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Effetto ortica


Quando si racconta che il Pd (non il Pdl) da tempo propone la modifica dell’art. 330 del codice di procedura penale la gente, in genere, se ne frega. Un po’ non sa cosa c’è scritto; e un po’ pensa che il fatto che il pm non possa prendere di propria iniziativa notizia dei reati non è poi così grave. Invece è una cosa gravissima, la trave portante di tutto il progetto di B&C (ma vedete quanti C ci sono nella cosiddetta opposizione?) per assoggettare e controllare la magistratura.

Questo articolo 330 dice dunque che il pm prende di propria iniziativa notizia dei reati; il che vuol dire che, se da qualche parte si commette un reato e lui lo viene a sapere perché ne parlano i giornali o la tv oppure perché glielo racconta direttamente qualche cittadino, magari con una lettera anonima, può decidere di indagare. Attenzione: può, non deve, indagare. La notizia di reato deve essere seria, circostanziata, attendibile; né l’articolo di giornale né la lettera anonima costituiscono prova del reato; sono solo uno spunto per fare indagini. Se poi si troveranno le prove ci sarà il rinvio a giudizio; se non si troveranno ci sarà l’archiviazione.
B&C lo vogliono abrogare: il pm potrà cominciare le indagini solo se la polizia gli fa pervenire una denuncia; se no il reato può essere sotto gli occhi di tutti ma, senza denuncia, non si può fare niente.

E che importanza ha?, pensa il comune cittadino; tanto la polizia farà le denunce. Bisogna vedere. Denunce per rapine, furti e omicidi quante ne volete. Ma per corruzione, interessi privati in atti d’ufficio e in genere per i reati dei politici e dei loro amici la denuncia non è frequente. Non perché la polizia partecipi del malaffare diffuso nella politica. Ma perché il ministro dell’Interno (o della Difesa se si tratta dei carabinieri, o delle Finanze se si tratta della guardia di finanza) telefona al prefetto o al generale che telefonano al questore o al colonnello che telefonano… fino a qualcuno che spiega al commissario o al maresciallo che quel rapporto, si hai capito bene, proprio quello, non si fa, mettilo nel cassetto e scordatelo.

Sicché pensiamo a quello che sarebbe successo se la Procura di Milano non fosse stata (ancora) libera di “prendere di propria iniziativa notizia dei reati”. Capita che Maroni va Milano, viene informato che il Comune ha assegnato alloggi popolari a 25 famiglie rom e si incazza: non se ne parla nemmeno, gli alloggi agli italiani. Disponibile, anzi prono, il Comune esegue e revoca l’assegnazione. Il Procuratore Spataro (che legge i giornali) si chiede: “ma come, prima sì, poi arriva Maroni che si incazza perché ai rom le case popolari non si debbono dare, e adesso no? Ma sarà che c’è un tantino di discriminazione razziale? Perché, se c’è (se, andiamo a vedere le delibere del Comune, quelle prima di Maroni e quelle dopo), allora c’è l’art. 1 comma 1 lett. a della L. 25.6.93 n. 205 che punisce (da 6 mesi a 3 anni, mica poco) chi commette atti di discriminazione razziale”.  Ecco, che denuncino alla Procura il sindaco Moratti lo vedo poco probabile; senza l’articolo 330 la discriminazione razziale ai danni delle famiglie rom (se c’è stata, si vedrà) resterebbe impunita. Capito perché alla politica il 330 fa l’effetto dell’ortica?

da Il Fatto Quotidiano, 24 dicembre 2010




Rifondare l'opposizione


Quando sono in giro per convegni e conferenze capita sempre, a un certo punto, che qualcuno mi chieda: ma come se ne esce? In questi casi confesso di non avere una risposta; non si supera la volontà popolare, disinformata e meschina che sia. Poi qualcuno più subdolo, in buona o mala fede, allude a una “nuova resistenza”. Non mi sottraggo: spiego che scendere sullo stesso terreno di B&C, condividere le sue illegalità, addirittura porsi fuori dei principi democratici impedirebbe di proporci come valida alternativa. Ma, quando mi fanno osservare che dico solo ciò che non si deve fare e che però non propongo soluzioni costruttive, devo ammettere che hanno ragione.

Oggi ho le idee chiare. E il merito è tutto di B&C. In questi giorni ho fatto un tifo sfegatato per B; ho sperato che i suoi acquisti andassero a buon fine e che riuscisse a comprare un numero sufficiente di C mascherati. Ho pensato che l’esibizione spregiudicata di un Parlamento-mercato valesse più di centinaia di dotti articoli. Ho pensato che lo spettacolo di patetici figuri impegnati a spiegare come, a due o tre giorni da un voto decisivo, avevano improvvisamente visto una grande luce avrebbe indignato i cittadini. Ho pensato che la constatazione di questo abisso etico e politico sarebbe stata l’occasione di un nuovo inizio. Ho pensato: se si riesce a votare abbastanza in fretta, prima che la memoria dello squallido sconcio si appanni (non è un caso che perfino Bossi sembra aver rinunciato ad elezioni immediate) può anche darsi che l’era B. finisca non per strategia parlamentare ma per 
definitivo disgusto dei cittadini.
Però magari ho pensato male; magari alla maggioranza degli italiani la spregiudicatezza, la furbizia, la corruzione paiono qualità. E poi i voltagabbana hanno procurato un danno ulteriore, assai più grave del salvagente gettato a B: ma sono tutti uguali – si dirà – fanno tanto i puri e poi, al momento buono... Così può anche succedere che B&C restino in sella. E allora?

Questa non è una sconfitta, è un’opportunità. Se non si riesce a cambiare la maggioranza, si può rifondare l’opposizione. Si può passare al pettine fitto i partiti ed espellere gli indegni prima che, atteggiandosi a virtuosi, ti pugnalino alle spalle. Si può cogliere l’occasione per smetterla di dipendere dalla magistratura e fare pulizia dall’interno: non perché questo o quello hanno commesso reati (certo, 
anche) ma perché “politicamente” chi ha frequentazioni equivoche, conflitti di interessi, analfabetismo politico e culturale non è un vantaggio per il partito, non importa quanti voti porta con sé. Si possono superare le divisioni, valorizzare le identità, accettare la riduzione delle tante poltrone di segretario, vicesegretario, coordinatore, vicecoordinatore etc. Si può insomma interpretare la politica come un servizio e non come un mestiere. E quando tutto questo fosse realtà, l’alternativa presentata ai cittadini sarebbe semplice: da una parte le persone perbene e dall’altra quelle per male. E se gli elettori continuassero a preferire quelle per male non sarebbe un dramma: come diceva Lenin, il vero rivoluzionario è quello che, consapevole dell’inutilità dei suoi sforzi, fa freddamente e fino in fondo il proprio dovere.  

da Il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2010


Il governo dei miei sogni


“Posso resistere a tutto tranne che alla tentazione” diceva Oscar Wilde. E debbo confessare che, nel mio piccolo, mi sono sempre lasciato tentare molto. Le idee soprattutto sono tentatrici. Per questo mi è difficile resistere al sogno di un governo presieduto da Monti o Draghi, composto da tecnici addetti ognuno al ministero corrispondente (pensate a un magistrato alla Giustizia, a un medico alla Sanità, a un ingegnere ai Lavori pubblici etc). Ancora più difficile è resistere al sogno di B&C e di tutti gli altri C mascherati da oppositori che se ne vanno a casa (o in prigione).
E siccome questo governo farebbe sicuramente benissimo, varerebbe subito una legge elettorale e un’altra sul conflitto di interessi, provvederebbe alla riforma della Giustizia (e non dei magistrati), smaltirebbe i rifiuti napoletani e tutto quello che ci vive sopra (che è il vero problema) e affronterebbe la crisi economica con competenza e rigore, è ovvio che penso: dove devo firmare per dire che sono d’accordo? Poi sono andato a dormire e la mattina dopo...

Ecco, prima di tutto la storia di Cincinnato non è proprio come ce la spiegano a scuola: un soldato, un contadino, chiamato a furor di popolo a salvare Roma; sconfitto il nemico, se ne torna tranquillo al suo orticello. In realtà lui era un politico: eletto console, intraprese una lunga lotta contro i tribuni della plebe che avevano intentato un processo contro suo figlio. Sembra che sia stato un bravo console; e certo fu un bravo dittatore, soprattutto perché, come previsto dalla legge, se ne tornò a casa sua alla scadenza del mandato. Ma, anche lui teneva famiglia, come si è visto. 
Il punto fondamentale però è un altro. In democrazia è il popolo che sceglie da chi vuole essere governato. È vero che la nostra Costituzione non prevede che il presidente del Consiglio debba essere necessariamente un esponente della maggioranza che ha vinto le elezioni; basta che la persona nominata dal presidente della Repubblica abbia la fiducia delle Camere e poi governa legittimamente. Solo che, con questo sistema, la volontà popolare va a farsi benedire: nessuno pensava a Monti o Draghi quando ha dato il suo sciagurato voto a B&C e agli altri C mascherati da oppositori. Un 30% scarso voleva proprio B. come presidente del Consiglio; e gli altri pensavano ai leader del partito che votavano.

Questa è la conseguenza dell’immaturità politica del nostro paese: si sceglie l’imbonitore televisivo, l’etichetta priva di contenuti, lo slogan anti qualcuno o qualcosa. Voto irresponsabile, è vero: però voto. Affidare il governo a persone estranee al circuito politico significa sostanzialmente dire a tutte queste persone: voi non avete capito niente, adesso ci penso io. Il che può anche andar bene, per un po’. Ma probabilmente questo fu proprio il pensiero di re Vittorio Emanuele III che, nel 1922, invece di appoggiare il governo Facta (pessimo, è vero, ma frutto del consenso popolare) nominò Mussolini presidente del Consiglio. E non andò bene per niente. Certo, resta il problema: che facciamo con B&C che stanno portando alla rovina il paese? Eh, aspettiamo di votare. E speriamo che qualcosa cambi. Quando saremo finiti come la Grecia qualcosa cambierà di sicuro. Ma, anche se non sarà così, penso che sia sempre meglio resistere resistere resistere in democrazia che affidarsi all’uomo del destino. 
 

da Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre 2010



Morte, clero, libertà


Un mio amico si è ucciso. Era stanco, aveva perso gioia e interesse. Sono stato molto triste. Non per la sua morte: era stata una sua scelta da rispettare. Ma per la mia vita: perché mi sarebbe mancata la sua intelligenza e la sua cultura. E soprattutto per la sua, di vita, per la tristezza e il vuoto che l’avevano portato a decidere di liberarsene. Non sono stato capace di stargli vicino, ho pensato. Comunque sono andato a salutarlo. Lui non credeva, come me. Un laico tollerante e silente, la vita poneva ben altri problemi. Ci arrabbiavamo un po’ per l’approccio confessionale alle miserie degli uomini; e molto di più per la loro strumentalizzazione. Ma non se ne discuteva: quando la si pensa nello stesso modo c’è poco da dire.
E, per fortuna, noi avevamo così tante idee diverse. Come ho detto sono andato al cimitero; alla sala delle cremazioni, così aveva deciso il mio amico. Niente cerimonia religiosa, il che mi sembrava logico visto il suo suicidio: conservavo una vaga memoria, forse errata, che ai suicidi non fosse consentito il riposo in terra consacrata; che, per un credente stanco e depresso, mi era sempre sembrato l’ultimo insulto. E poi avevo saputo da un amico che c’era un biglietto: niente cerimonie religiose, solo cremazione. All’ingresso del cimitero c’era tanta gente; il mio amico era una persona nota, molto stimato; e amato profondamente da molti, anche se aveva una personalità complessa. Proprio questo aveva attratto molti di noi. E lì siamo stati intercettati.
 
Un prete, che avevo già notato fermo all’ingresso, intento alla predica per un funerale precedente, ha fermato la macchina con la bara, ha fermato tutti noi che la seguivamo e ha iniziato una nuova predica. Preghiamo per lui, uomo di fede, buono, marito affettuoso, padre esemplare, Dio lo accoglierà, la vera vita, ci sarà sempre vicino, insomma tutto il repertorio. Sono rimasto perplesso, poi arrabbiato. Ho chiesto a un altro amico (che era in condizione di saperlo) “ma, non aveva lasciato un biglietto in cui aveva detto niente preghiere …”. “Questa non è preghiera, è liturgia della preghiera”, mi ha risposto. Naturalmente non ho capito quale fosse la differenza e perché il mio amico, che non voleva cerimonie religiose, avrebbe dovuto dispiacersene di meno. Ma ho taciuto. 
C’era la sua famiglia e non volevo aggiungere dolore a dolore. Poi ho parlato con un altro amico e gli ho fatto la stessa domanda. Intelligente, saggio, furbo come è sempre stato, mi ha detto “Sai, adesso non gliene importa più nulla”. E io sono rimasto a chiedermi se era giusto fare violenza ai morti; se era giusto non rispettarli; se era giusto lasciare una sentinella in servizio permanente all’ingresso dei cimiteri, per intercettare bare e fare propaganda; se era giusto approfittare di un momento di minorata difesa per sottoporre tutti a una liturgia (eh, si, su questo il primo amico aveva ragione) che il morto e molti suoi amici non condividevano e non desideravano. Mi sono chiesto soprattutto se questa prevaricazione fosse coerente con il messaggio di amore (ma non di rispetto) che quel sacerdote ossessivamente ripeteva davanti a tutte le bare che gli passavano davanti e che contenevano ciò che restava di un uomo e della sua libertà.  

da Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2010


 

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