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Il responsabile che ti meriti


Andrea Orlando è il responsabile del settore giustizia del Pd. È l’autore di un progetto di riforma della giustizia che è un misto di luoghi comuni e di proposte che hanno il solo merito di essere utili a B&C: separazione delle carriere di pm e giudici, processo morto, discrezionalità dell’azione penale. Possiede un titolo di studio: maturità scientifica. Prescindendo dal merito del suo progetto (molto modesto il livello tecnico, in certi casi semplici enunciati ripresi dagli slogan propagandistici di B&C), la domanda che ci si dovrebbe fare è: perché il Pd ha scelto Orlando quale responsabile per la giustizia? Che non è una domanda da poco perché, prima di tutto, è appena ovvio che uno che non sa niente di un problema, se lo mettono ad occuparsene, bene che ci vada proporrà qualche fotocopia di soluzioni già proposte da altri che sapevano quello che dicevano; e, male che ci vada, sparerà qualche… stupidaggine, frutto della sua ignoranza.

Naturalmente si potrebbe rispondere che sarebbe stato bello poter ricorrere a qualche esperto di giustizia ma che c’era poco da scegliere, il convento del Pd Orlando passava. Che però sarebbe una solenne bugia perché, tra le file del Pd, ci sono, tra gli altri, D’Ambrosio, Casson, Della Monica, tutti magistrati con decine di anni di esperienza. Ci sono anche avvocati (tra altri Chiurazzi e Galberti). Insomma c’è gente che conosce bene i problemi della giustizia, ha passato una vita a combatterci e sarebbe stata in grado di proporre decine di ottime soluzioni che avrebbero avuto l’unico torto di essere pertinenti, concrete e di tenere in nessun conto l’impunità di B&C.

In particolare Gerardo D’ambrosio vanta nel suo curriculum la bellezza di 10 disegni di legge da lui proposti al tempo del governo Prodi: vi ricordate? Quello che non ha mosso un dito per proporre una legge sul conflitto di interessi e per abrogare la legge che depenalizzava il falso in   bilancio; e che, in compenso, ha partorito un disegno di legge Mastella (altro super esperto di giustizia) in materia di intercettazioni al cui confronto quello in esame oggi al Senato è un capolavoro di tecnica legislativa. C’è da dire che devo essere uno dei pochi estimatori di questi disegni di legge. Forse perché avevano il torto di occuparsi di problemi concreti: tra altro, notifiche (con sospensione dei processi contro irreperibili che costano tempo e soldi e non servono), riduzione dei casi di Appello e ricorso in Cassazione, abolizione del processo abbreviato (che serve solo a garantire una irragionevole riduzione di pena e che costa, in tempo e danaro, quanto un processo normale), ampliamento del patteggiamento (con contestuale ammissione di responsabilità, il che significa utilizzare la sentenza di patteggiamento nei processi civili e amministrativi con risparmio di tempo misurabile in anni).

Il governo Prodi questi disegni di legge non se l’è filati per niente; e adesso comincio a capire che il problema era che non si inquadravano molto nella politica dei dialoghi costruttivi per riforme condivise che sono la specialità di Orlando e del Pd. A questo punto, perché uno che ha la maturità scientifica e che di diritto sa niente (come ampiamente dimostrato dalle sue proposte) sia prescelto in un parterre di avvocati e magistrati esperti, si capisce bene: perché la riforma della giustizia è già scritta: da B&C. E il Pd ha un obiettivo prioritario: che sia sollecitamente approvata. Una riforma condivisa, appunto.

Da Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2010



Alfano, macchie sulla giustizia



Domani si inaugura l’Anno Giudiziario; i giudici si presenteranno ai cittadini e spiegheranno come hanno lavorato, quanti processi hanno chiuso, quanti ne sono arrivati, quanti non sono riusciti a finire. Spiegheranno anche le ragioni per cui la giustizia è fallita; e cosa fare per recuperare produttività. Insomma, come deve fare ogni buon amministratore, presenteranno conti e faranno proposte. Anche il ministro della Giustizia si presenterà ai cittadini. E anche lui dirà ai cittadini perché la giustizia non funziona e cosa si è fatto e si dovrà fare per farla funzionare.
Ed è noto cosa dirà: il governo da tempo si occupa di giustizia; ha fatto molte riforme e altre ne ha in cantiere; a interventi conclusi, tutto funzionerà benissimo. Sempre che un manipolo di magistrati politicizzati e comunisti, cui si oppone la stragrande maggioranza dei magistrati italiani, operosi e silenti lavoratori, non boicotti le riforme praticando lotta politica per via giudiziaria. Il che è inaccettabile, incostituzionale ecc. ecc.; ma il governo reagirà.

Anche cosa diranno i giudici è noto. Il sistema giudiziario è organizzato malissimo: in particolare bisogna sopprimere un centinaio di piccoli e inefficienti tribunali, recuperando risorse umane, materiali ed economiche. I Codici di procedura civile e penale vanno sostituiti: sono costruiti per rallentare il processo e non per renderlo efficiente. E’ necessaria un’estesa depenalizzazione: non si può utilizzare un sistema così costoso e complesso come il processo penale per punire (con tre gradi di giudizio e procedure identiche a quelle usate per un reato di omicidio) guide senza patente, oltraggio a pubblico ufficiale, sosta con l’utilizzo di tagliandi di parcheggio falsificati, omesso versamento di ritenute Inps, soggiorno illegale nel territorio dello 
Stato (pena prevista 10.000 euro) e tutta la sterminata platea dei reati bagatellari che sottrae tempo e risorse a delitti che pregiudicano l’economia e la sicurezza della nazione, dalla corruzione al traffico di stupefacenti.

Ognuno vede l’abisso che divide le considerazioni dei magistrati da quelle del ministro. Eppure: dal 1989 a oggi lo stato della giustizia italiana è sempre peggiorato; e poiché le leggi non le fanno i magistrati né possono, loro, recuperare soldi e strutture; e poiché, nonostante questo, i dati di produttività dei giudici e dei pm italiani sono al primo posto tra i paesi dell’Unione europea nella classifica redatta dal Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia); non resta che concludere che la responsabilità del fallimento è tutta della classe politica che non ha saputo individuare ed applicare le riforme necessarie. 
 
Ora è comprensibile che Alfano, ultimo (forse il peggiore) dei responsabili del fallimento, manifesti disappunto per la pubblicizzazione degli errori che lui e i suoi predecessori hanno commesso. Soprattutto perché nemmeno di errori si tratta ma di complicità in riforme aventi il solo scopo di impedire che B&C siano processati e condannati per i reati che hanno commesso. Però, affermare che giudici in toga e con la Costituzione italiana in mano, se raccontano pacatamente quale sia lo stato della giustizia italiana, “macchino la giornata” (Alfano dixit) è certamente una… stupidaggine. Soprattutto se detta da un Guardasigilli che pare non rendersi conto che la vera macchia è la presenza, nel governo, nel Parlamento, nelle regioni, in ogni organismo politico, di delinquenti definitivamente condannati e di indagati e imputati per gravi fatti di criminalità. 

Da Il Fatto Quotidiano del 29 gennaio 2010

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