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Ai tempi del Re Sole

Ai tempi del Re Sole, quando si voleva mandare una persona in prigione, si chiedeva al competente funzionario (che, a seconda del rango della persona da imprigionare, poteva essere un magistrato, un ministro o anche lo stesso Re Luigi) un provvedimento chiamato “lettre de cachet”. Si trattava di un foglio, nemmeno tanto elegante, sul quale c’era scritto che Modestino Sfortunato o il Duca de La Disgrazia dovevano essere portati in prigione e lì rimanere fino a nuovo ordine. Conti, duchi e principi finivano così alla Bastiglia o in altri sperduti castelli del regno e lì restavano per mesi, anni e qualche volta tutta la vita. I poveracci, poi, nessuno sapeva nemmeno dove finivano. Semplice ed efficace come sistema.

Poi le cose sono cambiate e adesso, per mandare una persona in prigione, bisogna che un Pubblico Ministero chieda a un Giudice per le Indagini Preliminari di arrestarla. Naturalmente il problema non è solo mandarcela in prigione, questa persona, bisogna anche tenercela; e un Tribunale (o un Giudice dell’Udienza Preliminare, è uno dei vari complicati sistemi del nostro dissennato ordinamento processale) le deve fare un processo, la deve dichiarare colpevole e deve emettere una sentenza di condanna a un certo numero di anni di galera. Poi questa sentenza deve essere confermata da una Corte d’Appello e dalla Corte di Cassazione. Totale: da 10 a 13 giudici impegnati a lavorare sul caso.

Già detta così, si capisce che, al giorno d’oggi, mandare qualcuno in prigione, e soprattutto tenercelo, è un po’ più complicato di quanto non lo fosse ai tempi del Re Sole.
In realtà è molto più complicato; perchè a quei tempi chi firmava la “lettre de cachet” non spiegava affatto perché il malcapitato doveva andare alla Bastiglia; c’era solo l’ordine di portarcelo ma il perché non lo sapeva nessuno.

Oggi, naturalmente, bisogna spiegare bene perché un cittadino deve essere arrestato; perché è colpevole dei reati che gli sono attribuiti; perchè è giusto che la pena sia di anni 20 e non di anni 10; perché i giudici di primo grado hanno avuto ragione a condannarlo e a dargli 20 anni; perché i giudici di appello hanno avuto ragione quando hanno confermato la sentenza del Tribunale. Insomma, oggi le decisioni dei giudici debbono essere motivate.

Questa cosa della motivazione pare sottovalutata da tutti. Quando si parla di giustizia, e in particolare di giustizia penale, sembra che i problemi riguardino solo l’indagine del PM, il processo, l’udienza, le notifiche, le intercettazioni, i sequestri, le perquisizioni, i rapporti con gli avvocati e via dicendo. Nessuno che si chieda: ma, dopo che il giudice ha letto in aula un foglietto su cui c’è scritto che Fiero Farabutto è stato condannato a 20 anni di reclusione, che succede? Finisce tutto lì?

Eh no che non finisce lì, poi bisogna spiegarlo perché si è presa questa decisione; bisogna scrivere la sentenza. Questo fanno i giudici tutti i giorni della loro misera vita: scrivono sentenze.
Come ho detto non ci pensa nessuno a questa cosa: Brunetta vuole i tornelli per costringere i magistrati a stare in ufficio e fare più udienze e anche più lunghe: non debbono smettere alle 14,30, avanti ad oltranza. I cittadini, opportunamente ammaestrati, ce l’hanno con questi giudici fannulloni che smettono di lavorare alle due del pomeriggio e poi se ne vanno a casa; e hanno anche un sacco di ferie.

In verità l’immagine del processo penale che hanno gli incompetenti (nel senso di persone che hanno competenze diverse da quelle giudiziarie) è quella trasmessa da film e libri: la giuria entra in aula e dichiara l’imputato colpevole: il giudice gli dice che dovrà scontare 20 anni; e poi tutti a casa, meno l’imputato che va direttamente in prigione. Chiasso finito. Solo che questa cosa succede davvero nei film, nei libri e negli Stati Uniti d’America, dove giudici e giuria non emettono sentenze, emettono verdetti: appunto una dichiarazione di colpevolezza non motivata. In Italia questo non è possibile: la decisione (il verdetto) va motivato; bisogna spiegare. E’ a questo che serve la sentenza.

Il fatto è che spiegare è una cosa complicata: è come scrivere un libro. Bisogna raccontare tutto quello che è successo, poi bisogna esporre tutto quello che hanno detto i protagonisti (gli imputati, le parti offese, i testimoni, la polizia, i periti); poi bisogna spiegare perché quello che hanno detto alcuni è ritenuto attendibile e veritiero mentre quello che hanno detto altri sembra falso; poi bisogna analizzare le argomentazione degli avvocati difensori, se è necessario (lo è quasi sempre) bisogna confutarle: “non può accogliersi la tesi del difensore dell’imputato, smentita com’è dalle dichiarazioni di Tizio, confermate da quelle di Caio e dai documenti che sono conservati nel faldone numero 37, al fascicolo numero 151, pagine da 23 a 31 e da 147 a 148”. Poi (stiamo parlando di una sentenza di condanna) bisogna analizzare la vita e la personalità dell’imputato, la gravità del delitto per cui è stato condannato e spiegare (vi assicuro che è una cosa difficilissima) perché è giusto condannarlo a 20 anni di prigione e non 10 o 15.

Per un processo che abbia un imputato, un reato (ma un reato semplice, certo non una corruzione, un falso in bilancio, una frode fiscale, una bancarotta etc.), una parte offesa e due testimoni, in meno di due ore non ce la si fa; sicché, dopo un’udienza in cui sono stati trattati 4 processi e che è durata dalle 9 di mattina alle 14,30 del primo pomeriggio, il giudice si trova a dover scrivere le sentenze di almeno due processi (gli altri due le scriverà il suo collega di collegio). Mangia un panino, comincia a scrivere alle 15,30 e finisce alle 19,30. Poi si prepara i processi del giorno dopo.

Certe volte arriva il cataclisma o maxi processo che dir si voglia. 100, 200 imputati, 13 reati di associazione a delinquere, 28 (o 280) omicidi, centinaia di rapine ed estorsioni, centinaia di testimoni e di parti offese, decine, forse centinaia di avvocati. Si va avanti per un anno, forse due; udienze, 4, anche 5 volte alla settimana. Poi, finalmente, la sentenza: 170 imputati condannanti, 30  imputati assolti, pene varie: ergastoli, 20 anni, 15, 10.  E poi si comincia a scrivere.
Moltiplichiamo per 100, 200 volte quello schema per scrivere la sentenza spiegato più sopra: quanto ci si mette a scriverla? 200, 500, 1000 ore? In giorni, 10, 100, 200? Sì ma, questo se il povero giudice che deve scrivere questo romanzo fiume fa solo questo; se, tre volte alla settimana, deve andare in udienza e il pomeriggio deve scrivere le sentenze dei processi che ha trattato la mattina, allora i tempi si moltiplicano. Di quanto è impossibile dire, dipende da quante domeniche il poveretto impegna nello scrivere la megasentenza; da quanta parte delle ferie utilizza, da quanti colleghi lo aiutano, naturalmente limando anche loro quanto possono dal lavoro ordinario.

Negli Stati Uniti d’America, tutto ciò non sarebbe un problema. Lì la sentenza non esiste; nessuno spiega perché e per come. Qualcuno di voi lo sa perché Tyson è stato condannato per lo stupro di una ballerina che era andata in camera sua alle 2 di notte? In camera di Tyson, non del fidanzatino di Peynet. Certo che no, non lo sa nessuno: Tyson s’é beccato 6 anni per stupro dopo che il capo di una giuria si è alzato e ha detto: colpevole. Perché? Mah.
In Italia avremmo dovuto spiegare tante cose, cominciando dai motivi che la ballerina aveva avuto per andare da Tyson e finendo con il problema di un abuso sessuale consumato senza minacce e senza violenza. Non proprio una sentenza semplice. In Italia, insomma, la sentenza è un lavoro difficile e, soprattutto, lungo.

In questi giorni tutti si indignano per via dei mafiosi di Bari (presunti, sia chiaro, sono stati condannati solo in primo grado) scarcerati perché, dopo un anno, il Giudice per le Indagini Preliminari non ha ancora depositato la sentenza.

La cosa funziona così: Tizio viene arrestato: se non è rinviato a giudizio entro X mesi (il termine varia in funzione dei reati), deve essere scarcerato. Se invece si fa a tempo a fargli il processo resta in prigione; poi però, se è condannato, il processo d’appello deve cominciare entro X mesi, altrimenti deve essere scarcerato. E, naturalmente, il processo d’appello non può cominciare se la sentenza di primo grado non è scritta e depositata. Insomma una corsa contro il tempo.

Il processo di Bari aveva 208 imputati. 161 imputati hanno scelto il rito abbreviato e dunque il Giudice dell’Udienza Preliminare ha dovuto fare tutto il processo, sentire i testi, ascoltare accuse e difese, repliche ed eccezioni. Tutto questo è durato un anno. Poi questo stesso Giudice ha rinviato a giudizio 32 imputati e scrivere la sentenza per i 161 giudicati in abbreviato. I reati contestati erano quattro associazioni a delinquere (una di stampo mafioso, tre al fine di spacciare droga) oltre ad una infinità di reati comuni. Il Giudice per le Indagini Preliminari che si è sobbarcato questo lavoro (è un Giudice monocratico, vuol dire che c’è solo lui a farlo) era una donna. Tutto quello che è stato fatto per aiutarla in questa opera micidiale è stato sollevarla parzialmente dal lavoro ordinario per 4 mesi; significa che ha incassato, dopo la fine del processo, solo il 50 % del lavoro ordinario, limitatamente però ai processi con detenuti; ciò perché i detenuti vanno processati in fretta e, ovviamente, lei non poteva farlo perché occupata a scrivere la sentenza. Per il resto, rimboccarsi le maniche e via.
Questo Giudice è noto per essere bravo e diligente; ma situazioni di questo genere ce ne sono a centinaia in tutta Italia. E dovunque i giudici si fanno in 4 per affrontarle.

Adesso qui dobbiamo metterci d’accordo. Vogliamo un processo iper, super, mega garantito (il nostro processo penale lo è, anzi, come si dice, di più)? Allora dobbiamo rassegnarci a un processo che dura anni. Rifiutiamo di tenere in prigione gli imputati per i tempi lunghissimi che richiede il processo previsto dal nostro codice (visto che, fino alla sentenza definitiva, tutti sono innocenti e non sta bene tenere in prigione chi ancora non è stato condannato definitivamente)? Allora dobbiamo moltiplicare per …mah, 10, 15, chi lo sa?, i giudici che debbono scrivere le sentenze. E dove li pigliamo questi giudici, visto che ad ogni concorso non si coprono nemmeno i posti disponibili (la preparazione dei candidati è scarsa e il lavoro – come è ovvio – difficile)? E poi, ammesso che li troviamo, come li paghiamo queste migliaia di giudici?

La verità è che non abbiamo la possibilità di fare tutto questo. E quindi è ovvio, naturale, inevitabile che i mafiosi (presunti) di Bari e di tanti altri posti usciranno per decorrenza termini, non c’è niente da fare.

Insomma, questa virtuosa indignazione di chi sa bene che il sistema giudiziario italiano non può, proprio non può, fornire il prodotto che gli si chiede è davvero inaccettabile. Invece di creare continuamente capri espiatori (quelle povere bestie che venivano mandate a morire nel deserto lapidate da una folla demente che non sapeva nemmeno quale peccato gli veniva caricato sulla misera groppa), la nostra classe dirigente potrebbe una buona volta riconoscere che è arrivato il tempo di costruire un nuovo sistema giudiziario, efficiente e razionale. E se questo significherà la perdita dell’impunità per quella parte di essa che prospera nel malaffare, ebbene, che venga finalmente accettato.

Pubblicato il 22/4/2009 alle 17.38 nella rubrica diario.

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