze emesse in un altro processo fanno prova solo nei processi per mafia, terrorismo, armi (da guerra) e stupefacenti; per tutti gli altri reati non se ne parla, carta straccia.

Recuperiamo l’esempio. Quando e se Mills sarà condannato, e quando e se la Corte Costituzionale avrà bocciato il Lodo Alfano, la sentenza che ha condannato Mills non potrà essere utilizzata nel processo a carico di Berlusconi: si dovrà ricominciare tutto daccapo. Che non sarebbe grave: se vi erano elementi per condannare Mills, gli stessi elementi potranno far condannare Berlusconi. Ma, tempo di rifare tutto il processo (qui la riforma ha studiato parecchie cosucce che lo rallentano), sarà arrivata santa prescrizione.

Naturalmente questa bella trovata è una legge dello Stato; e, come tale, vale per tutti, non solo per il suo primo beneficiario. Sicché possiamo porci la solita domanda: in che modo questa parte di riforma (le altre parti sono anche peggio) potrà eliminare il grande cruccio di Alfano, «la lentezza della giustizia»?

Va detto che questo ministro e il suo presidente sono anche sfortunati: lo scorso 26 gennaio la Corte Costituzionale (sentenza n. 29) ha ritenuto che l’articolo 238 bis (proprio quello modificato dalla riforma) era costituzionalmente legittimo; ne consegue che l’aver previsto che esso valga solo per alcuni reati e non per altri è, questo sì, incostituzionale. E così anche questa farà la fine di tante altre leggi emanate in spregio alla Costituzione; dopo aver assicurato l’impunità a tanti delinquenti, finirà ingloriosamente nel cestino. Ma è troppo chiedere che, prima di legiferare, studino un pochino?

Leggi l'articolo sul sito de La Stampa


Nessuno tocchi la casta



Pubblico la mia intervista curata da Gianluca di Feo e apparsa su l'Espresso di questa settimana.
Bruno Tinti

La riforma della giustizia? È diventata una paradossale lotta di classe. Perché gran parte della classe politica si batte da almeno 15 anni per paralizzare procure e tribunali. Ma è soprattutto una "questione immorale", che ha perso qualunque decenza. Bruno Tinti, fino a tre mesi fa procuratore aggiunto di Torino, ama definirsi "un cantastorie, che scrive e racconta quello che ha imparato": con un linguaggio semplice e diretto spara a zero sui programmi del governo. Tinti non è una toga rossa: piuttosto è una 'toga rotta', per parafrasare il titolo della sua fortunata opera prima, che non risparmia critiche nemmeno ai magistrati. E il suo nuovo libro, 'La questione immorale', è destinato a irrompere nel dibattito sulla riforma della giustizia, demolendo uno a uno gli argomenti del ministro Angelino Alfano. "È dai tempi di Mani pulite che la classe politica, senza distinzioni di partito, lavora per lo stesso obiettivo: conquistare l'impunità. In questi giorni ho ripensato a quando andavo in carcere per interrogare un bandito che voleva collaborare, un rapinatore o un ladro che aveva deciso di fare i nomi dei complici. Assistevo sempre alla stessa scena: mentre il pentito veniva accompagnato al colloquio, tutti i detenuti, non solo quelli che lui avrebbe accusato, lo riempivano di insulti e di minacce. L'omertà era un bene che andava difeso da tutti i delinquenti che avevano un interesse comune: l''infame' va bloccato perché sennò il sistema salta. Ecco, gran parte della politica adotta la stessa logica: non ha importanza quali sono i guai occasionali di questo o quel politico, c'è un interesse comune: l'impunità. Le intercettazioni, ad esempio, non si devono fare perché oggi può toccare a me, domani a te".

Ogni riforma creata per aumentare lo scudo a protezione dei potenti non incide solo sui loro processi: aumenta l'inefficienza dell'intero sistema, fa lievitare la montagna di fascicoli arretrati e reati dimenticati. A leggere il libro nasce un sospetto: questa paralisi è un danno collaterale o c'è la volontà di creare un'impunità di massa? "È un effetto sicuramente voluto nella parte in cui fa riferimento a singoli interventi. La riforma dell'interesse privato in atti d'ufficio e dell'abuso d'ufficio ha reso praticamente impossibile punire i reati commessi dagli amministratori pubblici. La riforma delle intercettazioni renderà impossibile farle. In questi casi la volontà politica è evidente: il malaffare non deve essere scoperto. E, se proprio viene scoperto, non deve essere conosciuto dai cittadini. Insomma, l'inefficienza è cercata, perseguita e voluta. Ci sono poi altre situazioni in cui l'estensione dell'impunità è un effetto secondario. Come la riforma del falso in bilancio: ciò che interessava era fermare un singolo processo, poi la legge è rimasta lì e ora non c'è modo di punire condotte terribili per l'economia del paese". Di controriforma in controriforma, il rischio è quello di svuotare la Costituzione. Ma nell'elenco delle demolizioni in corso da parte del governo, c'è un progetto che lei considera più pericoloso per la democrazia? "Metterei sullo stesso piano la riforma delle intercettazioni e l'inasprimento delle pene per i giornalisti e gli editori: il pericolo più grande per la democrazia è il bavaglio all'informazione. In realtà, con le ultime novità, non ci sarà bisogno di imbavagliare l'informazione: semplicemente non si faranno più intercettazioni e alla fine non si faranno nemmeno i processi".

E le riforme possibili? Ci sarà qualcosa che si può fare per rendere più rapidi i processi? "Sono riforme solo teoricamente possibili. Perché la politica non vuole che la giustizia funzioni". Ma mettiamo che all'improvviso l'Italia fosse obbligata ad adottare alcuni interventi, quali indicherebbe? Tinti mette al primo posto la razionalizzazione delle circoscrizioni: in pratica, eliminare i tribunali troppo piccoli e frazionare quelli troppo grandi. Seguita subito dalla riforma delle notifiche. Oggi gli imputati devono essere avvertiti di ogni fase del processo; se non lo sono, tutto nullo. Fino al 2005 se ne potevano occupare anche le forze dell'ordine, poi questo è stato vietato e il compito è stato riservato alle poste o agli ufficiali giudiziari. Risultato: il numero di udienze andate all'aria è moltiplicato. "Ma non è solo questo il problema: la vera riforma è concettuale. Un cittadino sottoposto ad indagine deve essere subito avvertito: 'Guarda che ti facciamo un processo', poi l'onere di informarsi di quello che accade dovrebbe essere suo. Non è possibile che lo Stato debba andarlo a cercare dappertutto. Occorre una inversione logica: una volta che l'imputato abbia nominato il suo difensore o ne abbia ricevuto uno d'ufficio, le notifiche dovrebbero essere fatte solo all'avvocato. E se il cliente si rende irreperibile peggio per lui. Ma questa riforma non si farà mai: le si oppongono sia l'ideologia delle garanzie, vere o finte che siano; sia l'interesse degli avvocati. Per gli avvocati le notifiche sono una manna: i processi si fanno saltare con le nullità delle notifiche; e così passa il tempo e si raggiunge la prescrizione".

E i magistrati? Il libro non li risparmia. "Certo, la magistratura ha molte responsabilità. Ma non c'è la volontà di opporsi alle riforme che farebbero funzionare il processo. La mia critica verso i magistrati riguarda le logiche con cui vengono gestite le nomine dei capi degli uffici. O la strumentalizzazione dei rapporti di potere interni che viene fatta da alcuni per garantirsi carriere parallele: i posti di prestigio accanto a ministri e deputati; l'elezione a parlamentare, il 'fuori ruolo' che da venti anni non fa il giudice ma sta in mezzo alla gente che conta. Logiche non trasparenti, talvolta inaccettabili e spesso anche immorali, con cui viene gestita la carriera dei magistrati".

Il volume ha una conclusione cupa. Tinti ammette di non essere riuscito a far nulla per migliorare la giustizia. "Dal punto di vista concreto hanno vinto loro. È illusorio sperare che una classe politica in gran parte fondata sul malaffare ponga mano a una riforma concreta. A loro interessa solo quello che porta acqua al mulino dell'impunità. Ma sono anche ottimista. Perché c'è sempre più gente che comincia a spiegare all'esterno: 'Guardate che vi stanno mentendo'. E c'è sempre più gente che sta rendendosi conto...". Piercamillo Davigo parla spesso della teoria del pendolo: ci sono momenti storici in cui fattori esterni, come la crisi economica o la congiuntura internazionale, determinano una richiesta di giustizia che non può più essere negata. A quel punto si torna a dare incisività all'azione penale. "Ma questo significherebbe che il Paese è arrivato alla bancarotta. Però è vero, forse quando avremo toccato il fondo ci sarà un ricambio". E infatti Tinti conclude ricordando il crollo dei Muro di Berlino: "Nessuno sa bene perché è crollato; però è successo e tutti cantavano ed erano felici. Un giorno anche la giustizia italiana cambierà; come è successo per il Muro".



La saga delle intercettazioni



Cari amici, la mia rubrica abbandona la home page di Chiarelettere e si guadagna un blog tutto suo.
Intanto ditemi cosa ne pensate del primo post.
Vi aspetto.

Bruno Tinti

Non credo restino molti dubbi sullo scopo che la nostra classe politica intende perseguire quanto alle intercettazione telefoniche: non si debbono fare. Punto e a capo.

In un primo tempo il metodo da utilizzare sembrava dovesse essere quello di ridurre all’osso i reati per i quali le intercettazioni sarebbero state consentite: solo quelli puniti con pene superiori a 10 anni di reclusione. Restavano fuori un sacco di reati gravi ma pazienza, quello che importava era che, tra quelli per cui non si poteva intercettare c’erano tutti i reati contro la Pubblica Amministrazione; cioè tutti i reati abitualmente commessi dalla classe politica. Che infatti proprio in vista di questo obbiettivo si dava da fare per riformare la disciplina relativa.

Poi qualche politico più attento di altri alle reazioni dell’opinione pubblica deve aver pensato che a tutto c’è un limite e che forse i cittadini non avrebbero apprezzato, e magari la prossima volta avrebbero votato “male”. E così hanno studiato un sistema diverso per ottenere lo stesso risultato; sistema che ha il pregio di non disgustare troppo i futuri elettori che, naturalmente, masticando poco di diritto, non dovrebbero essere in grado di capire fino in fondo i trucchi utilizzati per garantire comunque l’impunità alla casta e ai suoi fiancheggiatori.

Questa considerazione può essere facilmente condivisa leggendo quella parte del DDL che modifica modalità di richiesta, presupposti e termini di durata delle intercettazioni; la trascrivo qui di seguito...

continua

sfoglia maggio        luglio
Prossimi appuntamenti
Archivio


Blog letto1 volte
Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom



Diffondi

toghe rotte

incolla il codice sottostante nel tuo blog o sito