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La legge immonda

Lo stile di B&C è sempre lo stesso: un processo sta per concludersi con la condanna di uno dei C o dello stesso B. per uno dei soliti reati che piacciono tanto alla premiata ditta? Si fa una legge che depenalizza di fatto il reato (per esempio il falso in bilancio); oppure dimezza i termini di prescrizione, così i colpevoli non vanno in prigione; oppure ammazza il processo, così la sentenza non sarà mai emessa; oppure stabilisce che B&C non possono essere processati perché sono “impediti” per natura, il che conduce allo stesso risultato: niente sentenza. C’è un’indagine che scopre altri reati tipici di B&C? Occorre subito una legge che blocchi le indagini; e così si recupera il blocco delle intercettazioni, quello approvato alla Camera con il voto di fiducia e che venne parcheggiato al Senato in attesa di tempi migliori. Adesso serve, accidenti se serve.

Come al solito è una legge immonda: il suo scopo è quello di impedire che i reati tanto cari a B&C vengano scoperti. Ed è di questo scopo che si deve parlare, prima ancora delle indegne norme che la compongono. Ci sono tanti reati che possono venir scoperti senza intercettazioni: una guida senza patente, una sosta con tagliando di parcheggio falsificato, un furto al supermercato. Anche alcuni reati più gravi, in certi casi, possono essere scoperti senza intercettazioni: un omicidio o una rapina quando sia subito intervenuta la polizia. Perfino una corruzione, in teoria, può essere scoperta senza intercettazioni: l’onesto usciere in servizio davanti all’ufficio dell’onorevole vede l’imprenditore consegnargli una busta e ascolta la conversazione tra i due: “Questi soldi sono per quell’appalto che mi hai fatto ottenere”; “Ah grazie, adesso mi occuperò di quell’altra questione”; e poi va a denunciare il tutto alla Procura della Repubblica. 
Ma, se abbandoniamo la fantascienza e ci occupiamo della realtà, dobbiamo riconoscere che tutti, ma proprio tutti i processi per i reati tanto cari a B&C (corruzione, falso in bilancio, frode fiscale, frodi comunitarie, abuso d’ufficio, sempre quelli sono); e anche per tutti i reati più gravi, dal traffico di droga all’associazione mafiosa, senza intercettazioni non si fanno.

Il corrotto e il corruttore sono legati da un patto che, prima ancora che sulla loro volontà, è fondato sulla necessità: nessuno può accusare l’altro senza accusare se stesso. La frode fiscale si basa su una contabilità in ordine perfetto e su bilanci falsi ma formalmente ineccepibili; le associazioni criminali e mafiose sono basate su un’omertà ferrea, frutto di terrore e di interessi economici enormi. Ora, ci dicono B&C, non si può più tollerare la violazione della privacy dei cittadini (cioè di quella ristretta parte di cittadini costituita da B&C: della privacy degli altri non è mai importato nulla a nessuno). Si tratta di una balla invereconda, la vera ragione è, come ho detto, la pretesa dell’impunità. Ma facciamo finta che sia vero; facciamo finta che conoscere il contenuto di intercettazioni in cui si confessano (ridendo) reati che si sono commessi o che si intende commettere, costituisca violazione della privacy; facciamo finta che davvero vengano rese note intercettazioni che non hanno nulla a che fare con situazioni di rilevanza penale; facciamo finta che, nei casi in cui questo succede, il loro contenuto non abbia una enorme rilevanza politica; facciamo finta che sapere che Scajola diceva di Biagi (quello ammazzato dalle nuove Br) che era un rompicoglioni sia irrilevante politicamente e socialmente.
La domanda è: l’interesse del paese richiede il blocco delle intercettazioni per tutelare la privacy di B&C; oppure questo (inesistente) sacrificio è un prezzo (modesto, se anche ci fosse) che è necessario pagare? Insomma, preferiamo essere un paese povero e corrotto o un paese prospero e trasparente, magari un po’ puritano?  

Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2010

 

Pubblicato il 19/2/2010 alle 10.44 nella rubrica diario.

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