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Commenti lasciati nel post "Ai tempi del Re Sole"

Dice Salvatore D'Urso (commento 4) che si potrebbero allungare i tempi di decorrenza termini per i reati di mafia... 6 mesi in più, 1 anno... tanto che ci frega?... oramai è stato dichiarato colpevole... è stato accertato...

Il problema è che tutti (e anche i mafiosi) sono presunti innocenti fino a sentenza definitiva. Tutti, anche i mafiosi, hanno diritto di avere un processo giusto, razionale ed efficiente. Se lo Stato non è in grado di assicurare ai cittadini un processo del genere (e un processo che dura anni è per definizione ingiusto, irrazionale e inefficiente) non può scaricare sui cittadini questa sua incapacità. Intendo dire che non si può accettare di avere un sistema che, da una parte, ritiene indispensabili 3 (anzi 4, c'è l'udienza preliminare) gradi di giudizio come garanzia necessaria per l'accertamento della colpevolezza. E, dall'altra, preveda una carcerazione preventiva che si allunghi a dismisura, e che potrebbe essere resa ingiusta da una sentenza definitiva di assoluzione, intervenuta magari dopo anni di carcerazione.

Detto questo, io ritengo che il giudizio d'Appello dovrebbe essere abolito; si tratta di una fase processuale del tutto inutile, che non dà alcuna garanzia di maggiore approfondimento e meditazione rispetto al giudizio di primo grado, quello svoltosi in Tribunale; anzi, il giudizio d'Appello è per definizione più astratto e superficiale. Secondo me dovrebbe restare solo il ricorso in Cassazione per gli errori di diritto, cioè quando il giudice ha sbagliato nell'applicare la legge. E, se si abolisse il giudizio d'Appello, certo che il processo penale si accorcerebbe della metà.

C'è un altro aspetto che non mi trova d'accordo con Salvatore D'Urso: i mafiosi non sono una categoria di imputati diversa dagli altri; sotto questo profilo tutta la legislazione di questi ultimi anni, che li tratta in maniera diversa, è sbagliata e, secondo me, incostituzionale. La maggiore o minore gravità del reato (e i reati di mafia sono gravissimi) deve avere come conseguenza solo una maggiore o minore entità di pena. Ma le modalità di accertamento della colpevolezza o dell'innocenza non possono essere rese più o meno superficiali, più o meno garantite, a seconda che si tratti di una tipologia di reati o di un'altra. Il presunto mafioso ha diritto a un processo giusto esattamente come il presunto maltrattatore della moglie e dei figli. Sono due imputati nei cui confronti lo Stato deve accertare la colpevolezza o l'innocenza. Se saranno ritenuti colpevoli riceveranno, ovviamente, pene diverse. Ma il sistema di accertamento delle responsabilità non può essere più sbrigativo, meno garantito, per alcuni reati. Direi anzi che, tanto più gravi sono i reati e dunque le pene che possono essere inflitte, tanto più garantito deve essere il processo.

Ludwig Meyerhoff (commento n. 6) mi chiede quale è il mio progetto di riforma del sistema penale italiano (lo ringrazio per aver pensato che io sia in grado di averne uno). Si chiede se voglio adottare il modello americano (verdetto) e se penso che sia il caso di investire somme enormi nel sistema giustizia.

Descrivere il mio progetto (in effetti ne ho uno) richiede un tempo che ora non ho. In parte quanto ho detto più sopra circa l'abolizione dell'appello risponde ala sua domanda. Qui chiarisco solo che no, non voglio assolutamente adottare il sistema americano. Secondo me il verdetto, il PM eletto dal popolo o dai partiti, l'immunità concessa ai delinquenti che accusano i loro complici (veri o falsi che siano) hanno portato nelle galere americane centinaia di innocenti. Credo che si tratti di un sistema barbaro, inaccettabile. Inoltre non accetterei mai, in Italia, un sistema che si fonda sulla discrezionalità dell'azione penale. Ve lo figurate cosa succederebbe in Italia se Berlusconi e soci potessero stabilire quali reati si perseguono e quali no? Quello che vorrei io è un sistema inquisitorio come c'era prima del 1989: un PM che indaga, costruisce il processo, porta le prove che ha raccolto al giudice che stabilirà se sono sufficienti o no. Se si, condanna, se no assolve. Ma, detta così, non si capisce niente. Un giorno proverò a scrivere per benino come vorrei io il processo penale.

L'idea di Stefano (commento 9) è ottima. Pensate che, già oggi, i giovani avvocati possono fare pratica negli studi dell'Avvocatura dello Stato (a certe condizioni, debbono superare un colloquio, credo, e avere un certo voto di laurea). Mi piacerebbe molto che si potesse fare quello che Stefano propone. Vedo un ostacolo: il segreto delle indagini. Che giovani universitari vivano fianco a fianco con il PM e, di necessità, vengano a conoscenza dei risultati delle sue indagini è impossibile: e non saprei come ovviare a questo problema. Però pensiamoci, l'idea è buona, anche io sono convinto che l'Università, pur necessaria, dia una preparazione troppo teorica e dunque insufficiente per il mondo del lavoro.

Paolo (commento 11) e Fab 1979 (commento 12) mettono il dito nella piaga... Certo, le responsibilità dei capi degli uffici giudiziari sono enormi. Solo che... Dove si prendono le risorse aggiuntive per far fronte alle emergenze? Certamente il giudice di Bari aveva segnalato; certamente i suoi capi sapevano, certamente qualcosa per aiutarla hanno fatto. Ma di più, probabilmente, non potevano fare. Ogni giudice, con buona pace di Brunetta, ha lavoro bastante per due o tre giudici; voglio dire che tutti sono impegnati in una rincorsa continua contro il tempo, contro i termini che scadono, contro l'arretrato, contro le istanze dei difensori, contro i detenuti che domani usciranno se non si scrive questa sentenza, questa misura cautelare.. e via dicendo. Dove li prendiamo quelli da mandare in aiuto al giudice che è infognato anche più del solito? Non ce n'è.

Però, è vero, Paolo e Fab hanno ragione, molto spesso i capi degli uffici non si fanno carico di questi problemi e anche quel poco che si potrebbe fare non lo fanno. E qui si apre tutto il problema della nomina di questi capi, delle correnti, del clientelismo, del CSM etc. etc. Ne parleremo ancora.



Ai tempi del Re Sole


Ai tempi del Re Sole, quando si voleva mandare una persona in prigione, si chiedeva al competente funzionario (che, a seconda del rango della persona da imprigionare, poteva essere un magistrato, un ministro o anche lo stesso Re Luigi) un provvedimento chiamato “lettre de cachet”. Si trattava di un foglio, nemmeno tanto elegante, sul quale c’era scritto che Modestino Sfortunato o il Duca de La Disgrazia dovevano essere portati in prigione e lì rimanere fino a nuovo ordine. Conti, duchi e principi finivano così alla Bastiglia o in altri sperduti castelli del regno e lì restavano per mesi, anni e qualche volta tutta la vita. I poveracci, poi, nessuno sapeva nemmeno dove finivano. Semplice ed efficace come sistema.

Poi le cose sono cambiate e adesso, per mandare una persona in prigione, bisogna che un Pubblico Ministero chieda a un Giudice per le Indagini Preliminari di arrestarla. Naturalmente il problema non è solo mandarcela in prigione, questa persona, bisogna anche tenercela; e un Tribunale (o un Giudice dell’Udienza Preliminare, è uno dei vari complicati sistemi del nostro dissennato ordinamento processale) le deve fare un processo, la deve dichiarare colpevole e deve emettere una sentenza di condanna a un certo numero di anni di galera. Poi questa sentenza deve essere confermata da una Corte d’Appello e dalla Corte di Cassazione. Totale: da 10 a 13 giudici impegnati a lavorare sul caso.

Già detta così, si capisce che, al giorno d’oggi, mandare qualcuno in prigione, e soprattutto tenercelo, è un po’ più complicato di quanto non lo fosse ai tempi del Re Sole.
In realtà è molto più complicato; perchè a quei tempi chi firmava la “lettre de cachet” non spiegava affatto perché il malcapitato doveva andare alla Bastiglia; c’era solo l’ordine di portarcelo ma il perché non lo sapeva nessuno.

Oggi, naturalmente, bisogna spiegare bene perché un cittadino deve essere arrestato; perché è colpevole dei reati che gli sono attribuiti; perchè è giusto che la pena sia di anni 20 e non di anni 10; perché i giudici di primo grado hanno avuto ragione a condannarlo e a dargli 20 anni; perché i giudici di appello hanno avuto ragione quando hanno confermato la sentenza del Tribunale. Insomma, oggi le decisioni dei giudici debbono essere motivate.

Questa cosa della motivazione pare sottovalutata da tutti. Quando si parla di giustizia, e in particolare di giustizia penale, sembra che i problemi riguardino solo l’indagine del PM, il processo, l’udienza, le notifiche, le intercettazioni, i sequestri, le perquisizioni, i rapporti con gli avvocati e via dicendo. Nessuno che si chieda: ma, dopo che il giudice ha letto in aula un foglietto su cui c’è scritto che Fiero Farabutto è stato condannato a 20 anni di reclusione, che succede? Finisce tutto lì?

Eh no che non finisce lì, poi bisogna spiegarlo perché si è presa questa decisione; bisogna scrivere la sentenza. Questo fanno i giudici tutti i giorni della loro misera vita: scrivono sentenze.
Come ho detto non ci pensa nessuno a questa cosa: Brunetta vuole i tornelli per costringere i magistrati a stare in ufficio e fare più udienze e anche più lunghe: non debbono smettere alle 14,30, avanti ad oltranza. I cittadini, opportunamente ammaestrati, ce l’hanno con questi giudici fannulloni che smettono di lavorare alle due del pomeriggio e poi se ne vanno a casa; e hanno anche un sacco di ferie.

In verità l’immagine del processo penale che hanno gli incompetenti (nel senso di persone che hanno competenze diverse da quelle giudiziarie) è quella trasmessa da film e libri: la giuria entra in aula e dichiara l’imputato colpevole: il giudice gli dice che dovrà scontare 20 anni; e poi tutti a casa, meno l’imputato che va direttamente in prigione. Chiasso finito. Solo che questa cosa succede davvero nei film, nei libri e negli Stati Uniti d’America, dove giudici e giuria non emettono sentenze, emettono verdetti: appunto una dichiarazione di colpevolezza non motivata. In Italia questo non è possibile: la decisione (il verdetto) va motivato; bisogna spiegare. E’ a questo che serve la sentenza.

Il fatto è che spiegare è una cosa complicata: è come scrivere un libro. Bisogna raccontare tutto quello che è successo, poi bisogna esporre tutto quello che hanno detto i protagonisti (gli imputati, le parti offese, i testimoni, la polizia, i periti); poi bisogna spiegare perché quello che hanno detto alcuni è ritenuto attendibile e veritiero mentre quello che hanno detto altri sembra falso; poi bisogna analizzare le argomentazione degli avvocati difensori, se è necessario (lo è quasi sempre) bisogna confutarle: “non può accogliersi la tesi del difensore dell’imputato, smentita com’è dalle dichiarazioni di Tizio, confermate da quelle di Caio e dai documenti che sono conservati nel faldone numero 37, al fascicolo numero 151, pagine da 23 a 31 e da 147 a 148”. Poi (stiamo parlando di una sentenza di condanna) bisogna analizzare la vita e la personalità dell’imputato, la gravità del delitto per cui è stato condannato e spiegare (vi assicuro che è una cosa difficilissima) perché è giusto condannarlo a 20 anni di prigione e non 10 o 15.

Per un processo che abbia un imputato, un reato (ma un reato semplice, certo non una corruzione, un falso in bilancio, una frode fiscale, una bancarotta etc.), una parte offesa e due testimoni, in meno di due ore non ce la si fa; sicché, dopo un’udienza in cui sono stati trattati 4 processi e che è durata dalle 9 di mattina alle 14,30 del primo pomeriggio, il giudice si trova a dover scrivere le sentenze di almeno due processi (gli altri due le scriverà il suo collega di collegio). Mangia un panino, comincia a scrivere alle 15,30 e finisce alle 19,30. Poi si prepara i processi del giorno dopo.

Certe volte arriva il cataclisma o maxi processo che dir si voglia. 100, 200 imputati, 13 reati di associazione a delinquere, 28 (o 280) omicidi, centinaia di rapine ed estorsioni, centinaia di testimoni e di parti offese, decine, forse centinaia di avvocati. Si va avanti per un anno, forse due; udienze, 4, anche 5 volte alla settimana. Poi, finalmente, la sentenza: 170 imputati condannanti, 30  imputati assolti, pene varie: ergastoli, 20 anni, 15, 10.  E poi si comincia a scrivere.
Moltiplichiamo per 100, 200 volte quello schema per scrivere la sentenza spiegato più sopra: quanto ci si mette a scriverla? 200, 500, 1000 ore? In giorni, 10, 100, 200? Sì ma, questo se il povero giudice che deve scrivere questo romanzo fiume fa solo questo; se, tre volte alla settimana, deve andare in udienza e il pomeriggio deve scrivere le sentenze dei processi che ha trattato la mattina, allora i tempi si moltiplicano. Di quanto è impossibile dire, dipende da quante domeniche il poveretto impegna nello scrivere la megasentenza; da quanta parte delle ferie utilizza, da quanti colleghi lo aiutano, naturalmente limando anche loro quanto possono dal lavoro ordinario.

Negli Stati Uniti d’America, tutto ciò non sarebbe un problema. Lì la sentenza non esiste; nessuno spiega perché e per come. Qualcuno di voi lo sa perché Tyson è stato condannato per lo stupro di una ballerina che era andata in camera sua alle 2 di notte? In camera di Tyson, non del fidanzatino di Peynet. Certo che no, non lo sa nessuno: Tyson s’é beccato 6 anni per stupro dopo che il capo di una giuria si è alzato e ha detto: colpevole. Perché? Mah.
In Italia avremmo dovuto spiegare tante cose, cominciando dai motivi che la ballerina aveva avuto per andare da Tyson e finendo con il problema di un abuso sessuale consumato senza minacce e senza violenza. Non proprio una sentenza semplice. In Italia, insomma, la sentenza è un lavoro difficile e, soprattutto, lungo.

In questi giorni tutti si indignano per via dei mafiosi di Bari (presunti, sia chiaro, sono stati condannati solo in primo grado) scarcerati perché, dopo un anno, il Giudice per le Indagini Preliminari non ha ancora depositato la sentenza.

La cosa funziona così: Tizio viene arrestato: se non è rinviato a giudizio entro X mesi (il termine varia in funzione dei reati), deve essere scarcerato. Se invece si fa a tempo a fargli il processo resta in prigione; poi però, se è condannato, il processo d’appello deve cominciare entro X mesi, altrimenti deve essere scarcerato. E, naturalmente, il processo d’appello non può cominciare se la sentenza di primo grado non è scritta e depositata. Insomma una corsa contro il tempo.

Il processo di Bari aveva 208 imputati. 161 imputati hanno scelto il rito abbreviato e dunque il Giudice dell’Udienza Preliminare ha dovuto fare tutto il processo, sentire i testi, ascoltare accuse e difese, repliche ed eccezioni. Tutto questo è durato un anno. Poi questo stesso Giudice ha rinviato a giudizio 32 imputati e scrivere la sentenza per i 161 giudicati in abbreviato. I reati contestati erano quattro associazioni a delinquere (una di stampo mafioso, tre al fine di spacciare droga) oltre ad una infinità di reati comuni. Il Giudice per le Indagini Preliminari che si è sobbarcato questo lavoro (è un Giudice monocratico, vuol dire che c’è solo lui a farlo) era una donna. Tutto quello che è stato fatto per aiutarla in questa opera micidiale è stato sollevarla parzialmente dal lavoro ordinario per 4 mesi; significa che ha incassato, dopo la fine del processo, solo il 50 % del lavoro ordinario, limitatamente però ai processi con detenuti; ciò perché i detenuti vanno processati in fretta e, ovviamente, lei non poteva farlo perché occupata a scrivere la sentenza. Per il resto, rimboccarsi le maniche e via.
Questo Giudice è noto per essere bravo e diligente; ma situazioni di questo genere ce ne sono a centinaia in tutta Italia. E dovunque i giudici si fanno in 4 per affrontarle.

Adesso qui dobbiamo metterci d’accordo. Vogliamo un processo iper, super, mega garantito (il nostro processo penale lo è, anzi, come si dice, di più)? Allora dobbiamo rassegnarci a un processo che dura anni. Rifiutiamo di tenere in prigione gli imputati per i tempi lunghissimi che richiede il processo previsto dal nostro codice (visto che, fino alla sentenza definitiva, tutti sono innocenti e non sta bene tenere in prigione chi ancora non è stato condannato definitivamente)? Allora dobbiamo moltiplicare per …mah, 10, 15, chi lo sa?, i giudici che debbono scrivere le sentenze. E dove li pigliamo questi giudici, visto che ad ogni concorso non si coprono nemmeno i posti disponibili (la preparazione dei candidati è scarsa e il lavoro – come è ovvio – difficile)? E poi, ammesso che li troviamo, come li paghiamo queste migliaia di giudici?

La verità è che non abbiamo la possibilità di fare tutto questo. E quindi è ovvio, naturale, inevitabile che i mafiosi (presunti) di Bari e di tanti altri posti usciranno per decorrenza termini, non c’è niente da fare.

Insomma, questa virtuosa indignazione di chi sa bene che il sistema giudiziario italiano non può, proprio non può, fornire il prodotto che gli si chiede è davvero inaccettabile. Invece di creare continuamente capri espiatori (quelle povere bestie che venivano mandate a morire nel deserto lapidate da una folla demente che non sapeva nemmeno quale peccato gli veniva caricato sulla misera groppa), la nostra classe dirigente potrebbe una buona volta riconoscere che è arrivato il tempo di costruire un nuovo sistema giudiziario, efficiente e razionale. E se questo significherà la perdita dell’impunità per quella parte di essa che prospera nel malaffare, ebbene, che venga finalmente accettato.



Se i giudici hanno paura


La Stampa, 3 aprile 2009

Per l’ennesima volta c’è il sospetto che qualche politico importante sia stato preso con le mani nel vasetto della marmellata. La procura di Bari ha da tempo chiuso le sue indagini che riguardavano il Ministro Raffaele Fitto per i reati di associazione a delinquere, concussione, falso ideologico, corruzione, peculato, concorso in interesse privato in una procedura di amministrazione straordinaria e turbativa d'asta. Come prevede il codice di procedura, i procedimenti sono stati sottoposti al Giudice per le Indagini Preliminari; uno dei due è ancora in fase di udienza preliminare; per l’altro, Fitto è stato rinviato a giudizio.

Adesso il suo collega Alfano ha inviato i suoi ispettori presso la Procura di Bari. La supposizione che si tratti della solita ispezione intimidatoria e, se gli riesce, punitiva è seducente; tanto più che, dicono le agenzie, Alfano si è mosso su sollecitazione dello stesso Fitto. Niente di nuovo sotto il sole comunque: hanno fatto così dai tempi delle ispezioni alla Procura di Milano che indagava su Berlusconi. E tutto questo suggerisce qualche (inquieta) riflessione.

E’ evidente che gran parte della classe dirigente del Paese non riesce a comprendere che l’Amministrazione della Giustizia si deve svolgere in maniera indipendente e autonoma rispetto ai desideri, alle opinioni, ai voleri della politica. E’ straordinario come Alfano e gli altri come lui non arrivino a rendersi conto che un’ispezione disposta in coincidenza con un processo nei confronti di un uomo politico e dietro sollecitazione di questi costituisce una obbiettiva interferenza, tale da intimidire i giudici che lo debbono giudicare.

Può essere interessante ricordare che, il 23 febbraio, il Ministro della Giustizia spagnolo, Mariano Bermejo si è dimesso. Aveva passato (come faceva per abitudine, essendone amico) un week end, andando a caccia con il giudice Garzon che stava investigando su Francisco Correa, importante esponente del partito Popolare che, come è noto, è all’opposizione. E’ stato criticato perché si poteva sospettare (sospettare, non è mai emerso alcunché di concreto) che egli potesse approfittare delle circostanze per raccomandare al giudice un inchiesta severa (nei sospetti: parziale, ingiusta, prevenuta) da cui il suo partito avrebbe tratto vantaggio. E’ stato anche criticato perché era andato a caccia senza possedere la relativa licenza… Si è dimesso. Per un sospetto (un sospetto) di parzialità. Nel nostro Paese il Ministro della Giustizia invia ispezioni presso i giudici che indagano sui suoi compagni di partito; addirittura l’ex Ministro Mastella le inviò presso il magistrato che indagava su di lui.

Ma c’è un’altra cosa che lascia perplessi. L’Associazione Nazionale Magistrati, il sindacato dei giudici, è composta da persone che, come tutti i giudici, conoscono a menadito gli articoli 101 della Costituzione (quello che dice che i giudici sono soggetti soltanto alla legge); 104, quello che dice che la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere; e 112, quello che dice che il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale (sicché, se pensa che Fitto sia un associato a delinquere, un concussore, un corruttore, un peculatore e tante altre cose poco commendevoli, non può che spedirlo davanti a un giudice perché queste accuse siano accertate).

E’ successo che l’ANM, quando ha appreso dell’ispezione ordinata da Alfano, ha emesso un severo (magari severo è un po’ troppo, che dire, critico, forse ispirato a vigile attesa) comunicato in cui dice di esprimere «piena solidarietà ai colleghi della Procura di Bari» e di condividere “l’auspicio che l’inchiesta amministrativa affidata agli ispettori ministeriali possa svolgersi senza pregiudizio né interferenze sull’attività giurisdizionale». Non proprio un alto là ma un flebile richiamo, questo si.

Solo che, quando era De Magistris ad essere “ispezionato”, mentre indagava su Mastella e coindagati (per tre volte di fila perché, come dichiarò il suo sottosegretario Luigi Scotti, anche lui magistrato, nelle prime due non si era trovato niente ma il Ministro era tanto scrupoloso e voleva essere tranquillo), in quel caso l’ANM non ebbe nulla da dire; nemmeno un flebile “auspicio” che le ispezioni si svolgessero senza pregiudizio delle indagini.

Il punto è che questo atteggiamento timido sulle iniziative aggressive della politica rischia di aggravare lo stato di sconcerto, di solitudine e di paura (si, di paura) di molti magistrati. Ieri i titolari dei fascicoli su Fitto hanno scritto una lettera al Csm, chiedendo di sapere entro quale limite devono esercitare «il dovere istituzionale di salvaguardare la funzione giudiziaria da interferenze indebite o improprie».

Tutti i magistrati conoscono benissimo questo limite; come lo conoscevano i magistrati della Procura di Milano che non consegnarono mai agli ispettori i fascicoli concernenti gli imputati Berlusconi, Previti e altri, coperti dal segreto investigativo che vale (ma lo sanno tutti) anche per il Ministro. Chiedere al CSM che ha condannato De Magistris una direttiva in tal senso è certamente ispirato ad ovvie ragioni di autotutela; ma è anche segno di profonda sfiducia.

Segnalazioni

Mercoledì 8 aprile alle 19.30 presento "La questione immorale" su Videogruppo Piemonte, circuito Telelombardia. Potete rivolgere le vostre domande chiamando il numero verde: 800177770.


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