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Presidente non firmi. Ci difenda dallo scudo fiscale


Signor Presidente,
 
il Senato ha approvato l’emendamento Fleres alla legge che ha istituito lo scudo fiscale. Se anche la Camera lo approvasse, Lei resterebbe l’ultima difesa.

Signor Presidente, con questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediari e professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento.

Le prime due previsioni, in realtà, non cagioneranno un grave danno al concreto esercizio della giustizia penale: da anni (dal 2000) una legge costruita all’esplicito scopo di impedire i processi penali in materia di reati fiscali assicura l’impunità alla quasi totalità degli evasori. Perché l’evasione fiscale costituisca reato bisogna evadere un’imposta superiore a 103.000 euro per ogni anno di imposta; e i casi di evasione superiori a tale soglia si aggirano intorno al 10 % del totale. E’ormai impossibile celebrare un processo per falsa fatturazione, e dunque anche per frode all’Iva comunitaria: quando si scopre una “cartiera” (una società che emette fatture false) e quindi si scoprono gli “utilizzatori finali” (secondo una recente definizione che ha avuto molto successo) di queste fatture, poi non si può fare un unico processo ma tanti quanti sono i luoghi in cui questi utilizzatori hanno il loro domicilio fiscale; il che è fonte di tali sprechi di tempo e di risorse da garantire nella quasi totalità dei casi la prescrizione. Infine, una delle forme più insidiose di evasione fiscale, quella commessa mediante la sistematica falsificazione della contabilità (il sistema seguito dalla quasi totalità degli evasori), è stata considerata un reato lieve, punito con una pena massima di 3 anni di reclusione; il che significa che nessuno va mai in prigione per via di sospensione condizionale della pena, indulto, affidamento in prova al servizio sociale.

Quanto al falso in bilancio, non è certo una novità che dopo la riforma della legislazione societaria voluta dal governo Berlusconi (che ha consentito allo stesso Berlusconi di essere assolto in molti processi in cui era imputato per questo reato), in Italia di processi del genere non se ne fanno più: il falso in bilancio è divenuto un reato fantasma, che c’è in astratto ma non si processa mai in concreto.

Ma la nuova legge contiene una norma che è una calamità: essa assicura l’impunità a trafficanti di droga, di armi, di donne, sequestratori di persona e altri delinquenti di grosso livello.

Signor Presidente, il danaro non ha colore, non odora diversamente a seconda del reato da cui deriva, non ha etichette che lo identifichino. Il provento dell’evasione fiscale e del falso in bilancio non si differenzia visivamente dal riscatto pagato dalla famiglia del sequestrato o dal ricavo del traffico di esseri umani. I trafficanti di droga colombiani portano il loro denaro a Miami e lo “ripuliscono”  pagando circa il 50 per cento: questo è il prezzo del riciclaggio. Se passasse questa legge, avremmo un riciclaggio di Stato, per di più assolutamente concorrenziale con quello praticato dai professionisti del settore: lo scudo fiscale costa solo il 5 per cento.

E’ vero, la nuova legge prevede che la possibilità per banche e altri intermediari di non rispettare l'obbligo di segnalazione per l'antiriciclaggio sia limitata ai reati fiscali e al falso in bilancio. Ma, signor Presidente, chi glielo spiegherà alle banche (che certamente non hanno molto interesse a scoraggiare queste iniziative da cui ricavano dei bei soldi) che i capitali che rientrano provengono da un traffico di armi e non da evasione fiscale? Come distinguere il provento dell’evasione fiscale da quello di altri truci e violenti delitti?

Non si può, signor Presidente: questa legge garantirà ai peggiori delinquenti una prospera e sicura verginità.

Signor Presidente, questa legge è una bandiera dell’illegalità: dove non avrà concreti effetti sul piano penale, trasmetterà un messaggio di opportunismo: renderà evidente a tutti che adempiere ai propri obblighi tributari, a principi etici irrinunciabili nella gestione delle imprese, è un’ingenuità, peggio è antieconomico. E’ una legge criminogena perché favorirà la futura evasione fiscale, convincendo tutti che “pagare le tasse” è cosa inutile, perfino stupida, tanto, prima o poi…. E dove invece e purtroppo avrà concrete conseguenze, si tratterà di un formidabile favoreggiamento nei confronti delle forme più gravi di delinquenza organizzata. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Magistratura non potranno nemmeno trovare le prove di questireati, forse conosciuti per altre vie, poiché il provento del reato sarà ormai sparito.

Signor Presidente non firmi questa legge; eviti che il nostro Paese sia sospinto ancora più in fondo nel precipizio di illegalità, peggio, di immoralità che ci sta separando dai Paesi civili.



Separazione delle carriere 2


Non avrei mai creduto che un problema così tecnico come la separazione delle carriere avrebbe sollevato tanto interesse. I commenti sono stati numerosissimi e, quasi sempre, molto pertinenti e stimolanti. Cerco di rispondere meglio che posso. C’è, in molti commenti, un equivoco di fondo: PM e giudice fanno due mestieri diversi e dunque è ragionevole che le carriere siano diverse. Questo proprio non è vero; credo che l’equivoco sia colpa mia: certamente non sono riuscito a spiegarmi bene. Vediamo se ci riesco adesso.

Cosa fa il PM? Riceve le denuncie (dei privati e della polizia), raccoglie gli elementi di prova che gli sono forniti dai denuncianti; delega alla polizia, quando lo ritiene necessario, di raccogliere altri elementi di prova, impartendo istruzioni (per esempio: andate a cercare il marito della signora che abita al piano terra dell’alloggio dove è avvenuto il furto, ricordate? E chiedetegli etc. etc.); raccoglie lui stesso altri elementi di prova se lo ritiene necessario (per esempio, interroga lui stesso il marito della signora etc. etc.). Quando ha finito, nel senso che gli sembra che ha fatto tutto il possibile per raccogliere gli elementi di prova necessari per accertare quello che è successo, compie una valutazione: questi elementi di prova mi convincono che l’imputato (che in realtà in questa fase si chiama indagato, sia mai che qualcuno mi contesti l’imprecisione) è innocente; oppure, mi convincono che è colpevole. Nel primo caso decide di chiedere al GIP di archiviare o pronunciare sentenza di non doversi procedere (processualmente ci sono differenze ma qui non ci interessano). Nel secondo caso decide di rinviare a giudizio l’indagato avanti al Tribunale (oppure, in certi casi, davanti al GIP che deciderà se rinviarlo a giudizio oppure no; trattasi di un ulteriore filtro a garanzia dell’imputato).

Cosa fa il giudice (ci sono delle differenze se si tratta di un GIP o di un giudice del dibattimento ma qui non le sto a spiegare perché è inutile ai fini del discorso che stiamo facendo) quando il PM ha deciso di mandare l’imputato davanti a lui perché gli si faccia il processo? Esamina tutti gli elementi di prova raccolti dal PM e gli altri che la difesa eventualmente produce (probabilmente alcuni sono stati già prodotti prima, altri lo saranno solo in questo momento). Se non gli bastano e pensa che sia necessario acquisire altri elementi, dispone che vengano acquisiti (è il 507 cpp su cui tanti hanno discusso; che si tratti di potere residuale o no, non ha nulla a che fare con il discorso che stiamo facendo che è un discorso di fatto, non giuridico). Dopodiché si trova esattamente nella stessa situazione in cui si è trovato il PM alla fine delle indagini: deve compiere una valutazione; queste prove mi convincono che l’imputato è innocente; oppure mi convincono che è colpevole; ed emette la sentenza del caso.

Differenze. Qual è dunque la differenza professionale tra PM e giudice? Io non riesco proprio a vederla. E’ naturale che il PM che si è convinto, alla fine delle indagini, che l’imputato è colpevole, sosterrà questa tesi al dibattimento (sempre che non arrivino nuove prove che lo convincano che invece è innocente, nel qual caso chiederà l’assoluzione). Così come è naturale che il giudice che si è convinto, alla fine del dibattimento, che l’imputato è colpevole, scriverà una sentenza di condanna in cui accuserà l’imputato (sempreché non si convinca che invece è innocente, nel qual caso scriverà una sentenza di assoluzione). Non si tratta proprio dello stesso lavoro?

I giudici come i medici. Per quelli che non hanno apprezzato l’analogia con i medici, cerco di chiarire: volevo spiegare che ogni medico lavora nello stesso modo (proprio come PM e giudici); poi, si capisce, uno prenderà le sue decisioni in ambito ginecologico e un altro in ambito ortopedico. Ed è proprio per questo che ho detto che le identità fra PM e giudice sono molto più forti di quelle tra diversi specialisti medici; perché PM e giudice operano sulla stessa realtà; per continuare l’analogia, sono entrambi ortopedici o ginecologi o quello che volete voi; mentre gli specialisti medici operano su realtà diverse, sia pure con gli stessi metodi professionali. Ed ecco anche perché non c’è nulla di strano che un PM vada a fare il giudice (penale) e un giudice (penale) vada a fare il PM: perché hanno sempre fatto lo stesso mestiere. Certo, un PM avrà una maggiore esperienza del rapporto con la polizia, con le strutture pubbliche che gli debbono garantire mezzi di indagine (questa è la vera croce del PM) e un giudice dovrà farsela; ma si tratta di banalità. E’ invece vero che il passaggio dal penale al civile non è molto consigliabile: è veramente difficile; e infatti avviene raramente perché si tratta proprio di specialità diverse, esattamente come un cardiologo difficilmente si metterà a fare il ginecologo.

Amicizia. Alcuni hanno rilevato che è il rapporto di amicizia che lega due persone che appartengono alla stessa carriera che non va bene; perché il giudice sarà portato a privilegiare le tesi del PM suo collega più di quelle dell’avvocato.

Devo dire che trovo questo argomento un po’ irritante: in realtà chi lo propone è qualcuno che, evidentemente, pensa che sia normale agire in questo modo, tradendo il proprio dovere; forse lui, in questa situazione, farebbe proprio così. Ma in realtà nelle aule giudiziarie non va affatto in questo modo; anzi spesso succede il contrario. Un po’ perché il giudice sa che questo sospetto aleggia su di lui, e quindi è particolarmente attento e severo nei confronti del PM; un po’ perché, tra colleghi, c’è sempre una forte rivalità professionale: “sarai mica tu che mi vieni a spiegare quello che devo fare?” In tanti anni io ho dovuto spessissimo combattere le mie più aspre battaglie giudiziarie con i giudici più che con le difese. Ma poi, se questo argomento fosse fondato, quante carriere dovremmo separare? I giudici di appello, quelli che decidono se confermare o cassare le sentenze emesse dai giudici di tribunale, sono stati, magari fino al giorno prima, giudici di tribunale anche loro. Magari hanno lavorato nella stessa sezione del tribunale che ha emesso la sentenza che debbono riformare o confermare; magari sono proprio amici dei giudici che l’hanno scritta, ci hanno lavorato fianco a fianco per anni. Che si fa, carriere separate per giudici di tribunale e giudici di appello? E poi, e i giudici di cassazione? Anche loro provengono dai tribunali e dalle corti di appello di tutta Italia; magari conoscono benissimo il collega che ha scritto la sentenza che dovranno riformare, rilevando (che è una cosa seccante per un giudice) errori di diritto. Che si fa? Carriere separate anche per i giudici della cassazione? Che nessuno abbia mai pensato a soluzioni del genere dimostra che, evidentemente, la molto pubblicizzata separazione delle carriere tra PM e giudici ha finalità inconfessabili, ben diverse da quelle sbandierate,

Molti si sono chiesti: ma come funzionerebbe il sistema se le carriere fossero separate?Prima di tutto voglio dirvi che non intendo farmi pubblicità ma di queste cose ho scritto su La questione immorale (ed. Chiarelettere) e lì ho trattato il problema meglio che ho potuto; sicché vi trovereste molte risposte. Ma cerco di spiegarlo anche qui. Una carriera separata, visto che non si giustifica sul piano professionale, può avere una sola ragione: il PM non deve più lavorare come ho descritto finora, come un giudice (se no, che le separiamo a fare le carriere?) ma in un altro modo. Quale può essere questo modo? C’è una sola opzione, che del resto emerge da tutti gli interventi che sono favorevoli alla separazione: il PM deve sostenere l’accusa. L’accusa, solo questo. Non deve indagare più a 360 gradi, non si deve più chiedere se l’indagato (quello che polizia o privati hanno denunciato) è colpevole o innocente (se lo facesse torneremmo al modello attuale e allora la separazione sarebbe priva di senso). Deve solo raccogliere le prove che gli servono per sostenere al processo che l’imputato è colpevole; le altre prove, quelle che servono per dimostrare che l’imputato è innocente, sono un fatto della difesa; ci penserà l’avvocato, la cosa non lo riguarda.

Ecco, questo vuol dire un PM che sostiene l’accusa: un processo in cui il PM è un altro avvocato. Quello difensore sostiene la difesa e se per caso si imbatte in una prova che accusa il suo cliente fa finta di non vederla e (magari gli riesce ma spesso sarebbe un reato e gli avvocati onesti non lo fanno) la nasconde; comunque evita di evidenziarla. Quello accusatore sostiene l’accusa: e, se per caso si imbatte in prove che contrastano la sua tesi, le nasconde etc. etc.

Poi, davanti al giudice, che a questo punto fa davvero un altro mestiere, ognuno dei due tirerà l’acqua al suo mulino; ognuno dei due sosterrà la sua tesi, senza chiedersi se è giusta o no, semplicemente cercando di farla prevalere. E il giudice cercherà di decidere per il meglio.

Vi piace questo sistema? Io lo trovo folle.

Negli Stati Uniti funziona così; e lì è ancora peggio perché c’è la giuria, cioè cittadini che di leggi e diritto non sanno nulla e che decidono in base alle impressioni suscitate in loro nel corso del processo. Un avvocato celebre, elegante, suadente, intelligente li convincerà più facilmente di un avvocato sciatto, rozzo, approssimativo, antipatico. Ma come si presentano, come sono i due avvocati, quello dell’accusa e quello della difesa, non ha nulla a che fare con la tesi che sostengono, non ha nulla a che fare con l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato. E infatti negli Stati Uniti le carceri sono piene di innocenti (anche per via di altri strumenti processuali che qui non sto ad analizzare); e soprattutto per via del fatto che i poveri certo non possono permettersi difese in grado di contrastare il PM (che lì si chiama Procuratore Distrettuale). Il PM ha mezzi tecnici, economici e di personale (la Polizia della sua città, l’FBI, la DEA, i consulenti tecnici del suo ufficio) che la difesa si deve pagare. E che si fa se l’imputato non ha soldi? Niente si fa, si difende come può e non l’aiuta nessuno.

Ma questo sistema presenta anche altri problemi. Un avvocato che rappresenta l’accusa e solo quella non può essere indipendente; sarebbe irragionevole. L’indipendenza è un requisito del giudice che deve essere libero di decidere quello che gli sembra giusto. Ma, se si è già deciso che il PM deve sostenere l’accusa e solo quella, qualsiasi sia la sua opinione personale sulla colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, allora, come gli avvocati, avrà un cliente, quello che gli impone la tesi da sostenere. In questo caso lo Stato.

Ho detto lo Stato? Ho sbagliato. Lo Stato è il cliente che servono i giudici e quindi, oggi, anche il PM-giudice. Ma il PM avvocato che sostiene l’accusa ha come cliente il Governo. Proprio come l’Avvocatura dello Stato che sostiene le tesi che il suo cliente, il Governo, gli chiede di sostenere. Proprio come ha fatto (scusate la parentesi) l’Avvocatura dello Stato avanti alla Corte Costituzionale, quando ha spiegato che il Lodo Alfano va conservato perché se no Berlusconi dovrebbe dimettersi; “e pensate che danno per il Paese!” Argomentazione di una raffinatezza giuridica che, dopo 41 anni di magistratura, ho difficoltà a percepire.

Il problema allora è che, se il cliente del PM è il Governo, i processi finiscono con il diventare politici. Il PM avvocato (il PM che sostiene l’accusa) viene incaricato di fare questo e quell’altro processo; e soprattutto, di non fare questo o quell’altro.

Vi piace questo sistema? A me pare folle.

In Francia funziona proprio così. I miei colleghi francesi spesso mi hanno detto che si sono trovati a dover seguire direttive che stridono con equità e buon senso; e, talvolta, ispirate da chiare ragioni politiche. Qualcuno ha dato le dimissioni perché gli era stato imposto di accusare imputati che erano innocenti e che però il Governo voleva perseguire.

Vi piace questo sistema? A me pare folle.

Il che mi suggerisce di rispondere ad alcuni commenti che hanno rilevato come la separazione delle carriere è cosa buona e giusta anche se, al momento attuale, è sconsigliata dall’esistenza di un Governo nelle mani di Berlusconi.

Questo discorso è veramente sbagliato. Il potere è potere, da chiunque venga esercitato. Berlusconi rende sicuro l’abuso di un sistema che gli affidasse il controllo delle Procure. Ma questo abuso potrebbe essere esercitato da chiunque si trovasse un giorno nella sua posizione. Quando Montesquieu ha disegnato il suo celebre assetto costituzionale fondato sulla separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) non ha certo pensato che esso avrebbe potuto essere derogato qualora lo Stato fosse finito nelle mani di un tiranno buono e giusto; e, se venisse rovesciato da un tiranno cattivo che si servirebbe, per rovesciarlo, proprio di quell’assetto costituzionale disegnato per il tiranno buono? Poi, ci sono momenti storici in cui i detentori del potere sono peggiori della media; e purtroppo noi stiamo vivendo un momento di quelli. Ma non si costruisce una Costituzione in funzione degli uomini che di volta in volta, governano: sono questi che debbono rispettare la Costituzione.

Per finire, due parole per i non estimatori del sistema giudiziario italiano. Quando difendo questo sistema (che tutti i magistrati europei riconoscono essere il migliore, ricordatevelo quando avrete finito di leggere queste righe) difendo un’idea, un’astrazione, un sistema scientifico. Tutto questo discorso non ha nulla a che fare con lo sfascio della giustizia italiana. Ma, questo è il punto, la giustizia italiana non è allo sfascio perché non c’è la separazione delle carriere; così come negli altri Paesi la giustizia non funziona meglio perché le carriere sono separate. Lo sfascio italiano è dovuto ad un complesso normativo costruito all’esplicito scopo di non far funzionare il processo penale. Ma questo un altro discorso (che, di nuovo, trovate meglio affrontato in La Questione Immorale)



Da dove saltano fuori le "pratiche a tutela" del Csm?


Recentemente il Consiglio Superiore della Magistratura è intervenuto a difesa di alcuni magistrati e uffici giudiziari offesi da Berlusconi. Tecnicamente questo tipo di intervento si chiama “pratica a tutela”: il CSM prende atto di questo genere di aggressioni e interviene spiegando come e perché esse sono ingiuste. Le ultime pratiche a tutela hanno riguardato alcuni magistrati in servizio presso le Procure di Milano, Pescara e Napoli, con riferimento ai procedimenti Mills, Del Turco e Berlusconi-Tarantini. Con il consueto senso della misura, Berlusconi e i suoi clientes hanno pubblicamente dichiarato che “l'armata rossa delle toghe si rimette in movimento”; che la situazione italiana, a seguito delle iniziative giudiziarie citate, è paragonabile “al Cile del generale Pinochet”; che “i magistrati utilizzano la giustizia a fini mediatici e politici” e altre amenità del genere.

Una certa sorpresa si è diffusa nel mondo giudiziario a seguito di una lettera inviata al CSM dal Presidente della Repubblica che auspicava che “l'esame delle pratiche a tutela avvenga con serenità ed equilibrio, in linea con la esigenza di fare responsabile e prudente uso … (dell’) istituto …”.

Tutto ciò stimola alcune riflessioni.

1) Ha fatto bene Napolitano a inviare questa missiva? Risposta: si e no.
No: perché, come garante degli equilibri istituzionali, avrebbe dovuto (in verità con ben maggiori motivazioni) inviare questo suo monito anche a molti uomini politici che certamente non si erano comportati “con serenità ed equilibrio”. E, se avesse ritenuto di non rivolgersi proprio a Berlusconi e soci, avrebbe comunque dovuto auspicare quantomeno che “serenità ed equilibrio” fossero (faccio una proposta per un futuro comunicato) osservati da tutti coloro che svolgono funzioni istituzionali. E’ infatti evidente che aver rivolto una raccomandazione di tal fatta ad uno soltanto dei protagonisti dello scontro politico - giudiziario ha un solo possibile significato: una “bacchettata” al CSM per un’iniziativa inopportuna. Insomma, si è trattato di uno schierarsi incompatibile con il ruolo di garanzia proprio della Presidenza della Repubblica.
Ma, sotto un altro profilo, non si può dire che Napolitano avesse tutti i torti. E qui si deve passare alle riflessioni che seguono.

2) Come tutti sanno il CSM è organo previsto dalla nostra Costituzione che stabilisce come debbono essere nominati i suoi componenti e quali compiti ha. In particolare l’articolo 105 della Costituzione prevede che “Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell'ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.

Ma allora, da dove saltano fuori le “pratiche a tutela”? Quale legge, costituzionale o meno, ha attribuito al CSM il compito di svolgere un’attività del genere?

Quale sia l’origine legale delle “pratiche a tutela” lo ha detto lo stesso CSM proprio in occasione di queste ultime pratiche: “Fin dalla risoluzione del 10 febbraio 1978 il Consiglio è intervenuto a tutela della indipendenza e del prestigio della magistratura e dei magistrati oggetto di denigrazione ed intimidazione, affermando, in qualità di organo costituzionalmente preposto al governo dell'ordine giudiziario, la necessità politica e sociale che la critica sia responsabile ed informata e non sia denigrazione ed intimidazione dei giudici"; nella successiva risoluzione del 23 luglio 1981, adottata alla presenza del Capo dello Stato, ha riaffermato "la propria determinazione a tutelare l'indipendente e corretto esercizio della funzione giurisdizionale…..". Inoltre, sempre il CSM si è dato un nuovo Regolamento interno (DPR 15 luglio 2009) che, all’art. 21, prevede le pratiche a tutela. Delibere e regolamenti assai commendevoli, non fosse che di tali attribuzioni la Costituzione non fa menzione; sicché autoattribuirsele non mi pare ben fatto. Il CSM è un organo con compiti di natura amministrativa, non politica; e non c’è dubbio che prendere posizione in contrasti tra uffici giudiziari o singoli magistrati e questo o quel partito o uomo politico comporti scelte che sono o possono essere interpretate come politiche. Che, per la giustizia è una cosa terribile, è la prima causa di delegittimazione, è qualcosa di assai più grave di un qualsiasi scomposto e truce attacco proveniente dall’ultimo (o dal primo, se è per questo) uomo politico del Paese.

Insomma, se il CSM si mette a fare il processo alla politica finisce come la politica stessa quando fa il processo alla magistratura. Ricordo il Parlamento in seduta comune che beatificava Berlusconi al tempo dei processi di Milano; oppure le proposte di istituire commissioni di inchiesta parlamentari su Tangentopoli, ben presto divenute commissioni di inchiesta su Mani Pulite, cioè sugli uffici giudiziari che avevano processato e condannato i malfattori. Il punto è che, quando le istituzioni scendono in campo, i risultati sono drammatici per la democrazia. II Parlamento fa (dovrebbe fare) le leggi; la Magistratura fa i processi, il CSM gestisce la carriera dei magistrati. Nessuno deve fare altro oltre a quello che costituzionalmente gli compete.

3) Ma allora, si dirà, i magistrati sono senza tutela? Quando qualcuno se la prende con loro, da Berlusconi a qualsiasi altro imputato che non ha alcuna intenzione di accettare le condanne inflittegli a seguito di rituali processi, al di là della consueta tutela giudiziaria che spetta ad ogni cittadino (querele, denunce etc.), chi difende l’ufficio, l’istituzione?

Lo deve difendere il sindacato dei giudici, l’Associazione Nazionale Magistrati; un’associazione di natura privata che, secondo il suo Statuto, si propone di: “dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali” e “tutelare gli interessi morali ed economici dei magistrati, il prestigio ed il rispetto della funzione giudiziaria”. Tutte cose, queste, che la Costituzione non prevede affatto tra i compiti del CSM e che invece sono dovere statutario per l’ANM che può (deve) esercitare critiche, promuovere manifestazioni, bandire scioperi, interloquire con le istituzioni, insomma adottare i metodi tipici di ogni sindacato che tutela i suoi iscritti. E, per la verità, qualche volta (pochine ma, in questi ultimi tempi più frequentemente), l’Associazione l’ha fatto. E naturalmente, se la polemica si svolge tra un partito e un’associazione sindacale, tra un uomo politico e l’ANM, nessuno può aver niente da ridire. Ognuno dei due contendenti esporrà le proprie ragioni e cercherà di convincere i cittadini del proprio buon diritto.

Ma, si dice, Berlusconi e altri politici di varia estrazione, quando esternano si propongono con la loro carica istituzionale; e dunque sarebbe giusto che il confronto avvenisse con altro soggetto istituzionale. Ma è ovvio che insulti e minacce ai giudici e agli uffici giudiziari non provengono mai, non possono provenire, dal Governo della Repubblica, dal Parlamento, dal Ministro: le istituzioni non si insultano tra loro. Quando Berlusconi parla di sé in terza persona (il Capo del Governo, il Presidente del Consiglio) e tuona contro le supposte aggressioni giudiziarie che lo vedono protagonista dimentica sempre che il processo penale si svolge nei confronti di un imputato persona fisica e non di una carica istituzionale; che è il cittadino Berlusconi ad essere chiamato a rispondere delle sue malefatte, non il Capo del Governo.

4) Se tutto ciò è vero, non serve altro per rendersi conto di come sia grave che il CSM possa esser sospettato di schierarsi a difesa di interessi particolari, non importa se giusti o sbagliati. La delegittimazione che ne deriva è la stessa che ha ormai così radicalmente squalificato il mondo politico italiano. Insomma, il CSM non può scadere al livello dei suoi attuali interlocutori.

5) Ma perché allora tutto questo succede; e succede da molti anni e tutto lascia supporre che continuerà a succedere? Qui sta il grande irrisolto problema che angoscia (dovrebbe angosciare) la magistratura e che è all’origine di tutte le polemiche alimentate dalla classe politica.

Il fatto è che l’ANM, il sindacato dei giudici, in realtà è un semplice contenitore: in essa agiscono, quasi sempre in contrasto e comunque in concorrenza tra loro, le cosiddette correnti della magistratura, Unità per la Costituzione, Movimento, Magistratura Democratica, Magistratura Indipendente.

Queste correnti monopolizzano il sistema dell’autogoverno dei giudici: i Consigli Giudiziari (piccoli CSM locali) e il CSM; controllano le nomine alle più disparate cariche istituzionali che, in sede italiana, europea e internazionale, sono assegnate a magistrati; garantiscono ai propri vertici carriere di eccellenza. Sono le correnti che organizzano le elezioni del CSM: ognuna presenta una lista con un numero di candidati pari a quello dei posti da ricoprire; e l’elezione diventa una gara a loro riservata. Un magistrato che non appartiene a una corrente non potrà mai essere eletto al CSM; che dunque finisce con l’essere composto (per la parte cosiddetta togata, poi c’è un terzo di componenti nominati dalla politica con criteri analoghi a quelli delle correnti) esclusivamente da magistrati “correntizi”. Ed è ovvio, alla fine, che, con questi presupposti, tutta l’attività del CSM sia condizionata dalle correnti. Insomma una copia precisa di quanto avviene nel Paese, con i partiti che occupano Parlamento, Governo e incarichi di vertice in ogni dove.

A questo punto nel CSM tutto si svolge come nella politica: ogni corrente tutela chi le appartiene; e la carriera dei magistrati si svolge in funzione della forza della corrente alla quale ognuno è iscritto. Si deve nominare il presidente del Tribunale di Roncofritto? Ogni corrente avrà il suo candidato e si batterà per farlo nominare. Oppure, come avviene sempre più spesso, si adottano logiche spartitorie: le correnti 1 e 2 si alleano per nominare l’appartenente alla corrente 1; domani faranno alleanza per nominare in altro posto l’appartenente alla corrente 2. Paradossalmente le uniche scelte a carattere obbiettivo sono quelle in cui nessun candidato appartiene ad una corrente (qualcuno ce n’è); oppure quelle in cui un candidato è di livello talmente alto da non permettere inciuci; oppure è di livello talmente basso da essere comunque impresentabile. E poi, naturalmente, arrivano le sentenze del TAR che annullano le decisioni del CSM.

Tutto questo avviene anche a protagonisti rovesciati. E’ rimasta celebre la scelta del ministro Mastella che aveva chiamato a importanti incarichi ministeriali magistrati appartenenti a tutte le correnti, con una scelta accurata di bilanciamento; andò sotto il nome di pax mastelliana. E poi anche importanti incarichi internazionali sono decisi al CSM o nei Ministeri in base a logiche correntizie. Perché, qui è il punto, la commistione tra le correnti (l’ANM è, come si è detto, un semplice contenitore) e il CSM fa si che, alla fine, si costruiscono per i “correntizi” vere e proprie carriere parallele, con un meccanismo che assicura ai più abili in questo genere di cose (magari non i più abili nella professione), vantaggi di natura professionale, economica, di prestigio. Ma soprattutto questo impossessamento del CSM, organo costituzionale che dovrebbe essere indifferente alle vicissitudini della politica (dal che deriverebbe la sua affidabilità ed autorevolezza), ad opera di un sindacato composto da enti e persone che, a torto o a ragione, ne sono ritenuti partecipi quando non inquinati, è la ragione vera della sfiducia con cui vengono accolte le “pratiche a tutela”. Tanto più che è impossibile non constatare che, in certi casi, di “pratiche a tutela” non se ne aprono. Il CSM non ha “tutelato” Luigi De Magistris quando parlamentari calabresi, e non solo, gliene dicevano di tutti i colori. E non ha “tutelato” nemmeno Clementina Forleo, quando era perseguitata da quasi tutto l’arco costituzionale. A suo tempo non “tutelò” nemmeno Falcone, che è quanto dire.

Sicché è abbastanza naturale che le iniziative del CSM di aprire “pratiche a tutela” a macchia di leopardo siano considerate con un po’ di sospetto.
Ecco, alla luce di tutto questo, forse il monito del Presidente della Repubblica al CSM, anche se criticabile per essere stato inviato ad uno solo dei possibili destinatari, qualche fondamento finisce con l’averlo.



I pericoli connessi alla separazione delle carriere


Dalla mia ultima analisi sono passati pochi giorni.

Gli argomenti che hanno appassionato i lettori sono stati 4:

- Se è bene o no che un politico appartenente ad un partito si faccia eleggere nelle file di un altro partito.
- Se la separazione delle carriere è un bene; oppure no.
- Se la discrezionalità dell’azione penale è un bene; oppure no.
- Se la riforma della responsabilità civile dei giudici è un bene; oppure no.

Io ho scritto un libro sugli ultimi 3 argomenti (di cui so qualcosa, sul primo ho opinioni come qualsiasi cittadino, magari ne parlerò di nuovo visto che c’è stato un certo dibattito). Qui ricomincio con la separazione delle carriere. Sapete com’è, dai e dai, qualcuno capirà.

Il guaio è che, su questo argomento, non ci sono solo quelli che parlano senza sapere ciò che dicono; e non ci sono solo quelli che hanno le idee chiare: il Pubblico Ministero deve dipendere dall’esecutivo e fare solo i processi che il governo deciderà che si possono (o si debbono) fare. Ci sono anche quelli che, in buona fede, sono convinti dell’opportunità che PM e giudici appartengano a carriere separate; perché, pensano, fanno due mestieri diversi: uno fa le indagini e l’altro fa le sentenze, uno accusa e l’altro decide imparzialmente: due categorie con professionalità diverse. E poi pensano, necessariamente, anche un’altra cosa: se i magistrati si oppongono ferocemente a una riforma così ovvia, lo faranno sicuramente per interessi inconfessabili, nella migliore delle ipotesi corporativi; altrimenti, di fronte ad una considerazione così ragionevole, perché opporsi?

Ecco, il punto è che questa argomentazione non solo non è ragionevole; è proprio sbagliata.

Cominciamo con un’analogia, che, nella tradizione dialettica, è il metodo più usato per far capire bene le cose. Allora: ci sono i cardiologi e i ginecologi, gli ortopedici e i gastroenterologi; e tanti altri medici specialisti che ognuno di noi conosce bene. Però nessuno pensa che si tratti di professionisti diversi, che non debbano essere tutti qualificati medici; nessuno pensa che debbano appartenere a carriere separate e avere un ordine professionale separato: non più un ordine dei medici ma un ordine dei cardiologi, uno dei ginecologi e così via. Tutti pensano che questi professionisti, i medici, hanno tutti la stessa formazione di base e diverse specialità; ma, fate attenzione, qui è il nocciolo del problema, tutti capiscono che il metodo e le finalità del loro lavoro sono assolutamente identici. Fanno tutti lo stesso lavoro, curare le persone; tutti con lo stesso metodo, anamnesi, diagnosi, terapia; tutti utilizzando le loro cognizioni scientifiche, in parte (gran parte) comuni e, in parte, differenziate, appunto specialistiche. Ecco perché sono tutti medici, tutti uguali, tutti appartenenti alla stessa “carriera”.

Il guaio è, come ho detto all’inizio, che, quando si parla di separazione delle carriere (quando ne parlano quelli che sono in buona fede), si parte da una convinzione sbagliata: PM e giudici fanno due lavori diversi. E questo proprio non è vero; ed anzi le caratteristiche comuni delle rispettive specialità sono molto più profonde e numerose di quelle che riguardano le specialità mediche. Insomma PM e giudici, tutti e due, fanno la stessa cosa: cercano di ricostruire un certo fatto, di capire quello che è successo e di identificare chi vi ha partecipato; quello che si chiama accertare la verità. Per fare questo tutti e due usano le stesse tecniche professionali. Una volta raggiunta la conclusione, ecco, qui c’è una (l’unica) differenza: il giudice emette una sentenza con la quale dice: sei colpevole, oppure: sei innocente. Il PM emette una richiesta (diretta al giudice) con la quale dice: secondo me questa persona è colpevole; oppure: è innocente. Emetti una sentenza di condanna; oppure di assoluzione.

Siccome questa cosa non è conosciuta (occorre sapere un minimo di diritto per conoscerla), ecco (ripeto, in buona fede) l’errore fondamentale che porta a ritenere ragionevole la separazione delle carriere: il PM sostiene l’accusa, il giudice giudica; il PM chiede la condanna, il giudice deve valutare se l’imputato è colpevole o innocente; il PM è uomo di parte, il giudice è imparziale. Dunque mestieri diversi, separazione delle carriere.

Come ho detto, non è affatto così.

Vi descrivo brevemente lo svolgersi di un processo: dal che si capirà bene quanto sia sbagliato ragionare in questo modo.

La Polizia arresta una persona e lo denuncia alla Procura: ha rubato, si è introdotto di notte in un alloggio e si è portato via soldi e gioielli. Il PM si trova questa denuncia sul tavolo. La studia e sente i poliziotti che hanno arrestato il ladro.

“Come è avvenuto l’arresto?”

“E’ successo che il 113 ha ricevuto una chiamata, furto in alloggio; noi siamo stati allertati via radio e ci siamo portati sul posto. Erano le 3 di notte. Abbiamo visto un tizio in atteggiamento sospetto (si stava allontanando dal palazzo in cui era avvenuto il furto) e lo abbiamo fermato. Gli abbiamo chiesto cosa faceva da quelle parti ma non ci ha dato nessuna risposta ragionevole. Intanto è sceso il derubato che ha visto la persona che avevamo fermato e ha detto subito: è lui, è lui. Abbiamo cercato la refurtiva ma il fermato non aveva nulla. Si vede che l’aveva passata a qualche complice”.

Beh, sembra fatta. Però ….

Si sente il proprietario dell’alloggio.

“Come è andata?”

“Stavo dormendo, a un certo punto ho sentito un rumore. Mi sono svegliato e ho visto un uomo in camera da letto. Ho urlato: che stai facendo!! Lui è subito scappato ed è saltato in strada dalla finestra (abito in un primo piano basso). Poi la polizia lo ha fermato. Mi ha rubato 1000 euro che stavano sul cassettone e la collana di mia moglie”.

“Ma lei lo ha riconosciuto?”

“Si, si, era proprio lui, quello che hanno fermato”.

“Ma lei lo ha visto in faccia?”

“Beh no, perché era buio, ma aveva un paio di pantaloni scuri e una giacca scura; e poi era alto proprio come quello che hanno fermato e grosso uguale”.

“Ma quanto tempo è passato tra il momento in cui lei ha visto il ladro e l’arrivo della polizia?”

“Pochissimo, 10 minuti, un quarto d’ora al massimo”.

Uhm.

Si sente il presunto ladro. Disoccupato, un precedente per furto, vive in una soffitta in un quartiere degradato

“Sono innocente”.

E ti pareva.

“Che ci faceva lì dove è stato arrestato?”

“Non lo posso dire”.

“Guardi che è messo male, c’è stato un furto, è stato riconosciuto (beh, insomma), ha precedenti (uno …), questa volta finisce in galera per un po'”

“Si ma, guardi, proprio non posso….”

Tira e molla, poi spiega.

“Io ho una relazione con una signora che abita al pianoterra di quella palazzina; è sposata e, quando il marito non c’è … Quella sera ero da lei solo che il marito, che doveva tornare il giorno dopo, invece verso le 2,30 è arrivato a casa; ho fatto a tempo a uscire dalla finestra … Adesso però se questa cosa si viene a sapere succede un casino”.

“Faremo più discretamente che si può”.

Si sente la signora.

“Ma che dice, io donna onesta sono etc. etc.”

Tira e molla

“Beh si è vero, ci frequentiamo da un pò, quella sera mio marito è tornato prima etc. etc”

Naturalmente bisogna controllare: la donna potrebbe mentire per dare un alibi all’imputato. Così si sente il marito.

“Scusi il disturbo ma stiamo facendo un’indagine per un furto avvenuto nel palazzo dove abita lei (si cerca di non fare casino). Per caso quella sera ha sentito rumori, ha visto qualcuno che scappava?”

“No, sa io quella notte non c’ero, ero fuori per lavoro, sono tornato tardi, saranno state le 2. Poi, dopo un po’ è arrivata la polizia".

"Ah".

Fine della storia. Il PM fa una richiesta al GIP (giudice per le indagini preliminari) con cui chiede di non doversi procedere perché l’imputato è innocente, non ha fatto nulla di male, almeno nessun reato.

IL GIP emette la sua sentenza.

Adesso immaginiamo che questa indagine la faccia un PM diverso, uno pigro e poco scrupoloso (qualcuno ci sarà anche; io, in 41 anni ne ho trovati 4 o 5). Arresto in quasi flagranza, riconoscimento, che vuoi di più? Rinvio a giudizio, richiesta al giudice: condanna a 3 anni di galera, è anche recidivo.

Ma il giudice invece è una persona preparata e scrupolosa e, proprio come prevede la legge (art. 507 del codice di procedura penale), fa lui tutta quell’indagine che ho raccontato e che avrebbe dovuto fare il PM; e, naturalmente, alla fine assolve l’imputato.

Ora, che differenza c’è tra il lavoro fatto dal PM numero 1 (quello che fa il suo mestiere come deve essere fatto) e quello fatto dal giudice che deve supplire allo scempio fatto dal PM numero 2? Ovviamene non c’è nessuna differenza, è proprio lo stesso lavoro, lo stesso metodo, la stessa preparazione professionale, lo stesso atteggiamento di imparzialità, di ricerca della verità. Non c’è nessuna differenza.

Vedete come l’argomentazione di quelli (in buona fede) che vogliono la separazione delle carriere perché si tratta di due lavori diversi, uno sostiene l’accusa e l’altro giudica, è sbagliata?

Vedete che non ci sono due carriere, ce ne è proprio una sola, tutti fanno lo stesso lavoro, con gli stessi metodi e lo stesso atteggiamento?

Vedete come sarebbe pericoloso costruire una “carriera” per PM da cui ci si aspetta che “sostengano l’accusa”, proprio come ha fatto, nel nostro esempio, il PM numero 2?

Vedete come è necessario “sapere” prima di esprimere un’opinione?

Tutto questo l’ho scritto per quelli che sono in buona fede. Degli altri è inutile parlare, anzi è inutile parlare con loro.



Carceri, giustizia e separazione delle carriere: la ricetta Perduca spiegata a La7



Il 27 agosto il Telegiornale de La 7 ha ospitato, come è sua (apprezzabile) tradizione, il senatore Marco Perduca; come apprendo da Google, Perduca appartiene al gruppo radicale anche se è stato eletto nelle liste del PD. Digiuno come sono di questi meccanismi squisitamente politici, non capisco bene come una persona che si candida nelle liste di un partito che si oppone allo schieramento di maggioranza, una volta eletto possa cambiare idea e, folgorato come Paolo sulla via di Damasco, passi dalla parte del vecchio avversario; ma tant’è, così è andata.

L’argomento che il senatore Perduca ha trattato è stato quello carcerario, di cui dice di avere buona esperienza avendo passato l’estate, a quanto si è capito, a visitare le carceri italiane. E ha detto che queste carceri sono superaffollate perché ci sono circa 64.000 detenuti e solo circa 41.000 posti. Niente di nuovo, lo sappiamo da molti anni, in particolare dal luglio 2006, quando l’argomento è stato utilizzato come pretesto per un indulto calibrato sulla necessità di far evadere Previti dalla detenzione dorata nel suo mega appartamento di Piazza Farnese a Roma. Da allora, sorprendentemente (?), nulla è stato fatto per risolvere il problema; in particolare non è stato costruito alcun nuovo carcere, il che, come ognuno capisce, è una delle prime cose da fare per una situazione di questo tipo. Forse perché, in realtà, il senatore Perduca ha altre soluzioni in carniere. E, approfittando dell’ospitalità de La 7, le ha spiegate agli italiani.

Ecco, per risolvere il problema carcerario, secondo Perduca, ci va una riforma completa della giustizia e, in particolare, la separazione delle carriere (tra giudici e pubblici ministeri) e la discrezionalità dell’azione penale.

Come spesso succede ai nostri Soloni (Solone era un grande legislatore ateniese vissuto circa 500 anni prima di Cristo; speriamo che non si offenda per questo azzardato paragone), di spiegare in cosa consistano queste due epocali riforme non se ne parla; eppure, se uno non ha una qualche competenza giuridica, cosa voglia dire “separazione delle carriere” e “discrezionalità dell’azione penale” proprio non lo capisce. Sono sempre restato nel dubbio se la costante mancata spiegazione di una così profonda riforma costituzionale si debba all’ignoranza dei molti che ne parlano senza sapere bene quello che dicono; oppure se si tratti di una scelta voluta: perché, se i cittadini sapessero davvero cosa questa gente propone, la caccerebbe via alle prime elezioni disponibili.

Sia come sia, separazione delle carriere vuol dire che i giudici restano a fare i giudici e i pubblici ministeri, che adesso sono magistrati anche loro, diventano “avvocati della polizia” (la definizione è di Berlusconi). Questo significa che, oggi, i pubblici ministeri (che di mestiere fanno le indagini) sostengono l’accusa solo per quelli che ritengono colpevoli; poi il giudice deciderà se condannarli o no. Una sorta di doppio filtro: prima un magistrato PM che indaga solo quelli che ritiene colpevoli e che chiede l’assoluzione per quelli che ritiene innocenti; e poi un magistrato giudice che (di questi) condanna solo quelli che anche lui ritiene colpevoli e assolve quelli che ritiene innocenti. Domani, se passa questa riforma (che è una riforma costituzionale perché la Costituzione prevede appunto una cosa diversa) i pubblici ministeri faranno come qualsiasi avvocato: il loro cliente sarà lo Stato (la Polizia, i CC, la GdF); il loro mestiere sarà quello di difendere le tesi dello Stato davanti ai giudici. Il problema è che lo Stato non dà molte garanzie di imparzialità: sia in certi casi, quando il colpevole è un amico o un amico degli amici (pensiamo a Previti, allo stesso Berlusconi, agli imputati del processo Abu Omar); sia in certi altri, quando il colpevole (presunto) è un avversario politico che fa tanto comodo eliminare. Ecco, in questi casi, il pubblico ministero non avrà scelta: davanti al giudice non sosterrà la tesi giusta (o quella che lui, in piena indipendenza, crede tale) ma quella che gli verrà imposta dallo Stato. Con tanti saluti per l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

La discrezionalità dell’azione penale si posiziona nel medesimo filone: è uno strumento per selezionare i processi che si fanno e quelli che non si debbono fare. Con regolari scadenze, magari ogni anno, il Parlamento o un organo appositamente costruito dalla politica, stabilirà per quali reati si debbono fare i processi e quali invece possiamo lasciar perdere. Oggi non è così: la nostra Costituzione dice che l’azione penale è obbligatoria, cioè per ogni reato si deve fare un processo: che sia un furto in alloggio o il falso in bilancio di Berlusconi. Naturalmente tutto sta nel vedere per quali reati si stabilirebbe che si debbono fare i processi: e che la politica preveda che i reati che le sono abituali (corruzione, frode fiscale, falsi in bilancio, peculati etc.) debbano essere processati credo sia eventualità molto remota.

Adesso che i termini della questione dovrebbero esserci più familiari (speriamo), possiamo tornare alla ricetta Perduca. Ha detto dunque il senatore che, se si procederà alla separazione delle carriere e alla discrezionalità dell’azione penale, il problema carcerario sarà risolto.

Ora, sempre il senatore Perduca dovrebbe cortesemente spiegarci in che modo la separazione delle carriere dovrebbe consentire questo mirabolante risultato. Un PM “avvocato della Polizia”, in teoria, dovrebbe sostenere l’accusa in un numero di processi molto maggiore di quanto non faccia ora il PM-magistrato. Bene o male, qualche volta (tante volte) il PM-magistrato ritiene che le prove presentate dalla Polizia non siano sufficienti e chiede che l’imputato venga assolto; e, in genere, il giudice la pensa come lui. Oggi, in verità, molti extracomunitari, arrestati per uno dei vari reati previsti dalla legislazione in materia di immigrazione, vengono assolti e scarcerati (quindi in prigione non ci vanno) perché prima il PM e poi il giudice scoprono che le condizioni legali per procedere all’arresto e alla denuncia non c’erano. Un certo numero di presunti spacciatori vengono assolti e scarcerati perché le prove sull’effettivo spaccio della bustina sono carenti: attenzione, questo non vuol dire che non siano spacciatori, solo che la Polizia non è riuscita a fornire prove processualmente valide. E mica si può mandare uno in prigione perché “tanto si sa che spaccia droga”. Insomma, oggi il PM una certa scrematura la fa. Ma domani, quando il suo dovere sarà solo quello di sostenere le tesi della Polizia (ce lo ha detto Berlusconi, ricordatevelo), è ragionevole pensare che di condanne e di conseguenti detenuti ce ne saranno di più. Vero che sempre il giudice deve decidere, alla fine; ma insomma, se il lavoro del PM non lo influenzasse, in un modo o nell’altro, allora questo vorrebbe dire che il problema non esiste: il Pm non servirebbe a niente. Ma, se fosse così, perché discuterebbero (da anni) di separazione delle carriere? Che glie ne importerebbe di un PM che non fa danni? Dunque il PM danni (dal loro punto di vista) ne fa; ed è per questo che vogliono farlo fuori.

In ogni modo, mi pare ovvio che la separazione delle carriere non ha nulla a che fare con il problema carcerario; e, se proprio vogliamo trovare una relazione tra le due cose, in realtà il PM-magistrato produce meno condannati e quindi meno detenuti. E veniamo alla discrezionalità dell’azione penale. Qui un rapporto tra la riforma proposta dal senatore Perduca e il problema carcerario apparentemente c’è. Se l’azione penale non è obbligatoria, se ogni anno si fanno meno processi, se dunque ci sono meno condannati, in teoria si può sostenere che ci saranno meno detenuti e che le carceri saranno meno affollate. Solo che si tratta di una teoria sballata.

Capiamoci con un esempio. Tutti sappiamo che gli ospedali sono sovraffollati: non ci sono abbastanza letti per tutti i malati. Certo che, se stabiliamo per legge che alcuni malati non possono essere curati, allora il posto in ospedale diventa sufficiente per quelli che restano. Tutt’è a vedere se ci sta bene che la gente malata sia lasciata a morire sotto i ponti.

Ma poi c’è ancora da vedere quali sono i malati che decidiamo di non curare. Perché, certo, se stabiliamo di non curare l’influenza, le fratture, le ferite lacero contuse e insomma tutta la serie di malattie che danno origine alla stragrande maggioranza dei ricoveri ospedalieri; beh allora di posto in ospedale se ne fa. Ma se decidessimo di non curare gli infarti, i tumori di varia natura, le infezioni polmonari fulminanti, insomma le malattie più gravi ma numericamente meno incidenti, di posti se ne farebbero pochini. Ecco, qualcuno ha qualche dubbio sul fatto che nell’elenco dei reati per i quali non si dovrebbe fare il processo comparirebbero la corruzione, il falso in bilancio, la frode fiscale, il peculato etc?; e che invece si dovrebbe continuare a processare, proprio come si fa adesso, i furti, lo spaccio di droga, gli oltraggi a pubblico ufficiale, i reati degli extracomunitari e tutta la immensa quantità di illeciti che porta all’affollamento delle carceri? E, d’altra parte, pensate seriamente che una maggioranza che ha fatto della pretesa insicurezza sociale e della necessità di tutelare la collettività dai reati commessi da una folla di delinquenti extracomunitari e (bontà loro) anche di qualche italiano proporrebbe di non processare i ladri, gli spacciatori, quelli che violano le leggi sull’immigrazione e insomma la sterminata platea che ogni giorno affolla le aule di giustizia?

E allora, proprio come per gli ospedali del nostro esempio, quanti posti si farebbero disponibili a seguito del risparmio di processi dovuto a questa improrogabile riforma costituzionale? Ve lo dico io. L’85 % dei detenuti è composto da ladri, spacciatori di droga e extracomunitari che hanno violato le leggi sul’immigrazione. Il restante 15 % di assassini, rapinatori, violentatori e altri imputati o condannati per gravissimi delitti. Di falsificatori di bilancio, bancarottieri, corruttori, corrotti, evasori fiscali e gente di questo tipo ce ne sono poche decine. Ecco con la discrezionalità dell’azione penale sarebbero queste poche decine a non intasare le carceri. Gran risultato.

Adesso la domanda finale: ma il senatore Perduca lo sa cosa vuol dire separazione delle carriere e discrezionalità dell’azione penale?; oppure recita il mantra della fazione politica a cui appartiene? E, se lo sa, perché va a raccontare queste cose in televisione?


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