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Liberi di dire no


Tanti anni fa Sofocle scrisse di Antigone, di suo fratello Polinice, morto in battaglia, della legge emanata dal reggente di Tebe, Creonte, che vietava di seppellirlo: nemico dello Stato, doveva restare preda dei corvi. Ma Antigone lo seppellì e, processata e condannata, spiegò a Creonte che quella era una legge degli uomini e che però ci sono altre leggi, a queste superiori; e che lei di quelle temeva il giudizio e a quelle aveva obbedito. Nei miei anni di magistrato ho vissuto spesso questo conflitto; e sono felice di non doverlo vivere ora, chiamato ad applicare una legge vergognosa, emanata da una classe dirigente arrogante e tremebonda, impegnata in una lotta disperata per l’impunità e la sopravvivenza.

Sono felice di essere libero di non rispettare la legge, di poter dire al giudice che mi processerà per aver raccontato ai cittadini i delitti commessi da quelli stessi che vogliono impedirmi di raccontarli, che sì, è vero, ho violato la legge di B, di Alfano, di Ghedini, dei tanti volenterosi protettori di capi e sottocapi colti con le mani nel sacco; ma che questa legge è ingiusta. Sono felice di poter chiedere al mio giudice di non condannarmi, perché la legge-bavaglio è contraria ai principi della Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Sono felice di potergli chiedere il rinvio della legge alla Corte costituzionale perché, ancora una volta, sia evidente il disprezzo di B&C per i principi fondamentali del nostro ordinamento. Sono felice di poter chiedere alla Corte europea dei diritti dell’uomo, se mai sarà necessario (prima dovrei essere condannato), di dichiarare che questa legge è contraria alla Carta dei Diritti. E, alla fine, sarò felice anche se fossi condannato; perché con me saranno condannati centinaia di giornalisti, di direttori, di editori. E sarà questa la prova più evidente di quella verità ostinatamente negata da B&C anche dopo la pubblicazione (la pubblicazione, vedete?) delle intercettazioni di Trani, quando B. spiegava che a lui (a lui) non piaceva Annozero e che quindi nessuno (nessuno) avrebbe più dovuto vedere questa trasmissione: è una dittatura quella in cui Antigone deve ancora scegliere tra leggi dello Stato e leggi a queste superiori. Forse da qui inizierà il cambiamento.

Da il Fatto Quotidiano del 23 maggio



Il telefono parlante


Sulla nuova legge in materia di intercettazioni si è detto tutto. I limiti di tempo: come si fa a sapere quando un telefono comincerà a “parlare”? Si sa solo che, presto o tardi, qualcosa di utile dirà. Ma ora, dopo 75 giorni si dovrà smettere. Chi usa quel telefono sta progettando un omicidio; non si sa dove né a danno di chi né quando. Ma i 75 giorni scadono e si deve staccare la spina. E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato. Il divieto di usare il contenuto di un’intercettazione per chiedere altra intercettazione: e se solo questo hanno in mano gli investigatori? La persona intercettata parla con qualcuno di un omicidio: non si sa dove né a danno di chi né quando. Si potrebbe intercettare il nuovo telefono: ma non si può, l’unico elemento è la telefonata e la legge non consente di utilizzarla per una nuova intercettazione. E qualcuno, non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato.

Il divieto di intercettare il telefono della persona offesa in caso di reato commesso da ignoti; a meno che sia la stessa persona offesa a richiederlo. Così tutte le vittime di estorsioni, che abitualmente hanno paura di far intervenire la Giustizia e preferiscono pagare, continueranno a pagare in silenzio. L’ipocrisia di binari preferenziali per i delitti di mafia e terrorismo, per i quali si può intercettare senza limiti di tempo e, in caso di reato commesso da ignoti, senza consenso della persona offesa: vera e propria mistificazione per far credere ai cittadini che, nei casi di maggiore gravità, la “sicurezza” prevarrà sulla “privacy”. Ipocrisia vergognosa, perché nessun delitto ha un’etichetta che dica “mafia”. Un omicidio, un incendio, possono avere mille moventi; solo con le intercettazioni si scoprirà se, a monte, vi era la mafia oppure passione, interesse. C
osì, per l’incendio del negozio, della macchina, della casa ci sarà sempre bisogno della richiesta della parte offesa per intercettare. E questa sarà sempre meno probabile quanto più gli autori dell’incendio siano mafiosi.
Il divieto di microspie, salvo che non vi siano prove che lì, in quel momento, si stanno commettendo reati. Che è ridicolo solo a dirlo, visto che, a quel punto, le microspie non si fa più in tempo a piazzarle. E poi: quanti progetti criminosi, quanti discorsi su delitti già commessi si fanno in macchina, in cella, al bar? Ma nessuno ne saprà mai nulla. Si è detto tutto; e anche io ho detto tutto, tante volte. Ho fatto il magistrato per tutta la vita, so che cosa succederà con questa legge.

Ma oggi voglio dire una cosa diversa; posso dirla 
perché non faccio più il magistrato. Il blocco delle intercettazioni impedirà le indagini, soprattutto quelle nei confronti di una classe dirigente che ha toccato il fondo dell’abiezione etica e criminale. Ma il blocco dell’informazione, che è il secondo (o il primo a pari merito) obiettivo della legge, distruggerà l’assetto democratico del nostro Paese. I cittadini non sapranno più nulla, i delinquenti che hanno infiltrato la politica a ogni livello si presenteranno con le mentite spoglie di brave e oneste persone. La classe dirigente perpetuerà se stessa senza controlli e senza resistenze. La parte sana di essa si ridurrà progressivamente. E l’Italia diventerà un paese senza legge e senza etica, sempre più povera e indifesa. Fino al disastro finale, fino alla bancarotta istituzionale ed economica. Non possiamo permetterlo. Non so quali e quante informazioni riuscirò a conoscere; non so in che misura farle conoscere ai cittadini potrà rallentare il degrado del nostro paese. Ma io non rispetterò questa legge; e sono certo che molti altri non la rispetteranno. Vedremo se davvero è arrivato il tempo della dittatura.

Da Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2010




Bruno Tinti presenta "La questione immorale"


 questione immorale

Il problema più urgente: riformare la giustizia. Separazione delle carriere, non obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile dei magistrati, blocco delle intercettazioni telefoniche. Più che l’efficienza della giustizia ai politici sembra stare a cuore il controllo dei magistrati e la garanzia dell’impunità.


Nell'ambito dell'iniziativa "I venerdì letterari" a Crescentino, Bruno Tinti presenta "La questione immorale".

Venerdì 21 maggio, Crescentino (VC), ore 18.15
c/o Biblioteca Civica Degregoriana, Villa Tournon, Via Galileo Ferraris.


La scheda del libro
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Il sorcio in bocca


E così Scajola non va dai magistrati di Perugia. La cosa paradossale è che, per la prima volta dall’inizio di questa farsa, non si può dire che abbia torto. 
Scajola ha una bella casa; non è vero che gli è costata circa 600.000 euro: almeno altri 900.000 gli sono stati dati da un imprenditore un po’ chiacchierato e inquisito, Anemone, che avrebbe ricevuto trattamenti di favore. La cosa si trascina per qualche giorno fino a una conferenza stampa in cui il nostro dichiara di non aver mai saputo che la sua casa era stata pagata da uno sconosciuto, che questa cosa è gravissima, che agirà in tutte le sedi giudiziarie possibili. Alla fine si rimangia i primi tracotanti “non mi dimetto” e si dimette; poi, sicuro della sua innocenza, si dice pronto a rispondere ad ogni domanda che i magistrati che indagano su Anemone & C. intenderanno rivolgergli. Certo ne esce un po’ pesto. Gli assegni ci sono e fanno capo ad Anemone; che gli abbia fatto o no favori, non va bene che un ministro si faccia pagare la casa da un imprenditore che ha a che fare con il suo ministero; e, se è per questo, non va bene che se la faccia pagare da chicchessia. Dunque cosa mai potrà dire Scajola ai magistrati di Perugia?
 

Eh, niente dirà. Perché uno “preso con il sorcio in bocca” non può essere sentito come persona informata sui fatti. Tanto più “incastrato” è, tanto più bisogna assicurargli le garanzie previste dalla legge: qualifica di indagato, conseguente assistenza del difensore, facoltà di rifiutarsi di rispondere alle domande, diritto di mentire (in genere gli indagati tengono moltissimo a questo diritto). Convocare Scajola come persona informata sui fatti equivale a un assist in area di rigore; perché l’unica cosa ragionevole che può fare un avvocato è quella che ha fatto il difensore di Scajola: non ce lo mando, è tutto irrituale, ma che scherziamo. E, se non bastasse, ma che non lo sanno che Scajola era ministro e che non sono competenti? Così l’occasione di sentire quale storia 
sarebbe stata elaborata per spiegare perché Anemone gli ha pagato la casa è bella che svanita.

Per carità, ci sarà la sede e il momento opportuno per chiederglielo, e (presumibilmente) per sentirgli dire che si avvale della facoltà di non rispondere. Ma alla fine che importa? Il processo penale è una cosa, l’informazione e il conseguente giudizio dei cittadini un’altra. E qui, grazie a Dio, di informazione ce ne è stata. 

da Il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2010



Simulazioni di riforma


Simulazioni: si chiamano così i modelli elaborati da computer per studiare gli effetti di fenomeni futuri. Per esempio: che succederà se una macchia di petrolio larga 300 km è sospinta verso Capri da un vento a 50 km all’ora, con un mare forza 4 etc. etc.? Un disastro. Eh, appunto: proviamo a simulare l’effetto di due riforme tanto care a B&C: la separazione delle carriere tra pm e giudici e il divieto di pubblicazione di ogni notizia concernente un procedimento penale.
È l’emendamento Centaro, approvato ieri dal Senato: non si pubblica più nulla, non solo le intercettazioni. Non si potrà scrivere di Scajola e dei suoi appartamenti, di Verdini e dei suoi mulini a vento, di B. e della sua convinzione che quello che non piace a lui (si comincia da Annozero ma chissà quante altre cose non gli piacciono) non deve piacere a tutti gli italiani, di Moggi e degli scudetti rubati sì - rubati no. Insomma non si potrà scrivere di niente. M’immagino tutti noi de Il Fatto sguinzagliati dal nostro direttore alle gare di torta alla frutta e alla fiera del gladiolo.

Torniamo alla simulazione. C’è un pm che ha scoperto che un ministro ha fatto ammodernare un aeroporto nella piccola cittadina dove abita, a pochi chilometri da una grande città dove l’aeroporto, naturalmente, già c’è; e che il tutto è stato pagato con i soldi dei contribuenti; e che anche la compagnia aerea che fa volare i pochi aerei che usano questo aeroporto in orari utilissimi al ministro e a nessun altro è finanziata da soldi pubblici; e infine che i bilanci della compagnia sono in rosso stabile. Il pm pensa che a pensar male si fa peccato ma etc. etc. e apre un’indagine. Per via dell’emendamento Centaro nessuno ne sa niente perché un paio di giornalisti che sono andati a raccontare la cosa al loro giornale, dicendosi disposti ad andare in galera pur di dare la notizia, si sono sentiti dire dall’editore che lui 500.000 euro non ce li ha; e tanto dovrà pagare se si azzarda a raccontare la storia del ministro e dell’aeroporto; quindi tutti alla mostra del gatto birmano e zitti. Però resta il fatto che questo pm sta indagando e magari dove c’è fumo etc. etc.

Così il ministro si rivolge al suo collega della Giustizia e gli dice che c’è un pm che bisogna levarsi dai piedi in tutta fretta. “Figurati, per un amico…”. Così il ministro chiama il pm e gli spiega che la politica criminale decisa dal popolo sovrano prevede che la Procura indaghi sugli aborti clandestini, sui reati di quei delinquenti degli immigrati extracomunitari (senza dimenticare i rumeni, mi raccomando, sono gente quelli là …) e sulle perniciosissime fughe di notizie che, nonostante l’illuminata legge bavaglio, ogni tanto continuano a fuorviare le ingenue menti dei cittadini. Sicché, caro pm, abbia la compiacenza di seguire le direttive che le vengono impartite e lasci perdere, la prego, questa indagine che altro non è se non uno spreco di risorse investigative che già ne abbiamo così poche. E questo è un ordine! Il pm comincia a pensare alla lettera di dimissioni ma intanto il fascicolo sull’aeroporto lo chiude nel cassetto. Anche qui un paio di giornalisti vanno a parlare con il loro direttore e vengono spediti a Roma per un servizio sulle azalee della scalinata di piazza di Spagna. Alla fine il ministro continua a fare il ministro, l’aeroporto ormai c’è…, il pm si mette a fare l’avvocato e il fascicolo dorme beato nel cassetto. Qualcuno racconta la storia nel bar del circolo dei canottieri e qualcun altro dice “ma non è possibile!”. Però in realtà nessuno ne sa niente: per via dell’emendamento Centaro tutti i giornalisti sono occupatissimi con le regate della costa Smeralda. 

da Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2010


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