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Le reazioni corrette


La sentenza Mills si presta a due riflessioni.
Non sempre in una sentenza possono inserirsi considerazioni che riguardano persone diverse dall’imputato. Alcuni magistrati sono stati sottoposti a procedimento disciplinare per riferimenti non graditi dagli interessati e giudicati non necessari nell’economia generale dei provvedimenti emessi. Una delle incolpazioni mosse a De Magistris, per esempio, fu di aver inserito nella motivazione del decreto di perquisizione emesso nell’ambito dell’inchiesta Toghe Lucane un riferimento alla relazione sentimentale di due magistrati, un PM e un giudice, il che gli venne contestato come violazione della privacy. In realtà poi il CSM si vide costretto a riconoscere la pertinenza del riferimento a questa storia privata perché essa li rendeva, ovviamente, incompatibili (il giudice che aveva una relazione con il PM non avrebbe dovuto giudicare nei processi istruiti da quest’ultimo). E poiché detta relazione era notoria o quantomeno nota al Procuratore Generale Tufano (indagato nel procedimento Toghe Lucane), la circostanza diveniva rilevante per dimostrarne l’asserita colpevole inerzia, in questa come in tante altre cose. Poi il CSM condannò ugualmente De Magistris (con una motivazione assolutamente insostenibile) ma dovette appunto riconoscere che il riferimento a terze persone era stato, in quel caso, legittimo.

Tirare in ballo altre persone nelle sentenze succede dunque spessissimo: non si può condannare un ladro senza far riferimento al proprietario della cosa rubata; né si può condannare taluno per rissa senza dare atto della partecipazione alla rissa di persone anche se non giudicate nello stesso processo (perché sono malati o perché sono minorenni o perché, magari, tutelati dal lodo Alfano).

Ora è evidente che è impossibile condannare qualcuno per corruzione senza far riferimento al corruttore e al contesto in cui la corruzione è maturata. Il Tribunale di Milano ha ritenuto valide le prove a carico di Mills; e ha motivato questo suo convincimento descrivendo, come era necessario che facesse, perché questi aveva ricevuto del danaro, quando e come lo aveva ricevuto e ad opera di chi. Non lo avesse fatto, la sentenza sarebbe stata dichiarata nulla per difetto di motivazione. Cosa che quantomeno i legali di Berlusconi (e dunque lo stesso Berlusconi) sanno benissimo. E infatti, nel panorama delle invettive ai giudici di Milano, questa contestazione, che avrebbe avuto almeno il merito di essere fondata su motivazioni tecniche, ancorché infondate, non è stata finora proposta. Il che ci porta alla riflessione numero due.

La furia di Berlusconi e dei suoi sostenitori riguarda la presunta grave inimicizia nei suoi confronti da parte del Presidente del collegio giudicante. Nicoletta Gandus è iscritta da anni a Magistratura Democratica, corrente di giudici comunisti e dunque, senza bisogno di ulteriori argomentazioni, ostili al Presidente del Consiglio: pertanto essa non è stata imparziale nella conduzione del processo e la sentenza emessa nei confronti di Mills (con i necessari riferimenti a Berlusconi) è ingiusta.

Il problema è che Berlusconi non è stato giudicato solo dalla Gandus. Il collegio era composto di tre giudici e nessuno ha ancora rivelato se e a quale corrente gli altri due fossero iscritti. E se non appartenessero a Magistratura Democratica? Oppure se non fossero iscritti ad alcuna corrente (come un buon terzo dei giudici italiani)? Berlusconi dovrebbe sapere (e i suoi legali lo sanno certamente) che l’opinione del presidente del collegio non vincola in alcun modo gli altri due giudici che dunque, essendo terzi e imparziali (ancora nessuno ha detto che non lo sono) si sarebbero certamente opposti al partigiano e ingiusto accanimento della Gandus. Sicché prendersela tanto con la militanza correntizia di questo giudice è privo di senso: ammesso e non concesso che la Gandus fosse ostile a Berlusconi, gli altri due restavano imparziali e avrebbero fatto il loro dovere.

Per la verità questo delirio di persecuzione impermeabile ad ogni ragionamento è abbastanza consueto nelle aule di giustizia. Molti imputati perdono ogni capacità di discernimento e di autocritica e si convincono a tal segno di essere nel giusto che non riescono a concepire come sia possibile che un giudice dia loro torto. Ricordo un rapinatore; era stato arrestato e giudicato colpevole in primo grado; poi, come capita, la Corte d’Appello aveva dovuto dichiarare la prescrizione e quindi assolverlo (perché era colpevole ma il reato era estinto). E lui aveva pensato bene di denunciare il PM (ero io), il GIP e i giudici del Tribunale per ingiusta detenzione, chiedendoci anche un congruo risarcimento danni. Naturalmente la sua denuncia è stata respinta, senza indignazione e senza ira, semplicemente perché infondata.

Ecco, questo penso debba essere l’atteggiamento che si deve avere nei confronti delle furiose reazioni di Berlusconi alla sentenza Mills: indifferenza e sopportazione. Proprio come si fa nei confronti di tanti imputati che non vogliono, proprio non vogliono, capire che i processi si fanno secondo la legge e che, se la sentenza non gli piace, non possono fare altro che impugnarla, fino alla sentenza definitiva. Che, dopo il giudizio della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, dovrebbe arrivare anche per Berlusconi.



Beh, finalmente c'è stata la prima


Non ero preoccupato, tutto era stato preparato bene, ma curioso sì.

E’ venuta molta gente e a me è sembrato strano che così tanti abbiano pagato per sentirmi. E’ stata un’esperienza nuova, mi ha fatto pensare che forse erano interessati davvero.

I video e le musiche di Valentino Corvino erano bellissimi e molto evocativi.

Poi ho imparato un sacco di parole di gergo, in particolare che, proprio prima dello spettacolo, mentre te ne stai tutto solo dietro le quinte, quando passa qualcuno devi dirgli “merda”. Mi sembrava buffo e però l’ho fatto molto disciplinatamente.

Quello che mi è sembrato sia piaciuto di più a tutti è stato l’ultimo monologo, quando ho parlato della Costituzione. Qualcuno (certamente io) si è emozionato.

Adesso sembra che lo porteremo in giro per l’Italia.

Se venite a vedermi, quando ho finito di “recitare” (parola grossa), venite a salutarmi e a dirmi che siete lettori del blog.

Per adesso, saluti a voi.


"XL EXTRA LEGEM. Giustizia su misura" di e con Bruno Tinti con la regia di Franco Travaglio.
Per saperne di più



Rispondo ai vostri commenti


Rispondo ad alcuni commenti lasciati nel post Il dito e la luna

Per Nexus (4)
Guardi che io non penso affatto che il comportamento ossessivo di Berlusconi nei riguardi del sesso sia un fatto irrilevante e, peggio, pericoloso per il nostro Paese. Ho detto solo che i suoi processi e corrispondenti assoluzioni per gravi fatti di criminalità costituiscono materia di ancora maggiore preoccupazione. Per il resto condivido pienamente le sue osservazioni.

Per Saggio (5)
Il punto è che una condotta delittuosa quale quella da lei ipotizzata non è assolutamente provata; e nemmeno pare possibile acquisire prove in proposito.
Ci sono sospetti, illazioni, opinioni; ma tutto questo in tribunale non conta.
E comunque, si ricordi che c’è il Lodo Alfano. E, anche se fosse provato che Berlusconi ebbe rapporti sessuali con Noemi Letizia in un contesto illecito, non potrebbe essere processato.
E’ anche vero che un processo del genere potrebbe cominciare (se ci fossero prove) dopo che la Corte Costituzionale avesse deciso sulle eccezioni sollevate dal tribunale di Milano. E, se la Corte dichiarasse incostituzionale la norma, non nego che (sempre che esistessero le prove del reato che lei ipotizza) la cosa si farebbe interessante…

Per Gabriele (6)
Non sono d’accordo. Una larghissima fascia di popolazione è molto interessata alla vicende boccaccesche di Berlusconi. Certo, queste vengono proposte dai media; ma è un circolo vizioso. I media le propongono perché c’è molta gente che vi si interessa. E siccome c’è questo diffuso interesse i media lo cavalcano e ci guadagnano. Poi, certo, in qualche modo gli interessati si debbono pur difendere. E si va dai Ma vaaaaa laaaa, figuriamociiiiiii di Ghedini alle più sofisticate costruzioni teoriche di sapienti corifei.

Per Aulus Agerius (ma è un lettore di Linus?) (12)
Secondo me qui la delegittimazione dei magistrati non c’entra nulla.
Non c’è processo, la disapprovazione arriva dai cittadini.

Per Giacomo (18)
Beh, secondo me i falsi in bilancio, le frodi fiscali, le corruzioni sono reati peggiori dell’eventuale frequentazione di una minorenne ben disposta e appoggiata dalla famiglia. Per il resto concordo con lei su tutto: ripeto, ho solo detto che c’è di peggio.

Per Marco Vagnozzi (21)
La legge non prevede che all’innocente vengano restituiti i soldi spesi per le parcelle del suo avvocato.
Il che mi va bene perché sapesse quanti  innocenti sono più colpevoli di Giuda! Ci mancherebbe altro che gli ridiamo anche i soldi dell’avvocato!

Per Sandro Zagatti (26)
La ritrattazione seguita dall’impunità è stato un ottimo strumento per riuscire a provare (testimonialmente) la colpevolezza di molti imputati.
Il testimone falso ha sempre un incentivo a mentire: soldi, amicizia, paura. Bisogna che abbia un incentivo a ritrattare e a dire la verità: l’impunità. Questa è la teoria.
Il vero scandalo è che, in realtà, testi falsi e favoreggiatori non hanno bisogno di questo tipo di incentivo perché, di fatto, sono già impuniti.
L’ho scritto bene nel mio ultimo libro (La questione immorale) ed è difficile spiegarlo qui in poche righe. Comunque il succo della questione è che il teste falso non può essere arrestato né giudicato fino a quando non si è concluso (in primo grado) il processo nel corso del quale ha reso la falsa testimonianza. Garanzia di prescrizione. Sai quanto gliene frega di ritrattare per non essere condannato.
Il favoreggiatore difficilmente rischia pena elevate; e dunque tra sospensione condizionale e affidamento in prova al servizio sociale, consegue l’impunità. Sicché, anche lui, preferirà l’eterna gratitudine del delinquente favoreggiato.
Ma ripeto: tutto questo, che è abbastanza complesso, è spiegato un po’ meglio in La questione immorale.



Il dito e la luna


Quando il saggio mostra la luna, lo sciocco guarda il dito

Le vicende di Silvio Berlusconi e di sua moglie stanno interessando molto i cittadini..
Dalle parole della signora Veronica e dalla sua reazione angosciata e indignata, sembra dedursi che lei sia convinta di essere stata reiteratamente tradita e con modalità tali da ferire la sua dignità, oltre che i suoi sentimenti. E debbo riconoscere che una vicenda come quella che il Presidente del Consiglio sta offrendo ai cittadini è davvero singolare e tale da giustificare l’interesse che i mezzi di informazione insieme soddisfano ed alimentano.

Resto però alquanto disorientato.

Da molti anni Berlusconi è accusato di molte e gravi violazioni del codice penale e di altre leggi penali. Ha subito numerosi processi da alcuni dei quali è uscito in modo poco commendevole: alcune volte per prescrizione, altre per assoluzioni motivate con l’art. 530 del codice di procedura (la c.d. insufficienza di prove), altre ancora a seguito di leggi fatte appositamente per consentirgli l’assoluzione con la formula il fatto non è più (prima lo era, adesso non più) previsto dalla legge come reato, altre infine per via di quei monumenti giuridici e costituzionali che sono stati il lodo Schifani e il lodo Alfano, le due leggi costruite apposta per garantirgli l’impunità. Non solo: personaggi a lui molto vicini (Dell’Utri per primo e Previti per ultimo, ma ve ne sono stati altri) sono stati condannati per gravi reati (frode fiscale e corruzione) in contesti in cui è emerso con chiarezza l’interesse economico e politico di Berlusconi stesso. E ancora: alcune frequentazioni (penso al famoso stalliere Mangano) del Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana sono state tali da ingenerare sconcerto e preoccupazione. Perfino alcune assoluzioni (il processo Saccà) sono state motivate con argomenti che avrebbero fatto vergognare qualsiasi piccolo, medio o grande servitore dello Stato: un rapporto di totale sudditanza tra pubblici funzionari (e Berlusconi lo è, al massimo livello) squalifica il suddito, ovviamente, ma non depone a favore del padrone, proprio perché non sono questi i rapporti che dovrebbero caratterizzare il pubblico impiego. Insomma, un alto funzionario pubblico non dovrebbe comportarsi come Fantozzi; e il Presidente del Consiglio dovrebbe guardarsi bene dall’assumere ruolo e atteggiamenti da ipermegadirettore.

Ecco: tutto questo (e altro ancora, credo) avrebbe meritato molta più partecipazione critica da parte dei cittadini; molta di più di quella che, a quanto pare, tutti si sentono in dovere di esternare per le vicende dell’appena maggiorenne Noemi e delle numerose donne di spettacolo di cui Berlusconi si è circondato e che ha indubbiamente sponsorizzato.

Non voglio dire naturalmente che questi comportamenti non siano censurabili: sotto il profilo morale, se le ragioni della signora Veronica sono fondate; e anche sotto il profilo penale se dovesse risultare provato che l’attribuzione di cariche pubbliche o la candidatura a ben remunerati seggi politici null’altro costituisse se non la remunerazione di prestazioni affettive o sessuali. Ma di questo ultimo aspetto non vi è alcuna prova; e, quanto al primo, quello morale, debbo dire sconsolatamente che le trascorse vicende giudiziarie di Berlusconi mi paiono di ben maggiore rilevanza.

Così penso che dovremmo soprattutto continuare a ricordare con sdegno e preoccupazione queste ultime e riservare alle presunte infedeltà di un uomo anziano e poco discreto quella distratta e seccata attenzione che esse meritano.



La giustizia va in scena


Cari amici,
scrivo alla fine di una faticosissima giornata di… prove teatrali.

Ho scritto un copione, una casa di produzione l’ha apprezzato, mi hanno coinvolto in uno spettacolo teatrale.

Farò monologhi, alcuni quadri, sulla scena; ci saranno musiche, oggetti e una scenografia minimalista ma suggestiva.

Insomma, un’esperienza nuova che mi interessa molto e mi affatica non poco. Non avete idea quanto sia stancante ripetere, ripetere, modificare un pochino ma non tanto, un altro po’, no meglio prima. E poi: hai sforato, 2 minuti di troppo, lo stacco arriva prima….

Sono fatto.

L’anteprima il 12 a Parma.

Di che parlerò? Beh, di quello che tutti sapete già: farò il cantastorie, racconterò di processi e di leggi, di giustizia e di ingiustizie, di intercettazioni e di informazione, di processo accusatorio e di prescrizione, di attacchi alla Costituzione  e della difesa degli uomini liberi. Insomma delle nostre disgrazie e delle nostre speranze.

Non so cosa ne uscirà. Mi viene in mente un libro bellissimo, apparso negli anni ’30: L’esperimento di Pott.

Era, Pott, un giudice francese che dette le dimissioni dopo essere stato costretto ad emettere una sentenza che giudicava ingiusta; e anche lui cambiava mestiere: si mise a fare il pagliaccio al Cinque d‘Hiver. E trovò anche un grande amore infelice. E poi diventò grande …

Se vi capita leggetelo, è bellissimo.

Fatemi gli auguri, ne ho bisogno, magari mi tireranno i pomodori.

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"XL EXTRA LEGEM. Giustizia su misura" di e con Bruno Tinti con la regia di Franco Travaglio, in scena in Anteprima Nazionale a Teatro Due di Parma il 12 maggio 2009 alle ore 21.00.
Per saperne di più



L'immoralità è insita nel nostro Paese


Intervista a Bruno Tinti di Aaron Pettinari - 3 maggio 2009
Fonte: Antimafiaduemila


Dallo scorso dicembre si autodefinisce un “cantastorie”. Lasciare il proprio lavoro di magistrato dopo oltre 41 anni trascorsi ad occuparsi di diritto penale dell'economia, di falsi in bilancio, di frodi fiscali e reati finanziari sicuramente non è stata una decisione facile.
Non lo è mai quando si ha tanta passione.

"Lascio perché è sempre più difficile fare il magistrato. Sono allo studio riforme legislative che ridurranno i pm a puri dipendenti del ministero di Grazia e Giustizia. Ho sempre fatto il pubblico ministero in modo del tutto autonomo perché, a mio parere, non c'è differenza tra pm e giudice. Come pm ho sempre fatto un lavoro imparziale. Il pm chiede la condanna di un colpevole, non di un imputato. Non credo che possa essere identificato esclusivamente con l'accusa, preferisco definirlo come la parte pubblica che conduce l'indagine cercando di appurare la verità. Questo però presto diventerà impossibile. E quindi io non voglio trovarmi in una magistratura che non è più quella che conosco..." .

Così aveva spiegato la propria decisione lo scorso novembre.
Noi lo abbiamo raggiunto alla presentazione del suo nuovo libro: “La questione immorale”, tenutasi a Porto Sant'Elpidio, in provincia di Ascoli Piceno.

Dottor Tinti, quando si può parlare di “questione immorale”? La classe politica spesso usa questi termini ma poi si perde nel significato della parola stessa con atteggiamenti tutt'altro che morali...

Io non farei esempi di moralità o immoralità della nostra classe dirigente. Il discorso è molto più ampio. Basta guardare la nostra situazione e la nostra storia. La rappresentanza politica che è presente in Parlamento non è certo nata oggi. Se il Paese, da anni ormai, esprime la propria preferenza per questa classe dirigente evidentemente questo significa che noi cittadini vogliamo essere rappresentati da certi soggetti, perché ci identifichiamo negli stessi. Poi va considerato che  siamo in presenza di un circolo vizioso perché i cittadini non sono informati a causa di un tipo di  informazione proprietaria che effettua un certo tipo di propaganda. Se il cittadino non viene informato, e non supera questo handicap tentando egli stesso di reperire informazioni tramite internet o quotidiani, ecco che i cittadini restano sudditi, continuando anche in futuro ad esprimere preferenze per leader che approfittano della situazione per proprio vantaggio. Ma la cosa ancora più preoccupante è che la nostra è una classe dirigente inquinata dal malaffare perché ad essere inquinato è il popolo italiano. E per dimostrare questo non serve fare grandi esempi, basta guardare alle piccole cose. Dalle auto parcheggiate in doppia fila, fino ai limiti di velocità mai rispettati. O ancora le leggi sulla parità di diritto tra uomini e donne sul lavoro o tra italiani e stranieri. Queste sono leggi che esistono ma che nel nostro Paese vengono raramente rispettate. E se si è così nel piccolo provate ad immaginare quando si ha tra le mani la gestione del potere.

Come valuta il problema dell'informazione in Italia? Spesso si assiste alla scomparsa delle notizie. Per esempio in questi giorni Luigi De Magistris, dopo essere stato attaccato a reti unificate, è stato prosciolto da tutte le accuse che gli avevano addebitato. Sui giornali e in tv però nessuno o pochissimo risalto è stato dato a questa notizia, invece, importantissima.
Se ai tempi del terzo Reich Goebbels avesse avuto un ministero della propaganda come quello che abbiamo noi oggi staremmo ancora con il braccio alzato: efficientissimo. Si è assistito e stiamo tutt'ora assistendo a una delegittimazione della magistratura anche a livello subliminale. Persino nelle fiction ad apparire come eroi sono i poliziotti e i carabinieri. Il giudice è quello che “rompe”, un imbecille che non lavora o arriva sempre in ritardo. Anche tramite questi mezzi si fa passare il messaggio che la magistratura è qualcosa che frena il Paese così come dice il nostro ineffabile presidente del consiglio. Quindi appare ovvio che l'informazione, al momento di dare notizie che contrastano tale progetto, preferisce tacere. Mi stupisco dei giornali indipendenti. Avrebbero dovuto dare la notizia.

Restando in tema di delegittimazione una vera e propria strategia è stata ordita ai danni del “consulente” Gioacchino Genchi. La sua opinione a riguardo?
Questo fa parte dell'attacco contro le intercettazioni e della delegittimazione della magistratura e dei suoi funzionari. Hanno fatto credere che esistesse un grande archivio di telefonate registrate facendo intendere ai cittadini che siamo tutti spiati. Un allarme assurdo che l'informazione proprietaria ha reso credibile dando spazio ad opinioni di politici che per cognizione di causa o per non conoscenza, hanno strumentalizzato tutto questo per raggiungere il loro principale obiettivo che è quello di eliminare la possibilità di essere intercettati. Per quanto riguarda l'archivio del dottor Genchi voglio precisare una cosa. Il consulente, per definizione, ha con sè la documentazione processuale. La possiede legittimamente perché è il pm a dargliela. Se si vuole effettuare un incrocio sui tabulati telefonici è chiaro che questi finiranno nelle mani del consulente. Un soggetto che dovrà essere sentito poi anche nell'eventuale processo. E se dovrà essere sentito riguardo ad un'indagine da lui compiuta perché non dovrebbe avere copia dei documenti su cui ha lavorato? Come potrebbe rispondere correttamente se no?

Per quanto riguarda le intercettazioni le principali imprese specializzate nell'eseguirle hanno minacciato il governo sia di non accettare futuri incarichi che di interrompere quelli già avviati se non verrà saldato il debito. Quale sarebbe il danno se ciò accadesse?
Secondo me il governo sarà contentissimo di questa cosa. Da tempo sta cercando di bloccare le intercettazioni, e se vi riuscirà senza fare leggi vergogna, prenderà due piccioni con una fava, risparmiando anche un sacco di soldi. Il danno per la giustizia sarebbe incalcolabile perché senza intercettazioni non si potranno più garantire se non quei processi più semplici come omicidi o quegli atti criminali commessi in flagranza di reato. Alcuni reati si scoprono solo tramite indagini complesse, lunghe e le intercettazioni sono fondamentali proprio in questi casi. Che così scomparirebbero dall'ordine dei processi.

Oggi si parla molto di necessità di maggior “controllo della magistratura”. C'è chi vorrebbe che quella italiana si uniformasse a quella straniera, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera.
Si può spiegare in due parole perché in Italia non può funzionare un sistema come questi. Negli Usa giudici ed i procuratori vengono eletti e sono direttamente appoggiati ad un partito. Questo implica una serie di aspetti. E' ovvio che alla fine del suo mandato il procuratore dovrà rendere conto al proprio elettorato. Dal suo agire può dipendere una rielezione o addirittura un avanzamento di carriera a sindaco o governatore. La domanda che subito sorge spontanea è “se può subire pressioni come può svolgere serenamente il proprio lavoro?”. Posso raccontare un episodio che ha coinvolto un collega svizzero. Svolgendo delle indagini su una banca questi era arrivato a scoprire delle movimentazioni con il ministero della giustizia, occupato da uno dei membri del partito che lo aveva eletto procuratore. Alle pressioni che arrivarono rispose con tono minacciando un coinvolgimento della stampa nel caso in cui non avesse più potuto porre a compimento l'indagine. Ecco perché in Italia questo sistema non potrebbe funzionare. Perché la stampa è fortemente intrecciata con la politica mentre all'estero no. A prescindere da questo poi credo che il sistema italiano sia migliore per un semplice motivo. Il giudice è un impiegato dello Stato. Non ci sono elezioni ma dei concorsi e la carriera è dettata dal merito. Ogni mese percepisce uno stipendio a prescindere da quello che sarà il suo giudizio ad un processo. Per questo potrà svolgere il lavoro con assoluta serenità. Certo è vero che può esserci il pm o il giudice corrotto con suoi progetti ed il suo santo protettore politico ma questi sono da considerare come una patologia, una malattia, e non rappresentano l'intera categoria.

Vista la situazione generale quali possono essere gli anticorpi per far fronte al grave stato che ci ha descritto?
Per prima cosa devo fare una considerazione. Io ho fatto l'impiegato tutta la vita. Io sono un tecnico, quando parlo di giustizia e di diritto; non mi sottraggo a queste domande anche se il mio giudizio vale come quello di qualunque altro. Detto ciò io ripeto ancora una volta che non posso pensare ad una Paese che esprime una classe dirigente diversa da ciò che il Paese stesso è. In un Paese sano non emerge una classe dirigente classe dirigente fondata sul malaffare. E' impossibile. Magari ci sarà una quota fisiologica di politici disonesti ma nel complesso la classe dirigente è sana ed efficiente. In un paese in cui i cittadini per primi non rispettano le regole è ovvio che emerga una classe dirigente di questo tipo. Se questo è vero, e non ho l'autorità per dire se è così o no, allora è dura uscirne perché bisogna aspettare una generazione di cittadini diversa da quella attuale. E quando arriverà chi la educherà? Come? Quindi, purtroppo, c'è da essere pessimisti.

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