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Favoreggiamento, concussione e altre prodezze


Io ho studiato diritto penale sul manuale di Francesco Antolisei. Una delle caratteristiche del Maestro era quella di fare spesso ricorso ad esempi. Da professore, anche io ho utilizzato sempre questo metodo, naturalmente con ben diversi risultati. 
La fattispecie (come si dice in gergo): un potente uomo politico ha (non si sa da quando) commerci sessuali con una ragazza minore degli anni 18. La ragazza gli è procurata da persone che lo frequentano e che, per mestiere, hanno frequenti rapporti con giovani belle e disinibite. La ragazza non si concede gratis e quindi l’uomo politico le fa alcuni regali e le promette inserimenti nel mondo dello spettacolo; ma una possibile alternativa è che regali e successo vengano fatti e prospettati dalle persone che l’hanno portata nel letto del politico. Un bel giorno la ragazza è accusata di un grave reato; portata in Questura, scoprono che è, come detto, minorenne e anche senza fissa dimora; ragione per la quale debbono segnalare il caso al Tribunale per i minorenni e cercare una comunità dove mandarla. A questo punto il politico ordina ad alcuni alti funzionari di impedire questa procedura e di dare disposizioni perché la ragazza venga affidata a una sua (del politico) amica. I funzionari eseguono. 

Quali reati, avrei chiesto ai miei studenti, possono ravvisarsi in questa ipotetica fattispecie? Ecco le prevedibili risposte. 
Quanto ai commerci sessuali bisogna distinguere; se il politico si è “fatto” la ragazza quando non aveva ancora 14 anni, si tratta di atti sessuali con minorenne (art. 609 quater codice penale) puniti da 5 a 10 anni. Se ne aveva di più, nessun reato. Prevenendo una mia domanda, mi avrebbero subito detto che, a norma dell’art. 609 sexies, ignorare che la ragazza era minore degli anni 14 sarebbe stato del tutto irrilevante; e che di questo reato ne dovrebbero rispondere tutti, politico e presentatori della ragazza. 
Quanto alla presentazione a corte della ragazza, ai regali e alle promesse, le cose sono un po’ più complicate. 
Ipotesi 1: i presentatori ignorano che il politico le farà regali (o pensano che le regalerà una bottiglietta di profumo) oppure promesse di successo televisivo: ella si concederà certamente   perché innamorata del politico o sedotta dalla sua fama di formidabile animale da letto. In questo caso non sarebbe ravvisabile alcun reato. 
Ipotesi 2: i presentatori sanno che il politico le darà una bella sommetta o gioielli di valore o che le prometterà un luminoso avvenire; la ragazza dunque sarà pagata per la sua prestazione. In questo caso il politico non commette alcun reato (la prostituzione in Italia non è un delitto). Ma i presentatori sì: si chiama favoreggiamento della prostituzione ed è previsto dalla legge n. 75 del 1958 (cosiddetta legge Merlin); la pena: da 2 a 6 anni di reclusione. 
Quanto all’intervento del politico su alti funzionari per sottrarre la ragazza alle procedure previste dalla legge, nessuno dei miei studenti avrebbe omesso di rilevare che questo era un caso tipico d’interesse privato in atti di ufficio, punito dall’art. 324 del codice penale, che i politici hanno abrogato nel 1990. Alcuni mi avrebbero detto che nemmeno è ravvisabile l’abuso di ufficio (art. 323 del codice penale, punito con pena da 6 mesi a 3 anni) perché l’interesse illecito perseguito deve essere di natura patrimoniale; e qui si tratta di ben altro … Quelli più bravi ipotizzerebbero un reato di concussione (art. 317 del codice penale) che si ha quando il pubblico ufficiale, abusando dei suoi poteri, costringe qualcuno a fare indebitamente qualcosa nel suo interesse. Insomma è una speciale categoria di estorsione: guarda che se non fai quello che dico … Il punto è che la minaccia può essere anche implicita: se l’uomo politico è molto potente chi si azzarda a non obbedirgli? Anche se quello che chiede è assolutamente illegale. La pena: da 4 a 12 anni. In ogni modo, alla fine, tutti mi avrebbero detto: “Professore ma guardi che è un esempio poco realistico”. E io: “Come, ma ci sono stati molti casi di questo tipo!” “Si ma … casi di politici condannati?”.   


da Il Fatto Quotidiano, 29 ottobre 2010



Lunardi e la Camera


Come tutti sanno la Camera dei deputati non ha deciso sull’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Lunardi e ha richiesto al Tribunale dei ministri di Perugia (che lo vuole processare per corruzione) ulteriori atti. Decisione politica, come testimoniato dal fatto che la maggioranza ha votato compatta per rinviare la decisione e l’opposizione, altrettanto compatta, per concedere subito l’autorizzazione.
È ovvio che l’identità tra il voto del singolo parlamentare e la posizione “ufficiale” del partito di appartenenza esclude l’indipendenza di giudizio; il che, del resto, è la regola tra i nostri politici per i quali i loro sono sempre innocenti e gli altri sempre colpevoli. Però, prescindendo dagli ordini di scuderia, era giusto processare subito Lunardi (e quindi concedere l’autorizzazione) oppure no?
 
Vediamo. Lunardi è indagato per corruzione: quando era ministro avrebbe concesso un finanziamento di due milioni e mezzo di euro alla Propaganda Fide, diretta all’epoca dal cardinale Sepe, che, per ringraziamento, gli avrebbe venduto a prezzo di favore (in realtà a una società immobiliare di cui era amministratore il figlio) un palazzo di pregio sito in Roma; per lo stesso reato, ovviamente, anche il cardinale Sepe è indagato. La Camera ha ritenuto che, per decidere se concedere l’autorizzazione oppure no, doveva avere un quadro completo della situazione e quindi ha chiesto, in aggiunta agli atti già trasmessi e che riguardavano Lunardi, anche quelli concernenti il suo complice Sepe. Qui bisogna sapere che questa stessa richiesta era già stata fatta dalla giunta per le autorizzazioni a procedere (che prepara una relazione per la Camera) e che il Tribunale dei ministri di Perugia aveva risposto picche, ritenendo che gli atti trasmessi fossero sufficienti. Sicché tutto lascia pensare che si finirà davanti alla Corte costituzionale.

Con quanto  vantaggio per la celere definizione del processo ognuno può immaginarlo. Il fatto è che la corruzione è, come si dice in gergo, un reato a concorso necessario: c’è il corruttore e c’è il corrotto. Il reato sempre uno è, commesso da due persone con ruoli differenti. Perciò, sotto questo profilo, la richiesta della Camera, “datemi anche gli atti che riguardano Sepe, voglio capire bene come sono andate le cose”, è ragionevole. In altri termini la Camera non ha chiesto atti che riguardavano un fatto diverso, non necessari per la sua decisione (per la verità, anche in questo caso, quando i fatti sono collegati può essere necessario leggersi tutto); ha chiesto di avere tutto quello che riguardava il reato di corruzione ascritto a Lunardi e Sepe. E il Tribunale non ha risposto “ti ho già dato tutto”; ha detto “quello che ti ho mandato ti basta”; segno è che altri atti c’erano. Allora la Camera ha avuto ragione a insistere: “prima di dare l’autorizzazione voglio capire bene come sono andate le cose”. Se poi ci leggiamo la legge costituzionale 1/1989, scopriamo (articolo 8) che il Tribunale dei ministri deve trasmettere “gli atti con relazione motivata al procuratore della Repubblica per la loro immediata rimessione al Presidente della Camera”. “Gli atti”, non quella parte degli atti che il Tribunale giudica necessaria e sufficiente. Quindi c’è pure un puntello formale alla richiesta della Camera: così dice la legge. 

Adesso, siccome tutti ci ricordiamo delle indegnità commesse dal Parlamento in materia di autorizzazioni a procedere, senza distinzioni di partito, è ovvio che anche questa volta pensiamo: questi non autorizzano mai niente, il loro problema è “oggi assicuro l’impunità a te perché domani la dovrai assicurare a me”. Ma, se i politici (tutti) si fossero comportati virtuosamente in passato, magari questo pregiudizio non ci sarebbe. Eh, ma in che mondo vivo? Per tornare con i piedi per terra, il Tribunale doveva proprio mettersi a litigare con la Camera? E mandagli quello che vogliono, senza preparargli un’autostrada per negare l’autorizzazione! Con chi credevano di avere a che fare, con il Parlamento di una paese civile?

da Il Fatto Quotidiano, 22 ottobre 2010




Cinquanta euro a voto


Tre settimane fa Giustizia e libertà mi ha invitato a Lucera per parlare di legalità e di Costituzione. Io vado sempre quando mi invitano, anche se la prospettiva è di parlare a 10 persone (è capitato). Ma è andata bene, la sala teneva 100 posti e c’era molta gente in piedi. Forse qualcuno ha appreso qualcosa che ignorava; tra questi certamente io. Perché, prima dell’incontro, siamo andati a prendere un caffè. I 3 rappresentanti locali di Giustizia e libertà, Antonio, consigliere comunale eletto in una lista indipendente, e io. E abbiamo chiacchierato. Mi hanno spiegato che lì, a Lucera e in tutto il profondo Sud, i voti si comprano.

“Ma va? - ho detto - lo so già: promesse di variazioni del piano regolatore, di appalti etc.”. “Ma no - mi hanno detto - è molto più miserabile. Qui un voto costa 50 euro. In piazza, nelle vie del centro, c’è sempre una massa di giovani: disoccupati, privi di interesse, depressi. Il candidato li avvicina uno per uno (bisogna andare presto, come quando si va a pesca, perché se no ti precedono) e offre 50 euro a chi lo vota; la prova è una fotografia della scheda fatta con il cellulare”. “Ma non si può portare il cellulare in cabina!”. Si sono messi a ridere. “Poi - mi hanno detto - ci sono altri mezzi. Per ogni elezione c’è un numero spropositato di rappresentanti di lista, 100 euro l’uno. Io ti nomino e ti pago però tu voti per me. E poi ci sono gli scrutatori. Sono nominati dalla Commissione elettorale con il sistema proporzionale, ogni candidato ha diritto a un certo numero di nomine. 500, 600 euro, mica male per un disoccupato. Io ti faccio nominare ma tu mi voti. Alla fine - mi hanno detto - a Lucera, per farsi eleggere servono da 200 a 300 voti, con 15.000 euro te la cavi”. 

Il sistema naturalmente vale anche per le elezioni di grado superiore: provinciali, regionali, politiche. Solo che lì si va a pacchetti. Il candidato arriva con una valigia piena di soldi, si rivolge al politico locale che gli passa i suoi elettori: naturalmente bisogna pagarli. Un’elezione regionale costa 50.000, 60.000 euro. “Ma lo sai che comprano i voti dei Rom? Un campo nomadi costa 4.000 o 5000 euro”. E tutto questo, hanno concluso, è trasversale: tutti agiscono così. “Ma non li potete denunciare?”, ho chiesto io. E mi sono beccato la mia lezione di diritto. “Sì, ci abbiamo pensato; abbiamo anche parlato con qualche avvocato. Metti che li becchiamo in flagranza: facciamo intervenire i Carabinieri mentre il candidato dà al ragazzotto 50 euro. Vergogna, voto di scambio! Ma che dici, gli ho chiesto di comprarmi le sigarette”. L’ho tradotto in giuridichese: il fatto non sussiste (oppure, secondo altra giurisprudenza, il fatto non costituisce reato). 
“Servirebbero un po’ di pentiti”, ho detto. Sì come no, a Lucera e dintorni. Il disoccupato che denuncia il candidato che, oltre ai soldi, gli ha promesso un lavoro. Perché di promesse così, prima delle elezioni, ce n’è una nuvola; poi, come ha detto Antonio, cambiano la sim del cellulare. Non è che, alla fine, fossi molto in forma. Antonio mi ha letto nel pensiero. “Ma tu ci pensi - mi ha detto - che a piazza Tien an Men sono morti per avere un diritto che qui si vende a 50 euro”.    
 
da Il Fatto Quotidiano, 15 ottobre 2010



(S)pregiudicato illusionista


Molte volte ho scritto che, non fosse per un formalismo giuridico, B. potrebbe essere definito pregiudicato, già condannato, perfino delinquente, nel senso di persona che si è accertato ha commesso reati. Invece non si può, ho detto più volte, perché, con la legge ex Cirielli, da lui appositamente commissionata, alcuni suoi processi si sono conclusi con la formula: “Assolto per essere il reato ascritto estinto per prescrizione”. E ho spiegato che questa formula significava che non vi erano prove che dimostrassero l’innocenza di B., che tuttavia non poteva essere condannato perché era passato troppo tempo (secondo la benevola legge ex Cirielli, non tanto in assoluto) dal momento in cui i reati erano stati commessi.
Molti lettori dell’altra sponda (nel senso di fans di B.; ne apprezzo molto, senza sarcasmo, la decisione di essere informati a 360 gradi e di leggere quindi anche “il Fatto”) hanno osservato sul mio blog che questa cosa che ho detto è sbagliata perché, se non ci sono prove che ne dimostrano la colpevolezza, una persona non può essere condannata. Non basta, hanno detto, che non ci siano prove che dimostrano l’innocenza; ci pensi l’Accusa a dimostrare la colpevolezza; se non ci riesce, è ovvio che l’imputato deve essere assolto. Ci mancherebbe altro che taluno debba dimostrare la sua innocenza!

Così ho capito che avevo dato troppe cose per scontate; e me ne rammarico perché in genere non lo faccio. Quindi provo a spiegare. Tutti sappiamo che quando è passato un certo tempo previsto dalla legge e il processo non si è concluso con sentenza definitiva, il reato è prescritto: non si può più condannare. A questo punto è un problema di formule di assoluzione. Il giudice deve valutare tutte le prove contenute nel fascicolo e acquisite fino a quel momento; forse se ne potrebbero acquisire altre ma, essendo intervenuta la prescrizione, non si può più fare niente (con un’eccezione, ne parlerò dopo). Se ci sono prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, anche se ci sono prove di segno contrario ma le prime sono più convincenti, il giudice deve assolvere: “Non ha commesso il fatto”; “il fatto non sussiste”; “il fatto non costituisce reato”; perfino “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (ne ha beneficiato B. che si era fatto una legge apposita sul falso in bilancio).
Quindi, anche se è maturata la prescrizione, se l’imputato è innocente perché ci sono nel fascicolo prove che lo dimostrano, il giudice lo assolve, come si dice, “con formula piena”. Nello stesso modo il giudice deve assolvere con “formula piena” se non ci sono prove che dimostrano l’innocenza ma nemmeno ci sono prove che dimostrano la colpevolezza; insomma il principio che deve essere l’Accusa a fornire le prove della colpevolezza viene rigorosamente applicato anche quando il reato è prescritto; e, se queste prove non ci sono, si assolve sempre con “formula piena”. Ma, se ci sono prove che dimostrano la colpevolezza e non ci sono prove che dimostrano l’innocenza, allora si “assolve” per prescrizione. Che, come ognuno a questo punto capisce bene, vuol dire che se il reato non fosse prescritto l’imputato sarebbe condannato. 

Resta da chiarire un punto; è possibile che un approfondimento probatorio consentirebbe di trovare altre prove, magari favorevoli all’imputato. E, a questo punto, si tornerebbe al caso dell’assoluzione con “formula piena”. Ma non si può, c’è la prescrizione! si potrebbe dire. Eh no, perché, dice l’articolo 157 del Codice penale, “La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato”. Sicché, se B. era innocente, come da lui sempre sostenuto, doveva solo dire: “Signori giudici, andate pure avanti con le indagini e vedrete che merito un’assoluzione con formula piena”. Ma se ne è stato ben zitto e ha contato sul fatto che Minzolini e gli altri suoi amici avrebbero truffato tutti convincendoli che, finalmente, giudici non comunisti avevano riconosciuto la sua innocenza. Ecco perché tecnicamente non si può dire che è un pregiudicato; ma che c’erano prove che aveva commesso reati, questo sì, non solo si può ma si deve dire.

da Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2010


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