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La nostra croce

Sky Tg24 (meno male che Sky c’è) propone ogni giorno un semplice referendum: è successo questo, sei d’accordo? Sì, tasto verde; no, tasto rosso. Naturalmente non è granché come referendum, non si sa nemmeno quante sono le persone che votano; però il risultato è sempre interessante. Il giorno della sentenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo, quella sui crocifissi, il risultato è stato: 72% contrari alla decisione della Cedu, 28% favorevoli. Mi sono stupito, così tanti i cattolici integralisti? Poi ho sentito il commento di Bersani: il buon senso sconfitto dal diritto. Allora ho incominciato a pensare.

Cosa voleva dunque questo 72%? Detta in maniera semplice, voleva imporre all’altro 28% il suo modo di pensare. Ti piaccia o non ti piaccia, il crocifisso resta nelle aule scolastiche perché “questa è la volontà della maggioranza”. I commenti di politici ed ecclesiastici hanno confermato questa semplificazione: il crocifisso resta nelle aule perché è il simbolo della nostra storia, dei nostri principi, della nostra religione. La parola chiave è “nostro”; secondo questo modo di pensare, la maggioranza possiede tutto, le risorse del paese, le istituzioni, i principi etici e giuridici; agli altri, a quelli che sono minoranza, non spetta nulla se non quello che la maggioranza decide di concedere. E il crocifisso non glielo concedono; nemmeno i simboli delle altre religioni accanto al crocifisso gli concedono; non sono “nostri”, non li vogliamo. E quelli che credono in un altro Dio? Si arrangino, mettano la mezzaluna o quello che è a casa loro. Ma il crocifisso invece sta nella casa di tutti, nelle aule scolastiche e di giustizia, negli uffici pubblici, negli ospedali. Certo, perché sono “nostri”.

Mi è venuto in mente un vecchio film molto bello, mi pare fosse “Nell’anno del Signore”: c’era una scena in cui gli ebrei erano portati di forza nelle chiese e obbligati a sorbirsi una predica contro il popolo giudeo, dannato perché aveva ucciso Cristo; e loro si mettevano il cotone nelle orecchie per non sentire e restavano lì, sorvegliati dalle guardie, fino a quando la predica non era finita. E ho pensato: ma che immagine date della vostra religione? Dovreste fare proseliti, create sudditi; dovreste convincere, date ordini; dovreste pacificare, create nemici. E poi ho pensato: ma questo in fondo riguarda le gerarchie ecclesiastiche; e se questa è la loro idea di religione, buon pro gli faccia.

Mi ha preoccupato di più un’altra riflessione: quanta somiglianza c’è tra questo modo di pensare e quello di Berlusconi. Il popolo è con me; e io faccio quello che voglio perché quello che il popolo vuole non si discute. Il che può anche essere vero: se il popolo (la maggioranza) vuole il Ponte di Messina, certo si farà il ponte. Ma come non capire che questo discorso non vale per il testamento biologico, per la ricerca sulle cellule staminali, per il crocifisso nelle scuole? Come non capire che la gestione del paese significa servizio, non potere; che chi governa dispone delle risorse del paese per assicurare beni e servizi ai cittadini ma non possiede le loro coscienze e i loro intelletti; che il dovere principale di chi governa è garantire la libertà di tutti, non solo quella di chi lo ha eletto; che un musulmano, un ebreo, un buddhista, ha il diritto di vedere il “suo” simbolo accanto a quello degli altri perché l’unica cosa che è davvero “nostra” è il paese in cui viviamo tutti. Infine ho pensato a Bersani. Crede davvero a quello che ha detto? Non è diverso da Berlusconi. Lo ha detto per calcoli elettorali? Non è diverso da Berlusconi. In tutti e due i casi non è il leader di cui l’opposizione e il paese hanno una disperata necessità.

Il Fatto Quotidiano, 7 novembre 2009

Pubblicato il 9/11/2009 alle 13.58 nella rubrica diario.

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