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A lezione di legalità


Gli Amici di Beppe Grillo di Roma organizzano il 28 aprile,  alle ore 20, al Caffè Letterario (via Ostiense 95), la prima "Lezione di legalita'" con tema la riforma della legge sulle intercettazioni.

Interverranno Bruno Tinti, autore dei libri “La questione immorale” e “Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa” (edizioni Chiarelettere), Antonio Massari, autore del volume “Il caso de Magistris” ed entrambi collaboratori de “Il Fatto Quotidiano”.

L'evento sarà trasmesso in diretta streaming su http://www.livestream.com/staffgrilliromani.
L'evento su Facebook








La guerra civile di Baltazar


 In Spagna c’è un giudice; si chiama Baltazar Garzón. Credo sia una persona eccezionale: ha condotto indagini che in nessuna parte del mondo ci si è nemmeno sognati di iniziare. Da ultimo ha chiesto l’arresto di Pinochet e il sequestro dei suoi beni; ma prima di ciò si era occupato dei terroristi dell’Eta, di corruzione politica ad altissimo livello e di Telecinco, la tv privata spagnola. Insomma uno che fa sognare i cittadini e sta sull’anima al potere. Adesso ha pensato bene di andare a sgattare nella storia sanguinosa del suo Paese, al tempo dellaguerra civile. E ha constatato quello che già tutti sapevano: che ci sono stati un sacco di morti ammazzati e soprattutto circa 120.000 desaparecidos; e le famiglie di questa gente gli hanno chiesto giustizia. Lui ci ha provato. Siccome 120.000 persone scomparse non sono poche, Garzón ha pensato bene di qualificare giuridicamente il fatto come crimine contro l’umanità, lo stesso tipo di reato , per intenderci, che è stato contestato a Milosevic e agli altri criminali di guerra jugoslavi, per giudicare i quali è stato addirittura istituito un tribunale apposito, quello dell’Aja. Insomma: qualificazione giuridica e scelte processuali adeguate, restava da verificarne proceduralmente la fondatezza e, naturalmente, la sussistenza.

E magari i tribunali spagnoli avrebbero potuto dire che Garzón si era sbagliato e che nessuno era mai stato ammazzato o che non era vero che c’erano stati 120.000 desaparecidos; il che per la verità era poco probabile. Così alcune associazioni di estrema destra hanno pensato bene di denunciare Garzón per un reato di cui non ho trovato l’equivalente nel nostro codice, prevaricación: hanno detto che la qualificazione giuridica operata da Garzón – crimini contro l’umanità – era errata, che si trattava di normali omicidi e violenze commesse durante la guerra civile e che il tutto era coperto da un’amnistia emanata nel 1977. E soprattutto hanno detto che Garzón questo lo sapeva benissimo e che quindi aveva adottato un trucco, una qualificazione giuridica consapevolmente sbagliata, allo scopo di aggirare l’amnistia.

Questo perché nessuna amnistia può coprire i crimini contro l’umanità; mentre i "normali" omicidi e atrocità varie restano un fatto interno del Paese che può decidere di amnistiare i peggiori criminali del mondo: se lo fa, sono fatti suoi. Hanno trovato un giudice, tale Varela, che ci ha creduto; e adesso Garzón è sotto processo. Insomma, fanno un processo al processo iniziato da Garzón.

Per capire quanto stupida sia questa cosa, basta chiedersi cosa ci stanno a fare i gip, i Tribunali, le Corti d’Appello e le Corti di Cassazione. In effetti, quando il potere politico era meno arrogante e prevaricatore, tutti erano convinti del fatto che il sistema giudiziario era costruito per verificare la fondatezza delle accuse. Per dire: un pm accusava Benedetto Dal Popolo di aver commesso falsi in bilancio, corruzione, frode fiscale e falsa testimonianza? Benedetto si pagava 2 o 3 avvocati che facevano anche i parlamentari, faceva approvare leggi che abrogavano alcuni reati e facevano prescrivere gli altri e, alla fine, se ne usciva fischiettando dall’aula del Tribunale. Non era proprio una bella cosa ma il sistema era salvo. L’accusa era stata valutata dai giudici che avevano applicato la legge: sei innocente, finivano con il dirgli. Ed era tutto legale; certo che, se non ti chiamavi Benedetto Dal Popolo avrebbero detto: sei colpevole e vai in galera, ma così è la vita.

Siccome questo sistema certe volte è un po’ rischioso, magari anche solo le indagini danno fastidio, la gente comincia a sentire un po’ di cose, comincia a dire: ma allora..., ecco che le associazioni franchiste hanno adottato il sistema detto sopra. "Caro giudice, il processo non lo devi proprio iniziare; io ti denuncio dicendo che tu lo fai non per scopi di giustizia ma per altri di natura politica e ideologica; e qualcuno che ti condanni lo troverò".

Per la verità, le associazioni franchiste questa brillante idea non credo l’abbiano elaborata autonomamente; qualcuno deve avergli raccontato di quello che è successo in Italia a De Magistris prima e ad Apicella, Nuzzi e Verasani (i pm di Salerno) dopo. Vi ricordate? Quelli che indagavano su una Tangentopoli calabrese che chissà dove andava a finire. A De Magistris dissero che il suo decreto di perquisizione conteneva parti di motivazione non necessarie e che lui ce le aveva inserite per denigrare le persone interessate. E ai pm di Salerno che il loro decreto di perquisizione era troppo motivato e che lo avevano scritto così allo scopo di permettere legalmente alla stampa di pubblicare le informazioni che vi erano contenute.

Per fortuna noi non abbiamo il reato di prevaricación; però De Magistris l’hanno trasferito, Apicella l’hanno mandato a casa, e Nuzzi e Verasani li hanno censurati, trasferiti e gli hanno vietato di fare in futuro i pm. Soprattutto, gli hanno levato i processi, che era quello che contava. Inutile è stato far notare che la valutazione della validità processuale degli atti dei pm è riservata per legge a gip, Tribunali della libertà, Tribunali, Corti d’Appello e Corti di Cassazione; e che ammettere il processo al processo significa la distruzione delle garanzie costituzionali. La risposta (una per tutte) è stata quella data da certa professoressa Vacca, componente del Csm e della Commissione che doveva giudicare De Magistris la quale, prima del giudizio, ha esternato alla stampa nazionale che De Magistris era un cattivo giudice e che sarebbe stato duramente colpito.

Poi in effetti lo ha colpito e affondato. Questa cosa tecnicamente si chiama anticipazione di giudizio e, se venisse commessa da qualsiasi giudice, lo obbligherebbe all’astensione e lo esporrebbe (meritatamente) a un procedimento disciplinare. Naturalmente la professoressa Vacca non si è astenuta e non ha subìto alcuna conseguenza...Tornando a Garzón, come ho detto, è probabile che i fascisti spagnoli abbiano trovato ispirazione dalle nostre parti. È proprio vero che basta una mela marcia...Adesso non solo l’Italia ha scoperto il modo di "normalizzare" la giustizia.

Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile




Tra B. e un altro B.


Ero sulla mia macchina da tamarro, come dice Marco Travaglio, e ascoltavo Radio Radicale. Parlavano dell’incontro tra B. e B., al secolo B. e il cardinale Bertone. Due pezzi da 90, un presidente del Consiglio e il segretario di Stato del Vaticano. Radio Radicale diceva che B., tutto giulivo, aveva detto al suo omologo che doveva essere contento di lui perché erano riusciti a stoppare la Bonino. La cosa mi ha fatto un po’ schifo perché, da laico convinto, io riconosco il diritto del Vaticano di condurre una sua politica e di opporsi a quelli che ritiene suoi avversari; sicché, se la Bonino dal loro punto di vista è il diavolo, bene ha fatto il Vaticano a cercare alleanze e a sponsorizzare altri concorrenti. Ma anche dal Vaticano, come da tutti, si deve pretendere coerenza.

La Bonino è il diavolo perché appartiene a un’area politica e segnatamente a un partito che promuove l’aborto, il divorzio, il fine vita dignitoso etc etc, tutte cose che al Vaticano non piacciono; e, come ho detto, è legittimo che non gli piacciano. Ma il partito di B. disprezza le leggi dello Stato ed è profondamente inquinato dal malaffare. Lo stesso B. è uomo con una storia giudiziaria impensabile per un leader di governo che non sia un dittatore africano e dalle abitudini private che il segretario di Stato del Vaticano dovrebbe trovare inaccettabili. Insomma, un leader che ritiene l’evasione fiscale, qualificata pubblicamente come legittima difesa, cosa buona e giusta; che è a capo di un partito che conta in quantità industriale inquisiti per reati gravissimi e che distrugge il sistema giudiziario del Paese per assicurare l’impunità a sé e ai suoi amici; è davvero persona con cui il Vaticano può stipulare alleanze senza tradire la sua stessa ideologia religiosa?

Verrebbe da pensare di no; ma forse la risposta giusta è: sì. Mi ricordo che, un paio d’anni fa, fui invitato a partecipare a un talk show presso un’emittente televisiva romana, non me ne ricordo il nome ma era sulla via Aurelia. Scoprii al mio arrivo che era una tv del Vaticano. Era un posto molto moderno, numerosi edifici e studi nuovi e bene attrezzati; per dire, lo studio di Annozero, in confronto, era una cosa da poveretti. Una simpatica signora faceva gli onori di casa e chiacchierai un po’ con lei. Scoprii che la tv era finanziata da pubblicità (in effetti ce ne era molta) e… dall’8 per mille. Rimasi esterrefatto: come, l’8 per mille? Eh, sì. Mi incazzai moltissimo; in quel periodo c’era una bellissima pubblicità sull’8 per mille: un bambino, un vecchio, un missionario e molti altri personaggi pronunciavano ognuno una parte di un discorso bellissimo il cui succo era che questi soldi servivano per fare tante bellissime cose che aiutavano i poveri e i derelitti. Una cosa veramente geniale: io, che davo il mio obolo a un’associazione ambientalista, avevo quasi voglia di convertirmi…
Ora, possibile che il Vaticano impieghi i soldi dei cittadini per finanziare una sua emittente televisiva, soprattutto senza dire niente a nessuno? Eh, possibile sì. Così la verità alla fine è che il Vaticano si comporta come un qualsiasi partito: persegue i suoi scopi, racconta balle alla gente per gattonarsi il consenso, non è imbarazzato né da coerenza né da etica. Mi sa che il cardinale Bertone, uomo suppongo assai colto, abbia fatto proprio uno dei celebri detti di Seneca: “Fate quello che dico, non fate quello che faccio”.

da Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2010




Il responsabile che ti meriti


Andrea Orlando è il responsabile del settore giustizia del Pd. È l’autore di un progetto di riforma della giustizia che è un misto di luoghi comuni e di proposte che hanno il solo merito di essere utili a B&C: separazione delle carriere di pm e giudici, processo morto, discrezionalità dell’azione penale. Possiede un titolo di studio: maturità scientifica. Prescindendo dal merito del suo progetto (molto modesto il livello tecnico, in certi casi semplici enunciati ripresi dagli slogan propagandistici di B&C), la domanda che ci si dovrebbe fare è: perché il Pd ha scelto Orlando quale responsabile per la giustizia? Che non è una domanda da poco perché, prima di tutto, è appena ovvio che uno che non sa niente di un problema, se lo mettono ad occuparsene, bene che ci vada proporrà qualche fotocopia di soluzioni già proposte da altri che sapevano quello che dicevano; e, male che ci vada, sparerà qualche… stupidaggine, frutto della sua ignoranza.

Naturalmente si potrebbe rispondere che sarebbe stato bello poter ricorrere a qualche esperto di giustizia ma che c’era poco da scegliere, il convento del Pd Orlando passava. Che però sarebbe una solenne bugia perché, tra le file del Pd, ci sono, tra gli altri, D’Ambrosio, Casson, Della Monica, tutti magistrati con decine di anni di esperienza. Ci sono anche avvocati (tra altri Chiurazzi e Galberti). Insomma c’è gente che conosce bene i problemi della giustizia, ha passato una vita a combatterci e sarebbe stata in grado di proporre decine di ottime soluzioni che avrebbero avuto l’unico torto di essere pertinenti, concrete e di tenere in nessun conto l’impunità di B&C.

In particolare Gerardo D’ambrosio vanta nel suo curriculum la bellezza di 10 disegni di legge da lui proposti al tempo del governo Prodi: vi ricordate? Quello che non ha mosso un dito per proporre una legge sul conflitto di interessi e per abrogare la legge che depenalizzava il falso in   bilancio; e che, in compenso, ha partorito un disegno di legge Mastella (altro super esperto di giustizia) in materia di intercettazioni al cui confronto quello in esame oggi al Senato è un capolavoro di tecnica legislativa. C’è da dire che devo essere uno dei pochi estimatori di questi disegni di legge. Forse perché avevano il torto di occuparsi di problemi concreti: tra altro, notifiche (con sospensione dei processi contro irreperibili che costano tempo e soldi e non servono), riduzione dei casi di Appello e ricorso in Cassazione, abolizione del processo abbreviato (che serve solo a garantire una irragionevole riduzione di pena e che costa, in tempo e danaro, quanto un processo normale), ampliamento del patteggiamento (con contestuale ammissione di responsabilità, il che significa utilizzare la sentenza di patteggiamento nei processi civili e amministrativi con risparmio di tempo misurabile in anni).

Il governo Prodi questi disegni di legge non se l’è filati per niente; e adesso comincio a capire che il problema era che non si inquadravano molto nella politica dei dialoghi costruttivi per riforme condivise che sono la specialità di Orlando e del Pd. A questo punto, perché uno che ha la maturità scientifica e che di diritto sa niente (come ampiamente dimostrato dalle sue proposte) sia prescelto in un parterre di avvocati e magistrati esperti, si capisce bene: perché la riforma della giustizia è già scritta: da B&C. E il Pd ha un obiettivo prioritario: che sia sollecitamente approvata. Una riforma condivisa, appunto.

Da Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2010



Cambiare il mondo


Ho conosciuto a una cena di amici una ragazza di circa 25 anni, prossima alla laurea in Biologia Molecolare; non sapevo nemmeno di cosa si trattasse. Molto tranquilla, parlava un po’ con lo stile di certi cattolici, a bassa voce, senza enfasi ma molto sicura di sé e delle sue idee. Mi ha detto che faceva parte di “Lotta comunista”. “Che significa?”, le ho chiesto; e lei “Lotta alla repressione, alla violenza, alla guerra; lotta contro l’oppressione del forte sul debole, delle classi dominanti su quelle meno favorite”.
Mi sembrava di sentire i miei amici sessantottini. Le ho chiesto di scendere nel concreto: repressione? polizia e magistratura; violenza, guerra? l’Afghanistan; oppressione? precariato, sfruttamento degli immigrati, disoccupazione. E poi sono saltate fuori Tav, Vaticano, diritto alla morte (o alla vita) dignitosa, Ru486, Dico e non so che altro. Era molto informata e, come ho detto, parlava a bassa voce, tranquilla, senza aggressività ma con molta determinazione.
Dopo un po’ le ho detto che, fatta salva quella che lei chiamava “repressione di polizia e magistratura” che mi parevano indispensabili per garantire la civile convivenza, condividevo tutto quello che lei diceva. Però, ho aggiunto, mi sembrava che avessimo un problema più grave, al momento. “Quale?”. “Ma Berlusconi, l’illegalità al potere, la violazione sistematica delle regole, l’attacco alla Costituzione”. “Ma non potete ridurre tutto a Berlusconi! L’antiberlusconismo è un problema contingente, noi dobbiamo guardare ai grandi problemi!”. Voleva cambiare il mondo. Mi è piaciuta tanto. Però, naturalmente, aveva torto. 

Prima di cambiare il mondo bisogna liberarsi di quelli che lo occupano. Così mi sono ritrovato a parlare della cosiddetta opposizione. Divisa su tutto. Sì Tav, no Tav; sì alla missione di pace in Afghanistan, no alla guerra in Afghanistan; si alle intercettazioni ma temperate dalla tutela della privacy; insomma tutti i distinguo che hanno portato all’emarginazione di intere fette della sinistra storica italiana, alla contrapposizione quasi quotidiana tra Pd e Idv, al disprezzo (addirittura) di forze politiche nuove come i movimenti di Grillo. E mi sono chiesto quale straordinaria miopia impediva a tutta questa gente di capire che le loro visioni del mondo potevano essere legittimamente diverse; ma che, intanto, dovevano cominciare a guadagnarselo il potere di cambiarlo. E che quindi dovevano riunire le loro forze, accantonare le loro differenze e riconoscersi nell’unica lotta che certamente li avrebbe uniti: quella contro 
l’illegalità, l’attacco alla Costituzione, l’interesse privato al potere. Quella contro Berlusconi. “Un’opposizione unita ha i numeri per prevalere in Parlamento - ho detto - poi potremo occuparci della Tav”. Ma non era convinta.
Così ho fatto alla mia nuova amica questo esempio: “Vedi, si può discutere di cosa è più importante che i bambini imparino a scuola. Prima italiano e poi matematica? E quante ore dedicare alla storia e quante alla geografia? E l’educazione fisica? E l’ora di religione? Non è facile dividere in maniera razionale ore d’insegnamento e risorse economiche. È prevedibile che le opinioni in proposito saranno diverse. Ma - ho concluso - se il maestro di questi bambini è uno che li molesta abbiamo un problema prioritario; dobbiamo subito allontanarlo dalla scuola; poi potremo occuparci dell’ora di religione”. Non so se l’ho convinta; però è rimasta a pensarci.

Da Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2010




Bruno Tinti presenta "La questione immorale"


questione immorale
Il problema più urgente: riformare la giustizia. Ma ai politici sembra stare a cuore solo il controllo dei magistrati e la garanzia dell’impunità.

Bruno Tinti presenta "La questione immorale".

Trento, 10 aprile, ore 20.30
c/o Sala Rosa della Regione, Piazza Dante
Scarica la locandina

Oggiono (LC), 12 aprile, ore 21
C/o Sala convegni della Banca di credito cooperativo dell'alta Brianza, via Lazzaretto 15

La scheda del libro
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Csm: il sorteggio incostituzionale che vuole Alfano


Alfano vuole una nuova legge elettorale per il CSM: dice che i magistrati che lo compongono vanno sorteggiati; così s’impedirà alle correnti di lottizzarlo, come è avvenuto finora. Naturalmente dei componenti politici non si parla proprio: quelli continueranno ad essere nominati con il buon vecchio metodo della spartizione partitica. Io conosco bene il problema perché questa idea del sorteggio l’ho avuta per primo, quando facevo il magistrato e non mi piacevano (come non mi piacciono ora) le correnti. Non è così facile come sembra, anche se sarebbe proprio cosa buona e giusta. Cerco di spiegare perché.

C’è l’Associazione Nazionale Magistrati, una sorta di sindacato, che è però solo un contenitore di quattro correnti, Magistratura Democratica, Movimento, Magistratura 
Indipendente e Unità per la Costituzione. E queste cosa sono? E’ un pò complicato. La prima, Magistratura Democratica, è nata negli anni 60. Erano anni in cui la repressione penale nei confronti degli emarginati era pesante, un po’ come oggi con gli immigrati. Pensate: il furto di un paio di litri di benzina prelevati con un tubo di gomma dal serbatoio di una macchina in sosta era punito con un minimo di due anni; e la sospensione condizionale della pena (non si andava in prigione) arrivava a un anno. Così il ragazzotto che rubava 200 lire di benzina per il suo motorino finiva in galera; e, a quel tempo, niente benefici, niente legge Gozzini. Un po’ tanto per due litri di benzina. Alcuni di noi cercarono una soluzione a questa e altre situazioni veramente inique. La chiamavamo interpretazione evolutiva della legge: questa aggravante si può considerare esistente? E la diminuzione di pena per “unico disegno criminoso”? Non fu facile ma, alla fine, spesso anche la Cassazione ci seguì. Fu naturale dunque per questi magistrati trovarsi insieme, confrontarsi, riconoscersi su basi giuridiche e culturali comuni. Nacque MD.  

Poco dopo nacquero altre correnti: Magistratura Indipendente, ispirata a una cultura più conservatrice e, fin da allora, in posizione critica nei confronti di MD, più progressista; e poi Unità per la Costituzione e da ultimo il Movimento. Poi iniziò un processo forse inevitabile. Ovviamente, tanti più aderenti contava una corrente, tanto maggiore era l’influenza che essa esercitava: a quanti ragazzini-ladri si sarebbe evitata la prigione! Così ogni corrente, MD soprattutto, cominciò a fare proseliti: associatevi, lavoriamo insieme per migliorare la magistratura, la legge, la giustizia! E non era solo un problema d’interpretazione della legge: si trattava di organizzazione, distribuzione dei processi, criteri di priorità; e dunque bisognava nominare capi di Procure e Tribunali che condividessero la cultura della corrente e che li gestissero in modo da realizzarne i principi.
E, per fare ciò, bisognava “contare” nel CSM: lì si nominavano i capi degli uffici, lì bisognava essere presenti. L’inferno è lastricato di buone intenzioni: ben presto le correnti diventarono fazioni, con logiche e strumenti identici ai partiti politici. Cominciarono a farsi e disfarsi alleanze: votiamo insieme per Tizio (che è mio) a Procuratore della Repubblica di Roncofritto; domani voteremo insieme per Caio (che è tuo) a Presidente del Tribunale di Poggio Belsito. Ma c’è Sempronio che è molto più bravo di tutti e due! Si, ma è di MI (o di MD o di Unicost), insomma di quegli “altri”! Oppure non è di nessuna corrente, ancora peggio, un cane sciolto, indipendente, non dà “garanzie”
!
 
Alla fine si arrivò alla situazione attuale: il CSM lottizzato tra le correnti, proprio come il Parlamento, schiavo delle segreterie dei partiti. Le correnti organizzano le elezioni, propongono liste “bloccate” e così obbligano i magistrati a votare solo quelli designati
. Certo, nulla vieta di votare qualsiasi bravissimo, stimatissimo, onestissimo magistrato che non appartiene a nessuna corrente. Ma l’apparato correntizio si mobilita: i voti degli iscritti si concentrano sugli adepti; e il cane sciolto può contare solo su alcuni amici e estimatori, troppo pochi per prevalere sulle migliaia di voti che una corrente è in grado di produrre. Alla fine si produce un CSM lottizzato, tanti di una corrente, tanti di un’altra, le nomine dei capi degli uffici, le decisioni più importanti, tutto frutto di maggioranze precostituite, di accordi preliminari, di scambi, di segnalazioni da parte dei vertici degli apparati. Non sempre, certo; quando si deve nominare il Procuratore di Rocca Ridente ogni componente del CSM recupera la sua autonomia e indipendenza. Ma per i Procuratori di una grande città l‘apparato è monolitico, qui la corrente si gioca la faccia, la fiducia degli iscritti, la sua futura crescita e influenza. E poi ai vertici delle correnti c’è gente che conta. Qui si fanno carriere parallele: Comitato Direttivo Centrale, Giunta, CSM, Gabinetto di qualche Ministro, incarichi extra giudiziari, se proprio si deve rientrare nei ranghi, posti comodi e importanti. Negli uffici giudiziari restano i magistrati “spalatori”, quelli che una brillante collega contrappose un giorno ai magistrati “scalatori”.

Per questo avevo immaginato un CSM nominato con sorteggio; per impedire alle correnti di continuare a spartirselo. Tanto, avevo pensato, i magistrati circa 9000 sono; tutti i giorni condannano qualcuno all’ergastolo, affidano i figli dei genitori che si separano, concedono o negano decreti ingiuntivi per milioni, dichiarano fallimenti che coinvolgono la sorte di centinaia di lavoratori. Insomma si suppone che siano persone sufficientemente attrezzate intellettualmente e culturalmente per decidere chi deve fare il capo di questo o quell’ufficio oppure se è il caso di aprire una pratica a tutela perché il Ministro invia un’ispezione a Trani. E
  dunque chiunque la sorte designi dovrebbe farcela. Solo che c’è la Costituzione di mezzo: perché, secondo l’art. 104, i componenti del CSM debbono essere“eletti”. E sorteggiati è diverso da eletti. Per questo la mia proposta prevedeva un “passo indietro”: le correnti accettino di rinunciare a monopolizzare le elezioni del CSM; si costituisca un Comitato con il solo compito di gestire il sorteggio di 16 magistrati destinati a diventare componenti del CSM; poi si fanno elezioni formali e tutti votano per i 16 sorteggiati.

Non credo che nessuno si stupirà: salvo 4 o 5 colleghi, tutti mi sbeffeggiarono. Ora Alfano, con la disinvoltura tipica della sua parte politica, ha pensato di sorteggiare un certo numero di magistrati, non so più se 100 o 200 e poi di eleggere tra questi i componenti del CSM. Che tanto costituzionale non mi sembra. Però è vero che qualcosa si deve fare. Una legge costituzionale di modifica dell’art. 104 risolverebbe il problema; ma, a questo punto, chissà cosa ci mettono dentro B&C: roba che farebbe considerare perfetto il sistema attuale.
Ma poi Alfano ci ha pensato bene? Sicuro che come vanno adesso le cose, clientelismo, raccomandazioni, collateralismi, inciuci, non è più in linea con lo stile della sua fazione di quanto non lo sarebbe un CSM veramente indipendente e autonomo?

Da Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2010

 
 


Quadro fosco


Negli anni ‘20 George Grosz (un pittore tedesco “espressionista”) dipinse un quadro poi diventato celebre: “I pilastri della società”. Raffigura un prete, un militare (probabilmente un reduce), un politico, un giornalista e un militante. Tutti hanno ghigni bestiali, il prete ha il naso rosso da ubriacone, il politico ha la faccia ma non la scatola cranica, il giornalista ha un vaso da notte in testa e il militante ha una cravatta con la croce uncinata e il cervello messo a nudo; ma non è un cervello, è una raffigurazione onirica in cui si intuisce un cavaliere a cavallo armato di lancia intento ad uccidere. Nell’intenzione di Grosz in questi personaggi, che raffiguravano i gruppi di potere dominanti all’epoca in Germania, stava la matrice di quello che poi divenne lo Stato nazista.

Le analogie con la nostra situazione attuale sono molto evidenti. La chiesa cattolica ha stipulato un patto sciagurato con il Pdl: in cambio dell’esenzione dall’Ici, di finanziamenti sempre più cospicui alla scuola privata e dunque confessionale, dell’impegno a varare leggi repressive in materia di diritto alla morte, di unioni civili omo ed eterosessuali, di revisione dell’aborto, ha garantito appoggio pubblico a un partito che gestisce in maniera amorale quando non criminale ogni settore pubblico, dalla politica all’economia, alla giustizia, alla sanità, all’immigrazione, ai lavori pubblici. Di più: garantisce il suo appoggio a B, un uomo coinvolto in illegalità numerose e che conduce una vita privata in palese contrasto con i principi che ogni giorno i ministri del culto professano dal loro pulpito; il che a molti di noi importa pochissimo ma che, per un cattolico, dovrebbe essere intollerabile.

Molti giornalisti hanno asservito al potere la loro funzione pubblica: omettono e spesso falsificano le informazioni, si rendono schiavi volontari di una censura pervasiva, in televisione e sulla carta stampata. Alla fine collaborano consapevolmente ad un ministero della Propaganda di cui Goebbels (il ministro della Propaganda del terzo Reich) sarebbe andato fiero e che in Italia non è meno efficiente solo perché non è stato concretamente istituito. Il politico privo di scatola cranica non richiede spiegazioni; basta pensare a quei volti stolidi che recitano in televisione improponibili argomentazioni, probabilmente predisposte da scribi volenterosi: inni al regime e denigrazioni standard per chiunque vi si opponga. Il quadro scioglie il dubbio che ha ogni telespettatore avvertito: ma questo lo sa quello che sta dicendo? Il militante è il personaggio più inquietante: un signore ben vestito con volto e testa preda di furia repressa, pronta per scatenarsi. Chi ha visto le riprese televisive del corteo del cosiddetto partito dell’amore può capire bene quello che intendo dire. Resta il militare; e, per la verità, nel nostro sciagurato Paese, non vedo l’equivalente del personaggio di Grosz. E spero di non vederlo mai. 

Da Il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2010

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