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Pm operatore ecologico


Una delle accuse più frequentemente rivolte dalla politica alla magistratura è quella di svolgere compiti di “supplenza”. Basta pensare al significato di questa parola, supplenza (e cioè fare qualcosa al posto di un'altra persona che dovrebbe farla ma che non la fa), per capire che, giusta o no che sia l'accusa, trattasi di attività assolutamente meritoria. Pensavo a questo mentre vedevo scorrere su Sky Tg24 (Rai e gli altri telegiornali di Berlusconi sono un po' riluttanti a mandarle in onda) le immagini relative alle strade di Napoli bloccate da tonnellate di rifiuti. E, siccome “semel cura, semper cura” (una volta prete, sempre prete), da bravo pm in pensione, ho pensato come migliorare la vita dei cittadini di Napoli e l'immagine dell'Italia, nonché come evitare epidemie e le salate multe della Ue.

Non è complicato. Ammucchiare sul suolo o nelle acque pubbliche rifiuti appartenenti a tutte le categorie previste da ogni legge divina e umana è un reato previsto dall'art. 256 del D. Lgs. 152/06: si chiama discarica abusiva. Lo si capisce per intuito e comunque lo ha detto tante volte anche la Cassazione. Quando c'è un reato, la cosa è di competenza della Procura della Repubblica. E qui comincia il bello. I rifiuti sono il prodotto del reato (si chiama “corpo del reato”) della discarica abusiva. Secondo il codice penale (art. 240) il corpo del reato deve essere confiscato; per confiscarlo bisogna sequestrarlo (art. 253 codice di procedura). Siccome migliaia di tonnellate di rifiuti non possono essere depositate in cancelleria come prevede l'art. 259, si deve nominare un custode (che è pagato dallo Stato). Il Pm può, anzi deve quando si tratta di cose pericolose, ordinare la distruzione di quanto sequestrato (art. 260), previa campionatura per poter avere la prova del reato e far condannare il delinquente che lo ha commesso. Quindi il custode deve individuare qualcuno che, lautamente pagato (sempre dallo Stato – art. 691 del codice di procedura e 200 delle disposizioni attuative – e senza il mercanteggiamento politico-mafioso che sta impedendo da anni di costruire i termovalorizzatori e di aprire nuove discariche) provvederà alla distruzione. Tutto questo si può fare anche in un procedimento contro ignoti, in attesa che diventino noti (sarebbero quelli che avevano l'obbligo di evitare che le strade di Napoli diventassero una discarica e che se ne sono sovranamente sbattuti; si chiama reato omissivo, art. 40 del codice penale). Sarà supplenza? Visto che il reato c'è e che sequestro e distruzione sono previsti dalla legge, direi proprio di no.

Ma se politici gelosi delle loro competenze (benché inadempienti, inerti e un po' mafiosi) dovessero rispondere di sì, si potrebbe trovare un accordo: intanto la magistratura comincia a ripulire le strade; appena cominciano a farlo loro, ci si ritira in buon ordine. Se poi si mettono personalmente a guidare i famosi compattatori e a prendersi le ingiurie e minacce che gli competono di diritto e che, al momento, finiscono iniquamente sulle spalle di incolpevoli autisti, si può anche avviare una sottoscrizione popolare per la costruzione di un monumento loro dedicato; fatto di sacchi di rifiuti, naturalmente.

da Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2010




Quanto pesa il Vaticano?


Una parte del lavoro che faccio adesso consiste nell’andare in giro per partecipare a dibattiti organizzati da associazioni culturali, librerie e, qualche volta, da partiti. La settimana scorsa sono andato a Trieste, in una libreria fantastica: grandissima, piena di libri insoliti, con un bar fornito di cose buonissime e di vini superlativi. Tra il pubblico c’era un cittadino americano che parlava un ottimo italiano e che, non so per quali ragioni, era molto interessato ai fatti nostri. In particolare aveva un’ottima competenza giudiziaria e, siccome io avevo messo a confronto il nostro sistema con quello statunitense, concludendo che il nostro era comunque assai migliore, mi ha mosso alcune significative obiezioni, molto tecniche. La gente ha partecipato molto, il che in fondo mi ha stupito: ma guarda che fame di informazioni, ho pensato. Dove la cosa si è fatta interessante è quando questo signore ha spiegato che, secondo lui, il nostro problema sta nel fatto che siamo cattolici e, in particolare, che in Italia c’è il Vaticano, il Papa, una gerarchia ecclesiastica molto attiva politicamente etc. etc. Ha continuato dicendo che noi abbiamo tante leggi, la maggior parte inutili (ho condiviso entusiasticamente), perché è nella nostra formazione culturale quella di farci guidare dall’esterno, da leggi o persone che ci dicano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Mentre nei Paesi anglosassoni, che sono a maggioranza protestante, le leggi sono in numero infinitamente minore, i processi si basano su precedenti decisioni da cui ci si discosta solo in casi eccezionali e le regole etero imposte (insomma i casi in cui si dice al cittadino cosa fare e cosa non fare) sono pochissime.

E questo perché, ha concluso, i protestanti hanno una cultura diversa, un codice etico e civico di cui si considerano depositari e responsabili; e le cui violazioni costituiscono un’incoerenza verso se stessi, non una trasgressione a comandamenti esterni. La cosa mi è piaciuta molto e ho cercato di spiegare che proprio questo sostanziava la differenza fondamentale tra il nostro codice di procedura penale e quello americano: noi abbiamo la sentenza, dove il giudice spiega quali leggi ha seguito, come le ha interpretate e dunque perché ha preso quella decisione. Negli Usa hanno il verdetto, cioè la decisione tout court: ti condanno, ti assolvo; ma la giuria non spiega quali ne sono stati i motivi. In effetti, la giuria è il popolo; e il popolo, etico - diciamo così - per natura e non per obbedienza, non ha bisogno di spiegare. 

La cosa più divertente per lo sconcerto che ha provocato è arrivata alla fine. Il mio amico (a questo punto così lo consideravo) ha detto: “Il problema vostro è la confessione. Voi vi comportate male ma poi avete il vostro mediatore privato con Dio. Andate da lui, gli raccontate tutto e vi dichiarate pentiti. E lui vi perdona e vi dice: va e non peccare più. Non aggiunge, ma è implicito, però se pecchi torna qui che l’aggiustiamo. Da noi, se uno si comporta male il problema è serio. Che fa, si autoassolve?”. Mi è piaciuta molto. Chissà che ne pensano i miei 25 lettori?  

da Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2010

 


Il ministro impugnatore


Il 15 settembre Alfano ha scritto alla Corte d’Appello di Milano spiegando come doveva essere deciso il processo Abu Omar. Si trattava dell’imam di Milano, rapito da agenti Cia con la complicità dei servizi segreti italiani, portato in Egitto, incarcerato e torturato. I vertici del Sismi furono salvati dal governo italiano con il segreto di Stato; gli agenti Cia furono condannati. Il difensore di uno di questi disse che il suo assistito doveva essere giudicato in Usa secondo la Convenzione Nato del 1951. Alfano inviò una lettera al Tribunale: “Questo avvocato ha proprio ragione”. Il giudice gli dette torto e lo spione fu condannato. Naturalmente fu proposto appello. E adesso Alfano ci riprova.

La cosa è scandalosa sotto tanti punti di vista. Cominciamo dal merito. La convenzione Nato in effetti prevede che, in caso di giurisdizione concorrente, le autorità militari Usa hanno il diritto di processare uno dei loro per “i reati compiuti nell’esecuzione del servizio”. Dunque, se un militare Usa commette in Italia un reato; se questo è considerato reato anche negli Usa; se è stato commesso durante un servizio per conto degli Usa; allora sarà giudicato dai giudici Usa. È ciò che avvenne con la tragedia del Cermis: un aereo Usa per un errore di manovra troncò il cavo di una teleferica; la cabina cadde e morirono 20 persone; processo ai piloti in Usa. Ma il rapimento di Abu Omar è tutta un’altra cosa.
Prima di tutto è reato solo per la legge italiana (art. 605 codice penale). Negli Usa si chiama extraordinay rendition ed è considerato legittimo. Sicché niente giurisdizione concorrente. Se l’Italia non li processasse, gli spioni non sarebbero processati in Usa perché lì non è reato. Ma allora, se non c’è giurisdizione concorrente, se si tratta di un reato solo per la legge italiana (e per quella di – quasi – tutti gli Stati civili della terra), la convenzione Nato non c’entra niente. E poi, quale persona sana di mente può pensare che un pubblico servizio consista nel rapire e torturare una persona? In questo caso, il pubblico servizio Usa era un reato in sé, non un’attività lecita nel corso della quale (come espressamente dice la Convenzione Nato) sono stati commessi reati. E si può sostenere che l’Italia debba accettare che delitti gravissimi siano commessi impunemente nel suo territorio solo perché chi li commette è cittadino di un altro Stato le cui leggi (che non ci riguardano, siamo – ancora – uno Stato sovrano) dicono che non si tratta di attività illecita? E se gli Usa decidessero che è lecito per la Cia appostare, dietro la madonnina del Duomo di Milano, un tiratore scelto e fare secco qualcuno perché, secondo loro, è un terrorista, a noi ci dovrebbe star bene? Ma dai!

E ora passiamo ad Alfano. Non è poi così sorprendente che Alfano abbia sposato con tanto entusiasmo l’improbabile tesi di un difensore che, lui sì, era assolutamente giustificato a fare il possibile per tirare fuori dai guai il suo cliente. Solo che il ministro della Giustizia non ha titolo per dare consigli, istruzioni, raccomandazioni a un Tribunale della Repubblica italiana. Se proprio vuole, partecipi la sua solidarietà alla Cia e le dica che, purtroppo, i giudici italiani sono tutti comunisti; ma abbandoni l’idea di influire sulle sentenze. A meno che… Sarà che è in gestazione un decreto legge che attribuisce al ministro della Giustizia la facoltà di impugnare le sentenze che non gli piacciono? E se stesse facendo le prove generali?

da Il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2010




Ma lei non si vergogna?


Transparency International ha pubblicato il CPI (Corruption Perception Index) 2010. L’Italia occupa il posto numero 67 su 178. Prima di noi tutti i paesi Ue, G8 e G 20, fatta eccezione di Romania (69), Bulgaria (73) e Grecia (78). Prima di noi, soprattutto, Malesia (56), Turchia (56), Tunisia (59), Croazia e Macedonia (62), Ghana e Samoa (62), Rwanda (66). Naturalmente per B&C il CPI non ha nessun significato. Corruzione percepita? Impressioni soggettive! Processi politici di giudici comunisti! Impressioni soggettive un cazzo.
 
1) Non si può valutare il livello di corruzione in un Paese comparando la quantità di reati accertati. Questo dato dimostra solo l’efficienza del sistema giustizia di quel paese: quante corruzioni hanno scoperto i poliziotti, quanto hanno funzionato i sistemi di controllo interni della Pubblica amministrazione, quante condanne sono state inflitte dai tribunali. Quindi il cosiddetto criterio oggettivo non serve a niente. In ogni modo, se anche lo si utilizzasse, considerata l’inefficienza del nostro sistema giustizia (anche B&C ne convengono visto che ogni giorno annunziano che la riformeranno dopodiché finalmente funzionerà), è giocoforza concludere che in Italia i reati di corruzione non vengono scoperti e dunque si deve procedere per stime proporzionali. Proprio come si fa, per esempio, quando si valuta l’evasione fiscale: stima sulla quale nessuno trova da ridire, anzi: sul gettito della lotta all’evasione è fondata la finanziaria.
2) Transparency International richiede in particolare il parere di analisti e uomini d’affari; cioè gente che studia professionalmente il fenomeno (gli analisti) e che lo vive sulla propria pelle (gli uomini d’affari). E considera attendibile il risultato solo se la stessa valutazione è fornita da almeno tre delle fonti cui si rivolge. Inoltre richiede una valutazione coincidente tra le fonti residenti e quelle non residenti; in altri termini, gli uomini d’affari italiani e quelli stranieri hanno dato la stessa valutazione del livello di corruzione in Italia.
3) Aggrapparsi alla soggettività di Transparency International è, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, ridicolo. Noi siamo il Paese che vuole bloccare le intercettazioni che sono l’unico   strumento che permette di scoprire la corruzione. Noi siamo il Paese che ha depenalizzato di fatto il falso in bilancio che era l’unico modo per accertare il “nero”, cioè la costituzione dei fondi riservati utilizzati per corrompere. Noi siamo il Paese che ha dimezzato i termini di prescrizione per la corruzione (e anche per tanti altri reati) e che vuole ammazzare i processi pendenti con il cosiddetto processo breve. Noi siamo il Paese che si occupa da 15 anni di salvare il suo presidente del Consiglio da processi di frode fiscale e corruzione.

Come dicevo, impressioni soggettive un cazzo. Finiamo con un contributo personale. Qualche tempo fa, una TV olandese mi ha intervistato per un servizio sulla situazione politica, giudiziaria e sociale italiana. Alla fine il conduttore-regista mi ha chiesto con molta serietà (gli avevo raccontato che avevo fatto tante rogatorie): “Ma lei, quando va a lavorare all’estero, non si vergogna di essere italiano?”.

da Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2010

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