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La dura vita dei cantastorie


Se qualcuno si ricorda di Pelé, un grande calciatore brasiliano, ricorderà anche una pubblicità di non so più quale prodotto nella quale il nostro, con un gran sorriso, diceva: se faccio una cosa, mi piace farla bene.
Così, da quando ho deciso di fare il cantastorie, mi sono fatto obbligo di andare dovunque mi avessero invitato; un cantastorie che si rispetti non sceglie le piazze dove raccontare, va dove c’è gente che lo vuole sentire. E spera che non gli tirino i sassi.
Certe volte le cose si fanno interessanti.
Qualche giorno fa mi è capitato di essere invitato ad una cena dover avrei dovuto parlare ad una trentina di persone; non avevo idea di cosa avrei trovato e il viaggio era anche lungo. Ma, fedele alla consegna, ci sono andato.

Qui di seguito racconto delle domande che mi sono state rivolte. Il tratto comune di quasi tutte è stato che si trattava dei luoghi comuni propinati dalla propaganda di regime. Ma questo è abbastanza naturale: se finisci nel villaggio di una fazione ti troverai per forza con chi a quella fazione appartiene. La cosa veramente preoccupante è stata che nessuno pareva avere la minima idea di cosa significavano le argomentazioni con cui mi bersagliavano. E in effetti, altro tratto comune era che non si trattava propriamente di domande ma di, anche se garbate (alla fine nemmeno tanto), vere e proprie aggressioni. Di conseguenza nessuno era minimamente interessato alle mie risposte, ciò che gli importava era di significarmi la loro appartenenza alla fazione in cui si riconoscevano e come questa avesse sempre ragione; e volevano anche dimostrarmi la loro disapprovazione per la fazione avversa e per quello (io) che ritenevano la rappresentasse. Insomma un evento che ha avuto un significato solo per me; in effetti ho imparato moltissimo. E può darsi che anche per i lettori di questo blog il resoconto sia proficuo.

Venendo alla storia.

Una signora  molto ben vestita mi ha chiesto, senza perifrasi e senza commenti, ma con un sorriso storto: “perché i giudici non applicano la legge ma la interpretano?”.

Le ho fatto osservare che, in effetti, si trattava di una doglianza piuttosto ricorrente negli ambienti della politica, e nemmeno limitata alla maggioranza. Ho aggiunto che il fatto che fosse ripetuta assai spesso non la rendeva meno sciocca. Ho poi spiegato che è vero, il compito del giudice è proprio quello di interpretare la legge e di applicarla meglio che può al caso concreto: e che, se così non facesse, la maggior parte delle leggi non troverebbero applicazione. Le ho portato ad esempio l’articolo 575 del codice penale, chiunque cagiona la morte di un uomo è punito etc; e le ho fatto osservare che, senza l’interpretazione della norma fatta dal giudice, chi uccidesse una donna non sarebbe punito perché la legge parla di uomo e non di persona o di essere umano. La signora non ha incassato bene e, con un grosso sbuffo, mi ha detto che è ovvio che quando si dice uomo si intende anche donna. E io ho sorriso e le ho fatto notare che quello che lei stava facendo in quel momento si chiamava appunto interpretazione di un concetto. Non è stata contenta.

Un’altra signora, molto più giovane e anche assai carina, mi ha contestato che i giudici abusavano delle intercettazioni telefoniche e che proprio per questo avevano disimparato ad indagare; che tornassero ai buoni vecchi metodi di indagine e scoprissero i delinquenti senza violare la privacy dei cittadini! Ho convenuto con lei sul fatto che, prima dell’invenzione della TAC e della risonanza magnetica nucleare, generazioni di bravissimi medici si sono industriate in diagnosi cliniche faticosissime; che qualche volta, con vera sapienza e buona dose di fortuna, probabilmente riuscivano anche a diagnosticare correttamente le malattie dei loro pazienti; ma che, più spesso, non ci capivano niente e finivano con l’ammazzarli. Le ho chiesto se lei avrebbe preferito, nel caso sciagurato che si fosse trovata affetta da gravi disturbi di origine e natura imprecisata, affidarsi a un bravissimo clinico del tardo 800 oppure se magari non avrebbe volentieri fatto ricorso al dottor House. Non ha rinunciato a rispondermi “non è la stessa cosa”; però poi è stata zitta.

Un signore, assai gioviale, ha premesso che lui veniva dall’America, grande Paese, dove tutto andava bene perché, là, i cittadini erano liberi di cercare la felicità: lo diceva anche la Costituzione Americana che era molto meglio della nostra perché, qui, i cittadini debbono per forza lavorare. Siccome ha percepito le mie perplessità (non avevo capito niente di quello che mi diceva), ha chiarito che l’articolo 1 della nostra Costituzione recita “L’Italia è una Repubblica (si è dimenticato di dire democratica, si vede che non gli interessava) fondata sul lavoro”; e invece quella americana dice appunto che è diritto di tutti gli uomini cercare la felicità. Ho confessato che non sapevo cosa rispondere, anche se avevo dei dubbi sul fatto che la Costituzione americana autorizzasse i cittadini a ricercare la felicità attraverso pratiche illecite. A questo punto lui mi ha detto che tanto in Italia si sa come vanno le cose, i giudici favoriscono i loro amici, è una cosa che capita continuamente. Lui, per esempio, aveva avuto la fortuna di trovarsi un giudice amico in un processo civile con un suo concorrente. E naturalmente (il naturalmente è suo) il suo amico giudice gli aveva dato ragione; lo sanno tutti che le cose vanno così. Qui non sono stato tanto bravo a mantenere la calma e, con tono teso, ho spiegato che, se questa cosa era vera, quel giudice aveva commesso sicuramente una grave scorrettezza, non astenendosi in un processo in cui era coinvolta una persona sua amica. E, se gli aveva dato ragione favorendolo perché, in realtà, lui aveva torto, aveva commesso un reato e avrebbe dovuto essere buttato fuori dalla magistratura. La cosa grave è che, non solo l’ “americano”, ma anche molti altri hanno sorriso con sufficienza.

Un altro signore mi ha detto (non mi ha chiesto se, mi ha detto) che la magistratura era politicizzata perché era divisa in correnti. Questa cosa è stata un po’ difficile da spiegare perché in effetti la storia del correntismo della magistratura è vera e fa molto male. Ho cercato di fargli capire che le correnti significano clientelismo, favoritismi nell’attribuzione di posti direttivi, strumenti per assicurare ai quadri dirigenti delle correnti stesse carriere parallele (capi di gabinetto, direttori generali, cariche in organismi internazionali etc) ma che non hanno nulla a che fare con la politica. Non esiste, gli ho detto, un collateralismo tra le correnti e i partiti, si tratta solo di centri di potere, di basse manovre clientelari, di raccomandazioni. Non l’ho convinto; ma, in questo caso, non è stata tutta colpa sua.

La serata è continuata ancora per un poco ed è finita meglio di come era cominciata. Ho trovato una coppia di giovani avvocati innamorati del loro lavoro, consapevoli della necessità di regole etiche prima ancora che giuridiche, desiderosi di confrontarsi sui problemi più gravi del processo penale (e anche di quello civile, meno male che c’era mia moglie). E lì, fuori del locale, con un freddo maledetto, ho pensato a Sodoma e Gomorra, all’Angelo del Signore e a Lot che gli chiedeva di risparmiarle se vi avesse trovato anche un solo giusto.

Sarà che siamo ancora qui tutti noi per merito di quei due giovani avvocati?

Post scriptum
Chi fosse interessato ai miei prossimi appuntamenti può trovarli nell'agenda
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Separazione delle carriere e limiti alle intercettazioni telefoniche



Vi propongo la puntata di ieri di "Le Storie - Diario italiano" (Rai Tre), nella quale - insieme a Corrado Augias - abbiamo affrontato i punti caldi della riforma della giustizia.
Mandatemi le vostre impressioni.
Bruno Tinti

Guarda la puntata


Post scriptum

Venerdì 27 febbraio alle 19.45 sarò ospite di Radio 24 a "La zanzara".




Resti in carcere il serial criminale



Per spiegare le infinite possibilità di evitare il carcere offerte ai condannati per reati anche gravi, racconto spesso una storiella: come si può ammazzare la moglie e non fare nemmeno un giorno di prigione. Mettendo in fila tutti gli sconti di pena, i permessi, le libertà vigilate, le liberazioni anticipate previste dalla legge, succede che le pene inflitte dai giudici alla fine del processo sono nei fatti almeno dimezzate e spesso annullate. La legge prevede la possibilità di lavorare all’esterno del carcere dopo 5 anni di pena effettivamente scontata (10 per gli ergastolani); 45 giorni di permesso premio ogni anno dopo almeno un quarto di pena effettivamente scontata (10 anni per gli ergastolani); quando restano solo 3 anni da scontare (e per tutte le pene inferiori a 3 anni), l’affidamento in prova al servizio sociale: il condannato sta fuori del carcere e racconta all’assistente sociale come si sta comportando; gli arresti domiciliari per un massimo di 2 anni (la cosa è un po’ più articolata ma questa è la parte che c’interessa); la liberazione anticipata (la famosa legge Gozzini): uno sconto di 45 giorni ogni 6 mesi; quindi, in realtà, 1 anno sono 9 mesi, 4 anni sono 3 anni, 10 anni sono 7 e mezzo. Tutto questo si cumula, e così si capisce perché in prigione ci stanno poche persone e per poco tempo.

Fanno eccezione terroristi e mafiosi, schiavisti e sequestratori di persona a scopo di estorsione, associati a delinquere per contrabbando e stupefacenti: per loro niente benefici a meno che non si pentano e collaborino con la giustizia. Però la Gozzini resta applicabile a tutti, che collaborino o no: basta che in carcere non si comportino male. Adesso questa straordinaria severità (si chiama certezza della pena) sarà applicata anche agli stupratori, ed è proprio una buona cosa. Se scomodiamo i principi generali e ci chiediamo perché alcuni condannati debbono essere trattati peggio di altri (il che potrebbe sembrare ingiusto), la risposta è che si tratta di persone certamente pericolose: il mafioso e il terrorista, finché restano tali, aderiscono ad associazioni antagoniste dello Stato; e le persone condannate per gli altri reati che impediscono di godere dei benefici carcerari sono considerate a forte rischio di reiterazione: l’esperienza insegna che molto probabilmente commetteranno altri reati della stessa specie.

Questo punto è molto importante. La maggiore severità non dipende dalla particolare gravità del reato; per questo c’è già la pena prevista dalla legge: più il reato è grave, più la pena è alta. Se così non fosse, tanto varrebbe introdurre, per alcuni reati, pene di specie diversa, per esempio la tortura, il che in un Paese civile non si fa. Sicché impedire agli stupratori di uscire dal carcere prima di aver scontato la pena, come si fa con i mafiosi, i terroristi ecc., non dipende dal fatto che il reato da loro commesso è grave (certo lo è); serve per garantirsi, nei limiti del possibile, che non stuprino ancora. Tutto bene? Sì, per quanto riguarda la certezza che gli stupratori se ne stiano in prigione quanto gli tocca (ma resta la Gozzini). No, per quanto riguarda il fatto che questo regime finalmente giusto non è stato applicato a tutte le altre categorie di delinquenti presunti seriali.

La Giustizia spende un sacco di soldi per far funzionare i Casellari Giudiziari: gli uffici che aggiornano i certificati penali. Sarebbe bene trarne una qualche utilità. Se una persona è stata condannata più volte per rapina, furto, truffa, guida in stato d’ebbrezza o sotto l’influsso di stupefacenti, omicidio colposo commesso perché ubriaco o drogato, se insomma la previsione che commetterà altri reati dello stesso tipo è fondata, visto che continua a commetterne; per quale motivo non dev’essere assoggettata allo stesso regime oggi previsto per gli stupratori? Forse che le vittime di questi reati non hanno diritto alla stessa tutela di una persona violentata?

Naturalmente a questo punto si apre un problema: che ne facciamo degli amministratori pubblici condannati per corruzione? E degli imprenditori condannati per falso in bilancio e bancarotta? Anche questo tipo di delinquenti provoca dei bei danni; sembrano meno gravi perché non sono sanguinosi, colpiscono tanta gente tutta insieme e quindi senza volto; e, soprattutto, sono un po’ sdoganati dai fulgidi esempi della classe dirigente. Però chi ti rapina una volta ti porta via il portafoglio o il contenuto della cassa; ma chi fa fallire una società in cui hai investito i tuoi risparmi ti porta via tutto; e chi aggiunge al prezzo dell’appalto la sua tangente impoverisce tutto il Paese. Forse anche per questa gente dovrebbe valere il principio per il quale, accertato che si tratta di soggetti pericolosi, è bene garantirsi che non ne combinino altre. Proprio come per gli stupratori. Eh, magari. Mi accontenterei che non venissero eletti in Parlamento

da "La Stampa", 19 febbraio 2009



Chi rallenta la giustizia


Pubblico un mio commento pubblicato oggi su "La Stampa".
Buona lettura,
Bruno Tinti


Ogni tanto i politici italiani si avventurano in frasi destinate, nelle loro intenzioni, a restare nella Storia. Sarebbe meglio che, almeno, stessero zitti. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha svolto alla Camera la sua relazione annuale sull’amministrazione della giustizia; e ha detto: la crisi della giustizia «ha superato ogni limite di tollerabilità. Il più grande nemico della giustizia è la sua lentezza che coinvolge negativamente lo sviluppo del Paese». Poi è comparso lo «Schema di disegno di legge recante: Disposizioni in materia di procedimento penale» e tante altre sorprendenti novità. E io sono rimasto a chiedermi che ne è stato del problema della lentezza dei processi.

Non basta un volume per parlar male di questa riforma. E così, per il momento, parlo solo di una stupefacente novità. Il nostro dissennato codice di procedura penale qualche sprazzo di ragionevolezza lo conservava: secondo l’art. 238 bis, le sentenze emesse in un processo e divenute irrevocabili (significa che non si può più fare appello né ricorso per Cassazione) potevano essere acquisite in un altro processo e costituire elemento di prova, purché confermate da altri riscontri. La cosa si capisce meglio con un esempio. Processo a carico dell’avvocato inglese Mills per corruzione in atti giudiziari; come tutti sanno, nello stesso processo era imputato anche il presidente del Consiglio, come corruttore. Poi è arrivato il Lodo Alfano e la posizione di Berlusconi è stata stralciata (vuol dire che di un processo solo se ne sono fatti due; quello a carico di Mills è continuato e l’altro è stato sospeso). Ora entrambi gli imputati attendono il loro destino: Mills aspetta di sapere se sarà condannato, la sentenza è attesa a giorni. Berlusconi aspetta di sapere se la Corte Costituzionale deciderà che il Lodo Alfano è incostituzionale. Se il Lodo Alfano non superasse l’esame della Corte (il suo predecessore, il Lodo Schifani, l’ha già fallito), il processo a suo carico riprenderebbe e, qui è il punto, la sentenza nei confronti di Mills, quando definitiva, potrebbe essere acquisita e fare prova dei fatti in essa considerati. Se fosse una sentenza di condanna, essa costituirebbe prova del fatto che Berlusconi corruppe Mills; tanto più se, secondo l’ipotesi di accusa, i «piccioli», i soldi, fossero davvero arrivati da un conto nella sua disponibilità.

Guarda caso, l’articolo 4 della riforma destinata a risolvere il problema della lentezza dei processi dice: l’articolo 238 bis è sostituito; nei procedimenti relativi ai delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lett. a), le sentenze divenute irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova del fatto in esse accertato. Sembra tutto uguale, vero? Invece no: adesso le sentenze emesse in un altro processo fanno prova solo nei processi per mafia, terrorismo, armi (da guerra) e stupefacenti; per tutti gli altri reati non se ne parla, carta straccia.

Recuperiamo l’esempio. Quando e se Mills sarà condannato, e quando e se la Corte Costituzionale avrà bocciato il Lodo Alfano, la sentenza che ha condannato Mills non potrà essere utilizzata nel processo a carico di Berlusconi: si dovrà ricominciare tutto daccapo. Che non sarebbe grave: se vi erano elementi per condannare Mills, gli stessi elementi potranno far condannare Berlusconi. Ma, tempo di rifare tutto il processo (qui la riforma ha studiato parecchie cosucce che lo rallentano), sarà arrivata santa prescrizione.

Naturalmente questa bella trovata è una legge dello Stato; e, come tale, vale per tutti, non solo per il suo primo beneficiario. Sicché possiamo porci la solita domanda: in che modo questa parte di riforma (le altre parti sono anche peggio) potrà eliminare il grande cruccio di Alfano, «la lentezza della giustizia»?

Va detto che questo ministro e il suo presidente sono anche sfortunati: lo scorso 26 gennaio la Corte Costituzionale (sentenza n. 29) ha ritenuto che l’articolo 238 bis (proprio quello modificato dalla riforma) era costituzionalmente legittimo; ne consegue che l’aver previsto che esso valga solo per alcuni reati e non per altri è, questo sì, incostituzionale. E così anche questa farà la fine di tante altre leggi emanate in spregio alla Costituzione; dopo aver assicurato l’impunità a tanti delinquenti, finirà ingloriosamente nel cestino. Ma è troppo chiedere che, prima di legiferare, studino un pochino?

Leggi l'articolo sul sito de La Stampa


Giustizia e informazione sotto assedio







Nessuno tocchi la casta



Pubblico la mia intervista curata da Gianluca di Feo e apparsa su l'Espresso di questa settimana.
Bruno Tinti

La riforma della giustizia? È diventata una paradossale lotta di classe. Perché gran parte della classe politica si batte da almeno 15 anni per paralizzare procure e tribunali. Ma è soprattutto una "questione immorale", che ha perso qualunque decenza. Bruno Tinti, fino a tre mesi fa procuratore aggiunto di Torino, ama definirsi "un cantastorie, che scrive e racconta quello che ha imparato": con un linguaggio semplice e diretto spara a zero sui programmi del governo. Tinti non è una toga rossa: piuttosto è una 'toga rotta', per parafrasare il titolo della sua fortunata opera prima, che non risparmia critiche nemmeno ai magistrati. E il suo nuovo libro, 'La questione immorale', è destinato a irrompere nel dibattito sulla riforma della giustizia, demolendo uno a uno gli argomenti del ministro Angelino Alfano. "È dai tempi di Mani pulite che la classe politica, senza distinzioni di partito, lavora per lo stesso obiettivo: conquistare l'impunità. In questi giorni ho ripensato a quando andavo in carcere per interrogare un bandito che voleva collaborare, un rapinatore o un ladro che aveva deciso di fare i nomi dei complici. Assistevo sempre alla stessa scena: mentre il pentito veniva accompagnato al colloquio, tutti i detenuti, non solo quelli che lui avrebbe accusato, lo riempivano di insulti e di minacce. L'omertà era un bene che andava difeso da tutti i delinquenti che avevano un interesse comune: l''infame' va bloccato perché sennò il sistema salta. Ecco, gran parte della politica adotta la stessa logica: non ha importanza quali sono i guai occasionali di questo o quel politico, c'è un interesse comune: l'impunità. Le intercettazioni, ad esempio, non si devono fare perché oggi può toccare a me, domani a te".

Ogni riforma creata per aumentare lo scudo a protezione dei potenti non incide solo sui loro processi: aumenta l'inefficienza dell'intero sistema, fa lievitare la montagna di fascicoli arretrati e reati dimenticati. A leggere il libro nasce un sospetto: questa paralisi è un danno collaterale o c'è la volontà di creare un'impunità di massa? "È un effetto sicuramente voluto nella parte in cui fa riferimento a singoli interventi. La riforma dell'interesse privato in atti d'ufficio e dell'abuso d'ufficio ha reso praticamente impossibile punire i reati commessi dagli amministratori pubblici. La riforma delle intercettazioni renderà impossibile farle. In questi casi la volontà politica è evidente: il malaffare non deve essere scoperto. E, se proprio viene scoperto, non deve essere conosciuto dai cittadini. Insomma, l'inefficienza è cercata, perseguita e voluta. Ci sono poi altre situazioni in cui l'estensione dell'impunità è un effetto secondario. Come la riforma del falso in bilancio: ciò che interessava era fermare un singolo processo, poi la legge è rimasta lì e ora non c'è modo di punire condotte terribili per l'economia del paese". Di controriforma in controriforma, il rischio è quello di svuotare la Costituzione. Ma nell'elenco delle demolizioni in corso da parte del governo, c'è un progetto che lei considera più pericoloso per la democrazia? "Metterei sullo stesso piano la riforma delle intercettazioni e l'inasprimento delle pene per i giornalisti e gli editori: il pericolo più grande per la democrazia è il bavaglio all'informazione. In realtà, con le ultime novità, non ci sarà bisogno di imbavagliare l'informazione: semplicemente non si faranno più intercettazioni e alla fine non si faranno nemmeno i processi".

E le riforme possibili? Ci sarà qualcosa che si può fare per rendere più rapidi i processi? "Sono riforme solo teoricamente possibili. Perché la politica non vuole che la giustizia funzioni". Ma mettiamo che all'improvviso l'Italia fosse obbligata ad adottare alcuni interventi, quali indicherebbe? Tinti mette al primo posto la razionalizzazione delle circoscrizioni: in pratica, eliminare i tribunali troppo piccoli e frazionare quelli troppo grandi. Seguita subito dalla riforma delle notifiche. Oggi gli imputati devono essere avvertiti di ogni fase del processo; se non lo sono, tutto nullo. Fino al 2005 se ne potevano occupare anche le forze dell'ordine, poi questo è stato vietato e il compito è stato riservato alle poste o agli ufficiali giudiziari. Risultato: il numero di udienze andate all'aria è moltiplicato. "Ma non è solo questo il problema: la vera riforma è concettuale. Un cittadino sottoposto ad indagine deve essere subito avvertito: 'Guarda che ti facciamo un processo', poi l'onere di informarsi di quello che accade dovrebbe essere suo. Non è possibile che lo Stato debba andarlo a cercare dappertutto. Occorre una inversione logica: una volta che l'imputato abbia nominato il suo difensore o ne abbia ricevuto uno d'ufficio, le notifiche dovrebbero essere fatte solo all'avvocato. E se il cliente si rende irreperibile peggio per lui. Ma questa riforma non si farà mai: le si oppongono sia l'ideologia delle garanzie, vere o finte che siano; sia l'interesse degli avvocati. Per gli avvocati le notifiche sono una manna: i processi si fanno saltare con le nullità delle notifiche; e così passa il tempo e si raggiunge la prescrizione".

E i magistrati? Il libro non li risparmia. "Certo, la magistratura ha molte responsabilità. Ma non c'è la volontà di opporsi alle riforme che farebbero funzionare il processo. La mia critica verso i magistrati riguarda le logiche con cui vengono gestite le nomine dei capi degli uffici. O la strumentalizzazione dei rapporti di potere interni che viene fatta da alcuni per garantirsi carriere parallele: i posti di prestigio accanto a ministri e deputati; l'elezione a parlamentare, il 'fuori ruolo' che da venti anni non fa il giudice ma sta in mezzo alla gente che conta. Logiche non trasparenti, talvolta inaccettabili e spesso anche immorali, con cui viene gestita la carriera dei magistrati".

Il volume ha una conclusione cupa. Tinti ammette di non essere riuscito a far nulla per migliorare la giustizia. "Dal punto di vista concreto hanno vinto loro. È illusorio sperare che una classe politica in gran parte fondata sul malaffare ponga mano a una riforma concreta. A loro interessa solo quello che porta acqua al mulino dell'impunità. Ma sono anche ottimista. Perché c'è sempre più gente che comincia a spiegare all'esterno: 'Guardate che vi stanno mentendo'. E c'è sempre più gente che sta rendendosi conto...". Piercamillo Davigo parla spesso della teoria del pendolo: ci sono momenti storici in cui fattori esterni, come la crisi economica o la congiuntura internazionale, determinano una richiesta di giustizia che non può più essere negata. A quel punto si torna a dare incisività all'azione penale. "Ma questo significherebbe che il Paese è arrivato alla bancarotta. Però è vero, forse quando avremo toccato il fondo ci sarà un ricambio". E infatti Tinti conclude ricordando il crollo dei Muro di Berlino: "Nessuno sa bene perché è crollato; però è successo e tutti cantavano ed erano felici. Un giorno anche la giustizia italiana cambierà; come è successo per il Muro".



La saga delle intercettazioni



Cari amici, la mia rubrica abbandona la home page di Chiarelettere e si guadagna un blog tutto suo.
Intanto ditemi cosa ne pensate del primo post.
Vi aspetto.

Bruno Tinti

Non credo restino molti dubbi sullo scopo che la nostra classe politica intende perseguire quanto alle intercettazione telefoniche: non si debbono fare. Punto e a capo.

In un primo tempo il metodo da utilizzare sembrava dovesse essere quello di ridurre all’osso i reati per i quali le intercettazioni sarebbero state consentite: solo quelli puniti con pene superiori a 10 anni di reclusione. Restavano fuori un sacco di reati gravi ma pazienza, quello che importava era che, tra quelli per cui non si poteva intercettare c’erano tutti i reati contro la Pubblica Amministrazione; cioè tutti i reati abitualmente commessi dalla classe politica. Che infatti proprio in vista di questo obbiettivo si dava da fare per riformare la disciplina relativa.

Poi qualche politico più attento di altri alle reazioni dell’opinione pubblica deve aver pensato che a tutto c’è un limite e che forse i cittadini non avrebbero apprezzato, e magari la prossima volta avrebbero votato “male”. E così hanno studiato un sistema diverso per ottenere lo stesso risultato; sistema che ha il pregio di non disgustare troppo i futuri elettori che, naturalmente, masticando poco di diritto, non dovrebbero essere in grado di capire fino in fondo i trucchi utilizzati per garantire comunque l’impunità alla casta e ai suoi fiancheggiatori.

Questa considerazione può essere facilmente condivisa leggendo quella parte del DDL che modifica modalità di richiesta, presupposti e termini di durata delle intercettazioni; la trascrivo qui di seguito...

continua

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