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I processi fatti male non servono a niente

Cari amici dovete sapere che i magistrati si incontrano, si salutano, discutono e soprattutto litigano molto sulle mailing list delle correnti. Ce ne sono 4 di liste, più una che raggruppa tutti. Il tema dominante è lo scontro tra i magistrati che non apprezzano le correnti e quelli che invece ne fanno parte e le difendono a spada tratta.
Magari un giorno vi racconterò di queste cose.
Oggi però voglio proporvi questa bella mail di una collega bravissima che ha, per l’ennesima volta, affrontato il tema del limite massimo di processi che possono essere trattati da un magistrato.
Anche qui c’è lo scontro tra le correnti e i magistrati cani sciolti: le correnti si oppongono alla fissazione di un carico massimo di lavoro, gli altri fanno osservare che …

Beh, a questo punto leggete quello che dice Franca Amadori.

Intervengo di nuovo sul tema dei tetti massimi e dei carichi esigibili: il punto è che il carico inesigibile (per non dire del tutto demenziale) che si è accumulato sul ruolo del collegio di cui faccio parte, nonché l’alluvione di processi monocratici di prima comparizione (quasi 50 totali per ogni giudice solo in questo mese di marzo) ci ha messi tutti al tappeto..

Per venire al tema, vorrei chiarire perché ritengo dissennata la posizione che da anni le correnti della magistratura vanno sostenendo sui carichi massimi di lavoro attribuibili ad ogni magistrato.
È sempre la solita litania: non dobbiamo in alcun modo fissare dei tetti massimi (e dunque non assegnare ai magistrati i processi che farebbero superare questo tetto) perché se no i poveri utenti ne soffriranno, cosa diremo a quelli dei processi in esubero?
Ho già spiegato in altra mail perché questo è un vero e proprio filosofema mistificatorio, ma ora vorrei demistificarlo anche con altra ed ulteriore considerazione tratta da un esempio che riguarda una recente esperienza che ho avuto proprio in questo mese di marzo e che dimostra che è vero esattamente il contrario.

Infatti un carico di lavoro squilibrato e dissennato, privo di una qualsivoglia verifica delle reali possibilità di trattazione, danneggia gravemente proprio e per primi gli utenti del servizio giustizia.
Ho tenuto un paio di settimane fa un’udienza monocratica con processi di difficoltà minima o comunque ordinaria, relativi a reati piuttosto frequenti: due processi contro cittadini extracomunitari che hanno fornito a raffica generalità ogni volta diverse (art. 495 c.p), tre processi per omissione di soccorso (art. 189 del Codice della Strada), la solita appropriazione indebita d’autovettura a danno di una società di leasing; due art. 570 c.p. (omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai familiari) e via elencando.

Alla fine dell’udienza, mi restava un solo processo per violazione del secondo comma dell’art. 570 c.p., che sanziona l’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza ai figli minori ed è procedibile d’ufficio.
Ho pensato: “Evvai! Finalmente tornerò a casa un po’ prima delle altre volte“.
Non che avessi molto da giubilare, perché a casa mi aspettavano una decina di fascicoli da chiudere, ma insomma almeno avrei avuto modo di farlo con calma, magari ritagliando pure qualche ora di sonno in più.

L’imputato, un meccanico specializzato in riparazioni di motoveicoli, titolare di una propria officina, s’è presentato per la prima volta in quest’udienza, sprovvisto di difensore di fiducia, ed ha così incontrato in aula il difensore d’ufficio a suo tempo nominato ex art. 97 comma 1 c.p.p. dal Pubblico Ministero, che si è messo subito a sua disposizione.
L’aula è vuota.
È presente solo la denunciante, ex consorte dell’imputato.
Sono trascorsi ormai cinque anni da quando ha presentato la denuncia: la figlia più grande è ora maggiorenne, ha 20 anni ed è ragazza madre, con un bambino di un anno e mezzo, mentre il figlio più piccolo ora ha 10 anni.
Come di consueto, do la parola al Pubblico Ministero (una brava Vice Procuratrice Onoraria, cioè un laureato o anche un avvocato prestato alla magistratura) perché dia inizio all’esame incrociato, ma vedo che lei restringe le sue domande esclusivamente al lato brutalmente economico della vicenda:
“Dopo la separazione, l’imputato le versò la somma stabilita dal Tribunale?“  
“Sì, ma solo per la figlia maggiore, mentre per l’altro figlio faceva delle questioni.“
“Lei che attività svolgeva?“
“Donna delle pulizie.”
“Quanto percepiva per tale attività?“
E via di questo passo.
Nessuna domanda sul contesto in cui era maturata la separazione, sull’antefatto, su quello che era avvenuto prima.
Perché?
Perché molti colleghi giudici del dibattimento (e come si può dar loro torto?) hanno fretta di chiudere l’udienza, devono smaltire, devono appunto - a proposito di capacità di definizione - incrementare il flusso in uscita per fronteggiare l’insostenibile carico di lavoro in entrata (40 processi nuovi ogni mese), per cui non vogliono soffermarsi troppo a lungo in udienza.
Devono correre.
Hanno fretta.

Quando in qualche altra occasione quella V.P.O. ha tentato di proporre domande sulle pregresse vicende tra l’imputato e la denunciante (per il 90% dei casi, in questo tipo di processi c’è solo la parola di lei contro quella di lui), il giudice del dibattimento le ha tappato la bocca, dichiarando irrilevanti tali domande.
Io invece voglio sempre approfondire e quindi chiedo sempre alla denunciante e poi all’imputato (se compare e consente a rendere l’esame) di fare un breve excursus della vicenda matrimoniale, da quando si sono sposati fino alla separazione.
Molto spesso ne traggo utilissimi elementi di valutazione, ma in quest’udienza in particolare questo approfondimento mi ha condotta ad un’assoluzione di cui sono molto contenta perché l’ho emessa con sentita convinzione, e non già perché mi è stata estorta da norme processuali tutte tese a garantire l’impunità ai colpevoli.

L’imputato ha sciorinato la propria versione della storia del matrimonio, peraltro non smentita dalla denunciante, che è rimasta presente in aula.
Una storia costellata da reiterati tradimenti da parte di lei, tutti perdonati non solo per amore, ma anche perché egli li ha voluti attribuire ad una sorta di rimpianto che lei nutriva per un’adolescenza finita troppo in fretta, essendo lei rimasta incinta della prima figlia a soli 16 anni, mentre lui ne aveva 19.
A quell’ età qualsiasi altro ragazzo sarebbe fuggito, lasciandola sola, ma lui invece le è rimasto a fianco e si è dimostrato così bravo nel proprio lavoro di meccanico esperto in riparazioni di motociclette, che alla fine s’è messo in proprio ed ha anche potuto acquistare un’abitazione.
Ha cercato di offrire alla figlia una vita tranquilla (che lui non aveva avuto, essendo cresciuto in collegio in quanto rimasto orfano), togliendosi anche qualche soddisfazione, offrendole ad esempio delle vacanze di lusso.
Ma poi, dopo ben undici anni di matrimonio, ha sorpreso la moglie a letto con un giovane apprendista di appena 16 anni, che lui s’era messo in officina per insegnargli il mestiere, e quella è stata proprio la goccia che ha fatto traboccare il vaso:
“Io sono tuo marito, non sono tuo padre! Non posso continuare a sopportare che tu vada a letto con qualunque uomo che t’ispira ( n.d.r.: l’espressione usata non è stata questa, ma altra, romanesca, che qui non posso trascrivere perché è un po’ troppo pesante)! “
Lui tuttavia non ha chiesto la separazione con addebito (come bene avrebbe potuto fare) ed inoltre ha continuato a contribuire al mantenimento della figlia maggiore anche dopo la separazione, al punto di consentirle di frequentare scuole private, mentre nutriva forti dubbi sulla sua paternità in ordine al figlio minore.
Dubbi che in aula la teste denunciante ha del tutto fugato, ammettendo che effettivamente il bambino era frutto di una relazione extraconiugale intrecciata con colui che è il suo attuale convivente.
“Ma scusi signora, perché ha presentato denuncia contro l’imputato?“
“Solo per un moto di stizza -  totalmente irrazionale, mi rendo conto - determinato dal fatto che avevo saputo che aveva trovato una nuova compagna.“

Lasciando ora da parte i dettagli di questa vicenda, troppo lunga per una mail e molto toccante sotto diversi aspetti (basti pensare che l’ufficiale giudiziario, a cui avevo dato l’autorizzazione ad andarsene, in quanto non c’erano più testi da sentire, ha voluto restare in aula fino alla fine dell’udienza, vale a dire per un’ora buona in più ), ebbene quel che mi ha colpita sono le riflessioni di questo giovane uomo, che testardamente ha voluto continuare a percorrere la via più difficile, anche se ben avrebbe potuto pensare egoisticamente solo a sé stesso, scegliendo la via più facile: quella dell’abbandono.
In effetti, date le difficili condizioni familiari da cui è partito avrebbe potuto scegliere la strada della piccola criminalità ed invece ha scelto di lavorare sodo ed onestamente, diventando anche molto bravo nel proprio lavoro.
Avrebbe potuto scegliere di separarsi immediatamente dall’infedele giovane consorte ed invece ha preferito perdonarla finché ha potuto, il che, in una società sempre più ferocemente dominata da un devastante individualismo, appare quasi mistico.
Mentre esponeva la sua vicenda, l’imputato non si è curato di soffermarsi sull’aspetto economico (su cui invece puntigliosamente molti imputati di questo tipo di reato si soffermano), ma, paradossalmente, lo ha fatto invece la ex moglie, quando ha risposto alle domande successive.
Alla fine, in quell’aula vuota, in cui erano rimasti solo il trascrittore, l’ufficiale giudiziario, il cancelliere, il giudice ed il Pubblico Ministero, i due protagonisti di questa complessa e toccante vicenda matrimoniale sembravano offrire le proprie esistenze non più al giudizio degli uomini, ma piuttosto a quello di Dio, con le scelte buone o cattive fatte nel passato, con tanti rimpianti ed un'aspra amarezza per un sogno infranto.
Perché il diritto è stato creato dagli uomini per regolare le loro umane, umanissime vicende e quindi è una cosa viva.
Non è quella cosa arida, barbosissima, quasi insopportabile in cui alcuni docenti universitari (ed anche alcuni colleghi) riescono a trasformarlo.

Invero, senza questo lungo approfondimento dibattimentale (che mi è costato un’ora buona di udienza in più) l’imputato sarebbe stato condannato di sicuro, perché le sentenze sui 570 c.p. vengono spesso emesse un po’ “a stampone“, salvo i casi di imputati assai facoltosi, dove allora è necessario verificare se, nonostante l’incompleto od irregolare adempimento dell’assai elevata cifra mensile posta a loro carico dal giudice civile per il mantenimento, gli aventi diritto ebbero o meno oggettive difficoltà di sostentamento quotidiano.
Poche domande a lei, poche a lui, tutte focalizzate solo sulla questione economica (se pagò, quanto pagò, perché non pagò) e via, a sentenza.

Tornata a casa però, la mia profonda soddisfazione s’è spenta in un attimo: avevo programmato di smaltire in serata circa dieci fascicoli di varie istanze (liquidazioni ai difensori, liquidazioni ai custodi, istanze cautelari e via discorrendo) ed invece ne ho smaltiti molti di meno, per cui me li sono ritrovati sul groppone il giorno seguente.
Ragion per cui non so se continuerò ancora a lungo a mantenere fermo un protocollo così autolesionistico.
Anzi, sapete che vi dico?
In risposta ai colleghi correntocrati ed a tutti quelli che s’illudono di poter smaltire qualsiasi quantità di cause a parità di risorse e con un quadro normativo immutato: ma sì, avete ragione voi! Da ora in poi mi metterò a fare poche domandine tutte mirate a non approfondire un bel nulla.
Invece di fare il giudice, mi trasformerò in un ragioniere-cottimista e così il ministero, i correntocrati, i ciessemmini (i colleghi che compongono il Consiglio Superiore della Magistratura) e via elencando saranno tutti molto molto soddisfatti.
Gli utenti sicuramente no, per il semplice motivo che all’utente non interessa che la sua causa sia trattata “come che sia“, ma che sia trattata BENE, secondo le regole dell’arte e con tutto il tempo necessario.

Ecco qui smascherata un’altra mistificazione:
“Cosa diciamo agli utenti“ - si chiedono i big delle correnti - “Che per quest’anno abbiamo raggiunto il tetto massimo, tornate l’anno prossimo?“.
Esatto. Proprio così. È una risposta molto più onesta e costerebbe loro anche molto meno in spese legali, piuttosto che ingannarli, prendendo le loro cause a ruolo e poi farle restare per anni e anni negli armadi e magari nemmeno trovarle più quando, chissà quando, si decide di prenderle in mano.
Mio marito ha intentato un’azione collettiva insieme ad altri duecento medici per una questione di mancato adeguamento dei compensi che risale alla fine degli anni ’80 (avete letto bene: anni ’80!) ed ora sono ancora tutti in attesa della sentenza della Corte d’Appello di Roma che è stata fissata al 2 febbraio 2011.
È meglio così secondo voi? A me non sembra davvero.
Piuttosto potremmo dire agli utenti:
“Andate in parlamento, fatevi sentire, organizzatevi in gruppi d’opinione, promuovete una sottoscrizione per una legge d’iniziativa popolare (prevista dalla Costituzione) che preveda l’imprescrittibilità dei reati dopo l’emanazione del decreto di citazione diretta a giudizio. Solo così avrete la soddisfazione di vedere le vostre cause trattate in tempi giusti e ragionevoli“.

Franca Amadori – giudice tribunale penale Roma

Pubblicato il 17/3/2009 alle 10.8 nella rubrica diario.

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