.
Annunci online

abbonamento

Ancora altre prove tecniche di (non) funzionamento


Se proseguiamo nell’analisi della legge sulle intercettazioni (certo che chiamarla “legge” fa un po’ senso), dopo le questioni sugli evidenti indizi di colpevolezza (le intercettazioni fatte per trovare un colpevole che sappiamo già chi è, analisi 1); e dopo quelle sulla durata delle intercettazioni e la loro utilizzabilità in altri procedimenti (con conseguente impunità garantita per chi è identificato come autore di un reato solo attraverso le intercettazioni - analisi 2), veniamo ad altre perle di sicura efficacia per la procurata inefficacia (stilisticamente discutibile ma assai utile per esprimere il concetto) del processo penale.

Dice la nuova legge che, “nei procedimenti contro ignoti, l’autorizzazione a disporre le intercettazioni è data, su richiesta della persona offesa, relativamente alle utenze e ai luoghi nella disponibilità della stessa, al solo fine di identificare l’autore del reato”.

Proviamo a calare questa norma in un esempio che ci farà capire bene come funzionano le cose.
Allora: l’autosalone di Giovanni, titolare di un’avviata concessionaria, viene distrutto da un incendio. Intervengono i pompieri e scoprono i resti di una tanica di benzina e di alcuni stracci semi carbonizzati: incendio doloso.

Che fa il Pubblico Ministero, allo stato attuale della legislazione, con la nuova legge sulle intercettazioni non ancora in vigore?
Manda a chiamare Giovanni e lo interroga: hai avuto richieste estorsive (cioè: ti è stato chiesto di pagare il pizzo)? No, dice Giovanni. Hai qualche nemico che ce l’ha con te per qualche ragione? No, dice Giovanni. Ma chi può essere stato ad appiccare l’incendio? Quale motivo può aver avuto? Boh, dice Giovanni.

Il PM naturalmente non crede a una parola di quelle (poche) dette da Giovanni e gli mette sotto controllo i telefoni; quelli suoi, quelli dell’azienda, quelli della moglie, quelli dei suoi soci, quelli dei dipendenti, se magari scopre che ne ha una, quelli dell’amante, Giuditta. Dopo un po’ scopre che Giuditta riceve una telefonata da un telefono intestato a uno sconosciuto (Giuseppe detto Pippo, che si scoprirà essere un altro suo amante). E, nel corso di questa telefonata, i due parlano dell’incendio, della bella lezione data a quel cornuto, del fatto che adesso vedremo se non pagherà, e concordano che Giuditta andrà a spiegargli che il milione di euro, che già gli avevano chiesto, adesso è diventato uno e mezzo e che sarà bene darlo a lei, Giuditta, in tutta fretta, ad evitare altri problemi.

Il PM riflette tra sé sulla perfidia delle donne, abbandona immediatamente le intercettazioni nei confronti di tutti gli altri e “mette sotto” il telefono di Pippo. Scopre così che Pippo è un associato al clan di Calogero, mafioso pericolosissimo se mai ce ne è stato uno; e che Calogero è il beneficiario finale del milione e mezzo di euro e del pizzo futuro che Giovanni certamente da quel momento pagherà. A questo punto l’indagine è avviata, altre intercettazioni, pedinamenti, arresti, si scoprono altre vittime e altri “pizzi”; e insomma tutto quello che si fa in un procedimento di questo tipo. Calogero, Pippo, Giuditta e altri mafiosi vengono processati e condannati e i cittadini vivono un po’ più tranquilli.

Che succederà con la nuova legge?
Prima di tutto non si mette sotto controllo nemmeno un telefono; perché, come ho detto, per farlo occorre la richiesta della persona offesa, cioè Giovanni. E siccome Giovanni sta ancora tremando per la paura, continua a dire che nessuno gli ha chiesto niente, nessuno lo ha minacciato, nessuno ce l’ha con lui, l’ultima cosa che fa è quella di chiedere al PM di mettergli sotto controllo i telefoni. “Ma no, dottore, è inutile, non si scoprirebbe niente, è certamente uno sbaglio, io poi ci tengo alla mia privacy”. Sicché l’indagine si ferma prima ancora di cominciare.

E’ anche vero che, per i reati di mafia (e terrorismo, sequestri di persona) le intercettazioni si possono disporre “quando vi sono sufficienti indizi di reato” (e in questo caso ci sono, l’incendio è doloso); il che vuol dire che il PM della richiesta di Giovanni potrebbe pure fare a meno; senza dire niente a nessuno, potrebbe mettere sotto controllo i telefoni di tutte quelle persone che ho elencato prima.

Ma il punto è: e chi lo dice che questo incendio è stato appiccato dai mafiosi a scopo estorsivo? Mica c’è la firma “clan di Calogero - mafia S.p.A.” sulla tanica di benzina. E se l’estorsione l’ha fatta un dipendente licenziato? O Giuditta (vi ricordate, l’amante di Giovanni) cui Giovanni ha appena detto che la vuole lasciare per tornare in seno alla famiglia? O uno dei soci che ha contrasti con Giovanni nella gestione della società? O un concorrente che vuole far fuori l’azienda di Giovanni dal mercato? Come si fa a dire che si tratta di un reato di mafia? Eh, infatti non si fa: prove o anche solo indizi che si tratta di reato di mafia non ce n’è; a meno di non stabilire che tutte le estorsioni che avvengono in Sicilia, Calabria, Campania e Puglia (sapete, le famose 4 Regioni in cui lo Stato ha perso il controllo del territorio) sono di natura mafiosa. Ma questo è un principio di diritto un po’ azzardato ….; e sono sicuro che, le Pro Loco, i Governatori, i Sindaci, gli Assessori e i cittadini tutti di queste Regioni avrebbero qualcosa da ridire; per non parlare della Corte di Cassazione chiamata a pronunciarsi su un principio di diritto come questo. E poi, che si fa se l’incendio capita in Friuli Venezia Giulia?

Quindi no mafia, no intercettazioni; no richiesta di Giovanni, no intercettazioni; no intercettazioni, no scoperta di Giuditta, Pippo, Calogero e tutti gli altri; no scoperta di Giuditta etc., no processo; no processo, no prigione per i mafiosi; no prigione per i mafiosi, no sicurezza per i cittadini; no sicurezza, sì pizzo. Grande successo per la legalità.

Ma supponiamo che Giovanni, vuoi perché è coraggioso, vuoi perché è stufo, vuoi perché si fida della Giustizia e dello Stato (???), dica al PM che da qualche tempo qualcuno gli chiede soldi; non sa chi è e non sa a chi fa capo; però basta, mettimi sotto controllo i telefoni; e il PM, che non crede alle sue orecchie, lo fa. Si va avanti per un po’ ma nessun risultato. Perché? Perché vi ricordate che la telefonata che dà il via alle indagini è quella tra Giuditta e Pippo, i cui telefoni non sono tra “le utenze” nella disponibilità di Giovanni; sicché il PM, anche se sa che esiste Giuditta, non può “metterle sotto” il telefono. No intercettazione telefono Giuditta, no identificazione di Pippo; no identificazione di Pippo, no identificazione di Calogero etc. etc.

E comunque, la rete può restare tesa per i soliti 60 giorni perché, alla scadenza, si molla tutto. Sicché magari Pippo fa una telefonata a Giovanni al giorno 61, sarebbe il momento buono per identificare il telefono di Pippo e quindi lui; però niente da fare, i telefoni di Giovanni non sono più sotto controllo. E, alla sfiga non c’è limite, ovviamente Giovanni non sa che Giuditta ha un altro amante e quindi non conosce Pippo; sicché non può dare indicazioni che portino alla sua identificazione.
No identificazione Pippo, no identificazione Calogero etc. etc.

Ma perché non chiediamo a George Cloneey (che sempre cittadino americano è; lì, con buona pace del ministro Alfano, le intercettazioni le fanno, altro che se le fanno) che cosa ne pensa? Magari facciamo una sottoscrizione per fargli fare un altro spot.



Sciopero


In Italia, una politica "vecchia" e autoritaria vuole impedire la libertà d'informazione attraverso giornali, siti internet e blog. Con leggi ad personam come il DDL Alfano che sono un attacco alla democrazia.
Togherotte.it aderisce alla giornata di silenzio per la libertà d'informazione on line.





Intercettazioni: altre prove tecniche di (non) funzionamento


Quasi tutti i cittadini (beh, quelli che si preoccupano di questo genere di cose) sanno ormai che le intercettazioni telefoniche, quando arriverà la nuova legge, saranno impossibili perché, per farle, occorrerà già aver individuato il colpevole; e siccome, per i reati più gravi ed importanti (tra cui la corruzione, il peculato, la frode fiscale, il falso in bilancio e gli altri reati tipici della classe dirigente italiana) senza intercettazioni il colpevole non si individua, ecco che appunto le intercettazioni non si potranno fare. Di questo ho già parlato in un’analisi precedente, fornendo anche alcuni esempi.

Probabilmente poche persone sanno che c’è anche un altro motivo per cui le intercettazioni diventano impossibili. Dice infatti la nuova legge che le intercettazioni devono “essere fondate su elementi espressamente e analiticamente indicati nel provvedimento, non limitati ai soli contenuti di conversazioni telefoniche intercettate nel medesimo procedimento”.

Che vuol dire? Si fa prima a capirlo con un esempio.

Tizio ha violentato Caia insieme a due altre persone che però non sono state identificate. Caia lo ha riconosciuto in fotografia ma non ha trovato nessuna foto degli altri due. Il PM chiede al giudice di intercettare il telefono di Tizio nei confronti del quale il riconoscimento di Caia costituisce “evidente indizio di colpevolezza”; spera così di identificare i suoi due complici con cui, forse, Tizio parlerà servendosi del suo telefono.

In realtà, questo tipo di riconoscimenti in genere non viene ritenuto idoneo per i provvedimenti che richiedono “gravi indizi di reato” (per esempio per mettere in prigione una persona con la cosiddetta misura cautelare): troppi riconoscimenti fotografici si rivelano poi sbagliati. E il punto è che gli “evidenti” indizi richiesti per un’intercettazione sono la stessa cosa dei “gravi” indizi richiesti per mettere un indagato in prigione; sicché niente prigione, niente intercettazione.

Ma supponiamo che invece il giudice ritenga questo indizio abbastanza “evidente” o “grave” o quello che volete; magari, come nel caso a cui mi riferisco (che sfortunatamente è reale), perché il riconoscimento è stato facilitato da una particolare cicatrice che Tizio aveva sulla faccia. Il telefono di Tizio finisce dunque sotto controllo. A un certo punto, Tizio parla con Sempronio e, ignaro di essere indagato e intercettato, commenta con lui la violenza carnale commessa ai danni di Caia; e lo fa in termini tali da rendere evidente che Sempronio è uno degli altri due che hanno partecipato allo stupro: “Certo che meno male che quell’amico tuo, Mevio, te l’ha tenuta perché tu non ce la facevi” (Tizio) e “Si, ma io non l’ho dovuta pestare come hai fatto tu e me la sono goduta” (Sempronio). L’ho detto che si trattava di una violenza reale vera, queste erano più o meno le frasi pronunciate.

Che fece la Procura? Chiese ed ottenne di intercettare Sempronio. Poco dopo questi si mise a parlare con Mevio, amico suo ma non di Tizio, commentando lo stupro (erano delinquenti violenti e bestiali e anche particolarmente stupidi).

Bene, tutti identificati, “gravi indizi” in quantità, misura cautelare e tutti in prigione.

Caia non riconobbe né Sempronio né Mevio perché le percosse di Tizio l’avevano resa quasi incosciente; però, con le intercettazioni, la condanna fu facile. E, notate, il DNA di Mevio non venne trovato e nessuno confessò. Però, tutti si presero circa 9 anni.

Che succederebbe in un processo come questo con la nuova legge?

Beh, il telefono di Tizio lo metteremmo sotto controllo e identificheremmo Sempronio. Però …, eh però non potremmo mettere sotto controllo il telefono di Sempronio, perché tutto quello che abbiamo nei suoi confronti è “il contenuto di una conversazione telefonica intercettata nel medesimo procedimento”. E, come ho detto prima, questo non è sufficiente per disporre un’intercettazione. Solo che, siccome Tizio non conosce Mevio e non gli parla per telefono, senza intercettare Sempronio non identificheremo mai Mevio. I due delinquenti non confesseranno mai e men che meno riveleranno chi è Mevio (di cui non abbiamo nemmeno il DNA). Conclusione: Mevio resta impunito e violenterà qualcun’altra.

Possiamo utilizzare questo esempio per descrivere un’altra chicca di questa legge che, in verità, parrebbe proprio progettata dagli abituali frequentatori di aule giudiziarie messi in difficoltà dalle intercettazioni. Beh, ora che ci penso….

Supponiamo che il telefono di Tizio resti muto per parecchi giorni, nel senso che le sue conversazioni non rivelano niente di importante. Però non lo possiamo mollare, non sappiamo quando parlerà con gli altri due partecipi dello stupro. E che ci parlerà, prima o poi, è sicuro: dall’intercettazione sappiamo che continua a frequentare il suo ambiente di degenerati, drogati e violenti; e che spesso e volentieri parla di donne in termini aggressivi e spregiativi. In effetti, a un certo punto, ecco la telefonata giusta: Tizio parla con Sempronio (che non è intercettato perché, come ho detto, la nuova legge non lo consente), gli racconta che ha incontrato una donna particolarmente appetibile, che l’ha pedinata, che sa dove abita e che ha già identificato un posto giusto per “farle la festa” (ho già detto che faccio riferimento a un fatto vero). Gli dice anche di parlarne con Mevio e che gli telefonerà tra un paio di giorni per prendere gli ultimi accordi.

La Procura ascolta palpitando per tutto il giorno seguente e poi… Poi più niente, perché sono scaduti i 60 giorni e l’intercettazione deve essere terminata per legge e non può più essere prorogata. Così non si sa chi sia la vittima designata, non si sa chi sia Mevio, non si sa dove e come i tre si incontreranno.

Certo, come ci ripetono fino alla nausea gli ideatori della nuova legge, si può far ricorso “ai buoni vecchi metodi di indagine”; e infatti si può pedinare Tizio e cercare di capire dove va, chi sono quelli che incontra e quando si riunirà con i due complici per commettere il nuovo stupro; e poi seguirli tutti e tre, salvando all’ultimo momento la poveretta; che in verità poteva essere salvata subito senza subire un tentativo di aggressione.

Certo che, se tutto va bene, abbiamo visto un bel film. Se invece ci si perde Tizio, oppure Tizio si accorge di essere seguito, oppure se ne accorgono Sempronio o Mevio e i tre vanno a bersi una birra e intanto progettano un nuovo appuntamento in un altro posto; oppure succede qualcosa d’altro per cui arriviamo tardi quando lo stupro è già bello che finito. Ecco, allora, avremmo la straordinaria soddisfazione di aver condotto un’indagine nel rispetto di una legge che ci mette al passo dei Paesi più progrediti, come si suol dire.

Per concludere, una riflessione: tra le tante sciocchezze dette per giustificare questa nuova legge, c’è stata anche quella secondo cui le intercettazioni vanno “ridotte” perché costano troppo: di questo si può riparlare in un’altra analisi. Ma la domanda è: quanto costa “il buon vecchio metodo di indagine”? Quanto la macchina, la benzina, i… quanti? 10, 20, 30 poliziotti necessari per pedinare Tizio, Sempronio e Mevio per 2, 3, 4, X giorni? E anche: quanto controllo del territorio non è stato possibile mentre i 10, 20, 30 poliziotti seguivano i 3 delinquenti? Quanti altri reati sono stati commessi? Quanti danni sono stati arrecati ai cittadini? Quanti ci hanno lasciato la pelle o hanno subito esperienze drammatiche? E non si sarebbe evitato tutto questo con un’intercettazione dei telefoni di Tizio e Sempronio fatta comodamente da 4 poliziotti (si chiama h. 24, un poliziotto per un turno di 6 ore)? Ma certo che si sarebbe evitato.

Serve altro per rendersi conto che la nuova legge sulle intercettazioni è stata inventata all’unico scopo di assicurare l’impunità a quelli che l’hanno inventata?


La legge bavaglio sulle intercettazioni e le sue ricadute pratiche


Cari amici,
sembra che tra un paio di mesi anche la legge sulle intercettazioni e sul bavaglio alla stampa sarà un delitto consumato.

La concertazione tra il Presidente della Repubblica e il Ministro della Giustizia servirà (forse) solo a smussare i profili più discutibili della legge; ma ciò che non cambierà sarà l’impostazione complessiva; che è fatta apposta per impedire alla giustizia di accertare il malaffare della classe politica.

A dimostrazione di ciò pongo alcune domande e suggerisco le relative risposte.

Le intercettazioni sono un mezzo per accertare le responsabilità penali: servono per individuare gli autori di un reato e trovare le prove della loro colpevolezza (o della loro innocenza). Siccome questo fatto è incontrovertibile, la domanda diventa: ma perché questa ricerca della responsabilità penale deve essere consentita solo per alcuni reati e per altri no? Ricordiamo che l’impianto originario della legge era fondato proprio sull’esclusione dei reati societari, finanziari, contro la Pubblica Amministrazione e in genere i reati commessi dai colletti bianchi. E Berlusconi, stando a molti organi di stampa, non è soddisfatto di questa nuova legge proprio perché essa permette – in teoria – ancora le intercettazioni per i reati di corruzione e in genere per i reati contro la Pubblica Amministrazione.

Per quale motivo dunque questo mezzo di ricerca della prova non deve essere consentito per la dichiarazione fiscale infedele, per il falso in bilancio, per l’infedeltà patrimoniale degli amministratori di società, insomma per tutti i reati per cui sarebbe utilissima? Allora è evidente che escludere alcuni reati dall’elenco di quelli per cui le intercettazioni telefoniche sono possibili significa che si vuole rendere difficile accertarne la sussistenza e le responsabilità di chi li ha commessi. E siccome questi reati non li commette né l’extracomunitario né il delinquente comune, ecco che abbiamo la prova che la classe dirigente del Paese vuole impedire le intercettazioni perché vuole tutelare se stessa.

Con la stessa premessa (le intercettazioni servono per scoprire chi sono gli autori di un reato e per trovare le prove della loro colpevolezza), per quale motivo la nuova legge prevede che, nei casi in cui queste sono consentite, si possono tuttavia adottare solo in presenza di “evidenti (o gravi, non cambia nulla) indizi di colpevolezza”? Tenete conto del fatto che, al momento, le intercettazioni si fanno quando vi sono “gravi indizi di reato”; servono cioè, come ho detto, per scoprire chi ha commesso il reato. Se vi sono indizi di colpevolezza, vuol dire che l’autore del reato è già stato individuato e allora è assai probabile che le intercettazioni non serviranno a nulla. Dunque per quale motivo una stupidata tecnica come questa? Di nuovo per limitare l’uso delle intercettazioni. E chi mai può desiderare di impedire che si scoprano i reati (perché questo significa impedire le intercettazioni)? Ovviamente chi li commette, che è alla ricerca dell’impunità. Dunque ancora una volta diventa evidente che chi vuole impedire le intercettazioni lo fa a tutela di se stesso.

Perché il contenuto delle intercettazioni disposte in un processo non deve servire in un altro processo dove magari torna utile? Quale straccio di motivo può mai giustificare logicamente un’idiozia del genere? Non sto a riproporre la risposta, ché tanto sempre quella è.

Perché non si può richiedere una intercettazione portando come prova della sua necessità il contenuto di un’altra intercettazione? E se il Pubblico Ministero solo quella ha, ma riguarda un reato gravissimo che si potrebbe impedire se si disponesse la nuova intercettazione sulla nuova utenza? Niente, non si intercetta e il reato si commette.

Perché è previsto un budget per le intercettazioni; e, quando i soldi sono finiti, non se ne possono più fare? E cosa diciamo alla famiglia del figlio rapito, che non facciamo più intercettazioni perché non abbiamo soldi? Oppure economizziamo, diciamo alle donne molestate e perseguitate, alle famiglie che hanno gravi sospetti contro un maestro che forse abusa dei loro bambini che, no, non possiamo fare intercettazioni perché dobbiamo conservarci i soldi, non si sa mai capita qualcosa di più grave? Vero che si può chiedere uno stanziamento supplementare; ma, e quando arriva? E se poi non lo danno? E intanto il reato continua o viene irreparabilmente commesso.

Ma quale logica può essere invocata a sostegno di queste stupidaggini? Se non quella etc. etc. etc.

Per far capire bene cosa succederà, vi propongo parte di una relazione preparata dalla Giunta Distrettuale dell’Associazione Nazionale Magistrati di Catania. Leggete e … preoccupatevi.

Alcune ricadute pratiche (tratte da indagini realmente condotte nel distretto di Catania)

Caso 1 – Tentato omicidio di Tizio
- in data 1.1.01 giunge in ospedale Tizio con ferita da taglio all’addome;
- Tizio dichiara di essere caduto in casa e di essersi ferito con una forbice;
- Caia, moglie di Tizio, dichiara di essere stata presente al fatto, ma di non aver visto con esattezza la dinamica dell’incidente;
- Mevio, chirurgo che opera Tizio, rappresenta al magistrato che la ferita è molto profonda ed è difficilmente riconducibile ad un colpo accidentale;
- il magistrato apre dunque un procedimento nei confronti di ignoti per il reato di tentato omicidio e riascolta Tizio e Caia che confermano la versione già fornita (incidente domestico).

Caso 1 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
- Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
- Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
- Le incongruenze nel racconto di Tizio e le indicazioni del chirurgo Mevio integrano gravi indizi del reato di tentato omicidio e si dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella stanza di ospedale (indispensabili stante la mancata collaborazione della persona offesa);
- Dalle intercettazioni emerge un vero e proprio stato di soggezione di Tizio a Caia e le lamentele di Caia nei confronti di Tizio per non aver “raccontato” una storia più verosimile dell’accaduto. In una conversazione con Caietta (figlia della coppia) Tizio le confida di essere stato colpito proprio da Caia con un coltello
- Caia viene pertanto sottoposta a misura cautelare (va in prigione) e rende piena confessione.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 1 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
- Viene disposta perquisizione nell’abitazione di Tizio e Caia: si rinvengono tracce di sangue.
- Viene disposto il sequestro della forbice con la quale Tizio riferisce di essersi ferito, ma la stessa è incompatibile con la ferita riscontrata.
IN ASSENZA DI COLLABORAZIONE DI TIZIO (Parte Offesa) NESSUN ALTRO ACCERTAMENTO E’ POSSIBILE
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 2 – violenza sessuale su Mevia
Mevia, bambina di 5 anni, mostra durante la permanenza all’asilo comportamenti eccessivamente sessualizzati. La maestra contatta i servizi sociali che trasmettono alla Procura e al Tribunale dei Minori una prima relazione evidenziando la verosimile sottoposizione della bambina a molestie sessuali in ambito familiare e la situazione di estremo degrado in cui vive la minore. Il Tribunale dei minori dispone l’immediato collocamento in comunità della bambina.
La Procura iscrive un procedimento contro ignoti per il reato di cui all’art. 609 bis c.p. ed affida una consulenza sulla minore che riscontra le tracce di abuso.

Caso 2 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia (Tizio e Caia);
Contestualmente alla convocazione, sussistendo gravi indizi del reato di violenza sessuale, il PM dispone l’intercettazione sulle utenze telefoniche in uso a Tizio e Caia nonché l’intercettazione tra presenti nella vettura (luogo NON di privata dimora) con la quale gli stessi si recheranno in Procura;
Tizio e Caia, davanti al PM, negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Uscendo dagli uffici di Procura, all’interno della macchina sottoposta ad intercettazione, Caia si lascia andare ad un violentissimo sfogo verso Tizio accusandolo di aver molestato la figlia;  
Caia viene riconvocata in Procura e, davanti ai risultati delle intercettazioni, crolla ammettendo di essersi accorta delle molestie poste in essere dal marito nei confronti di Mevia.
Tizio viene pertanto sottoposto a misura cautelare (va in prigione).
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 2 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Il magistrato convoca innanzi a se padre e madre di Mevia;
Tizio e Caia davanti al PM negano di aver mai notato nulla di strano in Mevia e ne chiedono l’immediato rientro in casa;
Il PM non è convinto e riascolta più volte Caia che tuttavia mantiene inalterata la sua versione.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO
(stante l’archiviazione del procedimento, dopo pochi mesi, Mevia viene ricollocata in famiglia)

Caso 3 – Furti in abitazione
In una determinata zona residenziale si riscontrano nell’arco di poche settimane un rilevante numero di furti in abitazione. In un caso si è trattato di vera e propria rapina in quanto il proprietario, presente in casa, è stato legato ed imbavagliato.
In occasione di uno dei furti viene notata una vettura in sosta non appartenente a residente e intestata a pregiudicato (Sempronio).

Caso 3 -  Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo.
Sussistendo gravi indizi di reato (i furti sono già stati perpetrati) e ricorrendone l’indispensabilità (l’esibizione dei tabulati non ha fornito riscontri) vengono attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Sempronio ed ambientali sulla vettura dello stesso Sempronio.
L’intercettazione ambientale sulla vettura consente di seguire in tempo reale l’organizzazione del successivo furto e di arrestare Sempronio in flagranza di reato.
SENTENZA DI CONDANNA.

Caso 3 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono richiesti ed ottenuti i tabulati delle celle telefoniche della zona dei furti per riscontrare la presenza dell’utenza in uso a Sempronio, ma l’accertamento dà esito negativo (tale accertamento è consentito anche dalla nuova normativa).
Non vi sono pertanto gravi indizi di reato nei confronti di Sempronio e si decide di intensificare la sorveglianza nella zona.
I furti nella zona non si ripetono, ma cominciano a verificarsi in un quartiere contiguo ora meno sorvegliato.  
Dopo diversi mesi Sempronio viene arrestato in flagranza durante un colpo “sfortunato”.
SENTENZA DI CONDANNA
(…ma solo dopo la commissione di un numero rilevante di reati che non si sarebbero verificati)

Caso 4 – Le intercettazioni come garanzia per l’indagato innocente
Viene rinvenuto nella cella di un carcere il corpo esanime di un detenuto all’interno del proprio letto.
L’autopsia consente solo di individuare le cause della morte: asfissia acuta (non chiarendo se l’asfissia è stata provocata da circostanze naturali o violente).
Alcuni elementi di fatto lasciano supporre che la morte non è avvenuta per cause naturali (in particolare desta sospetto la posizione del cadavere prono, con il viso rivolto innaturalmente contro il materasso).
La morte risulta avvenuta nelle prime ore del mattino, ma i compagni di cella (principali indagati) hanno dato l’allarme solo in tarda sera: sostengono di avere pensato che il morto aveva dormito tutta la giornata.

Caso 4 - Sviluppo dell’indagine con l’attuale sistema
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di un litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono gravi indizi di reato (omicidio) e vengono pertanto attivate intercettazioni all’interno della cella (che non è considerata luogo di privata dimora);
L’intercettazione ambientale consente, tuttavia di appurare la buona fede dei detenuti (compreso Mevio) e di ricondurre la morte a cause naturali.
ARCHIVIAZIONE PROCEDIMENTO

Caso 4 - Sviluppo dell’indagine con la nuova legge
Vengono interrogati più volte i compagni di cella che riferiscono di una litigio intervenuto il giorno precedente tra il morto ed uno di loro (Mevio);
Sussistono a carico di tutti i compagni di cella del morto gravi indizi di reato, ma, siccome il reato è già stato commesso, non possono essere attivate intercettazioni ambientali in cella (che, infatti presuppongono che ivi si stia ancora svolgendo l’attività criminosa);
Il PM esercita l’azione penale nei confronti di Mevio. (plausibile)
SENTENZA DI CONDANNA

Ecco le previsioni. Mi viene in mente il monologo di Antonio sul cadavere di Cesare: "Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste di Cesare? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato come vedete, dai traditori".

Sicché, se ci preoccupiamo (e ci arrabbiamo, diciamo così) adesso; che faremo quando queste cose succederanno davvero?



Quando si parla di immunità...


In un recente articolo L’Espresso ha narrato di una cena avvenuta in casa del giudice costituzionale Luigi Mazzella, cui avrebbero partecipato il Presidente del Consiglio Berlusconi, il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, nonché un altro giudice costituzionale, Paolo Maria Napolitano. Il fatto finora non è stato smentito; anzi è stato indirettamente confermato dal giudice Mazzella che ha dichiarato: “A cena invito chi voglio. Non credo che io, da individuo privato, debba dar conto delle cene che faccio, … In casa mia invito chi voglio e parlo di quello che voglio". E dunque pare proprio che la cena ci sia stata.

Naturalmente la valutazione politica ed etica di questo avvenimento, soprattutto per quel che riguarda i giudici costituzionali che vi hanno preso parte e che, ad ottobre prossimo, dovrebbero pronunciarsi sulla legittimità costituzionale del lodo Alfano (che ha assicurato al Presidente del Consiglio, loro commensale, l’immunità per i reati da lui eventualmente commessi in passato e che potrebbe commettere in futuro, almeno fino a quando resterà in carica) è questione rimessa alla sensibilità di ognuno. Non intendo quindi pronunciare giudizi che, fondati sulle mie convinzioni personali, sarebbero soggettivi e dunque opinabili.

Mi limito a fornire alcuni elementi di riflessione, costituiti dalle norme vigenti in materia di imparzialità dei giudici e dei mezzi apprestati dall’ordinamento per assicurarla.

Secondo l’art. 51 del codice di procedura civile “il giudice ha l'obbligo di astenersi: …??2) se egli stesso o la moglie … è convivente o commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori;?… ?4) se ha dato consiglio … nella causa… ?In ogni altro caso in cui esistono gravi ragioni di convenienza, il giudice può richiedere al capo dell'ufficio l'autorizzazione ad astenersi; …”
Anche il giudice penale ha l’obbligo di astenersi (art. 36 del codice di procedura penale)  “c) se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull'oggetto del procedimento fuori dell'esercizio delle funzioni giudiziarie … h) se esistono altre gravi ragioni di convenienza.”

I giudici ordinari, dunque, non possono dare consigli sui processi che trattano. Può capitare che un giudice parli con una persona che gli ha chiesto un consiglio giuridico; e poi si ritrova questa persona parte in un processo che gli è stato affidato. Se gli capita deve astenersi, deve cioè rifiutarsi di celebrare quel processo; e questo si fa con un’istanza diretta al presidente del Tribunale a cui deve chiedere di essere sollevato da quel processo, spiegandone i motivi.
Poi ci sono i vari casi non prevedibili che la legge riassume con la formula “gravi ragioni di convenienza”. Per esempio (capita spesso) il giudice si trova un suo amico parte o imputato in un processo che è stato affidato a lui. Si deve astenere, non può giudicare un amico, non sarebbe imparziale; o comunque ci sarebbe il sospetto che non è imparziale.

Poi, naturalmente le “gravi ragioni di convenienza” le si scopre quando fa comodo e non le si vede quando non fa comodo. Per esempio, qualche tempo fa, alcuni virtuosi uomini politici particolarmente esperti di diritto hanno criticato il GIP Maria Teresa Belmonte che, a parer loro, non avrebbe dovuto occuparsi di un processo concernente De Magistris (ne aveva disposto l’archiviazione) in quanto moglie del fratello di Michele Santoro. Naturalmente qualche ingenuo esperto di diritto (ma esperto davvero) si è domandato quale nuova forma di incompatibilità fosse mai questa; e ha scoperto che si trattava di una incompatibilità assolutamente evidente: non si era forse occupato Michele Santoro di De Magistris nel corso della sua trasmissione Anno Zero?

Comunque, lasciando da parte le barzellette, sta di fatto che, se il giudice che si trova in una di queste situazioni non si astiene, può essere ricusato (art. 52 del codice di procedura civile e 37 del codice di procedura penale). Le parti del processo possono fare un ricorso in cui spiegano qual è la situazione che avrebbe dovuto indurre il giudice all’astensione e chiedere al presidente del Tribunale di sollevare d’autorità il giudice da quel processo. Se la ricusazione è ritenuta fondata, non solo il giudice non può più celebrare quel processo, che gli viene levato, ma passa anche un sacco di guai.

Per i giudici costituzionali norme del genere non ci sono mai state. Però il problema, ovviamente, poteva presentarsi anche per loro. Proprio per questo, la legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1 prevedeva (art. 3) che “I giudici della Corte costituzionale non possono essere rimossi, né sospesi dal loro ufficio se non con decisione della Corte, … per gravi mancanze nell'esercizio delle loro funzioni …”. E la legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1 (art. 7) prevedeva che “I giudici della Corte costituzionale possono essere rimossi o sospesi dal loro ufficio a norma dell'art. 2 (in realtà art 3) della legge costituzionale 9 febbraio 1948, n. 1, solo in seguito a deliberazione della Corte presa a maggioranza di due terzi dei componenti che partecipano all'adunanza.”

Insomma un giudice costituzionale che avesse violato le regole che valgono per i giudici ordinari avrebbe potuto essere accusato di “gravi mancanze nell’esercizio delle sue funzioni” e quindi “rimosso o sospeso dal suo ufficio” con una deliberazione “della Corte presa a maggioranza di due terzi”. Certo, non era espressamente previsto che dare consigli su un ricorso pendente avanti alla Corte Costituzionale oppure partecipare a un giudizio concernente un ricorso riguardante un amico potesse integrare una “grave mancanza”. Però qualcuno degli altri giudici costituzionali, uno un po’ bacchettone, un po’ rigido, magari proveniente dalle file dei giudici ordinari, avrebbe potuto chiedere alla Corte di valutare se, hai visto mai, una cosa del genere fosse da considerare non tanto opportuna; e lì si sarebbe aperto un dibattito e, a prescindere dalla eventuale maggioranza dei due terzi, ne sarebbe venuto fuori un qualche codice di comportamento.

Bene, questa cosa non è stata più possibile per legge a far data dal 22 novembre 1967, quando la legge costituzionale n. 2 ha abrogato gli articoli 3 e 7 sopra citati; adesso per il giudice costituzionale che commette “gravi mancanze” non c’è più niente da fare.

Insomma i giudici della Corte Costituzionale non si debbono astenere, non sono ricusabili e, se commettono “gravi mancanze”, pare che nessuno possa dirgli niente.
Mah!

Se caliamo tutte queste norme nel caso concreto (la cena dei due giudici costituzionali, Mazzella e Napolitano, con Berlusconi, il cui interesse nel ricorso pendente avanti alla Corte Costituzionale sul lodo Alfano è innegabile, e con lo stesso Alfano, il ministro che ha predisposto il provvedimento legislativo che reca il suo nome) possiamo trarre alcune interessanti conclusioni.

Prima di tutto è certo che i due giudici, se fossero stati giudici ordinari, avrebbero dovuto astenersi dal trattare il ricorso. Sarebbero stati infatti applicabili gli articoli 51 del codice di procedura civile (….??In ogni altro caso in cui esistono gravi ragioni di convenienza, il giudice può richiedere al capo dell'ufficio l'autorizzazione ad astenersi; …”) e 36 del codice di procedura penale (“h - se esistono altre gravi ragioni di convenienza”). E, per essere chiari, le gravi ragioni di convenienza stanno nel fatto che, come ha detto lo stesso Mazzella, si trattava di amici suoi, aventi evidenti interessi in un ricorso che lui e il suo collega avrebbero di lì a poco contribuito a decidere (tutti i giudici costituzionali possono partecipare alla discussione, anche se non fanno parte del collegio).

Ricorrerebbe inoltre anche l’altra ipotesi prevista dall’art. 51 del codice di procedura civile secondo cui “il giudice ha l'obbligo di astenersi: …??2) se egli stesso o la moglie … è convivente o commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori…”. E, in effetti, è stato lo stesso giudice Mazzella a dire che egli era amico di Berlusconi e che lo invitava a cena quando e come voleva.

Per la verità, si potrebbe anche pensare male e supporre che la conversazione, nel corso della cena, abbia riguardato anche (oltre ad altri sbandierati argomenti) l’imminente decisione sul lodo Alfano. Ché, se così fosse avvenuto, e sempre che i due giudici costituzionali fossero parificabili ai giudici ordinari, sarebbero tornati applicabili gli articoli 51 e 36, nella parte in cui prevedono l’ipotesi del giudice che “4) … ha dato consiglio … nella causa…” oppure che “c - … ha dato consigli o manifestato il suo parere sull'oggetto del procedimento fuori dell'esercizio delle funzioni giudiziarie …”. Ma non c’è alcuna prova che, nel corso della cena, si sia parlato del lodo Alfano. Se lo chiedessimo a Berlusconi, giurerebbe sulla testa dei suoi figli che mai questo genere di discorsi è stato fatto. Gli altri si limiterebbero a negare. E altre fonti di prova non ce ne sono.

In ogni modo, come si è detto, le norme ordinarie sull’astensione e la ricusazione non riguardano i giudici costituzionali. Forse perché si può essere sicuri che persone di tale levatura scientifica ed etica le regole deontologiche le osserverebbero comunque. E dunque i giudici costituzionali Mazzella e Napolitano possono legittimamente partecipare al giudizio di legittimità costituzionale del lodo Alfano. Possono legittimamente argomentare (e votare, se faranno parte del collegio) sulla costituzionalità di una legge che assicura l’impunità, tra altri, ad un loro amico e commensale abituale. Così dice la legge.

Però io mi chiedo; ma se, quando facevo il procuratore della Repubblica, mi avessero beccato a cena con un imputato di un processo in cui facevo il pubblico ministero (o, se è per questo, con un imputato, anche se io con il suo processo non c’entravo per niente); a parte l’astensione, la ricusazione, togliermi il processo e tutte le belle cose previste dalla legge; ma cosa mi avrebbe detto (e fatto) il ministro della Giustizia Alfano?


sfoglia giugno        agosto
Prossimi appuntamenti
Archivio


Blog letto1 volte
Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom



Diffondi

toghe rotte

incolla il codice sottostante nel tuo blog o sito