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Come siamo arrivati fin qui


Pubblico qui di seguito il mio commento pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 ottobre, con le risposte di Barbara Spinelli (16 ottobre) e Sabina Guzzanti (21 ottobre). Buona lettura.
Bruno Tinti

Mi chiedo: com'è possibile che di certe cose si discuta? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che gli ebrei non potessero godere dei diritti più elementari; e che, periodicamente, fosse ritenuto giusto che essi perdessero il diritto alla vita? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che era giusto per conti, baroni e principi, avere il diritto di violentare le donne loro suddite quando queste si sposavano (si chiamava "jus primae noctis")? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che i "negri" fossero una razza inferiore? Com'è stato possibile che, per secoli, milioni di persone siano state convinte che le donne non erano neppure esseri umani dacché non avevano l'anima; e che, in molti Paesi, fosse ritenuto giusto fino a pochi anni fa che esse non potessero votare? Oggi queste cose, e altre ancora, ci sembrano assurde e improponibile ogni discussione sul punto. Eppure filosofi, scienziati, giuristi, per non parlare dei tanti uomini comuni che hanno ucciso, soggiogato, violentato nel nome di queste convinzioni, hanno sostenuto queste assurdità, impegnando la loro forza, la loro intelligenza e, quando era il caso, la loro cultura e la loro scienza. Ed erano le stesse persone che educavano i loro figli nel rispetto dei principi religiosi; erano le stesse persone che facevano elemosine, assistevano i malati, svolgevano anche ad alto livello professioni impegnative.

Eppure. Oggi, nel nostro Paese, siamo arrivati a discutere seriamente della non applicabilità della legge penale al presidente del Consiglio, cioè a un cittadino cui è affidato un pubblico servizio, probabilmente il più importante che ci sia in un paese democratico. Siamo arrivati a teorizzare che è giusto che questo cittadino possa corrompere giudici, falsificare bilanci, commettere frodi fiscali, e che però non possa essere processato. Siamo arrivati a teorizzare che, anche se questo cittadino venisse sorpreso subito dopo aver ucciso la moglie, ancora con il coltello sanguinante in mano; oppure se 50 persone lo vedessero mentre prende a calci un cane, lasciandolo agonizzante sull'asfalto; ebbene sarebbe giusto non processarlo. Perché, si dice, egli è stato eletto dal popolo; e la volontà popolare deve essere rispettata prima di tutto, perfino prima della possibilità di irrogare le giuste sanzioni per crimini eventualmente commessi; perfino prima del principio di uguaglianza tra i cittadini che è il cardine degli ordinamenti democratici nei Paesi moderni. Ma potrebbe la volontà popolare portare un assassino al potere? E, se così avvenisse, sarebbe giusto che l'ordinamento giuridico non apprestasse rimedi per una simile assurdità? E mi accorgo che anche io sto cadendo nella trappola, che discuto e mi sforzo di portare argomenti per confutare l'indifendibile, per dimostrare un'assurdità che è evidente di per sé; un'assurdità che, tra qualche anno (ma quanti, accidenti, quanti?) tutti considereranno con stupore e indignazione, così come oggi si pensa con stupore ed indignazione alla ormai lontana sofferenza legalizzata di ebrei, "negri" e donne. Perché la domanda non è, non deve essere: "Questo Lodo Alfano è giusto o no?" La domanda deve essere: "Ma come siamo arrivati a tanto? Dove abbiamo sbagliato?"

Berlusconi e l'album di famiglia

di Barbara Spinelli, 16 ottobre 2009

Il pericolo non viene dalle masse
di Sabina Guzzanti, 21 ottobre 2009



E' l'ingiustizia la malattia italiana


Sul Fatto Quotidiano del 16 ottobre Barbara Spinelli (scrive sul nostro giornale: sono felice) prende spunto da un mio commento (che ha trovato interessante: sono ancora più felice) e ci invita, noi del Fatto, a discutere “della crisi non della democrazia ma dello Stato italiano”.

Cerco di proseguire il discorso e, con molta immodestia, propongo di partire da un’analisi del concetto di “Stato”. Per come la vedo io lo Stato è una “necessità”, uno strumento naturale per la conservazione della specie; come lo è il branco per i lupi o lo sciame per le sardine. Senza questi strumenti né lupi né sardine né uomini potrebbero sopravvivere: il branco è necessario ai lupi per cacciare, se non ci fosse morirebbero di fame e la specie si estinguerebbe; lo sciame serve alle sardine per minimizzare le perdite quando attaccate da predatori; senza lo sciame nemmeno le sardine sopravvivrebbero. E lo Stato serve agli uomini per garantire la collaborazione finalizzata alla convivenza: senza convivenza un singolo uomo o un piccolo gruppo non sopravvivrebbero; e senza Stato non vi sarebbe convivenza.

Se lo Stato è uno strumento della natura, la democrazia è uno dei metodi con cui lo Stato può essere realizzato; non il solo e forse nemmeno il migliore sotto il profilo dell’efficienza. Ma è quello che, statisticamente, si presta meno di altri agli abusi del potere: il suo pregio è tutto qui, nella possibilità per i cittadini di controllare coloro cui hanno affidato la gestione della collettività.

Se questa riflessione è valida, se lo Stato è una necessità e la democrazia un metodo di gestione di esso, dobbiamo essere consapevoli di una terribile eventualità: che, per qualche ragione, il metodo si riveli inadeguato; e che la necessità ne proponga altri: aristocrazia, oligarchia, tirannide. Se lo Stato è necessario e se la democrazia non è in grado di assicurarne l’esistenza, non sarà certo lo Stato a venir meno, si cambierà semplicemente metodo di gestione. Tutto ciò naturalmente, anche contro il volere dei cittadini, a loro dispetto. Ma Alcibiade aveva ragione, l’ananke, la necessità ha sempre l’ultima parola.  

Barbara Spinelli ci suggerisce di valutare l’alternativa: è in crisi la democrazia o lo Stato italiano? Ecco, io credo che, se per “democrazia” si intende un metodo astratto di gestione dello Stato, non c’è dubbio, ad essere in crisi è lo Stato italiano; ho già detto che la democrazia, come metodo di governo ha l’irrinunciabile pregio di garantire più degli altri metodi la riduzione dell’abuso del potere. Ma, se per “democrazia” si intende il metodo di gestione dello Stato italiano, allora io non ho dubbi, è lei la malata. Provo a spiegare perché.

Anche prima di Berlusconi, se si fosse chiesto a un qualsiasi cittadino cosa è la democrazia, questi avrebbe certamente risposto: “ma è ovvio, un Paese è democratico quando il popolo può scegliere chi lo governa”. Da sempre i cittadini sono convinti che la democrazia coincide con le libere elezioni. Come ho detto, questa convinzione preesisteva a Berlusconi; e figuriamoci ora, con il quotidiano battage pubblicitario sulla legittimazione popolare del Presidente del Consiglio. Ha detto così bene Barbara Spinelli: “E’ una legittimazione non molto diversa dall’unzione divina, quando il monarca regnava per diritto di Dio. Il popolo ha sostituito Dio e questo dà facoltà al capo di ignorare altre fonti di legittimazione, altri poteri che istituzionalmente sono chiamati a vigilare sugli abusi di potere dell’esecutivo”. Ma, ovviamente (ma ci si pensa così in pochi), la democrazia non è solo consenso popolare; e qui vorrei tornare allo Stato e alla sua natura di strumento naturale per assicurare la convivenza. Come ogni strumento, anche lo Stato deve avere caratteristiche che lo rendano idoneo alla funzione per cui è progettato. Per esempio deve uniformarsi al fondamentale principio di uguaglianza tra tutti i cittadini. Noi siamo abituati a pensare che questo principio esiste perché così dice la nostra Costituzione; e, in un certo senso è così. Ma, ancora prima, il principio di uguaglianza esiste perché è indispensabile per la sopravvivenza stessa dello Stato, è una caratteristica indefettibile dello strumento: se i cittadini non fossero tutti uguali davanti alla legge, ne deriverebbero tensioni e lotte che, alla fine, porterebbero al disfacimento dello Stato. Così possiamo dire per la libertà religiosa (che oggi è, in realtà, messa frequentemente in discussione): se fosse legittimo impedire ai cittadini di avere convinzioni religiose della più varia natura (o non averne affatto) si finirebbe fatalmente per creare fazioni, alcune più favorite (la religione di Stato) e altre meno o affatto favorite; con le stesse conseguenze finali. Così possiamo dire per i principi etici fondamentali: il lavoro come legittimazione della qualifica di cittadino, l’obbligo di contribuire al benessere comune in ragione delle proprie sostanze, il diritto all’istruzione e alla salute e tutti gli altri principi affermati dalla nostra Carta Costituzionale. Se non fossero, questi principi, caratteristiche intrinseche allo Stato-strumento, esso non potrebbe assicurare il raggiungimento del fine per cui esiste: la convivenza civile.

La democrazia dunque è, prima ancora che facoltà di nominare governanti, certezza che questi utilizzino lo Stato-strumento, che gli è stato affidato dal consenso popolare, in maniera corretta. Che poi alla fine vuol dire nel rispetto del Diritto. C’è una quantità finita di violazioni al Diritto che lo Stato-strumento può tollerare; e che queste violazioni siano praticate con il consenso della maggioranza dei cittadini è del tutto irrilevante. Perché la collaborazione per convivere viene meno quando anche solo una parte di essi si convince che lo strumento, così com’è gestito, non garantisce un’accettabile convivenza. In Palestina, si dice nel 33 dopo Cristo, il popolo fu ben felice di legittimare l’uccisione di Cristo e la liberazione di Barabba. E noi oggi diciamo che quella sentenza, frutto del consenso popolare, fu un supremo atto di ingiustizia. Nel nostro Paese gran parte dei cittadini sembrano non accorgersi che i respingimenti in mare di persone in fuga dalla morte minano alle fondamenta i principi fondamentali dello Stato-strumento di convivenza; che l’intolleranza nei confronti di categorie non omologate (omosessuali, credenti in religioni diverse) è una porta aperta alla violenza; che la teorizzazione di limiti alla libertà di informazione è un mezzo per nascondere l’arbitrio e l’illegalità; che la delegittimazione della legge e degli organi incaricati di applicarla conduce al sopruso e all’anarchia. Ma, che i cittadini se ne rendano conto oppure no, alla fine la violazione delle caratteristiche intrinseche dello Stato-strumento ne rende impossibile la gestione: lo Stato si rivela impotente a governare la convivenza.  

Quando questo succede, non è lo Stato a venir meno; semplicemente l’ananke, la necessità di avere uno Stato pur che sia, ricorre ad un metodo di gestione di esso diverso. E io non vorrei esserci quando questo accadesse.
(Il Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009)



Eletto dal popolo, chi?


Il Mattino dell’11 ottobre riporta alcune dichiarazioni di Berlusconi, esternate a Benevento nel corso di una delle sue “Feste della libertà”. Qui il presidente del Consiglio ha detto: “Non credo che si possa consentire di rivolgere infamie, improperi, insulti e volgarità ad un premier eletto direttamente dal popolo, bisogna cambiare questa situazione». Questa storia del premier eletto direttamente dal popolo Berlusconi e i suoi clientes la ripetono ossessivamente ovunque si trovino ad esternare; e dunque in molti luoghi (specie in TV) e molte volte. Così, come oramai avviene in Italia da molto tempo, i cittadini si sono convinti che sia vera, che il “premier” è “eletto dal popolo”. Trattasi di una palla. Cominciamo dalla legge elettorale, la n. 27 del 21/12/2005, (se la sono scritta loro, dovrebbero conoscerla) che, all’art. 5, dice: “…I partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione.”

Sicché non è il presidente del Consiglio dei Ministri che è eletto direttamente dal popolo ma, a tutto concedere, il Capo della coalizione o del partito. Ma anche quest’affermazione è tutta da rivedere, considerato che ben potrebbe accadere che l’elettore voti un partito o una coalizione solo perché si riconosce nel loro programma; o perché comunque esprime un voto “contro” (è la strategia ben collaudata di Berlusconi): “non voglio assolutamente che i 'comunisti' vadano al potere e quindi voto per la destra, anche se, a ben vedere non mi piacciono poi tanto neppure loro …”. Insomma nessuno può escludere che gli elettori della coalizione Forza Italia, An e Lega l’abbiano votata a dispetto del plurinquisito Berlusconi (per non ricordare che uno dei suoi lati, diciamo così, problematici), turandosi il naso pur di attuare il programma in cui credevano. Per esempio il federalismo per la Lega o una destra legalitaria e conservatrice per An.  

Capo della coalizione, dunque, e non “premier”. Carica, quest’ultima, che neppure esiste nel nostro ordinamento costituzionale che prevede solo un presidente del Consiglio dei Ministri. E infatti, secondo l’art. 95 della Costituzione, “il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei ministri”. Insomma una gestione collegiale coordinata, non monocratica ed autoritaria. Sicché, quando Berlusconi si investe della qualifica di premier, si arroga poteri che la Costituzione non gli riconosce e si inventa una carica istituzionale che non esiste.

Ma torniamo all’elezione diretta del popolo. Si è già visto che anche questa è una fantasia. Ma è anche una fantasia incostituzionale. Dice l’art. 92 della Costituzione: “Il governo della Repubblica è composto del presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”

Dunque è il presidente della Repubblica che ha nominato Berlusconi, non il popolo. E nulla gli avrebbe impedito, se avesse ritenuto che il “Capo della coalizione” indicato dalla maggioranza non presentava quei requisiti di onestà, correttezza, serietà, competenza indispensabili per la carica di presidente del Consiglio dei Ministri, di nominare altro esponente della maggioranza, nel tentativo di ricondurre a ragione la coalizione affinché non fosse portata a tale carica una persona indegna. E se il tentativo non fosse riuscito e gli fosse stata riproposta la stessa indegna persona, non sarebbe stato il popolo a riproporla ma la fazione da questa persona egemonizzata. Il punto è che Berlusconi non capisce proprio che il sistema costituzionale italiano si fonda sull’equilibrio di poteri. Che non vi è una legittimazione popolare, a seguito della quale l’eletto dal popolo può esercitare un potere assoluto privo di ogni controllo; che, al contrario, il popolo esprime la maggioranza politica che governerà e l’opposizione che ne controllerà l’operato; che il presidente della Repubblica identifica la persona che, autorevolmente (e quindi degnamente) dirigerà il Consiglio dei ministri; che ognuno di questi conserva la sua specifica competenza e responsabilità; che l’azione di governo si esplica secondo le leggi emanate dal Parlamento e sotto il controllo della Corte Costituzionale.

Tutto questo, ai miei tempi, lo sapevano gli studenti delle medie che avevano nel loro programma “Educazione civica”; oggi comunque lo sa qualsiasi studente del primo anno di giurisprudenza. E quello che alla fine è davvero preoccupante non è che Berlusconi invece ne sia del tutto inconsapevole. E’ che egli sembra davvero credere che l’investitura popolare (se ci fosse) renderebbe lecito che il governo di un grande Paese possa essere legittimamente affidato a persona più volte sottoposta a processo penale per falso in bilancio, frode fiscale, corruzione di giudici e testimoni, ritenuto colpevole ma non condannato per prescrizione (e per via di leggi fatte apposta da lui stesso per raggiungere questo risultato). Quello che è davvero preoccupante è che egli sembra credere che l’investitura popolare autorizzi ogni delitto; il che in effetti è avvenuto, anche recentemente, nelle sanguinose dittature europee del secolo scorso; e che credevamo non sarebbe avvenuto mai più.

Il Fatto Quotidiano, 20 ottobre 2009


Perché gridano al golpe


Quando facevo il pm i miei amici avvocati mi dicevano sempre: “Hai ragione tu, questo è colpevole; ma non ci sono problemi, lo tireremo fuori in procedura”. Intendevano dire che l’assoluzione nel merito era impossibile; ma che ci sono così tanti inghippi procedurali che l’insufficienza di prove (art. 530 secondo comma codice procedura penale) o la prescrizione sono garantite. E in effetti, quando l’imputato non era uno dei tanti disperati per cui la legge è brutalmente efficiente, finiva quasi sempre così. Motivo per cui adesso faccio un altro mestiere.  

Come ho detto, finisce quasi sempre così; quasi. E infatti oggi Berlusconi si trova nei guai perché gli esecutori dei suoi ordini sono stati condannati e il giudice civile gli ha imposto di risarcire i danni alle parti offese dai reati che lui aveva commissionato.

Qui, con la procedura non riesce a tirarsene fuori. E la prescrizione, in questo processo civile, non è una soluzione possibile. Gli resta la menzogna, la disinformazione, l’intimidazione: “le sentenze preannunciano un golpe; italiani armatevi e resistete”.  

Provo a spiegare perché si tratta di bufale solenni. Nel 2007 la Cassazione confermò la condanna di Previti, Acampora, Pacifico e Metta “perché… in concorso tra loro... promettevano e versavano somme di denaro a Metta - magistrato... - affinché violasse i propri doveri di imparzialità... allo scopo di favorire la famiglia Mondadori/Formenton (e in conseguenza Silvio Berlusconi) nel giudizio che la vedeva opposta… alla Cir di Carlo De Benedetti... e segnatamente Berlusconi (posizione definita con sentenza… di non doversi procedere per intervenuta prescrizione…), attraverso articolate operazioni finanziarie… utilizzando società e/o conti bancari riconducibili al comparto estero della Fininvest e allo scopo di metterle a disposizione di Metta, bonificava nel 1991 a favore del conto "Mercier" di Ginevra di Previti la somma di $ 2.732.862…”

Cosa avrebbe dovuto fare il giudice civile cui Cir (De Benedetti) aveva chiesto di condannare Fininvest (Berlusconi) al risarcimento dei danni derivanti da questo reato? Dire che non era vero   niente? Che Berlusconi (assolto per prescrizione ma colpevole) era innocente? E, d’altra parte, che non potesse fare questo lo dice anche l’art. 651 del codice di procedura civile: “la sentenza penale definitiva fa stato nel processo civile”. Dunque sul fatto che Berlusconi aveva corrotto Metta ormai c’era niente da discutere. Qui, per la verità, bisognava tener conto di uno dei soliti ostacoli procedurali, perché nel processo civile c’era Fininvest e nel processo penale c’era Berlusconi (cioè due soggetti diversi; fa un po’ ridere ma in diritto è così); e in questi casi la legge dice che la sentenza penale non ha efficacia diretta nel processo civile e che tutto deve essere esaminato di nuovo, utilizzando però le carte del processo penale. Così il giudice civile si è studiato tutto il processo penale (per la verità ha fatto anche una corposa istruttoria, interrogando testi, esaminando nuovi documenti e sciroppandosi micidiali memorie difensive) e ha ovviamente deciso quello che, prima di lui, avevano deciso altri 11 giudici e 3 pm, in 3 gradi di giudizio (nonché un numero enorme di altri giudici e pm intervenuti su tutte le eccezioni sollevate nel corso dei processi): Fininvest ha ottenuto le azioni Mondadori a seguito di una sentenza che era frutto di corruzione; quindi Cir è stata privata di un suo diritto; ne consegue un risarcimento dei danni. Proprio come succede in qualsiasi processo, dove alle parti offese di un reato il giudice civile liquida somme di danaro proporzionate al danno subito. Dunque una sentenza ineccepibile.

Tanto ineccepibile che oggi Berlusconi e la sua fazione non discutono del merito. Cosa potrebbero dire ai cittadini: non è vero che ho corrotto Metta e quindi non è vero che debbo dei soldi a De Benedetti? Così agitano lo spettro del golpe. E poi si rifanno ad altri argomenti di pregio: il giudice che ha scritto la sentenza è solito indossare maglioni (?), è molto alto (dunque odia Berlusconi che, come si sa, è molto basso) e (ma non era un pregio? Quante volte è stato criticato il protagonismo dei giudici?) non è un giudice VIP, non è noto, ha sempre fatto silenziosamente il suo lavoro e nessuno lo conosce. Poi dicono anche che la sentenza è stata scritta da Cir perché lui, il giudice, non poteva capirci niente di numeri e tabelle; infatti le sentenze in materia di danno civile (che sono tutte di questo tipo) le scrivono sempre le parti offese che si auto liquidano il risarcimento: lo sanno tutti! Alla fine, se l’Appello confermerà la sentenza, scopriremo ancora una volta che, anche lì, i giudici erano di sinistra; anzi di estrema sinistra.  

Un’ultima riflessione. Qui si parla di soldi, tanti, ma sempre soldi sono. Cosa ci sarebbe stato da ridire se la sentenza avesse riguardato un risarcimento danni per incidente stradale? Guidatore distratto che investe un pedone sulle strisce; il guidatore è Berlusconi; e un teste falso dice che non era lui che guidava; un processo penale accerta che il teste è falso…. Ah già, ma anche questo è già successo...

da Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2009



Scudo fiscale, una firma pesante


da Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2009

Così il Presidente della Repubblica ha firmato. Adesso l’impunità per i criminali che fanno rientrare il loro bottino nel nostro Paese è legge dello Stato. A chi gli chiedeva di non firmare Napolitano ha risposto “Ma dove sono i profili di incostituzionalità? E poi è inutile, che io non firmi non significa niente, me la rimandano dopo 15 giorni e debbo firmare per forza”.

Né la decisione né la motivazione sono condivisibili. L’art. 74 della Costituzione dice: “il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione; se le Camere la approvano nuovamente, questa deve essere promulgata”. La Costituzione non dice però che il rinvio alle Camere può avvenire solo per ragioni di manifesta incostituzionalità; si limita a prevedere che il Presidente può non firmare una legge. Molti costituzionalisti ne hanno dedotto che il Presidente della Repubblica può sempre rifiutarsi di firmarla. Nel caso di manifesta incostituzionalità, il rinvio alle Camere è un suo preciso dovere; ma, in tutti gli altri casi in cui la legge gli sembri ingiusta, il Presidente della Repubblica ha comunque una responsabilità di intervento che gli deriva dall’essere l’interprete degli interessi superiori della Nazione, di ciò che vi è di permanente, di superiore, di indiscusso, di comune a tutti nella vita nazionale. Per questo, quando egli parla, lo fa in nome del Paese. E le sue parole hanno un peso terribile: come ha detto uno dei padri della Repubblica, Umberto Terracini, “una parola del Presidente pesa sulla bilancia più di mille parole di ognuno di noi”. Allora Napolitano ha avuto torto quando ha detto che era inutile non firmare una legge che la maggioranza avrebbe approvato comunque. Anche perché si ha sempre torto quando si rinuncia a battersi. E poi non sarebbe stata solo una bella battaglia. Avrebbe potuto essere una battaglia vinta.

Il nuovo scudo fiscale prevede sostanzialmente due cose: chi fa rientrare i capitali non può essere punito per frode fiscale e falso in bilancio; e le banche che provvedono alle operazioni di rientro non devono effettuare le segnalazioni per le operazioni sospette previste dalla normativa antiriciclaggio che le obbliga a segnalare all’Ufficio italiano cambi i casi in cui sia probabile che il danaro sia provento di reato. Così l’Uic   non informerà il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza che non svolgerà le indagini del caso e non le trasmetterà alla Procura della Repubblica per il relativo procedimento penale. Il problema è che i soldi non si distinguono tra loro: 1.000.0000 di euro proveniente da una frode fiscale non ha una targhetta che lo distingua da un’analoga somma proveniente da un sequestro di persona. Sicché, quali siano i reati che hanno prodotto il bottino che rientrerà con lo scudo fiscale non lo può sapere nessuno. Con la legge firmata dal Presidente della Repubblica potrà dunque entrare in Italia senza rischi penali non solo il provento di frode fiscale e falso in bilancio; ma anche il bottino di traffico di droga, di armi, di donne, di minori, di immigrati, di sequestri di persona, di corruzioni, insomma di tutto i reati che producono denaro, i cui autori dovrebbero essere perseguiti e sanzionati con anni e anni di galera. Si chiama obbligatorietà dell’azione penale.

Allora la domanda è: se la frode fiscale e il falso in bilancio sono già “amnistiati” (non è proprio così ma gli effetti quelli sono), a che serve prevedere che le banche non effettuino le segnalazioni delle operazioni sospette? Anche se le effettuassero, e se l’Uic prima e il Nucleo di Polizia Valutaria dopo scoprissero frodi fiscali e falsi in bilancio, la conclusione sarebbe obbligata: non doversi procedere per essere i reati non punibili. Dunque perché una norma come questa? Ma è ovvio: in questo modo si assicura l’impunità a tutti gli altri delinquenti che si gioveranno dello scudo fiscale. I sequestratori di persona, i trafficanti di vario genere che porteranno in Italia i loro soldi, non potendo contare su un’esplicita previsione di non punibilità (la legge la prevede solo per la frode fiscale e il falso in bilancio) conseguiranno lo stesso effetto perché non saranno comunque possibili indagini su di loro. Insomma, è evidente che una legge che avesse detto “tutti i reati da cui derivano le somme che sono rientrate in Italia con lo scudo fiscale non sono punibili” sarebbe stata difficile da far approvare anche per una maggioranza che ha principi etici ispirati ai Fratelli della Costa. Da qui il trucco: non dico che questi reati non saranno puniti; però faccio in modo che non possano essere scoperti. Ecco, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, ma questo non è in contrasto con l’art. 112 della Costituzione, dove si dice che l’azione penale è obbligatoria? Ma quale obbligatorietà può esserci se le leggi della Repubblica tutelano in via preventiva i delinquenti, permettendo loro di nascondere le prove delle malefatte?

E poi, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, che ne è del famoso principio di ragionevolezza che significa, sostanzialmente, bilanciamento degli interessi costituzionalmente   garantiti? Che c’è, sull’altro piatto della bilancia, che pesi più dell’art. 112 della Costituzione? E anche più dell’art. 53, “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.”?

E infine, avrebbe dovuto dubitare il Presidente della Repubblica, è conforme ai principi fondamentali di uno Stato democratico, farsi riciclatore del bottino dei più gravi reati perseguiti dalla comunità internazionale, in violazione dell’art. 10 della Costituzione, “L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.”?

Allora non sarebbe stato meglio, invece che giustificarsi dicendo “sarebbe stato inutile non firmare tanto dopo 15 giorni …”, inviare un messaggio alle Camere spiegando il rinvio della legge con la violazione di principi costituzionali?

Seneca diceva “Ogni concessione al male è una complicità nel male”. Era un maestro molto severo e naturalmente molto scomodo. Ma arriva un momento, per tutti, in cui questo insegnamento bisogna ricordarselo.


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